Apologia della vita politica di F.-D. Guerrazzi
Part 66
Andando con la nepote e la governante, chiesi (dacchè trattavasi di pochi giorni) mi seguitassero Roberto Ulacco segretario, e i due servitori; e lo concessero; Ulacco subito, i servitori più tardi. Durante il cammino.... Ma giova sempre, quando si può, che da per loro i testimoni raccontino. — Generale _Zannetti_: «Siccome, strada facendo, il signor Guerrazzi mi domandò più volte s'egli era prigioniero, oppure se così si agiva per tutelarlo semplicemente dal Popolo, NON MANCAI RIASSICURARLO, DICENDOGLI CHE LA COMMISSIONE NON POTEVA MANCARE A SÈ MEDESIMA. ma poichè ebbi ad accorgermi che la commissione governativa NON MANTENEVA ALTRIMENTI LA SUA PROMESSA, E PIÙ CHE MANCAVA DI FEDE E DI RIGUARDO ALLA GUARDIA NAZIONALE, ED ALLO STESSO CAPITANO CONSEGNATARIO, UNENDO I CARABINIERI ALLA GUARDIA NAZIONALE, PER TUTELARE IL SIGNOR GUERRAZZI; E DI PIÙ VEDENDO CHE LA COMMISSIONE GOVERNATIVA NON TENEVA LA PROMESSA DELLA INTERA RIPRISTINAZIONE DEL GOVERNO COSTITUZIONALE; io che aveva firmato con lei, a nome della intera Guardia Nazionale, il primo Decreto da essa fatto della Restaurazione del Governo Costituzionale, non trovai altra via lecita e conveniente a calmare la mia coscienza, che quella di ritirarmi dal posto di Generale.»[748] Però mi veniva confermando, che la Commissione di mandarmi a Livorno non aveva voluto intendere nulla, e mi tornava a interrogare se io fossi contento davvero di starmi per qualche tempo lontano dal paese; ed io gli rispondeva: — che lo avrei reputato (tanto mi sentiva sbigottito dalle sventure della Patria) sommo beneficio; però conoscere egli le mie fortune, e a vivere fuori con la mia famiglia lungamente non mi bastare; ed egli cortese si esibiva tornare la sera a conferire meco in proposito; la quale cosa non consentii, dicendo tenermi per soddisfatto se avesse voluto favorirmi il giorno veniente. — Così alternando varii discorsi arriviamo al quartiere del Comandante le Guardie di Onore, dove ci tratteniamo alquanto; quindi prendendo passo passo su per l'erta del monte giungiamo sotto le mura della Fortezza di San Giorgio. Qui mi occorre un'altra infamia; le mura apparivano gremite di Veliti, i quali presero a profferire minaccie e improperii contro di me. Io strinsi il braccio al Generale Zannetti, e guardatolo in volto lo interrogai con voce tranquilla: — Dove mi porti? — Come restasse quel virtuoso uomo, male può con parole referirsi; chiamò tutto commosso il Comandante del Forte signor Cavalier Galeotti, il quale o non poteva reprimere cotesta ignominia, o la sopportava, e acerbamente lo rimproverava dicendogli: «Così non mantenersi patti; Carabinieri non dovere essere in Fortezza; ricondurmi indietro finchè non isgombrassero.» Il Comandante Galeotti lo chiamò in disparte, sussurrandogli non so quali parole nell'orecchio, a cui il signor Zannetti non parve acquietarsi. Retrocedemmo al Palazzo Pitti; passata qualche ora, torna il Generale affermando che adesso potevamo andare sicuri, perchè i Veliti a tenere dei patti erano stati remossi, e che le parole date si avevano ad osservare. Certo, quando pervenimmo la seconda volta sotto la Fortezza, Veliti non vedemmo: i Veliti erano stati appiattati nel quartiere; partito appena il Generale Zannetti uscirono fuori! — Così, postergato ogni pudore, prendevano bruttissimo giuoco della fede di uomini onesti! — In quanto al Comandante del Forte, mi proverò a sforzarmi di credere che egli non fosse partecipe di cotesta infamia. E infamia fu, però che, come ho annunziato altrove, questi, soldati no, ma della onorata milizia onta perpetua, sotto le finestre venissero a inasprirmi con disoneste parole l'amarezza del carcere, e traverso le imposte della porta taluno di loro minacciasse volere darmi della baionetta traverso il corpo. O non vi bastava il trofeo del canto al Mondragone?[749]
