Apologia della vita politica di F.-D. Guerrazzi
Part 68
Parlai al Popolo poche parole, e si disperse: mentre mi tratteneva in Palazzo favellando con l'Avvocato Marzucchi e il Conte De Larderel, entrarono alcuni individui concitati nello sguardo che chiamarono in altra stanza il Marzocchi, e quindi a breve vidi uscire alcuni del Popolo, e udii che dicevano, non senza improperii: — sono venuti a proporre l'arresto di una cinquantina di popolani, _la pagheranno: il pezzo più grosso ha da essere un orecchio_! Abbandonai precipitoso il Palazzo, mandai subito a chiamare persona congiunta per sangue col più minacciato di coloro, e lo avvertii del pericolo. Feci il mio dovere, e non meritava veruna riconoscenza; e se non l'ho avuta, non me ne dolgo. Il giorno 7 per tempo mi condussi al Palazzo del Governatore; eranvi gli Assessori Marzucchi e Venturi e il Conte De Larderel: favellai, io credo, nè insensate nè triste parole; esposi i mali della città, proposi i mezzi di rimediarvi; di più domandai loro quello che per me dovesse farsi. Mi _pregarono tutti_ a rimanere nella Deputazione, e adoperare ogni mio sforzo pel bene del paese. Promisi farlo, purchè essi pure cooperassero, e come provvedimento per tôrre via ogni pretesto di lite li persuasi a interporsi presso Gianpaolo Bartolommei, col quale da qualche tempo io viveva con freddezza, ond'egli consentisse formare parte della Deputazione. Recatomi col Conte De Larderel alla Comune, conferivamo su quanto era da farsi, quando sopraggiunsero gli Assessori Marzucchi e Venturi, e referirono le loro premure presso il signore Bartolommei riuscite indarno. Presenti gli Assessori distendemmo la prima Notificazione; dettò il Venturi il paragrafo relativo all'approvazione, su tutto quello avevamo fatto e facevamo, e fu egli che persuase inserire la frase che avremmo ragguagliato il Popolo del nostro operato _volta per volta_, sostituita alla espressione di _ora in ora_, avvertendo come la prima denotasse maggiore spessezza della seconda. In questa sopraggiunse un giovane colla notizia che il signore Bartolommei erasi determinato a formare parte della Deputazione, ma che prima voleva vedermi. Andai: sopita ogni grossezza, venne alla Comune. Il Popolo applause; quinci passammo alla Caserma della Guardia Civica. Tutti mi porsero amica la destra; la strinsi a tutti: il Mayer per la _seconda volta_ domandò oblio di una ingiuria fattami; lo concessi: il Ricci pareva restio; più tardi venne a casa in compagnia dei Capitani Orsini e Conti: disse essere stato ingannato, e che chiarito dello errore veniva adesso a scusarsi; e fu accolto amorevolmente. Ogni cosa pareva disposta alla concordia, e cotesto giorno ebbe la sembianza di felicissimo. Il giorno otto per tempo mi mandava a chiamare il Governatore; eravi seco l'Avvocato Venturi; poco dopo sopraggiunse il Conte De Larderel: mostraronmi la Notificazione del Marchese Ridolfi; considerata attentamente rispondemmo: il Governo ha male appresa la Deputazione; ebbene, ognuno ritornerà alle proprie case: noi non desideriamo meglio. — No ci venne detto, voi non partirete; noi _non vogliamo pubblicare cotesta Notificazione_, che manderebbe a soqquadro ogni cosa. Marzocchi è partito per Pisa, e già ci ha ragguagliato. Vedete la lettera; _tanta è la lealtà nostra, che noi non dobbiamo celarvi nulla_. La lettera parlava di spiegazioni date al Ministro, e della favorevole accoglienza delle medesime; avere proseguito, egli Marzucchi, per Firenze, per dare ad altri coteste spiegazioni; augurarne bene; — badassero a tenere tranquilla la città; — dissuadessero la Deputazione recarsi dal Ministro, perchè forse non sarebbe stata bene accolta. Conchiusero finalmente col pregarci a rimanere nella Deputazione fino a nuove istruzioni. Osservai, badassero bene che noi intendevamo rimanere perchè pregati, e non volevamo poi essere ripresi di nulla. Il Venturi mi stese la mano dicendo: _Francesco, noi ci conosciamo da molti anni: sono un galantuomo: tutto quello che avete fatto e farete fu con piena approvazione del Governo: e se mai trovassero a ridire sul vostro operato, io