Apologia della vita politica di F.-D. Guerrazzi
Part 81
_Il Popolano_ del 15 febbraio 1849 così allarma il Governo Provvisorio con le sue corrispondenze lucchesi, che in sostanza erano vere: «A Lucca pure i fervidi patriotti perdon coraggio per la fiacchezza del Governo, che sembra volontario ficcarsi negli occhi le dita per nulla scorgere di quanto gli succede dattorno. Note di adesione al Governo Sardo circolano sempre per la città, e diecimila Piemontesi sono alle frontiere, presso Sarzana, desiderosi di porre il suggello del fatto compiuto alla perfida macchinazione della trista combriccola della _Riforma_, foglio svergognato e venduto, a cui, nei tempi che corrono, e nel bisogno di unione e di quiete interna che supremo impera, non dovrebbe bastare lo invocare la libertà della stampa per proseguire nelle sozze sue opere; e come austriaco, e come traditore della patria, esser dovrebbe messo fuor della legge, e condannato alla pena dei facinorosi.»
«Le più allarmanti notizie fannosi correre in quel paese (Lucca) pieno di generosi intelletti, ma dallo iniquo partito, soverchiante, tenuti isolati e divisi.
«_Ieri abbiamo da lettera di onesto cittadino tenersi colà per certo l'accordo del De Laugier col Piemonte._ Alla menzognera notizia una mano di soldati con insolita burbanza dirigevasi sulla piazza di San Michele, dichiarando ad alta voce non volere eglino prestar servigio al Governo Provvisorio, perchè — urlavan essi — _composto di tre assassini_, e proseguirono in altre esecrande invettive finchè parte di Popolo non gli ebbe ricondotti a forza nella loro caserma, dopo essersi impossessata delle armi. I cittadini spontaneamente si dettero a pattugliare per la città, ove niun disordine ebbe luogo, ma non fu però potuto impedire fossero sparsi fogli sediziosi fralle truppe, colle quali insinuavasi dovere eglino persistere nel loro proposito di non servire ad _un Governo che ci conduce al macello_. Di tutta la Ufficialità risiedente in Lucca due soli hanno parlato a pro di esso: gli altri permisero che alti personaggi s'introducessero nel quartiere militare, e vi spargessero danari per sovvertire sempre maggiormente i soldati.
Questi fatti avvenivano in Lucca parimente il dì 12, e se _una protesta a stampa, scritta dai buoni soldati_, circola e condanna la mala condotta dei traviati compagni, ciò non dee mica impegnare il Governo a starsene _inerte spettatore delle lotte intestine, nè ad aspettare che la battaglia cessi o per mancanza di combattenti_, o per breve sosta prodotta da stanchezza più che da persuasione.» — (_Popolano_ del detto giorno.)
[463] «Noi lo abbiamo sempre predicato: la libertà e gli eccessi appianano la via alla reazione!... Sì, la persuasione del _si stava meglio prima_, sentita nei cuori di gente ignorante ed illusa, potè essere tradotta nel grido forsennato di _Viva Carlo Lodovico_; e l'eresia politica della separazione trovar numerosi partigiani..... Ora dunque tocca al Governo ad unire l'opera sua con quella dei buoni cittadini, perchè le difficoltà che ci circondano sieno dissipate, e sia tolto ogni pretesto alle mene di reazione che ci minaccia.» — (_Riforma_, 2 gennaio 1849.)
[464] Dispaccio telegrafico del Governatore di Livorno, 18 febbraio ore 6, m. 3 p. m. — Documenti, pag. 484.
[465] Documenti, ivi.
[466] Ivi, pag. 284.
[467] «_Gli esuli lombardi accorsero tutti_ a difendere la libertà minacciata, e _la legione pollacca_, sebbene rientrata in Firenze da poche ore, dimenticò la fatica e la stanchezza per accorrere a difesa della terra che l'ha ospitalmente raccolta.» (_Monitore del 22 febbraio 1849._) — Dunque se nella notte del 21-22 Lombardi e Pollacchi erano a Firenze, non potevo a un punto essermeli tratti dietro il 20. L'Accusa volle sempre mostrarsi esatta così.
[468] In Massa i Partiti, secondo le informazioni, erano tre, e fierissimi tutti, che attendevano il destro di romperla crudamente fra loro, il Repubblicano il più ardito, lo Estense il più numeroso, il Costituzionale il minore.
