Apologia della vita politica di F.-D. Guerrazzi

Part 71

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«_Infiammando_ i sentimenti nazionali, egli potea mettere il suo Paese in solido con Roma; evocando le memorie di Curtatone e di Montanara, potea spingere la terra ov'era nato a dar di sè una testimonianza dell'antico valore; e se destinato era che entrambi quei Paesi cadessero, grande consolazione sarebbe certo stata che cadevano almeno con gloria; gran documento di virtù cittadina alle venture generazioni avrebbero lasciato! Prima che far ciò, egli preferì di assiderare, con mille voci insidiose astutamente sparse, quei po' di spiriti patrii che tuttavia restavano; si oppose ai Corpi Lombardi che chiedevano di traversare il suolo toscano per andare a Roma; blandì con ogni maniera di accorgimenti gli uomini del Principato, e fu stolto abbastanza, o abbastanza orgoglioso, per credere nella riconoscenza loro, o nel bisogno che avrebbero avuto dell'opera sua[795].

«Qual successo potessero aver quelle trame, egli cominciò a immaginarlo la sera dell'11 aprile. Una mano di Livornesi, venuti in Firenze già qualche tempo prima per scuotere la neghittosa che le ambagi del Triumviro avevano assopita, si era impegnata in una lotta con alcuni Fiorentini in cui erano sembrati risvegliarsi tutti gli antichi odii civili[796]. I Livornesi avevano avuta la peggio, e avevano giurato di vendicarsi. Essi erano tornati, forse in un migliaio, il giorno appresso, e Firenze era stata minacciata da una vera battaglia campale. Mercè gli ufficii di molti cittadini la tempesta si era però diradata; i Livornesi erano ripartiti, ma non senza mantenere un cruccio segreto che presto o tardi avrebbe voluto sfogarsi. Ed ecco finalmente che nella sera dell'11 aprile corre voce per Firenze che i Livornesi si battono coi Fiorentini alla Stazione della Strada ferrata; che la Piazza di Santa Maria Novella risuona di colpi e rosseggia di sangue; e l'allarme vien dato alla città, in cui prende allora decisamente il sopravvento il Partito reazionario, che, avendo profittato prima delle ambiguità del Guerrazzi, di quei nuovi fatti allora si valeva per dire i Livornesi rappresentanti dei Demagoghi che insidiavano Toscana, e che era tempo di finirla con quei forsennati che avevano convertito uno Stato tranquillo in un teatro di disordini e di anarchia. Il Partito reazionario concludeva affermando che bisognava tornare alle istituzioni antiche se si voleva la pace, che essi erano _Toscani_, non _Italiani_, e che senza ripudiare l'opera dei Democratici non si sarebbero evitate le fiere catastrofi da cui la Toscana era minacciata[797].

«Molti Livornesi macellati in quella sera in Piazza Santa Maria Novella, e le grida di _morte ai Lombardi, morte agli Italiani_, mentre sparsero la desolazione nell'anima di tutti i buoni, dovettero far accorto il Guerrazzi a che via andava la Reazione.

«L'avvertimento però giungeva troppo tardi. La novella dei fatti di Firenze si spargeva pel contado, dove da qualche giorno manifestavasi qualche commovimento in favore del fuggito Leopoldo, e la mattina del 12 aprile Firenze era percorsa da un'orda briaca, che acclamando al Principe imprecava al nuovo Governo, inferociva con ogni maniera di sevizie contro chiunque le era additato per liberale, andava per abbruciare le case e i fondachi di quelli, che l'opinione pubblica designava per amatori delle cose nuove. La schifosa turba imbestialì a suo senno; così, senza che il Potere costituito ardisse farle opposizione, atterrò gli Alberi della Libertà davanti ai presidii delle Guardie Nazionali, che come smemorate la lasciarono fare, rialzò gli stemmi del Duca facendo gazzarra, e stampò per tal modo un marchio indelebile d'obbrobrio sopra una delle città più gentili di questa terra italiana. Dov'era allora il Governo? Che facea il Municipio? Dove erano le truppe? Come patì la Guardia Nazionale sì rea violenza? La condotta del Guerrazzi portava i suoi frutti; il nulla fare, il paralizzare ogni sentimento patrio, lasciava una delle prime città italiane allo sbaraglio di alcune migliaia di villani; i Liberali piansero di disperazione vedendo l'eccidio a cui le cose erano condotte, vedendo come anche l'onore era stato indegnamente immolato.

