Part 10
— Ah, bambina! — esclamò il senatore Manfredi, non potendo, con tutta la sua tristezza, trattenersi dal ridere. — E se egli ti chiedesse....
— Oh Dio! La mia mano? Col tuo permesso, gliele darei tutt'e due. È questo che ti turba?
— Sì questo.
— Ma che c'è? — ripigliò Gabriella, accostandosi. — È egli forse diventato meno nobile, meno buono, meno degno di te?
— No, Gabriella, no; ma vedi? l'uomo per cui egli verrebbe a chiedere la tua mano.... io non so se sarebbe intieramente degno di te.
— Tu mi spaventi, babbo. Non si tratta dunque di lui!
— O come?... — gridò a sua volta il Manfredi, guardando con aria di stupore la sua bella figliuola, quel fiore a mala pena sbocciato. — E pensavi davvero che potesse trattarsi di lui?
— Eh, senti.... Ora mi fai arrossire della mia.... leggerezza. Ho fatto male a pensare una cosa simile?
— No, no, no; — rispose il senatore, con una progressione ascendente di tono. — Gabriella mia, tu sei più bambina che io non ti credessi, o più vecchia. Si tratta, come ora spero che avrai capito, del nipote di Cesare.
— Ah! — disse Gabriella. — Il signor Cesare deve parlarmi.... di suo nipote? —
E accompagnò le parole con un cenno del capo, tra cerimonioso e ironico, che era una delizia a vederlo.
— Volevi... dunque, volevi proprio che ti parlasse di sè? Un uomo maturo come lui?
— Non me lo sembra; — rispose Gabriella. — Del resto, hai detto poc'anzi che anch'io sono più vecchia che tu non credessi.
— O più bambina; — soggiunse il Manfredi. — La cosa restava un po' dubbia.
— Ebbene, babbo, la si decida, come dicono a Firenze. Per me, scelgo di esser più vecchia. Osservo molto, sai; e osservando ho anche riconosciuto che i giovani... siete voi altri. So anche abbastanza di storia antica, e tra zio e nipote...
— Oh, sì, vediamo come c'entra la storia antica fra Cesare e suo nipote.
— C'entra per dirti che Ottaviano valeva meno di Cesare.
— Ma divenne Augusto; — osservò il Manfredi.
— Per decreto del Senato; — replicò prontamente quella birichina; — ma si troverà oggi il Senato per far la proposta? Io credo di no, tanto più che vedo il signor senatore un po' inquieto.
— Di' pure impacciato e scontento; — riprese il Manfredi. — Già, vedo che Ottaviano ti piace poco. Io, poi, che avevo dato licenza a Cesare di parlarti per lui, oggi, dopo una certa lettera che ho ricevuto....
— Anonima? — interruppe Gabriella.
— Che ne sai tu? — disse Manfredi, rizzando la testa e ficcando gli occhi addosso alla figliuola.
— Indovino; — rispose Gabriella. — Siccome ne ho una anch'io!
— Anche a te hanno scritto?
— Non a me, veramente, che non l'avrei ricevuta senza il tuo consenso, ma a Carolina, che ne è rimasta tutta sconcertata. “Veda un po', signorina (mi ha detto), che cosa mi scrivono; io non ne capisco nulla.„
— E dice, la lettera?
— Oh, delle cose stravagantissime. Questa, per esempio, che Carolina si guardi bene di dare ascolto al cavalier Valenti, il quale ha già un'altra passione. Ma io non te ne dico altro, perchè in verità mi vergogno di ripetere ciò che ha scritto l'anonimo, e particolarmente il nome di una persona rispettabile, che noi amiamo e stimiamo.
— Lo stesso nome scritto nella lettera che ho ricevuta io; — disse il Manfredi. — E siccome non si poteva credere che quella lettera io la facessi mai leggere a te, si è trovato il modo di darti la notizia per mezzo di Carolina. Che infamie!
— L'ho capito benissimo, sai, che il ricapito era a Carolina, ma che la lettera era scritta per me! Io, per altro, non le ho detto nulla di questo mio pensiero, ed ella è ancora tutta sconcertata da quelle raccomandazioni caritatevoli, e giura che il cavalier Valenti essa non lo conosce neanche di vista. Sfido io! Ella è sempre nelle camere di servizio, e l'unica volta che il cavaliere Valenti è venuto a portarci il suo biglietto di visita, lo ha ricevuto il servitore. —
— L'hai tu, questa lettera?