[469] Merita esame profondissimo la seguente lettera da me mandata al R. Delegato conte Staffetti, mentre io durava nei Consigli della Corona: per essa si comprende come la mia politica fosse la conseguenza franca e decisa del Decreto del 12 maggio 1848 — (Ministero _Compini_), — e della Commissione data il 22 settembre al Marchese Ridolfi — (Ministero _Capponi_), — sia intorno alla consulta del voto popolare, sia intorno alla necessità di accorrere con tutte le forze in soccorso dei Lunensi:
«Al signore Conte Andrea Del Medico Staffetti Delegato R. di Massa e Carrara.
«Signore Delegato, Amico carissimo.
«Io ho motivo fondato per credere che le minaccie, e le paure relative al paese alla fede vostra commesso, e che voi con senno pari alla energia governate, si abbiano a reputare per vane; e nonostante, quando fossero vere, il Ministero è deliberato difenderlo con ogni supremo sforzo, così persuadendo la politica, l'onore, e il dovere.
«Uno Stato, perchè duri, e non sia uno scherno geografico, concedetemi la espressione, ha mestieri di confini naturali. La natura gli ha dati alla Toscana; essa ha potuto conseguirli; e adesso deve mantenerli. — La difesa esterna, alla quale ogni Stato che non si voglia ridotto nella condizione di schiavo tremante ha diritto, così ordina. L'amministrazione interna, per le ragioni che ogni uomo intende, senza pure tôrmi il pensiero di esporle, così domanda. — Il Trattato di Vienna ormai, nella divisione territoriale del nostro Paese, fu chiarito assurdo, e Dio volesse che fosse stato assurdo in questa parte soltanto!
«Qualunque sieno le sorti che la Provvidenza riserba alla Italia, confido in questo, che, se avranno a decidersi co' Congressi, agli antichi errori verrà riparato col senno; se poi con le guerre dei Popoli, saranno emendati con la spada. Ad ogni modo vogliono essere corretti, se non si ama perpetuare gli argomenti della inquietudine, e saranno.
«E ciò posto da parte, noi vi abbiamo aperto le braccia, voi vi ci siete precipitati dentro, e ormai questo amplesso ha da essere indissolubile. La libera votazione del Popolo è l'unico, e il santo diritto divino dei Principi: infatti la libera volontà dell'uomo, determinata dalla segreta ispirazione del suo Creatore, è il modo col quale in simili bisogne Dio si rivela agli uomini; e questa dottrina io penso che non abbisogni essere dimostrata.
«_Non sarà detto che voi abbiate ricevuto danno_ per la benevolenza dimostrata con modi così solenni a noi Toscani. Voi siete per natura, e diventaste adesso per libero consenso della mente, quasi carne della nostra carne, ed ossa delle nostre ossa. _Noi vi difenderemo da tutti, e ci salveremo, o periremo insieme_.
«Poche sono le forze nostre, e non pertanto bastano contro i nostri nemici; e poi stanno per noi la ragione, e il buon dritto, che, come la esperienza insegna, fanno forza agl'Imperii più poderosi.
«Queste leali ed esplicite dichiarazioni avranno, io spero, virtù _di assicurare i timidi, e confermare i risoluti_.
«S. A. R. rimase oltremodo commossa dello amore dimostrato in tale occasione da cotesti Popoli; io vi commetto lo incarico onorevole di farglielo palese, e assicurarli ch'essi vengono con altrettanto affetto ricambiati; e il Principe e il suo Ministero vi aspettano con ansietà, mio egregio Signore, per consultare insieme intorno ai provvedimenti valevoli per promuovere ogni maniera di prosperità di coteste popolazioni benemerentissime.» — (_Monitore_, 20 decembre 1848.)
[470] Dispaccio al Prefetto di Lucca del 23 febbraio 1849 — citato altrove: «Sono giunto a Pietrasanta: poco dopo è arrivata la colonna condotta dal Maggiore Petracchi, la quale, _preso un poco di ristoro, si dirige immediatamente verso Viareggio. Qui attendo il Generale D'Apice_. Mi vengono notizie avere Laugier inchiodati i cannoni al posto di Porta, e fuggir via; indietreggiato fino a Massa, avere sciolto i soldati, che percorrono sbandati il Paese, _ed Egli essersi salvato_.»
[471] Documenti dell'Accusa, pag. 814.
