Apologia della vita politica di F.-D. Guerrazzi

Part 85

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[615] «Se il Battaglione Del Fante, se i Volontarii non vengono subito con le armi, non vengano più, essendosi il nemico incominciato a mostrare verso Sassuolo. Di nuovo invito per armi, e mandarle subito... e presto le armi. Lucca vostra non corrisponde, — vergogna.» — (Dispaccio telegrafico del 5 aprile 1849. Documenti, pag. 444.) — «Il Battaglione se non viene presto, non importa. Si dirà anche dei Livornesi: solite ciarle e fatti punti. Se non rendono le armi, si levino alla Nazionale, perchè quando sono superati gli Appennini, o che credono di difendere Livorno dalle bombe austriache? Con le picche si guarda la città. Abbiamo gente; un milione circa in Francia per arme. Prediche, Esposizioni in Duomo, e per ultimo la Madonna santissima di Montenero muoveranno i Popoli.» — (Dispaccio telegrafico del 5 aprile 1849. Documenti, pag. 445.)

[616] Ordine del Giorno del Ministro della Guerra del 5 aprile 1849.

[617] «Si presenti al sig. M. di cotesto Governo, e faccia acquisto per conto dello Stato dei seguenti articoli: Fucili 1240. Sacchi 200 nuovi. Detti 100. Capsule 1 milione, a patto restituirle se non sono servibili.» — (Dispaccio telegrafico del 5 aprile 1849. Documenti, pag. 445.)

[618] Ordine del Giorno della Commissione organizzatrice il Corpo dei Volontarii toscani del 5 aprile 1849.

Comecchè io non detti Storie, pure considerando che il buon cittadino non deve pretermettere occasione di lodare chi di lode fu degno non tanto per giusta ricompensa di loro, quanto per eccitamento di virtù, oltre il fatto di Morandini, Rubieri, Angiolini, e Gasperini, giovi onorare Ilario Fabri di Santa Sofia, che non compreso nello imprestito forzato offerse 500 scudi (_Monitore_ del 2 aprile 1849), M. Galeotti che offerse spontaneo 500 lire, e Pianigiani il quale, escluso anch'egli dallo imprestito, offriva contribuire 14 per 100 su la prima categoria (_Monitore_, del 4 aprile 1849). Il Pretore Franci di Pontedera annunziava per telegrafo:

«Il Pretore di Pontedera al Capo del Potere Esecutivo.

«Ho fatto quello che doveva come cittadino. — Al Circolo ieri sera ho detto quelle stesse parole che ella mi diceva sabato in compagnia in Vapore. Fu letto il suo Indirizzo del giorno 6 andante alla Gioventù fiorentina. — Il generoso Danielle Ricci di Pontedera ha offerti due zecchini ad ogni giovane pontederese che s'inscriverà per andare ai confini. Anche il Municipio, lo spero, si proporrebbe sussidiare le famiglie di coloro che per la difesa della Patria le abbandonassero. — Che fare di più? eppure non abbiamo fin qui che quattro Volontarii. Povera Patria! Madre sventurata, hai figli troppo ingrati. Vergogna. — Ore 2, 5 m. pom.

«FRANCI.»

«Il Pretore di Pontedera al Capo del Potere Esecutivo.

«Dopo un eccitamento fatto stamani dall'onorando vecchio Cesare Vallerini, Vicario in disponibilità, alla Gioventù di Pontedera, abbiamo ottenuto le firme di altri dodici Volontarii. — Ore 6,35 m. pom.

«FRANCI.»

Il Circolo di Grosseto mandò 16 cavalli; almeno questo qualche cosa di buono seppe fare. — (_Monitore_, del 5 aprile 1849.)

[619] «Alla Gioventù Fiorentina!

«Una Gioventù fiorentina piena di fede, di modestia e di ferocia, tenne levato gloriosamente il gonfalone della Repubblica fiorentina contro le armi di un Imperatore potentissimo e di un Papa; e quando vinta dal tradimento ebbe a deporlo, vi si avvolse dentro come in un sudario di gloria, e si adagiò nel sepolcro.

«La Gioventù fiorentina allora aveva fremito di rabbia e lacrime d'ira, e mani gagliarde contro i nemici della Libertà ch'è sì cara: imperciocchè questa Libertà nella nostra terra le venisse insegnata dagli esempii paterni, esposta con gli scritti da Niccolò Macchiavelli, difesa da Michelangelo, sostenuta con la virtù della parola o del ferro da Francesco Carduccio, da Francesco Ferruccio, da Dante da Castiglione, e da altri famosi di questa inclita terra.

