Apologia della vita politica di F.-D. Guerrazzi

Part 67

Chapter 672,613 wordsPublic domain

Io ho voluto riserbare queste ragioni per ultimo, non parendo dicevole alla integrità mia opporre eccezioni perentorie; adesso poi che di punto in punto, se pure io non m'inganno, sono venuto giustificandomi, non mi pare vergogna valermene, e me ne valgo. Mantenete il patto. La Italia ricorda un'altra capitolazione tradita, e ancora Inghilterra la rammenta; imperciocchè, se mai favellando di Nelson ammiraglio tu pronunzii il nome di Trafalgar, non vi sia Inglese di cui gli occhi non balenino di nobile orgoglio; ma dove ti venisse fatto susurrare quello di Napoli, non troverai Inglese che non abbassi al suolo sbigottito la faccia.[753]

E in questa parte io volli riserbare eziandio a far conoscere, quale sia stato il palpito ultimo della mia vita al Potere, che io tenni, e me ne onoro, da cittadino e da cristiano. Nel giorno 12 aprile alle ore 8 e m. 57 antim., per via telegrafica, mandava:

«Al Governatore di Livorno.

«Nei dolorosi casi avvenuti ieri in Firenze, non si ha a vedere altro che la insidia dei nostri eterni nemici. Livornesi e Fiorentini, entrambi traditi, hanno apprestato spettacolo gradito a costoro. I Livornesi sieno generosi, con l'esempio dimostrino che non furono rettamente giudicati, e si apparecchino a difendere la Patria che essi amano tanto. Pubblica se credi.

«F. D. GUERRAZZI.»

E Manganaro, amico degno della Patria e di me, rispondeva:

«Al Potere Esecutivo.

«La Città è tranquilla nè si pensa da alcuno, per ora, di recarsi a Firenze; anzi si sta redigendo un Indirizzo di pace ai Fiorentini che sarà firmato da molti.»

Così, mentre altri squassava con vigore estremo di braccia l'Albero della Discordia, e ne faceva cadere su la terra i frutti dell'odio, io, improvvido di tradimento, attendevo a insinuare nelle anime inacerbite sensi di magnanimità e di perdono, ed anche vi riuscivo: — e come il perdono fu il palpito ultimo della mia vita al Potere, così prego Dio onde mi mandi virtù che mi basti a fare sì, che la parola la quale ultima verrà profferita dalle mie labbra mortali sia: _perdono a quelli che mi hanno tanto atrocemente lacerato_!

FINE DELL'APOLOGIA.

APPENDICE.

A

VII. Tumulti quando incominciassero. — Pag. 37.

«_Il Consiglio_, — non obliando la miserabile condizione nella quale, per effetto dei mutamenti politici, era caduta la Toscana, — _deliberava unanime questa dichiarazione di fiducia, formulandola così_: «Siamo grati agli espedienti che il Governo si affrettò di adottare.» — _Non era anche venuta l'ora dell'ingratitudine_!»

Con quali intenzioni il signor Guerrazzi salisse al Ministero, e perdurasse in quello, si ricava dalle seguenti lettere, di cui le prime due dirette al cavaliere Niccolò Puccini; la terza ad egregia Donna lucchese, che il Prefetto di Lucca prima di rimettere fece copiare, e in copia conservò; l'ultima confidenziale al prelodato signor Prefetto.

«Amico.

«Tu molte cose hai indovinato: altre no. La troppa acutezza sfonda il foglio. Io quando scherzo ragiono come te; ma in questo mi sento superiore a te: che credo in più e migliori cose, come, a modo di esempio, nella capacità del Popolo a diventare superiore a quelli che lo hanno superato. Mi raccomandi giustizia; io ti assicuro che il tuo amico mostrerà sempre giustizia e generosità. Scusami la brevità. Tu se' discreto, e pensa che non istò in prigione per avere tempo di scrivere a lungo. Addio.

«Firenze, 27 ottobre 1848.

«Affez.mo F.-D. GUERRAZZI.

«Al Cittadino Niccolò Puccini. — Pistoia.»

«Amico Carissimo.

Sai tu? le lettere mie saranno brevi, in istile di XII Tavole. — Per ora fo bene? Tu gridi: bravo Cecco! — Perchè dai di occhio ai tuoi poderi; e finchè faccio gli affari vostri, io vo d'incanto. Sta benone. Il Ministero _canaglia_ non parti che ritenga del gentiluomo più che non credevano? Lasciamo gli scherzi, frutto fuori di stagione. Io vado innanzi secondo la mia coscienza, che, comunque inasprita, _fu sempre onesta e buona_. Se io non potrò dire come Pericle sul termine della vita, cioè: non avere mai offeso nessuno; spero potrò affermare non averlo offeso senza giustizia. E sta sano, mandandomi _democratici_ deputati, — se più tardi non li volete avere _escamisados_.