— Sì, eccola qua; l'ho tenuta io, per il nome che c'era scritto, e che non deve rimanere in mano di una cameriera. Volevo bruciarla, dopo averla mostrata a te.
— Benissimo fatto; — disse il Manfredi. — Io nondimeno la conserverò insieme con la mia, per confrontare i caratteri.
— E dimmi, babbo; nella tua... si parla anche di Carolina?
— Pazzerella! Si parla di un'altra personcina, che mi pare poco disposta ad ascoltare i consigli dell'anonimo e le domande del cavaliere Valenti. Non è così?
— Sai, babbo? Io sto così bene, con te! Ti dà noia il tenermi in casa?
— No, davvero; ma pur troppo ha da venire il giorno che io debba lasciarti andar fuori.
— Non parliamo di quel giorno; ci sarà tempo.
— Capisco; — disse ridendo il Manfredi. — Non trattandosi dello zio, rimani volentieri in casa del babbo.
— Come sei crudele! — esclamò la fanciulla. — Ho detto che se il signor Cesare mi avesse parlato, col tuo permesso, lo avrei ascoltato. Non debbo io obbedirti?
— Sicuro; ma egli, col mio permesso, ti parlerà per un altro. Che cosa gli risponderai?
— Gli risponderò che son troppo giovane, ma che tu, del resto, disponi della mia volontà. E siccome tu, della mia volontà, non ne disporrai per questa volta, io sarò tranquillissima.
— Santa ingenuità! Vedete come trova le risposte! — disse il Manfredi. — Ma senti, bambina mia; poichè io gli ho dato il permesso di parlare, sapendo benissimo di chi doveva parlare, sarà conveniente che tu, per questa volta, ti cavi d'impiccio da te. È un caso particolare, un caso strano, ed io debbo rimettere al tuo senno lo scioglimento di queste difficoltà.
— Bene; allora gli dirò schiettamente.... Senti, gli dirò così: Signor Cesare, io, per mia scelta.... Ma no, mi vergognerei di parlargli in tal modo.
— Ho capito; gli diresti volentieri: signor Cesare, se si tratta di lei, eccomi qua. Eh, brava, la mia Gabriella; questo sarebbe un bel coraggio. Digli invece, con molta grazia, che non avevi ancora pensato alla possibilità di separarti da tuo padre, che dovresti aver tempo a meditare, e prendere altrettanto tempo a rispondere.
— E se egli insiste?
— Digli di sì. Ti senti di dirglielo?
— Per lui, volentieri; per un altro, no.
— E che cos'hai contro quell'altro? Ti spiace tanto?
— Mi è indifferente. Mi pareva meglio la prima volta che l'ho veduto; ma poi, a sentirlo parlare, col suo scetticismo, coi suoi calcoli eterni, con la sua serietà d'apparato, che vuoi? mi è scaduto. Quello lì è un giovane... vecchio.
— E tu preferiresti un vecchio... giovane.
— Il signor Gonzaga non è vecchio; — replicò Gabriella, girando la difficoltà.
— Torniamo sempre lì! — conchiuse il senatore Manfredi. — Insomma, bambina mia, farai quel che vorrai. Cesare Gonzaga è il mio migliore amico, anzi fratello. Spero che con la tua risposta non vorrai dargli dispiacere, e se proprio hai da dirgli di no, lo farai con buona grazia, senza ch'egli abbia a dolersi di me, nè di te.
— Il modo di fargli intendere che gli vogliamo bene lo avrei; — rispose Gabriella. — Ma tu non la intendi così. Gli parlerò dunque come il cuore m'ispirerà, pensando alla vostra antica e leale amicizia e alla stima grandissima che io nutro per lui. Speriamo intanto che egli stasera non mi parli ancora di nulla. —
Il senatore non partecipava alle speranze della figliuola, sapendo che Cesare Gonzaga era venuto a bella posta in Roma per ragionare di quel matrimonio, e immaginando che non avrebbe voluto rimaner troppo a lungo in sospeso. Ma anch'egli era molto perplesso, e lasciò volentieri che le cose andassero come dovevano andare, fidando nelle ispirazioni del cuore di Gabriella, cara e bizzarra fanciulla, che anteponeva i vecchi giovani ai giovani vecchi.
In quel mezzo, fu annunziato l'arrivo della contessa di Castelbianco. Giungeva forse un po' troppo presto, l'amica; ma ella usava con Gabriella in quel medesimo modo che Gabriella usava con lei. Quella sera, per altro, la contessa non giungeva in compagnia del marito. Il conte Guidi era venuto con lei. Che novità era quella?