«Allora in questa città vissero uomini, i quali come lo Alberti tennero per ferma una cosa, che anche a quei tempi parve enorme, doversi alla salute dell'anima anteporre la salute della Patria.

«E in questa Piazza della Signoria per la Libertà era arso il frate Girolamo Savonarola, di cui fu somma sventura andassero disperse le ceneri. Come nel primo giorno di Quaresima il rito della Chiesa ordina, che si freghi con la cenere la fronte al cristiano e gli si ricordi che polvere nacque e polvere ha da tornare, noi potremo adesso spargere un pugno di cotesta cenere sopra la testa della Gioventù fiorentina e dirle: Rammentati che Dio ti creò libera, e libera tu devi morire.

«O Dio! forse da cotesti tempi in poi qualche cosa è mutata quaggiù, onde i Fiorentini non amino la Patria come altra volta l'amavano? In San Giovanni i Fiorentini vengono sempre battezzati nel nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo. Le arche mortuarie conservano sempre il deposito sacro delle ossa paterne; la cupola s'inalza sempre degna di rappresentare quasi una via che unisce la terra col cielo; popolate le valli delle medesime case e dei medesimi oliveti; il nostro cielo sfavilla sempre del sorriso di Venere celeste, che si compiace avere stanza quaggiù, circondata dalle divine opere del genio quasi un pianeta in mezzo alle stelle.

«E sta tuttavia questo Palazzo Vecchio testimonio di tante opere e di tanti detti virtuosi. Sotto il ballatoio, o Fiorentini, leggete scritta in caratteri d'oro sopra fondo azzurro la parola _Libertas_. Non vi sembra un Angiolo amoroso che reietto dagli uomini si rimane esitante di abbandonare Firenze, e sta così sospeso fra il Cielo e la Terra fiso aspettando pure che il Popolo lo richiami?

«Sta questo Palazzo, che fu sempre come il cuore della Libertà. O sacre mura! quando io levo in alto il capo vedo formicolare di gente il ballatoio, e fervere nella battaglia, e avventar dardi e sassi contro i sottoposti soldati della tirannide, e poi ad un tratto fermarsi per mancanza di armi: allora la venerabile sembianza di Messere Jacopo Nardi rivela il muro a secco per rovesciarlo sopra il nemico, e declinato lo sguardo, i gradini e la piazza considero ingombri di membra infrante, e di armi spezzate; — lavate quel sangue di schiavi; esso non rallegra ma contrista la terra della Libertà. — Per la memoria del fatto basta il braccio tronco del David di Michelangelo. Il marmo del Buonarroti, compenetrato della sua anima grande, sembra che non potendo rimanere spettatore immobile del caso, abbia preso parte alla battaglia riportandone onorata ferita.

«Nulla pertanto è mutato — nulla, meno che gli uomini....

«Così dicono gli stranieri calunniando; non io. Figlio delle comuni sventure, partecipe degli stessi dolori, conosco a prova quanto sia grave dopo trecento e più anni di vergognosa tirannide levarci all'altezza della Libertà. Dove il pensiero tuona, non risponde la voce amica e franca; dove il cuore freme, il braccio non consente intorpidito; una bevanda avvelenata ti serpeggia nel sangue e ti costringe al sonno; — la spada è diventata rugginosa, lo scudo rotto, il capo senza dolore non sopporta più l'elmo; parenti, amici, tutti ti supplicano a dormire: bisogna che tu dorma.

«Ma vi è un Angelo che rompe il sonno della tirannide, come vi ha un Angelo che rompe il sonno della morte, — e questo è l'Angelo della Libertà.

«E voi, o Fiorentini, udiste questa voce quando sopra i campi lombardi più costanti e più tenaci degli altri duraste sotto la procella di ferro e di fuoco che vi avventava lo implacato nemico. Voi mostraste allora quello che soventi volte io diceva, come un Popolo e un Dio non possono tenersi chiusi dentro al sepolcro.