vi prometto che darò subito la mia dimissione_. Venturi non ismentirà le parole, e il Conte De Larderel ne può fare buona testimonianza; ma non abbisognerà certamente. Dopo ci mostrarono varie dimissioni dai gradi della Civica, che a loro e a noi parvero inesplicabili; erano di Gianpaolo e di Luciano Bartolommei, di Federigi e di Fiorini. Il Gonfaloniere ed io andammo alla Comune: qui trovammo lettera di L. Giera dimissionario dal posto della Deputazione. Il signor Gianpaolo Bartolommei non credè civile neppure scrivere alla Deputazione; mandò un articolo al _Corriere Livornese_, in cui, discorrendo di non so quali rimorsi, diceva deporsi dall'assunto incarico. Rispondemmo ad ambedue manifestando loro lo invito dell'Autorità locale, e pregandoli a sospendere le dimissioni fino a nuovi ordini del Governo. Tutto ciò ci fece nascere sospetto, che qualche segreto agitatore si compiacesse seminare lo spavento e scompigliare la concordia; sospetto reso tanto più grave da un Ordine del Giorno del Colonnello della Guardia, del giorno avanti, che invitava tutti i Civici a radunarsi per difendere (niente meno) _la vita e le sostanze dei cittadini_, — e da certe espressioni sfuggite al Ricci nella Caserma, nel giorno stesso quando mi era condotto davanti: _come! mi avevate detto che dovevamo fare sparger sangue; ed ora non è più vero_? — Adesso alcuni ufficiali della Civica prorompono nella stanza, e passionatamente domandano, che cosa intendessimo fare, se scioglierci o rimanere. Manifestammo loro le istanze del Governo locale. Invitati ad andare in Caserma a ripetere coteste spiegazioni, andammo e le ripetemmo. L. Giera, sopraggiunto, disse che nel suo particolare aveva ricevuto uguale preghiera dal Governo. Invitati a pubblicare cotesto fatto li compiacemmo con la seconda Notificazione. Di poi ognuno si ritirò, aspettando le ulteriori disposizioni del Governo. Il giorno 9 il Governo non cerca più di me, ma invita gli ufficiali della Civica, e partecipa loro altra Notificazione del Marchese Ridolfi. I fratelli Bartolommei vennero a comunicarmela, domandandomi che intendessi fare. Risposi sorridendo: «starmene in casa a badare ai miei negozii.» Più tardi si fecero a trovarmi molti individui, avvertendomi essere necessario che io manifestassi il mio concetto (che la soppressione della Deputazione non era cosa che meritasse sdegno), e inculcassi la necessità della concordia. — Ben volentieri mi recai alla Caserma a prestare quest'ufficio. Nella stanza degli ordini avvennero diverse arringhe più o meno concludenti, ma cospiranti tutte alla pace, alla tranquillità e alla concordia. — Nello uscire dalla stanza una voce sinistra mi percosse: — «Bisognerebbe ammazzarli tutti!» — Mi sentii ribollire il sangue, ed esclamai: — la quiete è stabilita, nessuno ardirà turbarla; ma se mai per somma e non preveduta sventura qualche tumulto avvenisse, guardi la Civica a non far uso delle armi: pensi che potrebbe rimanere ucciso un padre o un fratello. — Giunsi alle scale; la calca era folta; non si poteva avanzare nè retrocedere; intanto vedo apparirmi incontro l'Avvocato Marzucchi. Respinti in mezzo alla Caserma, io domandai al Marzucchi spiegazione di certe parole lette nella Notificazione, che mi parvero lesive così alla verità come all'onore; le parole suonavano: _coloro che si dissero vostra Deputazione_ ec. — Come hai consentito, lo interrogava io, che queste parole si stampassero, quando noi fummo da te pregati a formarne parte? quando quello che facemmo fu da te approvato? — Il Marzucchi, presenti mille persone, rispose: — Finchè io mi rimanga rappresentante del Governo, mi sia permesso non manifestare la mia opinione sopra gli atti del medesimo; in quanto a quello che avverte il Guerrazzi, è vero; il Governo locale approvò quanto dalla Deputazione venne operato, e la Deputazione fu proposta e consigliata da me. — Io mi dichiarai soddisfatto, e aggiunsi che mi ritiravo nelle mie case. Marzucchi allora, ammonendomi gravemente, mi disse: — No, non devi ritirarti, ma affaticarti pel bene del tuo paese; — con certe parole dolci di lode, scontate con largo sorso di amaro. Allora di nuovo parlai, parlò lo stesso Marzucchi e Bartolommei, credo Bernardi e Ricci. Mentre così ci travagliavamo, una vocina stridula si fece sentire: «la Deputazione è figlia della minorità!» — Queste parole irritanti m'increbbero: mi volsi a vedere chi le avesse proferite: era un tal Viviani; allora esclamai: — Oh! l'ho notato, è il Viviani, non ci occupiamo di lui.