Per saperne qualche cosa, ci converrà di ritornare un passo indietro. Quel giorno il conte Guidi aveva ricevuto un biglietto della contessa. “Se andate stasera dai Manfredi, venite a farmi da cavaliere (scriveva la signora), perchè il conte non potrebbe accompagnarmi di prima sera, e sarei costretta ad andar sola. Vi aspetto dunque prima delle otto.„
Il conte Guidi non si era proposto di andare dai Manfredi, quella sera. Chiamato dalla contessa, si accinse da buon cavaliere ad obbedirla, non senza maravigliarsi di quello strano capriccio, che la consigliava a voler essere accompagnata dove tante altre volte era andata, con la sua carrozza e col suo servitore, da sola.
— Contessa, — le aveva detto il Guidi, presentandosi, — mi avete fatto l'onore di crearmi vostro cavaliere, ed eccomi qua.
— Ringraziatemi, almeno; — aveva risposto Giovanna. — L'ho fatto per utile vostro.
— Come?
— Sicuramente; non amate voi Gabriella? —
Il conte Guidi era un cavaliere tenebroso, già ve l'ho detto, e come tutti i cavalieri tenebrosi si teneva sempre in bilico fra parecchie dame, non dimostrando e sopratutto non confessando le sue preferenze per alcuna. Perciò a quella bottata della contessa di Castelbianco, rimase un pochino sconcertato.
— So tutto; — proseguì la signora; — dunque, venite. —
Il Guidi, vedendo che ella sapeva tutto, e immaginando ch'ella ne sapesse più di lui intorno al modo di pensare e di sentire della signorina Manfredi, non perdette il suo tempo a negare. Giunone lo aveva sempre trattato con quella amabile confidenza che è naturalmente portata dalla parità delle condizioni sociali, ma senza nessuna dimestichezza particolare, senza ombra di sentimento, che lasciasse intravvedere un'intenzione più tenera. Egli dunque ammise facilmente che davvero le stesse molto a cuore di farlo entrare in grazia alla giovane Diana; ma soggiunse che non aveva quasi ragione per andar quella sera da lei, perchè l'ultima sera che si erano veduti, cioè ventiquattr'ore prima, al ballo della contessa, Diana era stata un po' fredda con lui, ed egli, dal canto suo, aveva commesso qualche errore di tattica.
— Ragione di più per presentarsi e ristabilire le sorti della guerra; — rispose la contessa. — Venite, Guidi; mi racconterete i vostri errori per via, e troveremo il modo di ripararli. —
XIV.
Gabriella aveva fatto un saluto assai cerimonioso al conte Guidi, ma aveva abbracciata e baciata con grande effusione di cuore la sua cara Giovanna. Non credeva alle calunnie distillate da un vile anonimo contro la sua bella imperatrice, e le pareva, con una maggiore dimostrazione d'affetto, di dare a quelle calunnie una mentita più solenne e più forte.
Il conte Guidi rimase a discorrere col senatore Manfredi; ed egli e il suo interlocutore erano per verità un pochino impacciati, poichè non sapevano con quali discorsi trattenersi a vicenda. La contessa di Castelbianco e Gabriella si erano sedute sopra un sofà, l'una a fianco dell'altra, e là, sul fondo verde cupo della spalliera di stoffa operata, davano sembianza di due belle rose accompagnate, sorgenti insieme da un viluppo di quelle stupende foglione vellutate, in cui la natura, cesellatrice meravigliosa, sembra aver voluto rivaleggiare coi capricci dell'arte.
— Pompeo non poteva accompagnarmi così presto come io desideravo; — disse Giovanna all'amica; — ma per fortuna è venuto il conte Guidi. Quel povero giovanotto ha veramente una bell'anima, e avevi ragione tu, quando mi dicevi di volerlo studiare. Sai che cosa mi stava dicendo, in carrozza, di te? —
Gabriella non era molto curiosa di saperlo; ma, per compiacere all'amica, dovette aver l'aria di desiderare quella piccola confidenza.
— Sentiamo che cosa ti ha detto; — rispose.