«Adesso il bisogno urge maggiore. Qui ora non trattasi di acquistar gloria, ma di fuggire vergogna: qui non vuolsi far procaccio di comodi, ma ripararci dal danno; e da qual danno? — Tendete l'orecchio, o madri, o spose, o figlie miserissime.... Dalle rive del Po e del Ticino, da Brescia e da Bergamo muovono voci di pianto disperato, che stringono il cuore d'ineffabile affanno. Ora che sarebbe se vedeste le sconce ferite, e le membra lacere, i muri grondanti sangue? Udite fino di qua il singulto dell'agonia di Venezia! Cotesto singulto è immenso, perchè si parte dall'agonia della Libertà d'Italia. O Cristo, o Cristo, i tuoi giusti occhi non guardano adesso la terra, poichè lasci perire Venezia!

«La difesa è agevole. La Natura provvida volle circondare questo suo giardino, la bella Toscana, di un muro insuperabile di monti; ma il Cherubino che deve stare a guardia di questo Eden hanno a crearlo gli abitatori del luogo con la propria virtù. — Ordini di milizia non valgono, inutili per gli aggressori le artiglierie, i moti della cavalleria impossibili; dieci mila uomini di qui possono respingerne cinquanta mila, il numero è d'impaccio e forse rovina.

«Ma il nemico non può venir grosso contro di noi. I Popoli gli fremono alle spalle come moltitudine di acque in tempesta. Le ire dei Popoli e del mare si stendono sopra la terra, e i troni, le armate e le provincie spariscono. Non vi sbigottite per una sventura, i Popoli non muoiono mai; la tela che il ragno della tirannide trama laboriosamente in un secolo è disfatta dal Popolo in un minuto di furore.

«La difesa della terra nativa fu imposta dalla natura a tutti gli animali come un istinto. La terra nativa ha diritto di esser difesa da tutti coloro che ella nutrisce e ricovra pietosa nel suo seno; tutti i suoi figli hanno il sacro dovere di difenderla; chi manca alla natura manca a Dio, però che la natura sia la figlia primogenita del Signore.

«O Sacerdoti, il calice dove la prima volta beveste con labbra tremanti il sangue di Cristo, vi sarà tolto dal Croato. Quale legge vi sconsiglia dalla difesa della Patria? O piuttosto qual legge non v'impone difenderla? E vi ha un Tribunale nel mondo che non patisce appello, e questo sia nella propria coscienza; ponetevi, o Preti, la mano sul cuore, e ditemi se mancando alla difesa della Patria una voce non si muove là dentro che vi chiama traditori? Tradendo la Patria avrete comune con Giuda la disperazione e lo inferno. Chi non ama la Patria odia Cristo; chi affligge la Patria trafigge Cristo.

«Ora non si parla di Unione con Roma, nè di forma di governo; qui non entrano scrupoli, nè casi di coscienza: si tratta di difendere le nostre terre e le nostre vite. Se un Pontefice venisse e dicesse che difendere la Patria è peccato, io gli spruzzerei l'acqua benedetta nel viso profferendo la formula: «va addietro Satana!» però che egli sarebbe il Demonio trasformato in Pontefice; e se le mie parole suonino vere, io ne chiamo in testimonio il Vangelo prima, e poi tutti i Dottori di Santa Madre Chiesa Cattolica.

«Voi altri, che vi chiamate Conservatori, di leggieri comprendete, che male conserva colui che acconsente a vedere tutto disperso; fortuna, onore, libertà, a caro prezzo, con lauto sudore, con diuturni studii acquistati, tutto va in volta a modo di paglie trasportate dal turbine. Diventata l'Austria dispensiera di libertà, lascio considerare a voi qual sia per essere la parte che sfuggirà dai suoi artigli taglienti e sottili.

«E se vi ha anche taluno che negli intimi precordii faccia voti per la _Restaurazione_, si rammenti che il suo Principe non che difendesse la frontiera, ma spingesse i Toscani alla guerra di Lombardia; che dove il voto del suo cuore si compisse, il suo Principe gli direbbe: — perchè hai consentito che mi venissero tolte la Lunigiana, e Massa e Carrara? Di queste frontiere ha bisogno la Toscana se non intende rimanere esposta al primo invasore; io lasciai più vasto lo Stato, per la tua codardia lo ritrovo diminuito. Va, tu non sei un servo fedele; tu mi stai addosso come l'insetto sopra la pianta. Io non scambio la lealtà colla viltà. Vile fosti, vile rimanti, e sgombra dal mio cospetto.