«Firenze, 16 novembre 1848.

«Affez.mo F.-D. GUERRAZZI.

«All'Ill.mo signore C. Niccolò Puccini.»

«Signora.

«Tre cose voleva Del Re, e le ha ottenute:

«Si mutasse in parte lo Stato maggiore della Civica. — Io lo aveva già mutato tutto, ponendone a capo Lelio Guinigi con moltissimi rispettabili e amati cittadini.

«Si comprimessero le Fazioni. — Io comprimerò qualunque Partito inesorabilmente, — _Bigionisti e Riformisti_, e lo vedrà.

«Si procurasse il bene di Lucca. — Lucca è carissima nostra sorella, e non abbiamo mai confusi i buoni Lucchesi _con i pochi faziosi, Bigionisti_, che fanno chiasso e lo perchè non sanno; _Riformisti_, che si agitano per avere impieghi che non avranno mai. — Pace, concordia e giustizia internamente, gloria italiana fuori. — Credo la Deputazione sia rimasta contenta: forse qualche individuo della medesima no: che ne pensate voi?

«Firenze, 3 del 49.

«Aff.mo A.o GUERRAZZI.»

«Signor Prefetto di Lucca.

«A. C.

«Desidero vedervi presto: venite più presto che potete; superata la prima prova, il Ministero ha speranza _di salvare anche quelli che l'odiano_. Non sono quello che fui; non dirò che morì gran parte di me; ma se posso, _voglio costringere i nemici, se non ad amarmi, ch'è impossibil cosa, almeno a rendermi giustizia_. Addio.

«10 gennaio 1849.

«GUERRAZZI.»

B

VIII. Di una insinuazione dell'Atto di Accusa, che mi dà luogo a chiarire le sofferte ingiurie per parte della Polizia. — Pag. 75.

«_Questo Partito.... da me ardiva pretendere un atto di contrizione delle colpe commesse, poi si contentava di_ un atto di fede, _che gli servisse di modello per confrontarvi in ogni tempo la mia futura condotta.... Intanto il Governo, liberati i compagni della mia prigionia, riteneva me, che avevo dichiarato non volere uscire, dove alla mia fama non si desse convenevole riparazione_.»

Delle trattative intorno a tale argomento, degli artifizii del Partito avverso, delle premure degli amici, onde il signor Guerrazzi uscisse finalmente del carcere, porgono testimonianza diversi Documenti, dei quali basteranno al lettore le due Lettere che qui riportiamo.

«Amico Carissimo.

«Avrei desiderato ricevere altre lettere da te, per aver notizie di tua salute. — Sento, è vero, con piacere, che sei sano, grazie alla tua coscienza e filosofia; ma ben sai che i caratteri di un amico sono cari agli occhi, e più al cuore.

«Ogni giorno si dice che vieni: pure io dubito, che il tuo ritorno possa ritardare ancora. Corre voce, che qui vogliano accoglierti con festa, e mi dispiace, perchè così facendo si potrebbe forse recare danno alla città ed a te. — Io dico a tutti coloro che si chiamano amici tuoi, che si astengano da qualunque dimostrazione clamorosa, e ti lascino, per così dire, passare inosservato; ma non sono essi che bisogna trattenere; è la plebe, e con quella mal si ragiona. — Credo che non mi porrai nel numero dei soffocatori, ma dei prudenti; perchè mentre faccio a tutti tale raccomandazione per amore della patria e dell'amico, non saprei mai impedirti di procurarti una decorosa e legale giustificazione; e so che non sei capace di cercarne una diversa. È giusto che si conosca chi ha errato; ma ciò deve farlo la legge, e non gli esaltati, ai quali potrebbero unirsi i tristi, che pur troppo devono esservi fra noi. — Ora

Le leggi sono, e ognun pon mano ad esse.

«Se qualche volta ti ho consigliato, ho sempre avuto in mira l'utile tuo; e la lunga amicizia che esiste fra noi ti è pegno sicuro. Nell'attuale stato di cose, stimerei ben fatto, quando sarai per tornare, che con tacito permesso superiore, che credo non ti sarebbe negato, ti facessi precedere da un avviso, pregando, anzi intimando chi si vanta tuo amico, a non fare clamore alcuno, dicendo loro, che anzichè esserti di giovamento, potrebbero pregiudicarti; che questa non sarebbe espressione di amicizia, ma desiderio di nuocerti; che i tempi sono gravi, e l'unico e santo pensiero di tutti deve essere il bene reale della patria; che queste divisioni d'individui non devono convertirsi in divisioni generali; che vi sono leggi tutelanti ogni cittadino; che non hai bisogno di soccorso per difendere il tuo onore; — con tutto quel più che puoi e sai dire.

