Arrigo il savio

Part 11

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La contessa Giovanna gli volse uno sguardo bieco, che pareva dirgli com'ella avrebbe anche saputo lottare col destino. Quindi, traendo il suo cavaliere verso il crocchio di Gabriella, ricompose la faccia ad una espressione di bontà e di allegrezza, che non pareva più lei.

— Carina! — diss'ella, avvicinandosi alla signorina Manfredi e lasciando il braccio di Cesare Gonzaga. — Mi vuoi con te? Si terrà corte, mentre laggiù i personaggi gravi ragionano di politica. Guidi, esponete un bel fatto, perchè noi possiamo dar la sentenza.

— Volentieri, per dar l'esempio dell'obbedienza; ma non un bel fatto; — rispose il conte Guidi, inchinandosi. — Un cavaliere teme di aver perduto la stima di quella dama a cui ha dedicato il culto più puro e il più rispettoso. Che dovrà fare, per accertarsene? Che dovrà fare, per ritornare in grazia?

— Ah, siamo in Corte d'amore? — entrò a dire il primo seccatore del regno, che si trovava accanto al sofà verde cupo. — Usanza provenzale!...

— I Romani non la conoscevano; — brontolò Cesare Gonzaga, allontanandosi, per andare in una sala vicina, a cercarvi il suo caro nipote.

XV.

Arrigo era poc'anzi vicino a Gabriella; ma il ritorno improvviso della contessa di Castelbianco lo aveva messo in fuga.

— Che hai, zio? — diss'egli, vedendo il Gonzaga con le ciglia aggrondate.

— Ho... ho, che tu potevi rimanere accanto a Gabriella. Il contino non aspettava che la tua fuga, per occupare il tuo posto.

— Dovevo forse rimanere? Con quell'altra, che mi fa gli occhiacci!...

— Che vuoi, che ti divori? Ah, benedetto ragazzo! Tu commetti gli errori, e non sai riscattarli con un po' di coraggio. Eccolo laggiù, il contino, che fa il trovatore davanti alle belle! Sento una gran voglia di schiaffeggiarlo.

— E perchè?

— Un'altra lettera anonima, capisci? E questa, poi, l'ha ricevuta il senatore Manfredi.

— E tu sospetti di lui? — disse Arrigo. — Sei ben sicuro di non fargli torto, e di non essere tanto più ingiusto verso di lui, dopo che egli ha incaricato i suoi padrini di farti delle scuse?

— Si possono far delle scuse per debolezza d'animo, come hai creduto tu questa mane, o per non guastarsi con qualche persona troppo amica dell'avversario, come ho creduto io; — rispose il Gonzaga. — E in un caso e nell'altro, si possono affidare le proprie vendette ad armi come queste. Eccoti una delle lettere, che oggi sono state scritte; è quella che fu mandata al conte Pompeo. Non ti par naturale di applicarle la massima romana: “_is fecit cui prodest_?„

Arrigo diede una scorsa alla lettera, e fremette; poi osservò attentamente la mano di scritto.

— Questo carattere non mi giunge nuovo; — diss'egli.

— Bada; è carattere di donna.

— Appunto per questo. Ho già ricevuto lettere, da questa mano, molto tempo fa. E dopo che non ne ho più ricevute io, ne avrà ricevute un altro. Ah, ecco! — esclamò Arrigo, che aveva finalmente trovata la via. — Ma in verità, sarebbe una cosa orribile. Lui?

— Chi? — disse il Gonzaga. — In nome di Dio, chi sospetti che sia?

— Orazio; — mormorò il Valenti. — Ma la ragione di far ciò? Io non la vedo. Un amico!...

— Al quale hai ricusato ieri cinquemila lire, in un momento difficile.

— Non gliele hai imprestate tu, zio? e senza ricevuta?

— Non è la stessa cosa, — disse il Gonzaga. — Ad ogni modo, se il tiro viene da lui, il signor Ceprani è un tristo soggetto.

— Io non l'ho mai avuto per uno stinco di santo; — ripigliò Arrigo Valenti. — L'ho sempre speso per quel che valeva, e niente di più. Ma lasciamo stare il Ceprani. Tu restituirai ora la tua stima a quel povero Guidi?

— Non vedo la necessità di correr tanto; quantunque veda quella di ritornare di là, in mezzo alla gente. Guardalo laggiù, sempre appiccicato alla spalliera del sofà dove siede Gabriella. Dio, quante smancerie! E tu seguiti a far l'astratto, mentre egli ti voga sul remo.