[472] L'Accusa, spigolando per nuocere, trova che il Prefetto di Lucca annunziava: «Il Dottore Casali avverte il Presidente, che un amico livornese ha deciso per lo arresto della madre di Laugier, e se tuttora è in Livorno sarà custodita.» — (Documenti dell'Accusa, pag. 484.) — Ma l'Accusa non ha riportato il mio Proclama per salvare da tanta infamia il capo della povera madre; e lo riporto io: «Essendoci pervenuta la notizia come alcuni del Popolo crucciati per lo empio attentato di Cesare Laugier abbiano manifestata la intenzione di arrestare sua madre dimorante a Pisa: _Si ordina sotto pena della indignazione del Governo, che sia rispettata religiosamente_..... — Camaiore, 22 febbraio 1849.» — (_Era Novella_, 24 febbraio 1849. — _Conciliatore_, 26 febbraio 1849.)
[473] Thiers, _Histoire de la Révolution_ (Convention), pag. 232, edizione citata. — _Blanc_, tomo 2, pag. 445, edizione citata.
[474] Berghini, di cui ragionerò fra poco.
[475] Non è già per cattare sacerdotale benevolenza, ma per dire il vero, che qui ricordo con quanto studio io cercassi porre i Preti in grazia al Popolo; invero, aprendo a caso l'_Alba_ del 1848, a c. 1264, trovo: «Alla lettura dei nomi dei due Canonici, alcuni hanno obiettato: non vogliamo preti; Guerrazzi ha fatto osservare, che fra questi vi sono anche molti buoni, e che uno della Deputazione» (erra, parlai di Monsignor Gavi) «era dispensatore ai poveri di molte migliaia di lire l'anno. Il Popolo ha annuito.» — Io, che sono un uomo tagliato all'antica, tenevo sempre la mente volta a quello che il Segretario Fiorentino dice, nei Discorsi su le Deche di Tito Livio, della religione dei Romani, ammonendo con ragioni e con esempii buoni com'essa fu parte non piccola a formare in loro la _virtù_ per cui conquistarono il mondo.
[476] Il signor Farini, nel Vol. III, a pag. 255, della sua Opera su _lo Stato Romano_, parlando di Vincenzo Gioberti, scrive: «i ministri toscani (obbrobrio!) lo ingiuriarono villanamente.» Vincenzo Gioberti, uomo di mente, e perciò di cuore grande, deplora questi importuni ricordi, come li deploro io; ed entrambi (ne sono certo) daremmo molto, ma molto assai, perchè i fatti che somministrano argomento a simili scilomi andassero obliati, o, se possibile fosse, non fossero accaduti: ora aizzare l'uno contro l'altro non è opera a cui bastino gl'ingenerosi: le nostre destre non si sono potute toccare; ma con gli spiriti già ci siamo abbracciati, piangendo sopra la Patria, e su noi.... Fermo questo, come spero, devo ammonire il signor Farini, che anche qui erra; e mi conceda, che io gli aggiunga, ciò accadergli troppo spesso, onde il suo Libro, che pure è dettato con vaghezza di stile, si levi alla dignità di Storia. — L'Accusa, a cui cotesto libro (e veda il Farini a che cosa meni la parte di Don Marzio nel mondo) è servito di lanterna, e, come a Dio piacque, fallace, per impegnarsi dentro al laberinto delle sue bugie, stampa nel Volume dei Documenti a pag. 860 la prova, che il Governo Provvisorio toscano non insultò, ma fu insultato. La dichiarazione del Governo Provvisorio di Toscana del 17 marzo 1849 fu provocata dalle furiose e non degne parole contenute a riguardo nostro nel _Saggiatore_, Giornale politico. Quanto era meglio pel signor Farini, ed anche per tutti, non accennare a questa miseria, molto più se si considera ch'ei lo fece allo scopo di aggravare con menzogna me travagliato anche troppo!
[477] Lettera di V. Gioberti al Muzzarelli, del 28 gennaio 1849.
[478] Lamartine, _Histoire de la Révolution de 1848_, Bruxelles 1849, tom. 1, pag. 194. — Qui ho parlato di Decreto pubblicato senza ch'io lo firmassi: nell'Appendice terrò discorso di altro Decreto da me firmato senza averlo letto.
[479] Documenti. pag. 549.
[480] Pare che l'estensore di codesto Proclama in quel giorno fosse di Guardia alla punta del Molo!
