Apologia della vita politica di F.-D. Guerrazzi
Part 70
«Nasco di gente antica. Gli avi miei, agricoltori e soldati, seppero versare il sangue per la patria e per la fede, come senza troppo svolgere di carte te ne porge testimonianza l'_Odeporicon_ del Proposto Lami. Guerrazzo combattè in Ungheria contro il Turco, quando pendeva lite se il mondo dovesse obbedire a Cristo o piuttosto a Maometto, e se alla causa della Umanità avesse a prevalere quella della barbarie; nè egli si ritrasse dai campi di battaglia prima che lacero di ferite non divenne incapace alla milizia, come si ricava dalla patente amplissima del Principe Don Mattias dei Medici datata da Vienna; ebbe la insegna di Santo Stefano, e la potè portare senza vergogna perchè prezzo di sangue[763]. Filippo, regnando Cosimo I, governò Livorno dove io suo discendente dimoro senza neppure il titolo di cittadino. Donato avo mio condusse una compagnia di soldati armata a proprie spese a Napoli col Principe Carlo: nella speranza di future duchee vendeva in parte i paterni poderi. Il Principe Carlo acquistato il regno, seguendo il vecchio costume, attese a tenersi bene edificati i sudditi nuovi, e i suoi sovventori gli increbbero. Gli uomini nelle superbe fortune infastidiscono spesso dei proprii amici nelle umili, i Principi sempre. Antico caso e non raccolto mai dalla esperienza.
Donato si ridusse povero a Livorno, e vergognando tornarsi a casa donde erasi dipartito con tanta iattanza, qui stanziò come uomo deluso, sazio di giorni, e soldato che dal menare le mani in fuori non sapeva fare altro. Roso dal tedio del vivere solo, condusse tardi in moglie una del Popolo, e per sostentarsi continuò a struggere il suo. Le nozze sterili lo confermavano in questo proponimento: moriva, e credo all'ospedale, miserissimo in parte per cagione delle improvvide vendite, in parte per le rapine dei congiunti. Per colmo di sventura lasciava incinta la moglie.»
Dunque nè il signor Augusto, nè _tutti_, possono avere letto nella mia lettera le cose, che non vi sono; almeno pare, e dico così, perchè tra la portentosa illuvie delle bugie giudiciali, e stragiudiciali, se io non perdo il lume dello intelletto, è proprio miracolo. Rimane pertanto a conoscere se quello che scrissi, non fatuamente, fosse vero; ed il signor Vecchi, se avesse voluto tôrsene il carico, avrebbe potuto trovare nell'Opera del Proposto Lami intitolata: _Charitonis et Hodœporici Hodœporìcon_ (_Pars secunda; Florentiae 1741, ex Typographio Jo. Bapt. Bruscagli et Sociorum, ad insigne Centauri_):
Pag. 606. — «Anno 1553. — Il Capitano _Filippo di Raffaello Guerrazzi di Castelfranco_ è Commissario dell'Artiglieria della Fortezza di _Foiano_. (Vedi sotto all'anno 1574.)
Pag. 606. — «Anno 1563. — _Guerrazzo_ figliuolo di _Filippo Guerrazzi di Castelfranco_ fu da _Cosimo I_ Granduca creato Cavaliere di S. Stefano pel merito fattosi nella milizia, come consta dal suo Diploma. — Di questo Cavaliere non si fa menzione nella _Galleria dell'Onore_.
Pag. 608. — «Anno 1574. — Muore Castellano di _Livorno_ il Capitano _Filippo di Raffaello Guerrazzi_, il quale fu soldato di valore, ed era prima stato Commissario dell'Artiglieria nella Fortezza di _Foiano_ in Val di Chiana, come si vede da una sua patente del 1553.» — _Giuseppe Vivoli_ Cavaliere, nel Tomo III degli _Annali di Livorno_, Annotazione alla Epoca XI, pag. 126, 128, parlando del Forte dell'Antignano, aggiunge: «Il disegno di questo Forte, dice il _Grifoni_ (Cron.) con la guida del MS. del _Pezzini_, fosse dal Capitano Filippo Guerrazzi di Castelfranco posto in carta; e che essendo piaciuto a Cosimo I, desse tosto l'ordine al medesimo di presiedere a farlo eseguire (1567).» E più oltre: «Alcuni opinano, avess'egli, oltre il comando della Fortezza, ottenuto in Livorno anche il posto di Commissario, vale a dire, di Capo del Governo locale. Ebbe rinomanza di prode soldato e di ufficiale di merito distinto, perchè, innanzi essere impiegato a Livorno, era stato Comandante del presidio militare dell'Elba.» Al medesimo successe nella stessa carica di Castellano di Livorno il suo fratello Antonio stato Capitano alla Isola del Giglio. — (_Storia del Valdarno di sotto_, MS. presso il signor Dottore Domenico Guerrazzi di Castelfranco.)