— Eh, caro mio, — disse il giovane, mentre seguiva lo zio nella sala grande, da cui si erano allontanati, — non trovo da fare di meglio, in questo momento, e penso di riposare tra due guanciali, fidandomi in te. Lo sai, il proverbio? Fortuna e dormi. E si può dormire, quando la fortuna sei tu.

— Arrigo, Arrigo! Se tu seguiti a prender le cose con tanta fiacchezza, ti do la mia parola d'onore, che piglio il primo treno di domani, e me ne ritorno alle Carpinete, donde non mi caveranno più neanche gli scongiuri.

— Come? Ti darebbe l'animo di abbandonarmi? Proprio ora?

— Senti; che serve rimanere? Intanto, ella non vuol saperne di matrimonio.

— Non vuole? Lo ha detto a te? — chiese Arrigo, turbato.

— Lo ha detto a suo padre, e mi pare che basti. —

Il giovane non fece parola; ma il suo aspetto disse chiaramente allo zio che egli era stato profondamente colpito.

Cesare Gonzaga, chiamato a dire la sua opinione in una disputa amichevole tra il senatore Manfredi e parecchi colleghi, si allontanò dal nipote, che rimase solo, taciturno e smarrito nel salotto, come un povero forastiero in un paese di cui non sappia la lingua e dove non conosca un'anima.

Quanto rimase là solo? Un bel pezzo, di certo, e senza avere il coraggio di accostarsi al crocchio delle signore. Da principio lo tenevano lontano le guardate feroci di Giovanna; allora, poi, sentiva vergogna di presentarsi a Gabriella Manfredi, alla fanciulla che lo avea rifiutato lì per lì, senza dubitare un istante. Povero amor proprio! In esso ci tocca di soffrire, quando non vive in noi altro sentimento più degno. Arrigo Valenti avrebbe voluto essere mille miglia lontano; ma non c'era verso di muoversi da quella sala, dove tutti erano seduti a crocchi, e dove il timore che la sua partenza fosse troppo notata, lo teneva inchiodato. E tutti, vicini e lontani, parevano aver gli occhi su lui. Si accostò allora ad una tavola, prese un giornale illustrato, e fece le viste di leggere. Aveva finalmente trovato un atteggiamento; non faceva più la figura dell'uomo impacciato, abbandonato, sfuggito da tutti, che è tanto ridicola in mezzo alla gente, a quella gente tutta composta di prossimo nostro, e perciò così pronta ad avvedersi delle nostre angustie e a farne argomento di beffe. Là ritto alla sponda della tavola, col suo giornale tra mani, un giornale su cui teneva gli occhi e non vedeva una sillaba, udiva dietro di sè le voci dei cavalieri e le risa della contessa di Castelbianco, risa frequenti ed alte, ma troppo asciutte, e certamente poco sincere. Comunque fossero, beata lei, che poteva ridere ancora! Quella ilarità continuata, che a volte tradiva lo sforzo, era sempre una gran cosa, al confronto di quella confusione che teneva lui in disparte, solitario, con un giornale in mano, come un uomo che fosse andato in società non per altro che per vedersi lasciato in un angolo.

La contessa chiacchierava e rideva, ma nel fatto soffriva moltissimo. Ad un certo punto non resse più, e parlò improvvisamente di andarsene. Erano le dieci, e la sua carrozza doveva essere davanti al portone in attesa. Quante volte, e con la pioggia fitta, la carrozza non era rimasta là sotto, ad aspettare la signora, che non avrebbe mai detto di muoversi! Ma quella volta non voleva farla aspettare neanche un minuto. Il conte Guidi, che l'aveva accompagnata all'arrivo, si offerse gentilmente per accompagnarla alla partenza.

— No, grazie, conte, rimanete; non voglio che nessuno si scomodi per me. Fate chiedere piuttosto se la carrozza è giunta. Il mio domestico sarà già in anticamera. —

Il conte Guidi andò a prendere informazioni, e tornò subito dopo, annunziando che la carrozza era giunta. Frattanto il circolo delle dame si era disfatto, e la contessa di Castelbianco, andando verso il senatore Manfredi, che stava in conversazione col suo sinedrio di gravi personaggi, passò accanto ad Arrigo, che si tirò indietro, salutando. Essa gli diede un'occhiata sdegnosa, rise e gli gittò sul volto una frase, che sibilò come un colpo di frusta:

— Siete un vile!