[481] «Nuovi avvenimenti minacciavano di tornare ad alterare nel decorso giorno in Empoli l'ordine pubblico, e la quiete della popolazione. — Non appena tal notizia giungeva a cognizione delle Guardie di Finanza appartenenti alla Brigata di Firenze, che spontanee ed animose si offrivano di andare a tutelare quanto ha di più caro e di più sacro il cittadino che veracemente ama la sua Patria diletta. Esse partirono alla volta di Empoli la decorsa sera, condotte dall'Aiutante Maggiore Pietro Giovannoli. Possa un tale esempio di paterna affezione essere apprezzato quanto merita, e seguitato quanto n'è il bisogno, da tutti i buoni Toscani _i di cui costumi_, la di cui concordia, il di cui sagace e retto intendimento ne assicurano, che anche in questi solenni momenti non ismentiranno quella commendata opinione, che per tali virtù sempre mai si meritarono. Firenze, 23 febbraio 1849.» — (Documenti dell'Accusa, pag. 846.)
[482] Documenti, pag. 247.
[483] Documenti, pag. 247.
[484] Ivi.
[485] Documenti, pag. 286.
[486] Ivi, pag. 249.
[487] L'Accusa pare, che faccia nascere i sassi
Dal più profondo e tenebroso abisso,
per urtarvi dentro: invero la disciplina militare difficilmente troverebbe cultore più passionato di me; quando mi pervenne la notizia della strage del Giovannetti la mia voce si levò nel Parlamento, perchè fosse sottilmente ricercata, e punita.
«_Guerrazzi_. — Mi vengono sicure notizie non solamente a carico della compagnia dalla quale si suppone che possa essere derivata la uccisione del Colonnello Giovannetti, ma ancora relative al pessimo contegno tenuto da tutto il Corpo dei Granatieri nella presente Campagna.
«Mi si annunzia di più che le provocazioni, le minaccie e gli scopelismi usati contro il Giovannetti datano da tanti tempi remoti; e per conseguenza domanderei al sig. Ministro della Guerra affinchè si facesse dovere di affrettare una simile inchiesta. Privatamente lo faremo anche noi, affinchè, corrispondendo a questa inchiesta le notizie che mi vengono date, sia proceduto con tutto il rigore della Legge, non solamente a carico della compagnia, ma anche contro tutto questo corpo di Granatieri; il quale, essendo corpo scelto, doveva dare esempio di disciplina, e, _secondo le informazioni_ ricevute, avrebbe fatto tutto al contrario.
«_Ministro della Guerra_. — Dal momento in cui le nostre truppe mossero per la Lombardia fu istituito un tribunale _militare_ a cui incombe l'incarico di fare le indagini necessarie dei fatti tumultuosi o dei disordini che avvengono nel campo. Io, nonostante, tornerò ad eccitare il tribunale, affinchè si occupi di queste indagini.
«_Guerrazzi_. Contiamo nella vostra lealtà e nella vostra giustizia affinchè questo abbia luogo.» — (_Monitore_, Seduta del 16 agosto 1848.)
[488] Vedi la sua dimissione mandata al Governo Provvisorio, negli Archivii.
[489] «Il Prefetto di Lucca al Ministro dello Interno. Trascrivo un biglietto del Delegato di Massa e Carrara, che mi perviene in questo momento, così concepito — Massa 18 febbraio. Signor Prefetto. _I Piemontesi non entrano. Laugier è sconcertato. Qui calma dignitosa. Altrettanto sia in Toscana, ed il folle progetto cadrà per la sua propria incostanza. Dirami questa notizia, e sopra tutto la comunichi al Governo._
«P. S. _Io non sono ancora libero, nè le mie comunicazioni. Domani spero poter dare migliori notizie_.» — (Documenti, pag. 484.)
[490] Documenti, pag. 366.
[491] Documenti, pag. 484.
[492] Documenti, pag. 486.
[493] Ivi.
[494] Ivi.