-E la gente d'intorno impose silenzio allo importuno. Il Viviani pretende che io immaginassi una proscrizione; ch'egli fosse posto nelle note; egli mi finse Silla, sè proscritto. Il Viviani ha fatto me e sè troppo grandi. Veramente non ho la pazienza dello zio Tobia, che vessato dalla mosca la prese, aperse la finestra, e dicendole: creatura di Dio il mondo è largo abbastanza perchè noi non ci diamo noia! la pose in libertà; — ma mi protesto, che non ho mai imitato Domiziano: però viva, sieno quieti i suoi sonni: se deve morire per le mie persecuzioni, può contare sopra 100 anni di vita. — Il Popolo adunato, scosso da tante esortazioni, giurò sopra il suo onore da ora in avanti rimanersi tranquillo; la Guardia promise vigilare alla quiete della città. Allora proposi a Marzucchi: poichè ogni motivo di provvedimenti straordinarii cessa, prega il Ministro a ritirare le milizie, e concedere che il Municipio si aggiunga varii individui, i quali, prevenendo ogni dimostrazione tumultuaria, si facciano organo presso di lui dei voti del Popolo. Promise farlo, e credo ancora promettesse darmi risposta in giornata. Tornai a casa. Alle 2 p. m. il Conte De Larderel venne a trovarmi; mi disse essere stato accolto freddamente dal Ministro Ridolfi; aggiunse sentirsi male disposto, _andassi a trovarlo nella sera_. Più tardi ricevo avviso essere stato risoluto il mio arresto; mi posi a ridere; a buio si rinnovarono gli avvisi. Mi misi a scrivere un articolo di Giornale. Alle 8 circa, vennero Giannini e Meucci per parlare del Giornale, e rinnovarono lo avviso; _intanto sopraggiunge Dario Bastianelli ad avvertirmi per parte del Conte De Larderel, non istessi ad andare da lui perchè gli era entrata la febbre_. Dopo questi venne il signor Mastacchi, giovane al quale in tempo di mia vita avevo allora forse favellato tre volte, e mai di politica; e notiziandomi sicuro il mio arresto, mi scongiurava a non soffrire questo insulto tanto fatale alla mia mal ferma salute; mi scansassi, in qualche luogo riparassi fino a ragione conosciuta. Ringraziai cordialmente per tanta bontà l'onesto giovane, e gli altri venuti con lui a me ignoti perfino di vista, ma nel tempo stesso scriveva un biglietto a Gianpaolo Bartolommei: avere da più parti saputo che il Governo disegnava arrestarmi, ordinasse tenere aperto il portone, perchè non desideravo trovassero i Carabinieri impedimento. — Ahi io credeva che soli i Carabinieri sarebbero venuti ad arrestarmi!
Questa è la verità, e null'altro che la verità. Ora mi volgo ai miei Nemici, ai Giornalisti, ai Municipii, al Governo, e al Popolo, e dico:
Ai Nemici: — Voi mi avete atrocemente perseguitato; calunniato senza coscienza e senza verità: voi mentre ero in carcere avete versato a piene mani sopra di me la ferocia e la menzogna[754], rinnovando le immanità dei Veneziani che conducevano la loro vittima al supplizio tra le colonne di Piazzetta San Marco con la spranga alla bocca, o la gittavano cucita dentro un sacco nel Canale Orfano. Voi mi avete baciato e tradito come Giuda[755]. Tal sia di voi. Voi temete che io mi vendichi di voi? Il giudizio del pubblico e i rimorsi della vostra coscienza bastano soli alla mia vendetta.
Ai Giornalisti: — Alcuni senza conoscermi mi hanno difeso; che posso dir loro? Io gli ringrazio meno della difesa, che per avermi mantenuta la fede negli uomini: altri, conoscendomi, tacquero; pieni di tanto sdegno per le ingiustizie che si commettono mille miglia lontano, per le domestiche non hanno ire. Il cuore loro è fatto ad uso di fantasmagoria. Che giovano le parole? Esse sono frasche. Ognuno verrà giudicato a misura delle opere, e un giorno il vostro peso sarà trovato leggiero sulla bilancia.