Pag. 609-610. — «Anno 1594. — Vive _Battista di Bonaccorso Guerrazzi_, prima Castellano, poi Capitano di Archibusieri a cavallo in Ungheria, sotto _D. Antonio de' Medici_; ove in una battaglia restò ferito e inabile a continuare nella milizia: onde si ritornò in Italia, come apparisce dal Passaporto di quel Principe dato in _Vienna_ il dì 9 ottobre di questo anno, ed esistente appresso i signori _Guerrazzi_. — Questa famiglia _Guerrazzi_ passò da _Gangalandi_ ad abitare a _Castelfranco_ nel 1427, come consta da' Libri pubblici della Comunità, e di essa vi sono ancora in oggi due soggetti considerabili per la dottrina; ed uno è il signor Avvocato _Guerrazzi_, dimorante in Firenze, e l'altro il signor Dottore _Raffaello Guerrazzi_, che esercita pure la professione legale nella medesima città, adorno nello stesso tempo di molta erudizione, contro il consueto di simili Dottori, che fanno assai capitale della barbarie per essere reputati eccellenti. Ha di più fatto considerabile profitto della lingua greca sotto il signor Dottore _Angelo Maria Ricci_ pubblico professore della medesima, onde è da esso commemorato nel Catalogo dei suoi discepoli, dato fuora nel primo Tomo delle _Dissertazioni Omeriche_, non lasciando di far menzione ancora del signor _Tommaso_ suo Fratello, colle seguenti parole: _His adnumerandi Raphael Guerrazzius in Græcarum Litterarum curriculo longe progressus, et Thomas eius frater Sacerdos moribus integerrimis_.
Pag. 612. — «Anno 1645. — Prete _Lodovico Guerrazzi_ di Castelfranco, _Proposto_.»
La prima fabbrica di vetri fu fondata in Livorno dalla mia famiglia, come si ricava dal seguente Documento riportato negli _Annali_ del Cavaliere Vivoli, Tomo III, pag. 419:
«Paolo e Michele Guerrazzi di Castelfranco abitanti in Pisa supplicano a S. A. S. di haver privilegio di poter fare in Livorno una Fornace di Vetrami di ogni sorta.» — In pié della quale come in filza S. A. S. benignamente rescrisse:
«S. A. S. gli farà dar la Casa in Livorno Nuovo a pigione moderata, a loro soddisfazione, et così ordina al Paganuccio che faccia, et che per anni 10 nessuno possa far vetrami in Livorno nè suo Capitanato, nè condurre di fuora per vendere, eccetto loro, eccettuando da questo però cristalli orientali fini, occhiali, spere, paternostrami, et vetri per invetriate, fiaschi che venghino di Fiandra, fiaschi coperti di spalatro, di Francia, che questi vi possono venire. — Con che li Supplicanti saranno obbligati dare le robbe ai bottegai di Livorno per il prezio nel quale gli stanno di presente posti a Livorno, perchè possino vendere a minuto per servizio delle lor botteghe, et come li bottegai saranno obbligati a pigliar le robbe dai Supplicanti, così non potranno li Supplicanti vendere a minuto in detta Terra, et suo Capitanato, a manco numero di dodici pezzi per volta, et il quale ordine il Governatore di Livorno lo farà bandire subito che haveranno messo fuoco, al che fare sieno obbligati per tutto dicembre prossimo, et lo faccia eseguire con quelle pene che saranno convenienti, et quanto alle legne il Paganuccio gliene faccia dare sempre a l'uso et prezzo che le paga S. A.
«FERDINANDO.
«9 marzo 1598.
«ANTONIO SERGUIDI.»