«E voi, uomini ardenti, di cui lo impeto ribocca come spuma che bolle fuori del vaso, avvertite che quando ciò avviene il fuoco si spegne e il liquore scema. Ogni cosa ha il suo tempo, il frutto mangiato immaturo allega i denti. Un fanciullo che stende la mano alla spada, e non gli riesce sollevarla, diventa segno di compassione o di scherno. La bandiera della Repubblica non va affidata ad un braccio di tisico, ma di un gagliardo credente che la faccia trionfare con gloria, o cadere con onore. Bandiera e Bandieraio, se avessero a sparire, devono tramontare entro un mare di sangue; allora il Bandieraio non sorgerà più, ma la Bandiera come il Sole tornerà ad affacciarsi in Oriente, aspettata dalle generazioni, benedetta dai Popoli. La Repubblica ha da vivere, o ha da morire sopra i campi di battaglia; voi la fareste morire delle infermità dei pargoli. Sapete voi di che si nutrisce la Repubblica appena nata? Di midolle di leone. Potete apprestarle questo alimento voi? Staremo a vederlo. Intanto la difesa della Patria anche per voi, e sopra tutti per voi, è obbligo santissimo. Imitate la modestia e il valore dei giovani Cavalieri antichi; essi militavano con bianco scudo finchè per qualche inclito gesto non avessero acquistato il diritto di assumere l'impresa. Voi avete lo scudo bianco, la occasione della prova è aperta innanzi a voi; se volete scrivervi _Repubblica_, scrivetela, ma come i martiri della Chiesa di Cristo prima di morire tracciavano la propria fede sopra il terreno, — col sangue.

«Andate dunque, partite tutti, nel nome santo di Dio e della Patria. Io vi terrò sicure le case e le famiglie. Qualunque opinione singolare, intemperanza, od enormezza, saranno da me acerbamente punite. La Legge è sovrana qui, e la Legge emana dall'Assemblea eletta dal voto universale del Popolo. Le Leggi dell'Assemblea, se intende riordinarsi il Paese, hanno da venerarsi come comandamenti di Dio. Non già in angusta sala dove entra scarsa la luce del Sole, tra lunghe ambagi, ed inamabili discorsi, ma sui campi aperti, fra il torrente dei raggi di un Sole di maggio, in mezzo al lampo delle armi, alla faccia del firmamento, al cospetto del nemico vinto, si ha da proclamare la più perfetta forma politica di Stato per uomini perfetti: la Repubblica! — La Repubblica potrà nascere quando le avremo apparecchiato il battesimo di sangue delle nostre, o delle vene nemiche, — ciò non importa — purchè sia battesimo di sangue.

«Firenze, 6 aprile 1849.

«GUERRAZZI.»

(Documenti, pag. 579.)

[620] Dispaccio telegrafico del 6 aprile, ore 12, m. 5 ant.

«Al Governo di Livorno.

« — Primo. — I Civici vadano subito a Pisa, e quivi si concentrino.

« — Secondo. — I Volontarii vengano a Firenze, e portino con essi le armi.

« — Terzo. — I Bersaglieri pure vengano a Firenze.

« — Quarto. — Intorno alle armi e altro, proposte da Bini, il Ministro della Guerra dà ordini separati.

« — Quinto. — Autorizzo di ricomprare a modico prezzo le armi già nostre, ma presto. E sempre presto.

«GUERRAZZI.»

[621] «Al Ministro della Guerra.

«D'Apice ha ragione sul comando unico, nè i corpi sono così grandi nè la superficie delle operazioni sì vasta da consentire divisione di comando; veda di contentarlo, egli merita molto, ed è ottimo per questo genere di guerra. Gli ho ordinato, in ogni evento regga in Garfagnana, e cuopra Massa e Carrara. Spinga quanta gente più può di Linea. Provveda alle sussistenze. Al Secchi, al Pierni dia maggiori facoltà per l'Amministrazione. — Ore 4, 20 m. pom.

«GUERRAZZI.»

[622] _Alba_, 8 aprile 1849.

[623] _Alba_, 8 aprile 1849.

[624] Documenti, pag. 446.

[625] Dispaccio telegrafico dell'8 aprile 1849, ore 7, 30 m. p. m.

«Al Governatore di Livorno.

«Firenze mi ha sollevato dalla inerzia di Livorno. La Guardia si mobilizza. Domani mille trecento uomini partono per Lucca. Dove è andata Livorno? o si muova, o renunzii allo scroccato titolo d'eroica.

«GUERRAZZI.»

[626] Documenti, pag. 528.

[627] Documenti, pag. 94.

[628] _Monitore Toscano_ del 9 aprile 1849.

[629] Documenti, pag. 448.

[630] Ivi.

[631] Dispaccio telegrafico, del 9 aprile 1849, ore 11, 23 m. p. m.