«La Reazione percorse tutto il suo stadio, _si autorizzò dell'idea fatta spargere dal Guerrazzi, che solo una Restaurazione poteva risparmiare un intervento tedesco_. Le grida di _morte ai Deputati, morte ai Liberali_, rimbombarono per molte ore, accompagnate da atti che per l'onore d'Italia non vogliamo ricordare. Una Commissione fu istituita poi che disse governare in nome del Principe, e gli amici del Principato Toscano cominciarono dal retribuir Guerrazzi dei servigi fatti loro, con quella carcere _che da tutt'altri, che da essi, avrebbe dovuto meritare_[798].

«Le Deputazioni si apprestarono a partir per Gaeta, per richiamare il benamato Principe, e tornare a quelle _saggie franchigie_ troppo dal Guerrazzi e dal Montanelli conculcate. Ma il benamato Principe lasciò scorgere che non voleva far più a sicurtà come prima con quelle dimostrazioni di affetto, e che alcuni battaglioni di tedeschi lo avrebbero meglio rassicurato. Fu allora che anche gli spegnitori di ogni entusiasmo patrio, fu allora che quei reazionarii commovitori delle campagne conobbero che abisso si fossero scavato, e che cercarono (_indegno strattagemma_) di adonestar l'intervento austriaco, mostrandolo da Livorno solo motivato. D'Aspre però, a cui noiavano tutte quelle reticenze, che voleva anche un po' umiliar Leopoldo pei suoi _sentimenti italiani_, troncò le ambagi con un Proclama in cui disse, che il Principe stesso aveva voluto quell'intervento. Gli amici del Principato Toscano avrebbero dovuto nascondersi allora per vergogna, se di qualche pudore fossero stati capaci; ma trovarono più idoneo il continuare a bandir la croce sui Repubblicani, dicendo che se anche il Principe non si affidava più in essi, ciò era sempre per opera loro.

«Così cadde Firenze, e, che peggio è, cadde vituperosamente; vituperosamente non pel suo Popolo che l'Italia aveva amato, come quello di tutti gli altri Paesi, ma per le stolte e ambiziose tergiversazioni di un uomo che portò il _pessimismo_ dei suoi scritti nella vita politica[799], e per lo zelo di una gente fredda, egoista, inconsiderata, che non comprese come, ostando al movimento nazionale, diveniva per necessità l'alleata dei Tedeschi.

«Era serbato a quell'inclita città il vedere quindi una Convenzione stretta col nemico d'Italia per l'occupazione della patria, e il vedere un Corsini ad apporre il suo nome in un patto, che convertiva una provincia italiana in un feudo tedesco.

«La Storia, che giudicherà gli uomini e gli atti di questa età dolorosa, saprà dispensare imparzialmente le lodi e l'infamia[800].»

* * * * *

Seguono due libri entrambi stampati da Felice Le Monnier, il quale si è fatto Editore del pari della mia _Apologia_, onde si può dire di lui quello che gli antichi narravano della lancia di Achille, la quale sanava le ferite che faceva.

«_Vulnus Achilleo quæ quondam fecerat hosti_ «_Vulneris auxilium Pelias hasta tulit_[801].»