L'arme trovai in casa, nè avevo punto mestieri falsarla, commettendo opera infame per fine da nulla, imperciocchè la si trovi murata nel mastio della Fortezza Vecchia di Livorno, come tutti i Castellani costumavano fare, e nelle sepolture della mia famiglia nella Chiesa di Santa Caterina di Pisa, dove si legge questo epitaffio:
_Sepulcralem hunc lapidem_ _Quem mortalitati consulens_ _Sibi suisque vivens posuerat_ _Franciscus Guerratius Philos._ _Ac Medicinæ Doctor_ _Templi incendium consumpsit_ _Ardens Camillæ Guerratiæ_ _In Patruum amar restituit_ _Anno Reparatæ Salutis_ _MDCLXV._
E dell'Accademia Pisana fu non volgare ornamento Pietro Guerrazzi professore, dichiarato cittadino _fiorentino_. Turpi sieno, o innocenti, ed anche puerili, le giunterie non sono da me, neppure per fabbricare una insegna. Filippo Guerrazzi nell'arme sua pose i cannoni, perchè Commissario di artiglieria; Guerrazzo la croce di Santo Stefano, e la mitra Monsignore Vincenzo di Domenico Guerrazzi, dell'ordine di Sant'Agostino di Lecceto, promosso al Vescovado di Borgo San Sepolcro, quale non potè conseguire stante la morte immatura. — (MS. citato di sopra.) — Il costume porta di stampare la insegna di famiglia sopra i polizzini da visita, e ve la posi ancora io, non temendo davvero commettere delitto di _lesa maestà repubblicana_; in ogni caso spero non venire condannato alle _gemonie_ per questo. Riguardo poi alla nobiltà il signor Vecchi, se veramente desidera conoscere quello che io ne senta, potrà riscontrarlo, purchè lo legga davvero, nel Capitolo XV dell'_Assedio di Firenze_, dove troverà che io ne professo la opinione stessa, che ne aveva Dante:
«Ben se' tu manto che tosto raccorce, Sì che, se non s'appon di die in die, Lo tempo va dintorno con le force.»
E colà dico, che parmi ostentazione di vanità disprezzarla, come pregiarla troppo; e che ai nati da lignaggio reso illustre dagli avi per atti di mano e d'ingegno la chiarezza del sangue impone obbligo grande di continuare la bella trama che eredarono ordita. In quanto a me, ripeto che vengo da agricoltori e da soldati, e pongo fine a simili quisquilie, a cui mi condusse la necessità di lavarmi dalle disoneste imputazioni di falsità, che il signor Vecchi non ha dubitato appormi nel suo libro, che pure intitola: — _Storia_!
Succede un altro Repubblicano, e, per quanto egli c'insegna, _socialista_: Ministro fu della Repubblica Romana, e tenne l'ufficio degli Affari Esteri; io lo conobbi in Firenze, dove venne a sollecitarmi per la _Unificazione et reliqua_, con ogni maniera di pressure morali. Ho detto com'egli, nello intento di strascinarmi, giungesse fino ad affermarmi, che Francia e Inghilterra gli avevano promesso protezione e difesa, se di Roma e Toscana si componesse Repubblica; e questo non era vero: ma passione stemperata di Parte sospinge troppo più in là, e stemperatissimo mi apparve il signor Rusconi. Leggo, lui essere d'ingegno mite, d'indole amoroso, e questo volentieri mi presto a credere; e se tale è come ce lo dicono, confrontando le molte falsità, che pure non ha aborrito scrivere, tanto più dovremo deplorare la devastazione che il maledetto spirito di Parte opera anche sopra i migliori. Io pertanto stamperò quello che nel suo libro mi riguarda, e lo verrò di mano in mano con opportune Note commentando.
_In opposizione alla Requisitoria del Regio Procuratore di Firenze ecco la_
_REQUISITORIA DEL REGIO PROCURATORE DELLA REPUBBLICA_, SIGNOR RUSCONI, estratta dalla sua opera intitolata: _La Repubblica Romana del 1849_.