«Fallo, ed opererai sanamente, e ti sarà vantaggio. Sappi che corrono da parte a parte lettere anonime di minaccie. Previeni qualunque occasione a cui potresti servire di pretesto, e forse con tuo danno. — Io non vedo altro mezzo: — se il tuo senno te ne suggerisce uno migliore, adopralo pure, purchè produca lo stesso effetto.

«Armati di pazienza, e aspetta.

«HO SENTITO CON PIACERE CHE SEI DISPOSTO A FARE UN SACRIFIZIO ALLA PATRIA PONENDO TUTTO IN OBLIO, PURCHÈ IL GOVERNO CONOSCA SOLTANTO DA QUAL PARTE STAVA L'INGANNO. — Te ne ringrazio, perchè comprerei la pace nostra a caro prezzo.

«Rispondimi.

«Il tuo amico ti augura bene, e ti abbraccia.

«Livorno, 29 febbraio 1848.

«GAETANO PAGANUCCI.

«Al sig. D. F. Domenico Guerrazzi.

«Nel Falcone. — Portoferraio.»

«Amico Carissimo.

«Livorno, 19 marzo 1848.

«Stamattina non abbiamo potuto concludere nulla, perchè essendovi stata una dimostrazione per lo Statuto romano, non abbiamo potuto riunirci. — Però alcuni fra noi sono di parere di aspettare la tua risposta; altri di fare subito l'istanza, _perchè al Governo piacerebbe averla, ed il Popolo sollecita da ogni parte_. — Credo che forse aspetteremo; ma tu non tardare a scrivere. — Ti dico però francamente, e da vero amico, che bisogna accettare. — Il modo sta in te, vale a dire, che puoi scrivermi lettera, dicendo (in sostanza): «che i tuoi principii furono sempre costituzionali; fede le opere tue; che l'istituzione della Guardia ti è simpatica, come lo è a tutti.» — La forma ed il resto, ognuno lo vede a modo suo. — _In quanto a consentire per l'abolizione del processo politico, puoi dire, come è vero, che questo è un sacrifizio che ti si chiede; che sei sicuro del trionfo; ma che a sollecitazione non tanto degli amici, quanto di tutti, e in vista di togliere ogni occasione di discordia alla patria, ti rassegni, pronto sempre a fare in vantaggio di essa ec. ec. ec._ — Dì quello che ti pare. — Se vuoi, farò stampare la tua risposta. — Peraltro ti soggiungo, che non è momento da esitare. — La pace in città esiste; ma può essere precaria; e Dio ci guardi. — Vedi: ha perdonato la famiglia dell'ucciso. — I tuoi compagni di prigionia non dissentono. Per la verità non posso dirti nulla di R***, perchè non gli parlo; ma credo che seguirà il vostro esempio; — e poi, egli è forestiero. — Ripeto, e ripeterò sempre, che bisogna sacrificarci, certi che il premio di quest'opera verrà presto. — Se volessi o potessi dirti quanto è accaduto e accade; quanti intoppi si incontrano; quanti disinganni in ogni verso; quante cose non s'intendono, ec., empierei dei volumi. — Conchiudiamo; rispondimi subito, se non l'hai fatto, e secondo il desiderio di tanti amici che ti vogliono bene. _Il Governatore aspettava oggi una risposta_; ma non siamo andati da lui, nè ci andiamo, prima di avere tue lettere.

«Si avvicina la sera, e vado in Piazza a sorvegliare per la pace, cosa che occupa i tanti buoni che sono fra noi.

«Addio. Ci rivedremo presto.

«Affezion.mo Amico PAGANUCCI.

«_Ti giuro sul mio onore_, e non lo giuro invano, che se consenti a tornare a Livorno _subito_, e non vi è altro mezzo che quello che ti suggerisco, la città avrà pace; diversamente, torniamo indietro una settimana, cioè al tremendo dubbio di una guerra cittadina. — Vedi quale responsabilità ti assumi! L'amicizia mi costringe a palesarti il vero.

«Al signor F. Domenico Guerrazzi.

«Nel Falcone. — Portoferraio.»

E mentre gli si domandava oblio della offesa patita, ed ei lo dava, l'Accusa per questi fatti ha coraggio di scrivere: «che il signor Guerrazzi _ha interessato_ la grazia!....»

C

Ivi. — Pag. 76, in nota

«_Al Popolo, che ingannato era venuto ad arrestarmi, tali apparecchiava parole, come resulta dallo Scritto inedito pubblicato dall'Accusa_ (a pag. 60 del suo Volume di Documenti).»

Eccolo per intiero:

_Suadeo vos emere aliquantulum charitatis et verecundiæ, et animadvertetis vos esse cives ejusdem miseræ civitatis._

FOSCOLO, _Hypercalypsis_.