La prima ha titolo: «_Gli ultimi Rivolgimenti Italiani; Memorie storiche del signor Marchese F. A. Gualterio di Orvieto_. — Firenze, 1850-51.» Quando di queste Memorie mi pervenne notizia, ne augurai subito male, talchè nel 9 gennaio 1850 ebbi a scrivere al mio Difensore signore Avvocato Tommaso Corsi: «Ricordi quello che si narra di Alessandro Macedonio, quando Lisimaco gli leggeva certa storia di strani gesti operati da lui? È fama che Alessandro, interrompendo Lisimaco, esclamasse: e dove eravamo noi quando facevamo sì stupende cose? — Questa storia mi si affacciò alla mente più volte leggendo le mille gagliofferie e perfidie stampate sul conto mio; però a imitazione di Alessandro mi sono stretto nelle spalle interrogando me stesso: — e dove ero io quando facevo tante belle cose? — Jeri leggendo il _Galignani's Messenger_ del 28 decembre me ne capitava una sott'occhio nuova di zecca, e parla così: — dicesi che un certo signor Marchese Gualterio di Orvieto abbia pubblicato una Storia Politica d'Italia dal 1847 al 1849, la quale _cause one immense sensation by the new light which it will throw on the men and things of our day ec..... by documents_ esaminati nello Archivio segreto del Governo, e di alcune Cancellerie; — e seguita: — _another revelation still more curious will show in the most evident manner that the Dictator Guerrazzi was supported by Lord Palmerston. The proof of this exists in a letter of Guerrazzi to Sir G. Hamilton, complaining in the better terms of having abandoned by England after the english Ambassador had formally promised him that he might calculate on his support_.» Ora niente di questo è vero; e l'onorevole Lord Palmerston ebbe la bontà di significarmi, col mezzo del Ministro Hamilton, il suo gradimento per i miei sforzi, da me in tempi difficili, e privo di qualunque aiuto, operati in benefizio della salute pubblica, confortandomi a perdurare in quelli, e a sostenere con ogni facoltà mia il Principato Costituzionale. Lo evento poi corrispose al presagio. Cotesto è libro di Parte; due compaiono essere i fini che si propone: favoreggiare gl'interessi della Monarchia Costituzionale Piemontese, esaltare il Partito, che si dice dei Costituzionali moderati. Malgrado le lodi prodigategli da questi ultimi, senta un po' me il Marchese Gualterio, chè, quantunque non gli sia parso finora, troverà che io so dire il vero, e posso, perchè fin qui, e sono quarantasei anni, viltà che sia non ho saputo mai; da parte il merito letterario di cotesto libro, io gli dichiaro che non è opera da prudente storico, nè da uomo onesto. Come storico di casi contemporanei, sembra a me che dovesse mettere più coscienza nel ricercarli, più gravità nello esporli, dacchè io davvero non comprendo come possa giovare alla comune Patria, e allo stesso concetto che promuove, inciprignire le piaghe, e perpetuare, anzi crescere, le maladette discordie. Se io male non veggo, in questa parte egli amministra ottimamente i negozii, — non però quelli d'Italia. Come onesto, io lascio considerare a lui, che pure è gentiluomo, e si professa dabbene, se egli doveva raccogliere nelle orecchie tutto quanto vi versava dentro la necessità di attenuare un'azione turpissima, l'astio della mediocrità, e l'odio di superbie umiliate. Egli non è ancora giunto co' suoi scritti alla mia vita politica, e siccome mi giova sperare che di ora innanzi avrà compreso, con un bove solo non tirarsi il solco, nè potersi giudicare del suono delle campane se ambedue non si ascoltano, e che di ciò farà senno così per dettare le rimanenti Memorie, come per correggere le già scritte, non mi trattengo più oltre sopra di lui, pago, intorno alle ragioni della mia vita privata, di quel tanto che mi fece l'onore di attestare Tommaso Corsi, e che io stesso ho discorso sparsamente nella mia _Apologia_.

«Ma sopra ogni altro feritore infesto «Sopraggiunge _Farini_, e _me_ percuote.»