Ai Municipii Toscani: — Perchè veniste volta a volta a lanciare le vostre imprecazioni sopra Livorno vostro fratello, come sopra una vittima espiatoria? Certo vi scusa lo essere stati indotti in errore da taluni de' miei concittadini, che per sostenere le loro calunnie non aborrirono infamare il proprio paese, e renderlo esecrabile alla faccia della Italia: ma senno e carità volevano che voi v'informaste bene dei fatti, prima di cuoprire d'obbrobrio una città innocentissima. Adesso sarebbe giustizia emendare i vostri Indirizzi, NON GIÀ NELLA PARTE IN CUI DIMOSTRASTE LA VOSTRA BENEVOLENZA AL PRINCIPE COSTITUZIONALE, CHE NON CONTIENE IN SÈ NULLA CHE NON SIA COMMENDEVOLE, MA NELL'ALTRA CHE ESPRIME GL'IMMERITATI IMPROPERII.
Al Governo: — Io non voglio con inopportune querele creare imbarazzi e promuovere scandali; ma si persuada che nè Catilina vissero in Livorno, nè vi fu mestieri salvare la patria. Il Governo porse troppo facili le orecchie, e trasmodò in atti violenti ed ingiusti. Quando i Popoli si commuovono, è difficile che non nascano Partiti; più difficile che i cittadini all'uno o all'altro non si appiglino. Solone, che pure fu salutato uno dei sette Sapienti della Grecia, ordinò, nelle leggi che dava ad Atene civilissima, il bando a chiunque non avesse Partito; piacendogli piuttosto il cittadino appassionato, comecchè poco direttamente al bene pubblico, che lo ignavo e lo inerte. I Partiti voglionsi dominare e dirigere, e non farsi schiavo di nessuno. Il Governo rinnuovò lo errore di Enrico III, il quale si dette in balía della Santa Lega, e cessando essere re di Francia diventò servo dei Guisa e capo di fazione. I tumulti a Roma, nota Machiavelli, giovarono alla Repubblica, perchè terminarono sempre in buone leggi: nelle condizioni presenti dei Popoli, io per me non approvo i tumulti, ma, come Machiavelli nelle _Storie_ m'insegna, noi non potremo deplorarli abbastanza, quando terminano con le prigioni e lo esilio dei cittadini. Questa sventura condusse a precipizio la Repubblica Fiorentina. E se siffatti mali nascono da provvedimenti violenti, quanti non ne dobbiamo temere maggiori quando le violenze percuotono cittadini incolpevoli, che invece di provocare tumulti si affaticano, richiesti, con ogni forza loro a comporli? Ma se umana cosa è lo errare, bestiale è poi ostinarci nello errore. Io non muovo querele, nè do consigli; e non ostante, meno per me che per la causa della giustizia e della verità, pei luttuosi fatti della notte del 9 gennaio, io lo conforto a riparare l'onore offeso di persone che non demeritarono la benevolenza della patria e la stima dei generosi.
Al Popolo poi convienmi fare più lunghe parole. — Tu, o Popolo, sei venuto a incatenare me, colpevole soltanto di averti obbedito in cosa innocente, a te consigliata, e ad ogni modo a me estranea affatto. Tu hai incatenato queste mani che non vergarono scritto che non tornasse in onore della patria italiana. Gli stranieri una volta, sbarcando in Livorno, davano di occhio ai Mori della Marina, e andavano via sprezzando questa nostra città, come una _osteria posta sopra la strada maestra_[756]. Se oggi si trattengono un'ora, lo fanno per istringermi la mano, e l'onore del figlio del Popolo refluisce sul Popolo, perchè la mia fama è tua fama..... Se ho trascorso..... perdona questa vampa di orgoglio a colui che fu sempre saturato di calunnia e di vituperio! Un Carabiniere, nonostante il timore della punizione, mi tolse le catene che tu mi desti, e agitato dalla paura di avermi offeso ne ha perduta la ragione. Una persona costituita in dignità squassò sdegnosa le catene, gridando più volte, e non senza pianto: _questa è una indegnità_! — E così un Carabiniere ed uno Impiegato ebbero per me la pietà che mancò a te, — a te, mio Popolo, pel tuo figlio che t'ama. Ma tu, o Popolo, rigetti la colpa sopra la Guardia Civica, ed essa, chiamandosi ingannata, la rigetta sopra alcuni ribaldi. E SIA COSÌ, E COSÌ MI PIACE, E GIOVA CREDERE. Ma dimmi: i lupi cessarono di starsi in custodia del gregge? Il grano fu separato dal loglio? Dura tuttora, o cessò il regno di Giuda? Cotesti servi di tutti i poteri, traditori di tutti gli amici, adulatori di chi sorge, calunniatori di chi cade, coteste vespe importune e venefiche ti sussurrano sempre dintorno?