«Reggeva allora la Toscana con poteri quasi dittatoriali[764] Domenico Guerrazzi, uomo di acutissimo ingegno, ma che troppo poco credeva alla umana virtù per essere capo di un paese, che da una grande virtù soltanto poteva essere salvato[765]. Scrittore efficace, ma dotato piuttosto d'immaginazione che di sentimenti profondi, egli dalle pagine di Machiavelli e di Guicciardino desumeva le ispirazioni di quella politica che intendeva professare[766]. Informato a quelle letture, e i prodigi operati dai Popoli nelle grandi crisi sociali non accettando, che in quanto potevano riuscire sublimi nei dominii dell'arte, egli poco credeva a quelle manifestazioni patriottiche, che vedeva farsi dintorno[767]; stimava la Toscana più facile preda, che non gli dessero ragione per crederlo le maraviglie di un anno prima di Curtatone e di Montanara. _La fuga del Duca gli era sembrata su le prime avvenimento di minore rilievo che altri non riputasse_, e con facile fantasia precorrendo lo evento _in quello vedeva forse il filo misterioso, che da quel laberinto poteva trarlo_. Ostentando di basarsi sul positivo, sul pratico, come lo scrittore del Principe e messere Francesco, egli, che romanziere era e poeta, rispondeva a chi gli parlava di entusiasmo nazionale, dimandando quanti cannoni e quanti soldati sapeva mettere insieme cotesto entusiasmo[768]. Terribile uomo era egli, e che addimandava gran tatto per essere appressato, giacchè troppo sicuro egli si sentiva di sè, per adottare nessuna risoluzione che paresse essergli stata da altri consigliata.
«Il voto di Toscana era però di unificarsi con Roma, di non comporre con essa, che un solo paese, e già i Deputati la Toscana aveva eletti per andare a far parte della Costituente Italiana[769]. Le renitenze del Governo, _o piuttosto del Guerrazzi, rimanevano a vincersi, per bandire intanto di fatto quella Unificazione, salvo poi alla Costituente di ratificarla_. Il Ministro di Roma sentì la importanza del mandato, che affidato avrebbe al suo Inviato in Toscana, e volle incaricarne il Dottore Pietro Maestri. Se il Guerrazzi era uno avversario terribile, avrebbe avuto con chi lottare, e _il Dottore Maestri era tale da sviscerare i pensieri del Dittatore Toscano_[770].
* * * * *
«Il doloroso tema delle cose toscane ci chiama a sè, e imprendiamo con tanto maggior disgusto a trattarlo, quantochè la Toscana fu la sola Provincia d'Italia che oscurasse con una pagina turpe la più gloriosa delle Rivoluzioni.
«Già dicemmo in altro Capitolo come la Repubblica di Roma fosse stata festeggiata al di là dell'Appennino, e come il voto popolare di Toscana si manifestasse in favore dell'Unificazione delle due Provincie[771]. Ci rimane a dire perchè quella Unificazione non si effettuasse, e quali ne fossero le fatali conseguenze.
«Il Guerrazzi che, come vedemmo, reggeva pressochè solo le cose toscane dopo la fuga del Principe, era uno di quegli uomini che, dopo essere stati innalzati dalle Rivoluzioni[772], vergognano, quasi si direbbe, dell'origine della loro grandezza, e non anelano che a farla obliare, blandendo i Partiti opposti.
«Repubblicano per tutta la vita, se poteva credersi ai suoi scritti, e tirato anche forse più al demagogo che al repubblicano, _allorchè giunto al Potere ebbe modo di far proclamare la Repubblica, non volle_[773]; allorchè gli fu dato di unificar due provincie assecondando i voti del Popolo, egli, che unitario e entusiasta del Popolo si era detto, bramò persistere in una disunione _insensata_[774]. Avviluppato dalla Diplomazia, che, non avendo concetti politici, formula nel temporeggiare tutta la sua scienza, egli che scritto avea le pagine dell'_Assedio di Firenze_, e vilipeso a quanti assumono il mandato di Rappresentanti di Re o di Corti, caduto era nelle reti di un ambasciatore che giudicava colle istruzioni che riceveva dalla distanza di _mille miglia_ dei bisogni e dei provvedimenti che dovevano adottarsi per un Popolo[775]. _Fatto propenso al Piemonte del quale non era mai stato ammiratore, la Repubblica Romana era divenuta per esso come uno spino, e quello spino vieppiù gli era infesto allorchè gli si parlava di Unificazione_[776].