«Al Governo di Livorno.

«Venne la gente. È stata alloggiata egregiamente. Livorno si commuove. Sta bene. Ora ravviso la mia città. Dimani mando da te altra gente, ed armi e munizioni. Spero respingere gli Austriaci. Al primo tiro corro agli Appennini. Viva la Patria.

«GUERRAZZI.»

[632] Dispaccio del signor Ruschi del 9, e del signor Barli del 10 aprile 1849. Documenti, pag. 529, 531.

[633] Documenti, pag. 530.

[634] Documenti, pag. 531.

[635] Ivi.

[636] Documenti, pag. 450.

[637] Altrove ho detto, che il nostro _Attivo_ superava il _Passivo_; ma il Passivo era composto di spese quotidiane, l'Attivo rappresentato in parte da beni i quali da un punto all'altro non si possono vendere.

[638] _Custoza_, l. 4, pag. 81. Turin 1850.

[639]

«Massa di Carrara, 5 marzo 1849.

«Cittadino Generale d'Apice.

«Penetrato vivamente della necessità di tentare ogni sforzo onde cessi il malvagio esempio delle diserzioni dalle Truppe che sono sotto il vostro comando, ho fatte le più insistenti rimostranze presso il Generale La Marmora, e presso il Ministro degli Affari Esteri di Torino onde siano restituiti coloro che disertarono dal 23 del decorso mese fino a questo giorno, e non siano ricevuti coloro che disertassero in seguito.

«Confido che ne otterremo un buon risultato, tanto più che mi riuscirà di provocare delle interpellanze in proposito nella Camera Piemontese.

«G. MONTANELLI.»

«Generale,

«Firenze, 6 marzo 1849.

«Amico mio: pieno di sospetti, di cure, io mi logoro l'anima. Sento di emissarii piemontesi per fare disertare le milizie nostre. S'è vero, — guardate. — Pubblicate un Ordine del giorno che chiunque fosse sorpreso a corrompere soldati sarà immediatamente passato sotto le armi. Vigilate la condotta di tutti, e date esempj, esempj per amore di Dio. Addio.

«Affmo. — GUERRAZZI.»

«Sig. Generale Domenico D'Apice.

«Massa di Carrara.»

[640] «Pontremoli, 4 marzo. La diserzione delle truppe è grande, anzi grandissima. Vanno in Piemonte, il quale ha risposto al capitano Carchidio, che vi fu spedito dal Generale D'Apice, che si credeva in dovere di accettare e difendere questi disertori; ed infatti sono ricevuti benissimo e mandati in Alessandria. Quest'oggi sono disertati i carabinieri di Pallerone, di Aulla e di un altro picchetto che non rammento. — Egualmente hanno fatto una ventina di Cacciatori che dall'Aulla dovevano venire a Pontremoli.»

[641] «Amico Carissimo,

«Calice, 2 aprile 1849.

«Nel mentre che la Popolazione di Calice stava pensando a fare una proposta contro la presa di possesso operata nel 13 marzo caduto dal Commissario Sardo, e che io dovea recarmi presso del Delegato Beverinotti per concertarla, è sopraggiunto il fatto della battaglia di Mortara, che ha prodotto un cambiamento nel sistema politico di questi luoghi.

«Può darsi che l'armistizio non abbia luogo, e che per conseguenza vengano riprese le ostilità; ma nel caso contrario, questi abitanti appena che sieno partiti i Carabinieri Sardi, qua distaccati, sarebbero intenzionati di unirsi alla Toscana, qualunque sia la forma di Governo che ivi venga adottata.»

[642] Proclama del 6 agosto 1848.

[643] Dispaccio telegrafico del 1º aprile, ore 1, 33 m. ant. Documenti, pag. 441.

[644] Documenti, pag. 515.

[645] «Alla Commissione Governativa di Livorno, il Ministro dell'Interno. — I Cittadini componenti la Commissione Governativa, Massei e Paoli, urge che si rechino domani mattina col primo treno a Firenze per assistere all'adunanza dell'Assemblea. MARMOCCHI.»

[646] Documenti, pag. 516.

[647] Documenti, pag. 442.

[648] Vedi Dispaccio telegrafico. Documenti, pag. 502.

[649] «We read in a letter from Florence of the 1st. — A report is current that Guerrazzi, _who has never been in favour of a republic_, has only made himself Dictator in order to be the better able to restore the authority of the Grand Duke.» — (_Galignani's Messenger_, Saturday, april 7, 1849.)