[495] Trovo sopra i Giornali così narrati i casi del 23 febbraio. A me non furono referiti diversi quando giunsi a Massa. «Massa, 23 febbraio. — Alle ore 10, mentre vi scrivo, il paese è in grande allarme. È ritornato a briglia sciolta tutto il treno con 22 pezzi di cannone e tutta la truppa a marcia forzata. Giunti sul piazzone del Palazzo, la popolazione in massa si è slanciata sui soldati del treno, lottando con essi, e gridando: Non partano più i cannoni. Allora gli artiglieri hanno staccati i cavalli che sono stati condotti in una stalla e guardati dal Popolo, i soldati tutti si sono sbandati, fuggendo chi per la Toscana, chi per le montagne, _chi vendendo la roba per mangiare, essendo digiuni da 48 ore_. Veduto Laugier tutto questo, abbenchè dicesse non voler cedere la Piazza, è uscito dal Palazzo a cavallo scortato dai Dragoni con sciabole sguainate, ed ha gridato: Valorosi soldati, seguitemi; _io ho la cassa_, andiamo a unirsi a Fosdinovo: chi mi vuol _bene_ mi segua. — Dopo questo parole è scappato come il Demonio con la Cavalleria verso Fosdinovo; si crede però che i Dragoni torneranno indietro.» — (_Alba_, 23 febbraio 1849.)
[496] «Il Municipio di Firenze — dopo avere speso ogni cura a remuovere dall'animo del Principe il pensiero di uno allontanamento, _lealmente offeriva_ il suo concorso agli uomini che di _necessità_ assumevano il _grave incarico_ di reggere provvisoriamente il Paese in sì _difficili momenti_.» — (Deliberazione del Municipio Fiorentino del 12 febbraio 1849. — Documenti dell'Accusa, pag. 314.)
[497] _Monitore_ del 26 febbraio 1849.
[498] Deliberazioni Municipali del 24 febbraio 1849. — Documenti, pag. 315.
[499] «Cittadini del Governo Provvisorio.
«Non avendo avuto tempo a convocare un'Adunanza Magistrale, ho riuniti presso di me diversi Priori, li ho consultati sul ritardo della revoca della Legge Marziale. Tutti siamo unanimi nel mantenerci fermi nei principii esposti nella nostra Deliberazione del 24 corrente, e non possiamo secondare le vedute del Governo in quanto sono contrarie a quei principii.
«Considerando però che il Governo solo è responsabile de' suoi atti, e non volendo essergli d'impaccio in momenti pericolosi, mentre non revochiamo, nè revocheremo mai le nostre rimostranze, consentiamo bensì ad aggiornarne la pubblicazione.»
[500] «Il Circolo del Popolo di Firenze nella Seduta del 26 febbraio 1849 ha decretato:
«Che il Circolo del Popolo inviti tutti gli altri Circoli non solo, ma tutti quanti i nostri fratelli democratici, perchè vogliano recarsi giovedì prossimo _1 marzo_ sulla Piazza del Popolo a ore 12 meridiane, onde sia mandata ad effetto la proclamazione della _Repubblica_ e della _Unione_ della Toscana con Roma, _già decretata_ dal Popolo di Firenze col _suo precedente Decreto del 18 febbraio_ corrente, ed accettata da altri Circoli e da molti Municipii dello Stato.» — (_Popolano_, 28 febbraio 1849.)
[501] «L'attitudine della popolazione, riservata e fredda innanzi le tumultuarie o violente manifestazioni, e alle intemperanti e premature esigenze di alcuni che pretendono d'imporre la loro volontà a tutta la Toscana, usurpando e preoccupando i diritti del Popolo tutto... gli traccia la via che egli dee battere... Non sarà possibile far nascere l'ordine e imprimere il moto a questa massa che va in sfacelo ec.» — (_Nazionale_ del 23 febbraio 1849.)
[502] «Il Comandante la Piazza di Pisa al Ministro della Guerra. In quest'oggi son giunte da Lucca due Compagnie, una del Battaglione Italiano e l'altra dei Volontarii Lucchesi, e per non esservi più partenze per Firenze, loro destino, questo Prefetto ha ordinato che partano dimani col primo treno. In questo momento il Popolo unitamente a una parte dei suddetti militi sono andati alla Caserma della Cavalleria, ed hanno obbligato i soldati ad uscire con loro, e andar vagando per la città, gridando: _Viva la Repubblica_.» — (Documenti dell'Accusa, pag. 493.)
[503] «V'inviamo i cittadini Canonico Alfonso A., Capitano Francesco G., Canonico Carlo R. e Avv. Giuseppe D. G., Agostino R. e Oreste M., socj del nostro Circolo; i quali sono stati eletti per recarsi costì ed unirsi a Voi, ed ai Deputati degli altri Circoli Toscani, nella Dimostrazione da farsi al Governo Provvisorio giovedì prossimo, per chiedere che sia mandata ad effetto la proclamazione della Repubblica e l'unificazione della Toscana con Roma, a seconda di quanto è stato annunziato col num. 465 dell'_Alba_.