«Qual era il concetto di quell'uomo? Lo si può indagare traverso alle oscillazioni della sua condotta. Egli aveva poca fede nella Rivoluzione, niuna nei resultati ch'essa si era proposti. Per esso la questione era di rendersi necessario a tutti i Partiti, e reggere col _Positivismo_ che affettava le sorti del Paese di cui stava a capo[777]. _Non volendo offendere il Piemonte prima della Battaglia di Novara col mostrare di aderire a Roma_, perchè più dell'entusiasmo del Campidoglio apprezzava le baionette piemontesi, _dopo la disfatta del Piemonte persistè a non volere unificare la Toscana con Roma, perchè reputò quello il solo mezzo ad evitare un intervento forestiero_[778]. Non vedendo come, dopo Novara, non vi fosse più che da inalzare il grido di Francesco I a Pavia: _Tutto è perduto, fuorchè l'onore_, — egli l'onore ancora volle mettere a repentaglio, e lo perdè miseramente[779]. Errore incompatibile in Uomo di Stato, contraddizione a tutta una vita che celebrato avea sempre la gloria e le virtù del sagrifizio, egli credè possibile una Restaurazione senza soldati conoscendo i sentimenti del suo Popolo, egli antepose alla gloria di vivere o morir coi Fratelli il miserabile egoismo di salvarsi solo in mezzo all'esizio universale[780].
«Le cose però s'incalorivano ogni giorno dopo la fuga del Duca, e qualche concessione era pur mestieri di fare a quel desiderio di _Unificazione che nel Popolo si manifestava_. Il Dottor Maestri, Inviato di Roma[781], instava perchè quel desiderio fosse appagato, mostrando che nulla di meglio chiedeva la Repubblica, che nessun altro scopo avea la sua missione. _Lottando quotidianamente col Toscano Triumviro_, a cui tutti quegli argomenti adduceva che sogliono far forza in chi non ha una preconcetta opinione, egli gli mostrava come i _principj dovessero salvarsi, quali che si fossero i pericoli a cui si andasse incontro, come la moralità dei democrati stesse nel far concordare le aspirazioni colle opere, come l'utile vero si procacciasse seguendo i dettami di quello che era nobile e grande_, e come nulla vi fosse di peggio in politica, specialmente in tempi di Rivoluzione, che il non far nulla, e l'aspettare gli avvenimenti colla stolta lusinga di dominarli.
«Queste cose egli diceva altresì al Montanelli e al Mazzoni, compagni del Guerrazzi nel Governo Provvisorio; ma benevoli ascoltatori avea in loro, nè per parte loro sarebbero mai venuti gli ostacoli. Il Guerrazzi solo balenava, prometteva un giorno, poi si peritava, finchè cresciuto l'impeto dell'opinione del Popolo dovette alfine arrendersi sulla fine di febbraio, e fare inserire nel _Monitore Toscano_[782]: «Come il Governo, volendo mostrare quanto gli stesse a cuore la desiderata Unificazione della Toscana con Roma, avesse intavolate trattative a quell'uopo.»
«Le trattative dovevano versare per allora sulla congiunzione dei due territorj, togliendo le linee doganali che li dividevano;
«Sulla parificazione delle Tariffe;
«Sulla unità di Rappresentanza diplomatica all'Estero;
«Sulla reciprocità pel corso delle monete ec. ec.
«Quanto al decretare l'Unificazione assoluta dei due Paesi, _Guerrazzi opinava che si dovesse aspettare il voto dell'Assemblea Toscana che dovea fra breve radunarsi_, sentenza a cui pure aderiva Mazzoni per un suo amore di legalità, soverchio forse in quei momenti, e a cui non ostava il Montanelli, assorto più che in tutt'altro nel concetto della sua Costituente.
«Quella concessione fatta all'opinione calmava per un momento il Popolo, ma in breve si vedeva con quanta sincerità Guerrazzi aderisse a ciò che annunziava il foglio officiale[783]. A legare vieppiù i due Paesi, l'Inviato di Roma avea proposto da gran tempo un cambio di Truppe, una divisa per esse uniforme; ma nè l'una, nè l'altra cosa veniva mai attuata. L'unità della Rappresentanza all'Estero restava del pari obliata, sebbene il Governo della Repubblica ne avesse dato l'esempio, affidando al Console Toscano in Genova la tutela eziandio degli interessi dei sudditi romani. La parificazione delle Tariffe, votata infine dall'Assemblea di Roma, era accolta da Guerrazzi colla stessa indifferenza, nè il Governo Toscano facea un passo, mentre quello di Roma gli spianava da ogni lato la strada[784].