Non dirò delle sue intenzioni, quantunque, secondo il mio giudizio, rette non pare che abbiano ad essere; ad ogni modo io domanderò chi gli abbia insegnato comporre Storie sopra Requisitorie di Procuratori Regii, cospargendole di tratto in tratto di qualche fiore còlto nel suo giardino! Ora che cosa altro ha egli fatto, almeno per me? E gli domando eziandio, se sono prove di temperanza, di moderazione, e di probità, praticare com'egli ha fatto contro uomo, che da trenta mesi si logora chiuso in carcere, e non gli può rispondere! Se così costumano i moderati, che cosa dobbiamo aspettarci dagli _sbracati_ e dagli _scamiciati_, è difficile immaginare. Pensino a questo i Moderati. Il suo libro si manifesta dettato nel medesimo spirito di quello del Gualterio, ma con manco di generosità, e più piglio di Procuratore Regio, però che Gualterio non dia i suoi giudizii per definitivi, e prometta, se avvisato, emendarli. Io già ho tenuto proposito del libro intitolato _Lo Stato Romano_ in varie parti dell'Apologia: mi giovi qui singolarmente rilevare alcune, che, adoperando il più benigno linguaggio, chiamerò falsità. A pagine 86 del Tomo III afferma: «_Chi rompe paga_, scriveva per telegrafo il Guerrazzi a' suoi Livornesi, usi da lui a rompere ed essere pagati?» Mi sia permesso domandare al Farini: su che cosa fonda questa vergognosa imputazione ai Livornesi, e a me? Se nel proprio mal talento, questo non fu mai, per quello che io sappia, annoverato fra le sorgenti della Storia; e veda, che quello ch'ei finge, grave sempre, per me oggi è gravissimo. A pagine 87 afferma: «dicendo provvedere alla sicurezza pubblica, provvidero al proprio impero, soldando guardie di polizia fra le turbe dei turbolenti e dei fuorusciti, le quali, come non avevan prima nè termine nè misura nelle voglie pazze e malvagie, così furono poi non presidio, ma offesa della città.» E questi, veda il Farini, e' sono rotondi, non già sinceri periodi; avvegnadio se della Guardia Municipale tu consideri la origine, troverai averla scelta una Commissione composta del Prefetto e del Gonfaloniere di Firenze con altri cittadini spettabili, e non avervi preso punto parte io, se togli la nomina Basetti, e i suoi figlio e fratello; o, se piuttosto tu vogli considerare i portamenti, li conoscerai essere tali da meritarsi di essere conservata dalla Commissione Governativa. Individui pessimi certo entrarono in quella, ma non per colpa del Governo, e perchè in qualunque composizione di corpi questo guaio vediamo avvenire sempre; nè poi furono tanti, che dessero cattivo nome al corpo intero: onde l'accusa del Farini suona singolare, e non vera. Intorno al disfacimento degli ordini in Toscana, lo mando.... se il Farini ci vorrà andare.... a quella parte della mia _Apologia_, dove di ciò si ragiona, e le parole di Gino Capponi si riportano. Quanto scrive intorno al Granduca nostro, suona così:

«Havvi chi afferma, che egli non si fosse mai acconciato agli ordini liberi in guisa da lasciare gli appetiti e le ubbie dell'assoluto, e, come dicono, paterno reggimento. Havvi chi dice, che sin da quando rallentò i vincoli della libertà, perchè il papa coll'esempio aveva sciolti i popoli italiani, scrivesse all'arciduca Ranieri vicerè di Milano ed altri suoi consanguinei, facendo querela e beffa dei liberali che inuzzolivano. Taluno attesta, che nel tempo, in cui colle poche sue armi concorreva alla guerra d'indipendenza, egli fosse in buoni termini co' regii ed imperiali parenti, coi quali non aveva intralasciato i consueti uffizii. Ond'è, che molti hanno argomentato poi dai fatti che seguirono, e da quelli che si vanno via via svolgendo in Toscana, che Leopoldo II non solo fosse sempre oscillante fra gli avvisi e le parti contrarie, ma che sempre fosse fermo nella devozione ad Austria ed alieno dalle liberali novità. Del che io non ho a fare giudicio, perchè non ho d'onde fondarlo su base a cui la coscienza s'acqueti; nè d'altra parte ho debito di addentrarmi nelle cose toscane più di quanto sia necessario ad indagare e chiarire le attinenze di quelle colle romane. E dovendo rimanermi in prudente, e direi onesta, dubitazione, amo meglio, il confesso, pendere a benigno giudizio d'un principe che pur si parve ornato di buone qualità, mite dell'animo, degli studii fautore, riformatore d'abusi, quando gli altri italiani principi di sè davano nome ed esempio peggiori.»