Mentre a diligenza del Municipale signor Cavaliere Martelli apparecchiano il quartiere molto alla lesta, come quello che doveva bastare per giorni, e si può dire per ore, io e i miei ci riduciamo nelle stanze del Prevosto. Qui mi si mostrava assiduo al fianco il Capitano Galeotti, e volendolo io dispensare dall'ufficio, risponde secco: «avere ordine di guardarmi a vista.» Finalmente prendiamo stanza nello alloggio preparato. Il Capitano Galeotti domanda se avessi armi addosso per risparmiarmi la visita su la persona! «Ma che sono io arrestato?» gli domandai. «Tali non sono i patti.» Il Capitano risponde secco: «avere i suoi ordini.» La mattina appresso volendo accostarmi alla finestra per bere un sorso di aria pura, m'impongono ritirarmi; nè stette molto, che alle quattro finestre ebbero messo le ferrate, poi le tramoggie, poi le graticole, poi le ribalte guarnite di festoni di tela, le quali calavano alle ore 24; sicchè mi parve essere diventato proprio Giona in corpo alla balena. Se l'ardore del Sole schiantava le tavole tanto che _un pelo di luce_ passasse, ecco di subito calafati e falegnami, che penzoloni imbracati con corde inchiodavano, sverzavano, ristoppavano la fessura: poi visita alle finestre due volte il giorno, nè la rimanente casa restava imperquisita: nè basta ancora: guardie di sotto, guardie di sopra e all'uscio, e per le scale; nessuno usciva; fu dopo qualche giorno, non senza difficoltà, e non so se previa visita personale, concesso dal Cavaliere Galeotti castellano al _cane_ di prendere aria pel Forte, ma legato. — Colà stemmo raccolti sei: rappresentai la indecenza che le donne non potessero avere stanza appartata. Credei che _a gentiluomini e a padri di famiglia dovesse comparire sacra la ragione del pudore: non risposero_. Rappresentai il modo disonesto del prendermi, che mi pareva nato a un parto con quello tenuto dal Valentino a Sinigaglia per ammazzare Vitellozzo Vitelli, Oliverotto da Fermo e compagni: _non risposero_. In cotesta dimora, che di bellissima erano riusciti a rendere infernale, durammo giorni 44, tranne un servo (anch'egli, poveretto! côlto al laccio), che, caduto infermo di febbre, era trasportato per refrigerio al Carcere delle Murate.
Fu tramutato di Arno in Bacchiglione!
Così sepolto vivo, ignaro affatto di quello che pel mondo accadeva, mando il nepote al suo zio in Roma credendo sottrarlo al pericolo, quando ad un tratto con profondo rammarico conosco averlo esposto a pericolo maggiore. E se vi talentasse sapere quali pericoli il mio nipote, qui nella sua Patria, corresse, ve lo dirò. Giovane di 15 anni, un bel giorno mi significò volere ridursi in campo per fare il suo ufficio nell'arme dell'artiglieria. Io per distornelo gli dissi, che se voleva andare si scrivesse soldato. La età novella, il duro mestiere, la qualità del semplice gregario, gli affetti domestici e i comodi della casa, non valsero a trattenerlo; nè io, premendo il dolore, lo trattenni. Il giovanotto dopo il 12 aprile dai proprii camerati fu preso in abbominio; — uno gli sparò dietro lo archibugio! — Non vi pare questa una turpissima azione, o Signori? — Ed ora egli naviga l'Oceano fuggendo una terra così poco amica al suo sangue. Forse i miei occhi non lo rivedranno più; ma la mia benedizione lo accompagnerà da per tutto; — e la nepote, che uscita di convento per visitare lo Zio si trovò ad accompagnarlo in prigione, anch'essa come grano di spelda vive balestrata fuori della Patria sua... Oh! il primo passo che mosse per la vita fu doloroso per lei, — e queste sono le sventure che dissi: mano di uomo non può riparare, quella di Dio consolare soltanto.
Dopo 44 giorni, certa notte di maggio con misterioso terrore mi strappano allo improvviso dalle braccia della mia nepote, e mi trasportano al Carcere delle Murate; quinci la notte appresso pure mi rimuovono, e mandano a Volterra: di là finalmente, nel novembre del 1849, mi tolgono e ricacciano dentro alle Murate, dove fino da quel tempo giaccio sepolto.