— Signora!... — disse Arrigo, sbalordito.

— Siete un vile! — riprese ella, incalzando. — Volete che vi schiaffeggi qui, alla presenza di tutti? —

Arrigo si ritrasse ancora, chinando la testa, e si allontanò prontamente da lei.

Cesare Gonzaga aveva veduto l'incontro e indovinato facilmente uno scambio di parole aspre fra i due. Avvicinatosi al nipote, mentre la contessa stringeva la mano al senatore Manfredi, gli disse:

— Che è stato? Che cosa ti ha detto la contessa?

— Nulla, zio, nulla; parole amare, sciocchezze da non farne caso. —

E fremeva, parlando così, e guardava sempre intorno a sè, come cercando qualche cosa. La contessa, frattanto, era partita, e poco stante, fatti i suoi saluti alla signorina Manfredi, anche il Guidi si mosse per uscire. Arrigo lo seguì in anticamera, indossò il pastrano anche lui, e si avviò per le scale sui passi del conte. Quell'altro se lo era veduto benissimo alle calcagna; ma a tutta prima non ne avea fatto caso, credendo che si trattasse di una combinazione fortuita. Ma dovette ricredersi nell'atto di escire sulla via, quando Arrigo Valenti, affrettando il passo per raggiungerlo, gli disse:

— Signor conte, avrei qualche cosa da chiederle.

— Parli, sono a' suoi ordini; — rispose egli, assumendo tosto un'aria di cerimonia.

— Poc'anzi, — riprese Arrigo, — una donna ch'ella ha accompagnata in casa Manfredi....

— Una signora, non una donna; — interruppe il conte Guidi; — la prego di correggere.

— È giusto; — rispose Arrigo, dopo un istante di pausa. — Non era mia intenzione di venir meno al rispetto che a quella dama è dovuto. La signora, adunque, passandomi daccanto, non so per qual cagione di sdegno contro di me, mi ha detto: vile. —

Il conte Guidi, che si era fermato a guardare il suo interlocutore, ascoltando pazientemente il suo piccolo racconto, si strinse nelle spalle, con aria di dirgli: che c'entro io?

— Le signore, — continuava frattanto il Valenti, — hanno parole che colpiscono peggio dei ceffoni. A noi uomini restano le mani, per restituire ai cavalieri quello che abbiamo ricevuto da esse. —

Così dicendo, levò la mano e percosse.

Il conte Guidi si aspettava un alterco, e fors'anche un'offesa; ma non aveva preveduto tanta prontezza di mano. Cacciò un urlo e si scagliò sul Valenti, che era preparato a riceverlo. Ci fu il solito pugilato, il solito accorrere dei viandanti, e la solita separazione dei combattenti, senza che nessuno degli accorsi riconoscesse quei due inferociti cavalieri e sapesse perchè si fossero accapigliati. Allontanatosi primo dalla calca, Arrigo vide passare una vettura da nolo, fortunatamente vuota; vi saltò dentro e disse:

— Allo _Sport_, in via Condotti, e alla svelta! —

Anche il conte Guidi, liberatosi dalla ressa degli importuni, andò di buon passo allo _Sport_. Giunto colà, prese in disparte i due primi gentiluomini che gli si pararono dinanzi, e chiese loro di volerlo servire in una quistione d'onore.

— Con chi l'hai? — gli domandarono.

— Col cavaliere Valenti. Vi prego di andar subito a casa sua, per portargli la sfida.

— Non occorre andar tanto lontano; — risposero quelli. — Il Valenti è entrato poc'anzi, ed è nella sala d'armi a colloquio con due altri, forse per la stessa ragione.

— Tanto meglio! — disse il Guidi. — Andate dunque di là. Voglio un combattimento ad oltranza. Stamane, per un riguardo a certe persone, mi son mostrato corrivo a far pace con lo zio. Ora il nipote ha da pagare per due. —

Mentre queste cose accadevano di fuori, Cesare Gonzaga, rimasto nel salotto dei Manfredi, girava inutilmente gli occhi di qua e di là, cercando il nipote. Certo, conoscendo l'indole di Arrigo, l'ultimo pensiero che gli potesse venire, anzi l'unico che non gli dovesse venire affatto alla mente, era quello di un suo alterco col Guidi. Egli sospettò invece che il suo caro nipote, sconcertato dal rifiuto di Gabriella, avesse fatta la insigne sciocchezza di andarsene _insalutato hospite_, contro l'usanza della casa, che non ammetteva questi esotici modi. Turbato dal pensiero di quella ragazzata, che poteva guastare per sempre il giovinotto coi Manfredi, lo zio Cesare stette ancora un pezzo a discorrere con gli ultimi rimasti, che si erano raccolti intorno alla signorina Gabriella. Finalmente, approfittando dell'arrivo del conte Pompeo, che veniva molto in ritardo a cercare sua moglie, Cesare Gonzaga si accomiatò, promettendo a Gabriella una visita per il giorno seguente.