Ora, che cosa egli è questo vedere, e non vedere, a modo della Vergognosa di Camposanto? Non si gittano addosso accuse pessime per iscivolare via lasciando dietro una traccia di bava a mo' di lumaca. La storia scrivono gli Storici, non gli Scoiattoli. Egli doveva verificare le accuse, e se accertate esporre gravemente, e lealmente, e se non riusciva ad accertarle doveva trascurarle, perchè davvero raccattare quello, che ai giorni di oggi s'incontra per via, è mestiere da carrettaio, non ufficio da Storico. Tra lo Storico, che pazientemente raccoglie la materia, la studia, la saggia, la sottopone a religiosa indagine, e alla fine la veste con forme caste ed elette di stile, e lo scrivano che tuffa la penna nello inchiostro e la mena di su e di giù per le carte, la differenza che corre è grande quanto fra un pittore e uno imbiancatore; oltre che elle paiono, coteste del Farini, come veramente sono, ipocrisie, che putono di vieto lontano un miglio; e per un momento ho quasi dubitato, che dei Gesuiti oggimai fossero le voci, ed altri avesse avuto le noci; chè se la cosa non istà per l'appunto come la credo, in quanto a noci, almeno mi pare, che se le sieno spartite, e da un pezzo.... — A pagine 218 afferma: «che i Ministri tennero consiglio co' sollevatori nei Circoli nella notte dell'8 febbraio.» E veda l'onesto Farini, questo fatto che sarebbe cagione di capitale condanna, nemmeno l'Accusa (che non ha fatto a risparmio per inventarne grosse) ha osato affermarlo. A pag. 219 pone: «che nell'8 febbraio il Governo prima gridò, poi disdisse la Repubblica;» ed anche questa è calunnia pretta che neppure ha potuto riscontrare nell'Accusa, — _fidata scorta degli erranti passi_. Intorno alla inverosimiglianza delle tre lettere scritte dal Granduca, con le quali prima chiede, poi renunzia, e finalmente torna a sollecitare i piemontesi aiuti, ho discorso altrove; le due prime possono credersi, non già la terza, che a me pare immaginata a posta per salvare chi aveva promesso quello che non _doveva_ promettere, e non _poteva_ mantenere, se gli ordini costituzionali si vogliono osservare.