«Accoglieteli ec. — Li 27 febbraio 1849.» — (Documenti, pag. 124.)
[504] «Cittadino Presidente del Governo Toscano.
«Il Circolo del Popolo di Firenze ha inviato quest'oggi in Siena e nei dintorni dei Commissarii per ottenere che per giovedì futuro una banda di Popolo ed una Deputazione di questo Circolo da me presieduto si portino a Firenze per proclamare definitivamente in piazza la Repubblica e la Unione con Roma.
«Fra questi Commissarii è un tal B. aderente di M.
«Dubitando io della fede dei messaggi qua venuti, non ho voluto precipitare, ed ho rimessa a dimani sera l'adunanza pubblica di questo Circolo.
«Il predetto B. ha fatto sentire che tutti i Circoli Toscani invieranno giovedì prossimo i Deputati a Firenze, che Livorno si verserà tutto nella Capitale per eseguire quanto sopra.
«Io ho obiettato al B. che non mi sembrava utile o decente lo attraversare i passi del Governo, e paralizzare la convocazione della futura Assemblea Legislativa già decretata dalla Legge.
«Ho obiettato ancora, che avendo il Popolo di Firenze proclamata la Repubblica, salva l'adesione del Parlamento, non poteva porsi in contradizione con sè medesimo con lo impedire che questo Parlamento sorgesse a stabilire la forma definitiva del nostro Governo. Ho avvertito infine che gli ultimi avvenimenti della Toscana, le reazioni abbattute, i Governi Popolari stabiliti di fatto, erano tali elementi che obbligavano senz'altro la futura Assemblea a proclamare la Repubblica.
«Queste cose io andava dicendo al B. ed altre molte. Quest'ultimo peraltro ha insistito nel sostenere che è urgente il proclamare giovedì prossimo la Repubblica e la Unione o Fusione con Roma, non mancando d'insinuare segretamente a molti che anche il Governo desidera di abbandonare la via della legalità e procedere con la Rivoluzione.
«In questo stato di cose, io ho preso il partito di rivolgermi a voi, Padre della Patria, per domandare istruzione e consiglio.
«Immensa è la popolarità che io ho acquistata in questo paese; come Presidente poi del Circolo, posso fare e disfare.
«Debbo io secondare, o impedire in questa città i progetti del Circolo fiorentino? Attendo replica con la prestezza del fulmine per regolarmi.
«Avverto che domani sera il Circolo Pubblico, che suole essere numerosissimo, si adunerà a ore 24 al Teatro dei Rozzi.
«È urgente adunque che prima di quest'ora la replica mi giunga.
«I Senesi sono quasi tutti Repubblicani ec. — D. D. C.»
(Documenti, pag. 217.)
[505] «Il ritardo di posta dell'invito, che piacque a voi, Cittadino Presidente, d'indirizzarci all'effetto del nostro intervento sulla Piazza del Popolo in questo giorno 1º marzo per solennizzare la proclamazione della Repubblica e della Unione della Toscana con Roma, è stato sentito con generale dispiacere, giacchè impedì di adunare il Circolo, e di aver tempo sufficiente per trasferirvisi.
«Non accusate adunque il nostro Circolo di poca buona volontà, ma ascrivete la mancanza della nostra assistenza a questo atto solenne di libertà italiana, al non avere, come molti altri Municipii, un corso giornaliero e regolare di posta.» — (Documenti, pag. 127.)
[506] «Ore 1 pom. — Il Popolo è deciso d'inalzare l'Albero della Libertà, gira le strade in gran numero con bandiere sormontate con berretti repubblicani. — Le campane di tutta la città suonano a festa. — L'Albero è stato portato sulla Piazza dei Cavalieri (una volta degli Anziani!!!). — Ore 2 ½. — Si leggono, affissi per tutti i canti della città, cartelli con questa scrittura: — _Alle ore tre riunione in Ponte_. — Una Deputazione numerosa di Popolo si è portata dallo Arcivescovo onde invitarlo ad assistere al _Te Deum_ che il Popolo vuole cantare nel Duomo dopo l'inalzamento dell'Albero.» — (_Italia dei Giovani_, 28 febbraio 1849.)