Ma se tu pensassi, o Popolo, che io volessi concitare il tuo sdegno contro costoro, t'inganneresti. Oh! vivano nella loro viltà come sopra un letto di riposo. La stirpe dei codardi per sommo di Dio benefizio è scarsa tra noi; conserviamoli gelosamente come mostri: noi gli additeremo ai nostri figliuoli, nella stessa guisa che accennavano al fanciullo Spartano lo Iloto ubbriaco.
Io l'ho detto: tra me e te, Popolo, noi non dobbiamo odiarci, nè lo possiamo. Forse Aristide odiò la patria perchè bandito ingiustamente? In certa notte con pericolo di vita ruppe il bando, e fu la precedente alla battaglia di Salamina, per avvisare Temistocle intorno alla ragione dei venti, e all'ordine della flotta persiana. Gli antichi esempii non saranno stati letti invano. I Veneziani supplicarono Carlo Zeno imprigionato iniquamente, onde salvasse la patria dal pericolo supremo da cui era minacciata: usciva, pugnava, vinceva, e poi altero e costante tornava al carcere[757].
Tra me e te ogni trista memoria è obliata, o Popolo, e _con tutti fra te_. Vi lasciai non liberi: uscendo adesso vi trovo facoltati a farvi liberi se volete. A patto tale, chi non vorrebbe avere sofferta la prigionia? Baciamoci dunque, e stringiamo ora che ne fa mestieri più che mai i vincoli di famiglia. Giù rancori, giù discordie, se volete essere forti contro il nemico comune: io non so davvero come potrete riuscirvi, con matte fazioni tra voi. E soprattutto nè _viva_ a tale, nè _morte_ a tale altro: il secondo grido è crudele, o la nostra religione lo aborre; il primo è segno di servitù. Oggimai non hanno a contare gl'individui, ma i principii. Mi confortarono, o Popolo, ad abbandonarti, e porre la mia stanza in altro paese. Non posso farlo: le cose si amano pei sagrificii che costano, e il mio paese mi costa assai. Io qui ebbi nascimento, e qui desidero sepoltura accanto alle ossa del padre mio e dei miei amici, che più felici di me mi precederono nella morte: io continuerò, secondo che è dato al mio povero ingegno, a onorarli come posso e devo; ma tu, o Popolo, ricompensami con lo starti unito, col non fare il mio nome bandiera di fazioni e di tumulti: io te ne scongiuro per la mia fama, e più per la tua: anche tu fosti accusato, e devi mostrare che lo fosti a torto, a nessuno secondo tra i Popoli italiani, e a qualcheduno primo. Le petizioni offrono mezzi legali per manifestare i tuoi voti: e per tôrre d'inganno il Governo attienti a queste.
Terminerò col darti uno avvertimento non inopportuno ai tempi che corrono. Le cose di Francia non t'illudano; gli Stati non vivono d'imitazione. Ogni Popolo ha le sue età. Non bene risensato dal lungo letargo, male imprenderesti a correre. Sta quieto; fortificati; sviluppa il tuo ingegno nello studio del reggimento degli Stati. La forma costituzionale presenta campo abbastanza per questo. Certo, il contegno di Luigi Filippo ti rende sospettoso; per lui il trono circondato da istituzioni democratiche diventò menzogna; ma la colpa stette nell'uomo, non già nella cosa; e alla fine tu vedi a quale luttuoso termine lo ha condotto la sua slealtà. Occorrono esempii di re e repubblica vissuti lungamente d'accordo. Senofonte nella vita di Agesilao ci porge testimonianza di questo fatto, con le seguenti parole: «lo elogio di Sparta non può separarsi da quello della sua famiglia, perchè se Lacedemone non imprese a spogliare i suoi re del potere supremo, i re a posta loro non ambirono autorità maggiore di quella che concedevano loro le leggi.»