Repugnavo a emettere qualunque dichiarazione intorno al mio stato, perchè farlo dal carcere mi sembrava viltà. Adesso poi sollecitato reiterate volte dai miei amici, e persuaso che le mie parole possano tornare di qualche benefizio al Paese in cui nacqui, mi è forza rompere il mio proponimento. Dirò parole sincere, e quali nè persecuzioni immeritate, nè ardenti calunnie, potrebbero farmi dettare diverse. Io venni strappato dal seno della mia famiglia con violenza e con ingiustizia; poteva fuggire, e non volli: fuggono i colpevoli, e nei passi paurosi della fuga cercano scampo: gl'innocenti hanno da trovarlo nella giustificazione delle opere loro. Popolo sono, Popolo nacqui, e quindi non abbisogno adularlo per ottenere il suo favore; nè io posso odiare il Popolo, nè egli me: noi siamo stretti con vincolo necessario! Però troppo spesso il Popolo lascia aggirarsi dai falsi profeti, e troppo spesso lapida i veri, e poi al bisogno si trova tradito miseramente, e il pianto non giova. Popolo mio, che cosa ti feci? Mi dissero: Che _tu non contavi nulla_; mi proposero di entrare nel novero degli sciagurati che ti s'imposero padroni insolenti e ignoranti; _si vantarono possedere potenza_ di punirti: finalmente (lo dico o lo faccio?) lo dirò, perchè la mia difesa è sacra: _minacciarono strangolarmi, se io non avessi consentito a formar parte di loro_. Immani cose e spregevoli! Forse il mio sangue potrebbe animare un secondo Trasibulo, non certo uno dei trenta Tiranni. La prima colpa, e il mal seme delle calunniose persecuzioni fu questo, — il mio aborrimento a entrare nel novero di cotesti Tiranni da dodici al quattrino. Io mi posi in disparte, e non valse: costoro non pure in Livorno, ma in Toscana, ma in Italia, me predicarono furibondo Gracco, me invaso di itterizia di sangue, me erede delle furie di Marat; ed in aggiunta agente dei Gesuiti, e compro dall'Austria, e simili altre calunnie, che mi farebbero tremare la mano se non mi muovessero a riso la bocca. Lasciamo di loro; io scuoto dal mio pensiero la loro memoria, come gli Israeliti scuotevano dai loro calzari la polvere uscendo fuori di casa abominata, — conciossiachè non sieno degni neppure di disprezzo. Ma tu, o Popolo, soffristi che io fossi tratto a vituperio in carcere, e non solo lo soffristi, ma venisti a gravare le mani, a me infermo, di obbrobriose catene! Tutto questo, perchè? Mi accusano di sette, di congreghe, conventicole insomma, dirette a sovvertire il Governo? È calunnia: io sfido chiunque ad articolare un fatto solo che induca a sospettarlo, e giuro sopra l'anima del padre mio, ch'è cosa falsa: nessuno del mio paese ardirebbe dirlo. Lo scrisse il Giornale _La Italia_: tale sia di lei. Parlo dei fatti del 6. Io giaceva steso sul letto infermo quando venisti in casa, o Popolo, perchè io ti servissi; cercai sottrarmi, perchè male disposto della persona e studioso di quiete; ma riuscì impossibile lo allontanamento per essere ingombro il cortile del palazzo; tornai in casa e favellai di forza: — mi lasciassero; disapprovare ogni idea di tumulto, non sentirmi capacità nè salute di avventurarmi fra coteste procelle. — Uno del Popolo mi rispose: — Ora, come? Voi avete detto che dei carichi pubblici avreste assunto quelli che il Popolo vi avrebbe commesso, e adesso vi ricusate? — Non mi ricuso; ma voi siete tutto il Popolo? Io qui non vedo alcuno che rappresenti il Governo, e il Governo nel mio concetto forma parte principalissima del Popolo, composto di tutte le classi della città. — Voi volete lo invito del Governo? — lo avrete. — Alcuni partirono, molti rimasero, _tenendomi quasi in ostaggio_; tornarono, e con essi lo Aiutante di Piazza Baldanzi, con istanza del signor Governatore a recarmi al Palazzo per acquietare il Popolo. Andai: — il Popolo chiedeva armi, e non altro. Seppi, che l'Avvocato Marzucchi ne aveva fatta promessa, ma non aveva potuto mantenerla; seppi inoltre avere il Popolo nominata una Deputazione per esporre i suoi voti al Governo, e cessare le dimostrazioni tumultuarie; _e mi disse il Marzucchi averla proposta al Popolo egli medesimo; — proposizione che egli rinnovò il giorno nove nella Caserma della Guardia Civica, alla presenza di mille e più persone_.