«Quell'ambigua condotta teneva il Paese nell'agitazione, sfatava gli animi di ogni generoso sentimento, preparava quella terribile catastrofe che dovremo fra breve raccontare. _Aggiornata per quanto si era potuto la convocazione della Costituente Toscana_[785], il Guerrazzi si vedeva però alfine costretto a radunarla, e nel Discorso di apertura che profferiva faceva una parte tanto più larga a quel voto di Unificazione dei due Paesi, quanto meno intenzione avea di attenerlo, ben conscio d'altronde, che senza assecondare quel voto, almeno in parole, non gli sarebbe rimasto per un'ora il Potere[786]. Senonchè poi, onde non lasciare mettere in discussione quel soggetto, a cui con tanto ardore parea riportarsi, con mille piccole arti ei lo andava sempre aggiornando, adducendo ora la necessità di aspettare lo scioglimento delle cose del Piemonte, ora motivando i sentimenti toscani che da quell'atto, diceva, potevano rimanere offesi. — E all'effetto di prender tempo, egli suggeriva ancora all'Inviato Romano, come, per condizioni preliminari di quella Unificazione, sarebbe stato bene, che Roma sanzionasse che il Governo e la Rappresentanza nazionale avrebbero risieduto un anno a Firenze, uno a Roma; che Firenze avrebbe avuto un collegio militare, una università, una scuola di belle arti, — disposizioni che avrebbero servito a non irritare quelle suscettibilità municipali che troppo fatalmente sentivano, egli soggiungeva, i suoi compagni[787]. Ma gli rispondeva con dignità l'Inviato Romano, non doversi stuprare un gran concetto con quelle meschine considerazioni; doversi far scomparire gli elementi secolari di divisione che tanta parte erano stati nella rovina d'Italia, non piaggiarli, accarezzando grette passioni, che da nessuno, che l'Italia amasse, potevano alimentarsi; doversi mostrare colle opere al Mondo che l'Italia era matura a quella civiltà, per cui dettato avevano le loro pagine i suoi scrittori immortali, per cui il sangue avevano sparso migliaia di martiri: essere necessario infine un atto magnanimo, che forse Sicilia e Venezia avrebbero tosto imitato: e quanto alla Costituente Italiana poi, per cui già la Toscana eleggeva i suoi Deputati, essa avrebbe difinitivamente regolate le condizioni di ogni provincia, facendo ragione a quelle esigenze che potessero restare.
«Guerrazzi, stretto così da vicino, inaugurava la Toscana Costituente col Discorso a cui accennammo[788]; poi tergiversando in mille maniere decidevasi ad aspettare l'esito delle cose piemontesi prima di fare null'altro. La Toscana permaneva quindi col Governo Provvisorio, permaneva staccata da Roma; _il Partito liberale, sdegnato di quell'inerzia, accennava d'irrompere da un momento all'altro_[789].
«La notizia della disfatta di Novara poco dopo giungeva, e paralizzava vieppiù le risoluzioni del Guerrazzi. Quella notizia produsse oltre Appennino l'impressione che aveva prodotto a Roma, e là pure si sentì che una crise si avvicinava. Ma mentre Roma traeva forza dalla sventura e si apparecchiava a morire, almeno degnamente, la Toscana, mercè la condotta subdola del suo Triumviro, s'accasciava miseramente; in una stolta ed egoistica lusinga miseramente si addormentava[790].
«Guerrazzi, riescito a disfarsi[791] dei suoi Colleghi, che opposti si sarebbero a quelle risoluzioni a cui già piegava, spaventando[792] l'Assemblea con un Rapporto dei Ministro dell'Interno, che dipingeva coi più neri colori lo stato del Paese, indotto avea l'Assemblea ad aggiornarsi, conferendogli una specie di Dittatura, a cui l'ultimo ostacolo veniva tolto coll'allontanamento di Montanelli, mandato a Parigi[793]. Fatto solo rettore delle sorti toscane, fu allora che fra i due partiti che gli restavano, d'unirsi a Roma, o _di accudire ad una Restaurazione, si attenne a quest'ultimo_, avendo egli, repubblicano, voluto prima _forse_ l'unione col Piemonte monarchico, se il Piemonte vinceva; poi il ritorno del Duca come il solo mezzo, così credeva, di evitare l'intervento tedesco. Questa ultima risoluzione, che avrebbe potuto scusare le sue intenzioni, se fossero state leali, non scusava certo il suo senno. Come non vedeva egli che il Duca non poteva tornare che colla Reazione? Che Livorno, non vi fosse stato altro, non si sarebbe piegata mai a quel ritorno? Che, in fine, un'intervenzione armata diventava necessaria[794]?