Di più non dico, e forse il detto è troppo. Tu, o Popolo, vorrai intenderlo e seguitarlo? Deh! sia dato un giorno di conforto al travagliato mio spirito!
Di Prigione, 19 marzo 1848.
F. D. GUERRAZZI.
D
IX. Esame del §§ VI, VII, VIII, dell'Atto di Accusa. — Pag. 113.
«_Nè, come per sè stesso poco è vago di parole il Commercio, così egli si era rimasto a dimostrarmi la sua benevolenza con vuoto suono di favella, chè mi aveva profferto largamente qualunque somma pei bisogni della patria avessi riputata necessaria._»
A dimostrare la temperanza civile del signor Guerrazzi, l'animo suo disposto ad ogni più umile ufficio, purchè utile al bene della sua Patria, e come si fosse largamente meritate le profferte e le lodi de' suoi concittadini, si riporta il seguente Documento del signor Avv. Dell'Hoste[758], dal quale resulta com'ei si offerisse perfino a fare da segretario al signore Guinigi, onde comporre le turbolenze livornesi. Così narra Valerio Massimo che Epaminonda si adattò a sostenere l'impiego di soprastante alla nettezza delle strade di Tebe, rendendo, con la splendidezza dell'opera e la modestia dell'animo, onoratissima una carica che aveano voluto imporgli per umiliarlo[759].
«Stimat.mo Sig.r Cancelliere Guidotti.
«Benchè i miei commessi di Studio mi avessero assicurato di avere, nei sette mesi del mio arresto politico, puntualmente eseguito il mio ordine, di abbruciare anche i più indifferenti carteggi che non fossero di affari meramente legali, non già per riguardo mio, ma unicamente per togliere di mezzo le carte inutili, nella riordinazione dei miei fogli, nulladimeno, per adempire alla promessa che ieri le feci, io ho consumata oggi inutilmente tutta la giornata in cercare il viglietto Guerrazzi del dì 15 settembre 1848, a cui alludeva la lettera che al medesimo io risposi in detto giorno, e che ella mi contestò ieri per incarico della Direzione Criminale di Firenze.
«Sono dolente che anche quel biglietto sia stato dai miei commessi distrutto, ma mi consola il pensare che il signor Gonfaloniere Francesco Ruschi, ed il già Ministro dell'Interno signor cavaliere Donato Samminiatelli, lo lessero in quello stesso dì 15 settembre 1848. Intanto io scrissi in detto giorno al Guerrazzi in quella mia lettera, che io ero rimasto edificato del di lui contegno, inquantochè egli spontaneamente dicevami, che esso si sarebbe adattato a fare anche da commesso al Guinigi, se lo rimandavano come Governatore a Livorno, imperocchè egli dichiarasse di non conoscere altra idea che questa per ristabilire il buon ordine in detta città.
«Questo mi sono creduto in dovere di scrivere a VS. in ordine all'invito che ieri alla fine del mio esame facevami, di verificare se il detto biglietto Guerrazzi, de' 15 settembre 1848, esistesse tuttora presso di me.
«E con tutto il rispetto mi dichiaro
«Suo Devotiss.o Servo «AVV.O ANTONIO DELL'HOSTE.»
E
Ivi. — Pag. 117.
«_Narra l'Accusa, ed è vero, che in varie città della Toscana (essa rammenta Livorno, Arezzo e Lucca) avvennero manifestazioni affinchè S. A., Montanelli e me chiamasse al Ministero._»
Quando fu fatta la dimostrazione ad Arezzo, Montanelli era già incaricato della formazione di un Ministero, e certo cartello, di cui parla la querela aretina contro Tornelli e consorti, non indicava nome di alcuna persona. Questo vuolsi dire a rettificazione di quanto è stato appreso per vero sulle false asserzioni dell'Accusa alla pagina indicata.
F
XXII. Atti speciali, § 5. — Pag. 289.
«_Nelle prime ore pomeridiane del giorno 8 febbraio Firenze, Pisa, Lucca, Livorno, Massa, Arezzo, Montepulciano, Grosseto e Siena con tutti i paesi circostanti erano per me informati precisamente del vero stato delle cose._»
I Dispacci della notte del signor Guerrazzi alle Autorità provocavano Proclami dove si dichiarava _assente_ la Corona, e che a vigilanza sua nel _Monitore_ officiale stampavansi.
«Cittadini!