Però in queste mie miserie mi hanno somministrato non mediocre argomento d'ilarità le lodi smodate con le quali prosegue la commissione del Ministero Toscano del 22 settembre 1848 al Marchese Ridolfi per le Conferenze di Brusselle. Se io di mia certa scienza non sapessi essere allora Presidente del Consiglio Gino Capponi, non lo crederei a cui mel giurasse; però che Gino Capponi sa, che politica francese di Enrico IV, e seguita sempre da Richelieu a Lamartine inclusive, fu tenere deboli e divise la Germania e la Italia, e sa che gli Stati piccoli congregati ad equilibrio di leghe all'urto degli Stati uniti e grossi non reggono, come vedemmo ai tempi di Ludovico il Moro; e finalmente sa che rovina d'Italia fu appunto questa, operata in buona parte dal Magnifico Lorenzo dei Medici, che in condurre un disegno piccolo e cattivo pose arte e sagacia eccellenti: che mentre le si stavano componendo su i confini, grosse ed unite, l'Austria e la Francia, essa durava frantumata in piccoli brani; nè potersi della indipendenza nostra neppure parlare là dove nell'alta Italia non venga posto uno Stato forte capace a guardare le frontiere da vicini potentissimi; — e nonostante che queste cose sapesse, leggiamo con maraviglia commettere al Marchese Ridolfi di consentire che la Lombardia si concedesse a un figlio di Carlo Alberto, e la Venezia o ad un Arciduca di Austria, o a Francesco V di Modena; in quanto alla Sicilia s'ingegnerà di promuoverne la separazione dalla Corona del Re di Napoli, assegnandola in retaggio a un figliuolo di lui; i Ducati di Parma e Modena ad ogni modo si sforzasse fare abolire; e per quanto concerne Toscana _si adatterebbe a prendere_ di Lombardia un pezzo, ma non tale che si avesse a dire di lui: la carne non vale il giunco; però di 12 oncie buon peso, e senza osso, — e per di più Toscana non vorrebbe chiedere, ma sì piuttosto desidererebbe essere pregata. — Cose sono queste da far cascare le braccia ad ogni fedele cristiano. Così, invece di diminuire, si accrescevano le divisioni in Italia! E quello poi che riesce più stupendo a vedersi si è, che Farini, il quale si sbraccia a maledirmi (e se fosse vero, come è falso, avrebbe fatto bene) per essermi mostrato avverso alla composizione necessaria di uno Stato gagliardo, trova a lodare un concetto che guastava il presente e l'avvenire. Egli è vero che debole Stato siamo noi, e la nostra voce poco avrebbero ascoltato; e questo a parere mio somministrava un motivo di più o per parlare almeno magnanimi, o per tacere prudenti; e concludo sostenendo che un uomo dotto nelle storie e nelle ragioni della politica, come Gino Capponi, non può avere consentito così mirifica commissione, e mi pare assai che volesse tôrne il carico il Marchese Ridolfi, se pure non ebbe ordini segreti, che, la stupenda commissione correggendo, la riducessero ai termini del credibile. — È falso quanto scrive Farini a pag. 285, che «i Governanti Toscani non erano amici al Piemonte;» io ho chiarito, onde non si rinnuovi questa sventura, come taluni fra i Piemontesi si dimostrassero, all'opposto, poco amici dei Toscani. — Dello esilio di Massimo Azeglio, e delle ingiurie al Lovatelli di che ragiona a pag. 332, davvero nulla so, che pare qualche cosa dovrei saperne, ed anche questa va messa al monte. Delle contumelie stampate contro Gioberti, non occorre fare altra parola. Non fu il 4, ma il 3 di aprile, che l'Assemblea sospese il voto intorno alla Unione con Roma, non lo profferì contrario, come Farini asserisce erroneamente, dacchè, in modo diverso, fino da quel giorno la Restaurazione sarebbe stata decisa, e quanto racconta in seguito non accaduto, come quello ch'era ad accadere impossibile. — In due luoghi scrive, che gli agitatori menavano tanto rumore che _Guerrazzi non gli sapeva sopportare_ (pag. 219), e che _i lazzaroni democratici deturpavano la Toscana, fremente lo stesso Guerrazzi_! (pag. 332.) Ma io ricuso cotesto pane dato con la balestra, anzi perfino col punto di esclamazione in fondo; e neppure si potrebbe onestamente accettare, perchè accompagnato da soverchie tumidezze e da bugie. Bugia le sommosse fiorentine represse dalle bande livornesi; bugia l'essermi io ridotto co' Livornesi in Castello; bugia essermi mostrato pronto a pigliare posto nella provvisoria congregazione del Governo; bugia il mio girare nel manico per accettare la Restaurazione (pag. 333): le quali cose tutte, secondo che io affermo, essendo con copia di prove dimostrate nell'_Apologia_, non abbisognano di più largo discorso. Vorrei piuttosto tenere proposito di certa sua imputazione intorno ai successi di Genova, molto più che l'Accusa tocca anche di questi, e poi dice: te li do per giunta; — onde io, che dell'Accusa non vorrei la giunta nè la derrata, mi condurrei volentieri a tenerne ragionamento, ma basti dire (e se sia vero lo può il Farini riscontrare nel Volume dei Documenti della sua Musa, — l'Accusa), — che io desiderai soccorrere Genova quando venne fra noi la notizia, che il Piemonte in gran parte commosso per lo infortunio di Novara, respinto da sè ferocemente ogni principio di accordo, voleva tentare le ultime prove, e quando fu detto che il Generale La Marmora fra i patti della capitolazione ponesse quattro ore di saccheggio[802]. Non si verificò la prima notizia, e, se male fosse o bene, mi confesso incapace di giudicare; in quanto alla seconda, che non si verificasse fu certamente bene. E si acquistò bella gloria Vittorio Emanuele, e diè con auspicii felicissimi fondamento al nuovo Regno, superata Genova, commettendo ogni trascorso all'oblio, concesso prima lo scampo a coloro che consigli di politica lo dissuasero a ricevere su quel momento in grazia; e leggo con piacere come il buon seme generasse frutto migliore, conciossiachè i Liguri lo abbiano di recente accolto nella loro nobile città con dimostrazioni di stima profonda.