— Che uomo, quel Gonzaga! — disse il conte di Castelbianco. — Par sempre un giovinotto.

— Ed ha anche giovane il cuore; — aggiunse il Manfredi.

— Ah, quello poi ha vent'anni. Figuratevi ch'egli ha domattina un duello.

— Un duello! — esclamò Gabriella. — Con chi?

— Col conte Guidi.

— E quando lo avete saputo? — domandò il Manfredi.

— Oggi stesso. A tutta prima aveva creduto che si trattasse di suo nipote; ma invece è lui, proprio lui.

— Anche il Guidi, poc'anzi, era qui, e non ci siamo avveduti che ci fosse nulla tra loro.

— Eh, capirete; i cavalieri perfetti sanno fare le cose con la debita discrezione.

— Ma la ragione? Arrivato da due giorni appena, come può aver già avuto da dire con qualcheduno?

— Che posso dirvi io? La ragione non la so. Del resto, le quistioni personali non si maturano sempre lentamente; nascono qualche volta da un nulla, come i funghi, e scoppiano lì per lì, come le bombe. —

Con questi bei paragoni conchiuse la sua imprudentissima chiacchierata il conte Pompeo di Castelbianco, lasciando i Manfredi nella più dolorosa ansietà.

XVI.

Cesare Gonzaga si era ritirato a casa molto inquieto per la fuga del nipote, fuga che non sapeva a qual cagione attribuire. Giunto lassù, in via Nazionale, rimase a chiacchiera col servitore enciclopedico, sempre aspettando la venuta di Arrigo. Finalmente, verso la mezzanotte, un fattorino dello _Sport_ venne e lasciò per il marchese Gonzaga una lettera. Arrigo Valenti si scusava in essa con lo zio, per essere escito così in fretta da casa Manfredi, senza dargliene avviso, poichè si era ricordato di avere fissato un ritrovo allo _Sport_ con un banchiere parigino, suo corrispondente ed amico. “Si farà tardi, cenando (soggiungeva Arrigo), ed è molto probabile, anzi certo, che passerò la notte fuori di casa, da vero ed autentico figlio di famiglia. A rivederci dunque domani, e non esser più tanto severo, te ne prego, col tuo povero nipote.„ Seguiva la firma.

Il pretesto era buono, e Pico della Mirandola ricordò all'illustrissimo signor marchese che altre volte il signor cavaliere aveva disertato, come quella notte, dal domicilio legale. Ma l'ultima frase del biglietto, che Cesare Gonzaga aveva letto e riletto una dozzina di volte, non era tale da lasciar molto tranquillo un animo naturalmente sospettoso, e per allora singolarmente eccitato. “Non esser più tanto severo„ scriveva Arrigo allo zio. Perchè quel “più„ che aveva l'aria di stabilire una data, un'êra nuova, come la nascita di Gesù Cristo, o come la fuga di Maometto? “Povero nipote„ scriveva ancora il Valenti. Perchè povero, mentre andava a cena e si disponeva a passare allegramente a notte?

Cesare Gonzaga meditò lungamente su quegli enimmi, e andò a letto senza averli sciolti; ma dormì poco, e quel poco, poi, facendo certi sognacci che il ciel ne scampi e liberi ogni anima ben nata. La mattina si svegliò per tempo, secondo il suo solito, e appena il servitore entrò in camera per portargli il caffè, gli chiese notizie di Arrigo. Il signor cavaliere non era ritornato. Per altro, non bisognava maravigliarsene, soggiungeva Pico della Mirandola; quando il padrone saltava una notte, la saltava intiera.

— Sono un gran matto, io, a pesar le parole di un biglietto vergato in fretta al circolo, come se si trattasse d'una terzina di Dante! — disse il Gonzaga tra sè. — Arrigo ha affogato nello sciampagna il dolore del rifiuto di Gabriella, e a quest'ora dorme saporitamente in qualche letto d'albergo. —

La mattina è stata data al giorno, come la primavera all'anno, per destare i più lieti pensieri nella mente dell'uomo. Cesare Gonzaga si rasserenò alla vista del bel cielo di Roma, e andò a farsi radere, secondo l'uso quotidiano, poscia a fare una passeggiata al Macào; nè ritornò a casa che verso le dieci del mattino.