[650] Il colonnello G. Manganaro, che mi sarà sempre cara ed onorata memoria, spiegando come testimone la importanza di questa Istruzione, dichiara: «Ella era diretta a procurarsi armi per combattere la perniciosa idea di proclamare la Repubblica e la Unione con Roma, sostenuta da un Partito nemico del benessere della Toscana, il quale spingeva con ogni maniera d'intrighi il Governo alla detta proclamazione, e Unione.»

[651] Istruzioni del 22 settembre 1848 al marchese Ridolfi, citate.

[652] Samuele, c. 12.

[653] «Il _Monitore_, che riferisce la discussione che ebbe luogo al Consiglio Generale sulla _Costituente Italiana_, ha soppresso alcune parole singolari che furono proferite dal Ministro dell'Interno. Quando egli rimproverava agli avversarii del mandato libero d'esser più realisti del re, soggiungeva che il Ministero, consigliando al Principe la Costituente, non solo aveva creduto che il Popolo gli avrebbe assentito con libero voto quel potere che egli ora esercita in forza dei trattati, ma che questa generosa fiducia gli avrebbe fruttato la _Corona del Regno della media Italia_. Queste parole dette in Parlamento, ed in faccia alla tribuna del Corpo Diplomatico, meritano d'esser notate, e noi crediamo di non peccare d'indiscretezza referendole, secondochè la memoria ce le ricorda. (26 gennaio 1849.)

[654] Queste proteste si rinnuovarono dalla Chiesa tutti gli anni nel giorno 28 giugno fino al 1788.

[655] «Cittadino Generale.

«Dietro le conferenze che il Governo Provvisorio ha avuto con voi, noi non possiamo darvi altra istruzione che rimetterci alla savia discretezza vostra coerentemente a quanto fu discusso a voce, procurando sempre che tutte le operazioni vostre convergano al doppio scopo di promuovere gl'interessi repubblicani dell'Italia Centrale, e la liberazione della Italia da tutta dominazione straniera. E vi salutiamo.

«Dalla Residenza del Governo Provvisorio,

«Li 18 marzo 1849.

«Il Presidente del Governo Provvisorio Toscano «G. MONTANELLI.

«Al Cittadino General D'Apice.»

[656] Nota, che la conferenza col Dott. Venturucci aveva avuto già luogo.

[657] Il Colonnello Baldini, e i signori Fortini e Contri interrogati depongono questo discorso essere stato loro veramente tenuto dal Generale; non rammentarsi però se a nome del Guerrazzi.

[658] Nelle istruzioni del 1º aprile ho mostrato, che tale incarico non vi era, e non vi è: il Generale in questa parte ha in mente il Dispaccio del signor Montanelli del 18 marzo.

[659] Nota: la lettera è senza data, ma si ricava dal marchio postale della sopraccarta, ch'è del 3 aprile 1849.

[660] Questa lettera non ha data perchè mi succede sovente non porla dentro, e fuori manca lo involto; è diretta a Giorgio Ansuini; ma o appartiene a questi giorni e giova, o appartiene a tempo antecedente e giova più che mai, però che attesti come io stimassi coloro, che da un punto all'altro mi si mostravano sviscerati della Repubblica.

[661] «Cittadino Ministro dell'Interno.

«In adempimento di quanto mi scrivevate col pregiato vostro di ieri sera ho comunicato all'Ispettore delle armi Maggiore Bonci il desiderio da Voi esternato in quello, ed Egli mi ha rimesso il Biglietto che vi accludo.

«E con stima mi confermo

«Li 9 aprile 1849.

«Di Voi, Cittadino Ministro dell'Interno, F. C. Marmocchi.

«Devotiss. ZANNETTI.»

«Cittadino Generale.

«Autorizzato al ritiro dei fucili che furono consegnati ai Circoli, sarei a pregarvi, o Cittadino Generale, di volermi fare indicare in che numero questi fucili furono consegnati ai Circoli summentovati.

«Mi affretto intanto a dirigerne l'opportuna domanda ai Presidenti, e contemporaneamente a prendere le opportune misure per il ritiro delle armi in proposito.

«Profitto intanto ec.

«Di Voi, Cittadino Generale,

«Li 9 aprile 1849.

«Devotissimo GAS. BONCI.

«Al Cittadino Generale

«Comandante la G. Nazionale.»

[662]

«A. C.

«Livorno 31 agosto 1848.