— Signora (sono le sue parole, che ti riferisco testualmente), intercedete per me, presso la divina Gabriella. In un momento di follìa, non giustificata, è vero, da nessun precedente, ma certamente scusabile agli occhi di uno che potesse leggere nel mio cuore, ho detto alla signorina Manfredi una frase di cui sono pentito. Darei, ve lo assicuro, darei tutto il mio sangue per cancellarla, o almeno per ottenerne il perdono. A voi non si nega nulla; vorrete dir dunque una buona parola per me? Sono venuto a bella posta da voi. — Così mi ha parlato quel poveretto, e ti confesso che in quel momento faceva veramente pietà. Da brava, Gabriella mia, se è vero che tu a me non neghi nulla, perdonagli quella frase malaugurata, che io non conosco neppure, poichè a lui mancò il coraggio di ripeterla.
— Non la ricordo, questa frase terribile; — rispose Gabriella. — Dev'essere ben poca cosa, come vedi, e il signor conte sicuramente si è ingannato, immaginando che io avessi potuto dare importanza ad una frase sfuggita nel calore di una conversazione. Ne dicono tante, quei signori! —
Non era questo che la contessa voleva; tanto più che ella, contrariamente alla sua fresca asserzione, conosceva benissimo la frase che aveva fatto torto al conte Guidi nell'animo della signorina Manfredi. E la ricordava anche Gabriella; ma quella frase toccava l'argomento delle sue ammirazioni, ed essa non voleva profanare un sentimento così nobile e puro come il suo per Cesare Gonzaga, mettendolo in discussione, a proposito d'un sarcasmo del conte Guidi, di quel vago cavaliere, che oramai poteva essere tenebroso a sua posta, poichè ella non lo studiava già più.
La contessa Giovanna finse di contentarsi per allora, immaginando giustamente che la giovine amica si sarebbe ostinata nel facile perdono di una frase non voluta ricordare.
— Ah, bene! — diss'ella. — Temevo già che tu fossi in collera con lui, e che la collera potesse consigliarti una risoluzione a suo danno.
— Una risoluzione! — esclamò Gabriella. — Io? E quale?
— Eh, per esempio... di sposare il signor Valenti. —
Al colpo inatteso Gabriella si scosse, e guardò in viso l'amica, ricorrendo involontariamente col pensiero alla lettera anonima ricevuta dalla sua cameriera. Sotto quelle parole sentì palpitare il dramma, la candida ma non affatto inesperta fanciulla, e imparò presto a dissimulare.
— Ecco un'altra novità; — diss'ella, volgendo in un sorriso il suo atto di stupore. — E donde ti viene quest'altra?
— È la voce che corre; — rispose la contessa; — si dice anzi che lo zio è venuto a bella posta in Roma, per fare a tuo padre la domanda formale. Che c'è di vero?
— Una cosa sola, a quanto pare: la venuta di uno zio.
— Ma egli farà la domanda. Me lo ha detto anche Pompeo.
— Di bene in meglio; — ripigliò Gabriella. — Ecco uno zio che fa una diplomazia molto strana. Tutti sanno già che cosa è venuto a fare, ed io non ne so nulla ancora.
— Lo saprà il senatore tuo padre.
— Il senatore mio padre, — replicò Gabriella, confettando di un altro sorriso la severità della risposta, — non fa mai nulla senza consultare sua figlia; tranne, s'intende, le leggi dello Stato e le operazioni del suo banco.
— Dunque, non c'è niente di vero?
— Nientissimo.
— E il cavaliere?
— Faccia i fatti suoi. È ricco e non ha bisogno di trovare una grossa dote. Io son ricca e non ho bisogno di appoggiarmi a lui, nè ad altri come lui. Tu vedi dunque che se ci son due al mondo che non sian fatti punto l'uno per l'altro, noi siamo quei due.
— Tanto meglio.... per il povero Guidi! — conchiuse la contessa. — E lui, come lo vedi? —
Era un assedio, un investimento in piena regola; ma Gabriella finse di non avvedersene.