— È rientrato? — chiese egli al servitore, anche prima di metter piede sulla soglia di casa.

— Sì, illustrissimo; — rispose Happy con un accento dimesso e con una cera da funerale.

— Che c'è? — gridò il Gonzaga, profondamente scosso.

— Ferito; — replicò il servitore.

— Che hai detto?

— Il signor cavaliere ha avuto un duello.

— Ah, il mio sogno! — esclamò Cesare Gonzaga. — E con chi?

— Col conte Guidi, che è in fin di vita, con una palla nel petto, e perciò penetrante in cavità. —

Il Gonzaga non istette a sentir altro, e corse nella camera del nipote.

Arrigo Valenti era coricato sul letto, ancora mezzo vestito, e voltato sul fianco. La camicia si vedeva aperta sulla spalla destra a colpi di forbice. Il dottore stava a capo chino presso di lui, in atto di medicar la ferita; e vicino al seguace d'Esculapio era un signore, sconosciuto anch'egli al Gonzaga, ma certamente uno dei padrini di Arrigo.

Il ferito riconobbe lo zio al passo frettoloso, e gli diede il buon giorno, senza voltarsi.

— Non è niente, sai! — aggiunse tosto, per calmare la sua inquietudine. — Ti presento il dottor Mori e il barone di Santàgata. Signori, mio zio, il marchese Gonzaga. —

Il dottore e il barone fecero un inchino. Cesare Gonzaga corse dall'altra sponda del letto, per vedere in volto il nipote.

— Zio, mi perdoni? — disse Arrigo.

— Che perdonare? Ti adoro; — rispose il Gonzaga, baciandolo sulla fronte. — Ma non ti affaticare coi discorsi, te ne prego.

— Che! Non soffro punto; — replicò il ferito. — Dottore, ditelo voi a mio zio, che posso parlare senza pericolo.

— Sì, può parlare, per ora, ma moderatamente; — rispose il dottore. — Non c'è febbre ancora, e forse non verrà prima di sera. Bisognerà dargli piuttosto qualche cosa che lo rinvigorisca; un po' di cognac, un bicchierino di Marsala....

— C'è del vino di Porto, che piace tanto al signor cavaliere; — disse Happy.

— Anche il Porto è buono; — sentenziò il dottore. — Lo assaggerò anch'io, quantunque non abbia fatto colazione. —

Il dottore apparteneva alla scuola moderna dei corroboranti; una scuola che ha i suoi pregi, come li hanno i corroboranti medesimi, e in particolar modo i noetici. Non so se mi spiego.

— Veda, signor marchese; — disse il savio chirurgo; — non c'è nulla di grave. La palla ha colpito l'omero, tra il deltoide e il bracciale anteriore. È entrata di qua, è escita di là, forse rasentando la scapula. Il braccio era alzato; i muscoli tesi hanno fatto resistenza; la palla, seguendo l'indole di tutti i corpi sferici, ha dovuto deviare, davanti all'ostacolo. Il ferito è sano, di buona complessione; vasi sanguigni importanti offesi non ce ne sono; sarà un affare di poco. Non è vero, cavaliere? Tra dieci giorni andiamo a fare una scarrozzata insieme.

— Magari fra cinque; — rispose Arrigo, sorridendo.

— Son troppo pochi; si contenti di dieci. —

Il dottore e il barone di Santàgata si erano allontanati dal letto, per rivoltare le bende e distendere un po' d'unguento sulla pezza. Arrigo approfittò della loro lontananza, per accennare sottovoce allo zio quel che gli era avvenuto in casa Manfredi, e quindi a voce più alta per raccontargli brevemente il duello. Si erano battuti alle otto, nei pressi del ponte Nomentano; avevano sparato a quindici passi di distanza, e simultaneamente, al comando; il primo colpo era andato a vuoto; al secondo, Arrigo si era sentito tocco alla spalla, ma in pari tempo aveva veduto cader l'avversario; egli giurava, per altro, di aver lasciato andare il colpo senza toglier la mira.

— Ti credo, ti credo; — disse il Gonzaga. — È sempre così, con quell'arme sciocca. Se toglievate la mira, c'era da scommetter dieci contro uno che colpivate i padrini.