— Che dirti, mia cara? — rispose, — non ho ancora finito di studiarlo. —
Intanto che le due amiche discorrevano, sedute sul sofà verde cupo, sul cui fondo spiccavano come le due belle rose che sapete, il salotto del senatore Manfredi incominciava a popolarsi. Tra i primi era venuto, e correva ad ossequiare la giovane Gabriella, il vecchio collega del Manfredi, il primo seccatore del regno, che fu per la fanciulla un soccorso del cielo; tanto è vero che tutte le creature hanno il loro ufficio provvidenziale nel mondo! Gabriella non reggeva più al peso di quella conversazione femminile, dopo che aveva ravvicinato nella sua mente il discorso incalzante della contessa di Castelbianco con le notizie che dava di lei quella brutta lettera anonima. La buona fanciulla avrebbe desiderato tanto esser sola nella sua camera, per meditare su tutta quella novità di casi che si erano affollati intorno a lei, offuscando la serenità della sua vita verginale. Ma per due o tre ore non c'era da sperar pace nè tregua, essendo giorno di ricevimento. I giovedì dei Manfredi non avevano musica nè ballo; perciò, abbondando gli amici gravi e i discorsi gravissimi, erano scarse le dame e più scarsi i cavalieri eleganti. I farfalloni che si arrischiavano là dentro, attratti da quel fior di bellezza che risplendeva nella casa senatoria, si sentivano a breve andare perduti in quell'aria afosa di legislatori, di accademici, di magistrati, di professori e via discorrendo. Il conte di Castelbianco, che ci andava qualche volta sul tardi, per riaccompagnare a casa sua moglie, si accostava a quei giovedì con un sentimento di sacro terrore. — Prima di entrare nel portone (soleva dir egli ridendo) respiro a furia, faccio provvista a larghi polmoni, temendo sempre che l'aria mi manchi, in quella campana pneumatica. — Povero salotto del senatore Manfredi! Esso non meritava mica quei crudeli giudizî. In primo luogo il padrone non costringeva nessuno ad andarci; e poi, come è vero che ogni uccello fa il suo verso, così ogni compagnia di persone ha diritto di divertirsi a suo modo, e il torto è di chi vuol portare le sue abitudini serie tra la gente allegra, o le sue abitudini allegre tra la gente seria.
La contessa Giovanna trovò un momento opportuno per dare una buona notizia e un'utile ammonizione al conte Guidi.
— Rassicuratevi; non c'è nulla di nulla. Fate la vostra corte liberamente; mostratevi il garbato cavaliere che siete sempre stato, e vincerete la partita. Ma badate, per altro; qui bisogna lodar molto l'antico, e in arte e letteratura, astenersi sopra tutto dal parlare di corse, di tiri al piccione, di cacce alla volpe, e d'altre mode d'oltr'Alpi. Gabriella è classica, e non ama gli usi nè le parole straniere. —
Il conte Guidi stava per mettersi all'opera, quando giunsero il signor Cesare Gonzaga e il cavaliere Arrigo Valenti. Lascio pensare a voi come fosse contento quest'ultimo, di trovarsi faccia a faccia con la signora di Castelbianco.
— Perdio! — mormorò egli all'orecchio dello zio. — La prima ispirazione era la buona. Non avrei dovuto venire.
— Che diavolo dici tu ora? — rispose il Gonzaga. — Guaio per guaio, meglio incontrarla qui, fra tanta gente, che altrove, a quattr'occhi. Sta saldo, ragazzo, e mostrati cortese, mi raccomando. —
Egli stesso sarebbe corso ad ossequiare la signora contessa. Ma prima, poichè gliene veniva il destro, volle chiedere certe notizie ad Andrea, che per il momento non aveva nessuno alle costole.
— Ebbene, hai parlato alla nostra cara Gabriella?
— Sì, oggi stesso. Ma che debbo io dirti? Per ora non sa risolversi.
— Ahi! — esclamò il Gonzaga. — In questi casi una proroga vale quanto un rifiuto. —
A questa interpretazione il Manfredi non seppe rispondere nè per sì, nè per no.
— Cesare mio, — diss'egli invece, stringendo affettuosamente il braccio dell'amico, — se tu sapessi come io ne sono afflitto! Vorrei vederti contento, ed anche contro un certo dovere che la prudenza di padre mi potrebbe comandare. Perchè, infine, tuo nipote, mentre desidera tanto questo matrimonio, ha qualche legame... che dovrebbe trattenerlo.
— Saranno chiacchiere di scioperati. Chi te le ha riferite?
— Senti, a te non posso e non voglio nasconder nulla. Una lettera anonima.
— È il giorno! — brontolò Cesare Gonzaga. — Ah, senza dubbio, bisogna dare una lezione a quel conte che vedo laggiù, a fare il cascamorto presso tua figlia.
— Che cosa dici? Il conte Guidi?... È venuto poc'anzi con la contessa di Castelbianco, ma non è neanche tra gli assidui frequentatori di casa mia.
— Ah! E lo ha condotto la signora? — ripigliò il Gonzaga, ridendo amaramente e tentennando la testa.