— Vedi, intanto, — riprese Arrigo, — che il conte Guidi non mi vogherà sul remo. —

Cesare Gonzaga si chinò un'altra volta a baciare il nipote.

— Auguriamogli del bene; — diss'egli poscia — noi non vogliamo la morte del peccatore, ma che si converta e viva. —

Happy, che era andato per il vino di Porto, rientrò nella camera per dire al signor Cesare:

— Illustrissimo, c'è di là il senatore Manfredi.

— Ah! — esclamò il Gonzaga.

— Ed è con lui la signorina sua figlia.

— Diavolo! Cioè, diciamo invece angioli santi! — riprese il Gonzaga, volgendo un'occhiata ad Arrigo. — E gli hai detto che c'è un ferito?

— Non gli ho detto nulla. Han chiesto di lei; ho risposto che venivo a chiamarla.

— Tu sei saggio, Happy, e un giorno o l'altro, se il tuo padrone permette, verrai a stare con me.

— Verrò a buona scuola, illustrissimo. —

Cesare Gonzaga fece un cenno affettuoso con la mano al nipote, e uscì dalla camera, per andare nel salotto. Il senatore Manfredi, che stava là, sempre in sull'ali, si gettò nelle braccia dell'amico. Gabriella era lì lì per imitare il babbo; ma Cesare Gonzaga, da buon cavaliere, prese la mano della fanciulla e la recò divotamente alle labbra.

Dopo un istante di pausa, il Manfredi incominciò:

— Ma che è stato, Dio buono? Abbiamo passata una notte terribile. Iersera il conte di Castelbianco è venuto a darci la notizia che tu avevi un duello stamane. Sono escito per tempo, sperando d'imbattermi in qualcheduno che potesse darmi notizie, e non ho trovato che il duchino di Roccastillosa, il quale usciva dal circolo dello _Sport_... per andarsene a letto. Egli non sapeva nulla di preciso; soltanto aveva veduto nella notte il conte Guidi, che pareva inquieto e si era chiuso a colloquio con due amici. Allora ho creduto che davvero fosse avvenuta una quistione fra voi due. Ma ti vedo sano e sorridente; sia ringraziato il cielo! Non c'è stato dunque nulla?

— Nulla per me, come vedi; — rispose il Gonzaga. — Il duchino ti avrà anche detto che una quistione occorsa tra me e il conte Guidi era stata composta onorevolmente fin dalle prime ore pomeridiane di ieri. Egli era per l'appunto uno dei padrini del Guidi.

— Sì, mi ha raccontato anche questo. Ma le notizie del Castelbianco....

— Notizie in ritardo, caro mio!

— E l'affaccendarsi del conte Guidi, questa notte, al circolo... — riprese il Manfredi.

— S'è affaccendato per altro, sicuramente: — replicò Cesare Gonzaga. — Ma non parliamo di cose tristi; la nostra Gabriella è molto abbattuta.

— Per timore di lei, signor Cesare; — disse la fanciulla. — Ma ora incomincio a respirare, e se ella mi assicura che non ha più duelli, starò meglio senz'altro.

— Cara! Ne avrò uno, se babbo permette, e con lei. La sollecitudine loro per me, ha condotta qua la figliuola insieme col padre. Il padre mi consentirà di cogliere l'occasione per fare alla figliuola un certo discorso, che doveva venire senza fallo qualche ora più tardi, in casa sua. Meglio adesso, e qui, dove il destino ha voluto. Credete a me; se c'era momento buono per farlo, quel tale discorso, questo a dirittura è l'ottimo.

— Sai che ti ho dato ampia facoltà; — disse il Manfredi. — E se tu riesci a persuaderla....

— Oh, la persuaderò senza dubbio. Ma siccome annoierei te, che conosci già gli argomenti....

— Ho capito; me ne vado, — disse Andrea.

— Di là, — soggiunse Cesare, — dove c'è qualcheduno che vedrai volentieri. —

E premeva frattanto il bottone del campanello.

Happy non tardò a presentarsi all'uscio.

— Accompagna il signor senatore dal cavaliere Valenti; — gli disse il Gonzaga.

— Andiamo dal nostro cavaliere, — conchiuse il Manfredi. — Egli sarà molto maravigliato di vedermi in sua casa, a quest'ora. —

E andò, l'onorevole uomo, assai lontano dall'immaginarsi lo spettacolo che lo attendeva nella camera di Arrigo.

XVII.