— Ma che ci vedi tu di mal fatto? Che sospetti hai?
— Te lo dirò un'altra volta, quando mi sarò formato una vera certezza, intorno a certe cose. E dimmi, intanto; la lettera accennava anche il nome di una signora?
— Sì.
— Di una signora... che è qui? — proseguì sotto voce il Gonzaga.
Il senatore Manfredi chinò la testa, senza rispondere.
— Ah, infami! — disse il Gonzaga. — Senti, Andrea; qui, intorno a noi, è stata ordita una negra congiura, e noi dobbiamo romperla. Tu sei un uomo savio e prudente; non credi a nulla di ciò che ti hanno scritto. Ma tua figlia ne sa qualche cosa?
— Sì, ma ci crede anche meno di me, che, per dirti il vero, son rimasto un pochino sconcertato, e più per la persona indicata, che non per la cosa in sè stessa.
— Ah, meno male; — disse Cesare; — Gabriella non crede. Ma la ragione per cui non sa risolversi?...
— In verità, non saprei dirtela. È tutta in un suo particolar modo di pensare. Del resto, io ti ho dato licenza d'interrogarla; parlane a lei.
— Domani, se qualche altro guaio non viene a guastarmi la giornata, vengo sicuramente da te. Non voglio a nessun costo aver perduta ogni speranza.
— E non lo vorrei neppur io. Non già per tuo nipote, che a parer mio ha bisogno di correggersi in molte cose, ma per te che amo tanto. Se questo matrimonio non si fa, lo prevedo benissimo, tu fuggi da Roma ed io ti perdo per sempre. Capirai che questo non mi convenga punto, dopo trent'anni di lontananza.
— Tu sei buono, Andrea! — disse il Gonzaga commosso. — Ed io certamente non farò colpa a te di un rifiuto, che distruggerebbe tutte le mie più care speranze. Ma è certo del pari che non rimarrei a Roma un giorno di più. —
La contessa Giovanna si avvicinava, e i due amici troncarono subitamente il discorso, disponendosi con viso lieto a riceverla.
— Di che stanno parlando con tanto calore? — domandò la contessa. — Di politica, m'immagino. È la nostra capitale nemica, la politica.
— No, contessa; — rispose il Manfredi. — Proprio in questo momento parlavamo di gioventù. E questa è nemica nostra, perchè da troppo tempo ci ha abbandonato. Cioè, dico male, ha abbandonato me, non il mio amico Gonzaga, che è sempre un fior di giovanotto.
— Lo pensavo per l'appunto, guardandolo; — ripigliò la contessa. — Ma non glielo dirò, perchè sono in collera con lui.
— Signora, e perchè? — disse il Gonzaga.
— Perchè mi ha veduta, e non è ancor venuto a stringermi la mano.
— Signora, mi perdoni; c'erano tanti all'adorazione, e giovani e vecchi, che io non ho osato competere coi primi, nè accrescere il numero dei secondi. Ma eccomi qua, desideroso di ottener la sua grazia.
— Ve lo lascio, contessa; — disse il Manfredi. — Sentirete da lui tante cose galanti, che non potrete tenergli il broncio, e dovrete ripetergli che è il più giovane dei giovani. —
La contessa sorrise, prendendo il braccio di Cesare Gonzaga. Ma appena il senatore si fu allontanato, si volse al suo cavaliere per dirgli:
— Ebbene? Come vanno gli affari del suo protetto?
— Per ora, ch'io sappia, — rispose il Gonzaga, — vanno come quelli del conte Guidi. È lei, contessa, che lo ha condotto qua?
— Sicuramente. E le dispiace?
— Un pochino; tanto più che non dovevo aspettarmi questo da lei.
— È buona guerra, Gonzaga. Ella è soldato, e non doveva aspettarsi altro.
— Perchè? La guerra suppone la tregua, ed anche i trattati di pace. Dopo ciò che è avvenuto stamane, credevo sinceramente alla pace. Non dovrei vantarmi, contessa, ma ella mi costringe a rammentarle che l'ho salvata, stamane.
— Doveva lasciarmi perdere; sarebbe stato meglio; — ribattè la contessa, con accento sdegnoso. — Sappia, Gonzaga, che queste nozze io non le voglio... non le voglio, ha capito? Si volga altrove, quell'uomo, non alla signorina Manfredi.
— Calma, signora! Sarà quello che il destino vorrà, — disse pacato il Gonzaga.