Qui per _ammenda_, dopo lunga procedura, un giorno, armati fino ai denti di tutte armi, e a me nudo affatto, e legato, quasi per ischerno, di repente dicono: _Difenditi!_ Per _ammenda_, l'Accusa, esordita da uno Zagri barattiere e prevenuto adesso di falsità, sopra le traccie somministrate da lui di continuare non rifuggono. Per _ammenda_, i Documenti della mia Amministrazione all'Accusa concedonsi, che ad uno ad uno gli esamina e gli sceglie; a me poi l'Accusa, e i Giudici fino ad ora li contendono.[750] Per _ammenda_, si trovano Giudici, che scrivono avermi colto in _fragranti_! quando mi trovavo in Belvedere, dove dimoravo sotto fede che alla mia libertà non si attentasse. Per _ammenda_, i miei Giudici naturali e necessarii, trattandosi d'imputazione relativa alla malleveria ministeriale, dove intervenne perfino Decreto firmato dalla Corona, non mi consentono. Per _ammenda_, immaginano non so quale delitto _continuo_ e _complesso_, per cui mi troverei esposto a rispondere perfino dei fatti, che io stesso mi credei in dovere reprimere. Per _ammenda_ novella, congiungono il mio con non so quale altro, processo di Pistoia, dove, per quanto intendo, si tratta di espilazione e di altre simili turpitudini. Per _ammenda_ (incredibile a dirsi se non fosse vero!), L'ACCUSA IL TESTIMONE ZANNETTI RIFIUTA, IL TESTIMONE DIGNY CHIAMA A DEPORRE, — e questo parmì che tocchi la cima di quello che può osare un'Accusa... — Certo io sono vivo... la morte violenta di Oliverotto da Fermo, nè del Carmagnola, ho sofferto. Il secolo e il paese civili queste immanità non consentono... dal sangue aborriscono... i troppo delicati nervi se ne irritano. Lo imputato si lascia per anni e anni nella trista compagnia dei suoi pensieri angosciosi; gli si dà spazio infinito a contemplare la sua famiglia distratta, la dissoluzione del suo corpo, la etisia della sua intelligenza; gli si nega un sorso di aria pura. — Era barbarie, ma barbarie grande, quella di levare dal mondo un uomo per morte violenta: oggi la carità persuade restituirglielo, decorso spazio che reputasi conveniente di tempo. — Andate, affrettatevi al carcere, amici e parenti; l'ora venne per riscattare dalle mani di questa carità il prigioniero; ricevetelo, amici e parenti; ella vi consegna — che cosa mai? — un _matto_ o un _moribondo_.
XXXI.
Di una Sentenza della _Corte Speciale_ di Parma del 1831.
Come pei tragedi antichi si costuma mettere in fondo delle loro tragedie il Coro, il quale veniva a raccontare agli uditori la catastrofe di tutta la favola; così l'Accusa, sul finire del suo Volume, stampa la Sentenza del Tribunale di Appello di Genova, del 24 luglio 1849. Dove poi io m'ingannassi, e non l'avesse posta per disporre gli animi alla già immaginata catastrofe, in osservanza al precetto della _Poetica_ di Orazio: _Segnius irritant animos demissa per aures_, — potrebbe dubitarsi che l'Accusa lo avesse fatto per dimostrare come in Piemonte si astenessero dallo iniziare Giudizio, se prima non si erano bene accertati, che tutti i prevenuti si fossero posti in salvo; mentre, all'opposto, in Toscana si sono bene accertati prima di tenerli sottomano, quantunque, se qui fra noi religione di patto e santità di fede valessero, quanto (e non domando troppo) una volta valevano per le spiaggie di Algeri o di Salè, me e lo egregio uomo Lionardo Romanelli non dovessero tenere. La sentenza finale e capitale di Genova non ha fatto piangere nessuno; mentre per la Procedura fiorentina già furono le famiglie disperse, le intelligenze spente, ed altre che non vo' dire lacrimevoli sventure patite. Quando il condannato a morte può andare a cena e a dormire col Giudice che lo condannò, le sentenze danno materia di piacevolezze convivali;[751] ma occhi non bastano per piangere le blandizie di queste carceri _umanitarie_. Ormai, se male non mi appongo, dubito forte non abbia a correre il detto: «meglio condanna capitale del Tribunale di Genova, che assoluzione in Toscana;» però messo questo da parte, riporterò ancora io una Sentenza per _Coro_ della mia _Apologia_, intorno alla quale importa innanzi tratto avvertire com'essa fosse pronunziata da _Tribunale Speciale_, e negli ardori di Rivoluzione pure ora repressa; come tre mesi soli, e forse nè anche tanti, gl'imputati avessero a travagliarsi nel carcere, nè uscendo da mangiare pane di dolore si trovarono ormai per tutta la restante vita imbandito pane di disperazione. Certo, io sento rispondermi dall'Accusa: «ora ad affrettarti tocca a te; io per me sono lesta.» Oh! lo credo, che tu sia lesta, e da tempo non piccolo; e forse ogni ora che passa ti par mille anni di concludere: ma io ti ricordo le parole di Ugo Foscolo al Direttore della Polizia del Cantone di Zurigo, e ti ammonisco che se alla Difesa fossero stati consentiti gli Archivii, come furono sbirciati da te, e se tu non avessi potuto ricusare lo esame del Processo al mio Difensore fino oltre maggio passato, e così _due_ e più anni dopo il mio arresto, potremmo avere veramente concluso. — Intanto, se ti piace, leggi, o Accusa, la Sentenza di una CORTE SPECIALE.
«Parma, 7 luglio 1831. —
«La Commissione dichiara essere risultato dal dibattimento:
«Che una grave sedizione scoppiò in Parma nei giorni 13, 14 febbraio prossimo passato, nella quale gran parte del Popolo prese le armi, inalberato lo stendardo della Libertà ad esempio degl'insorti di Reggio, Modena e Bologna, _e disarmò una porzione_ del reggimento di S. M., ed _obbligò_ la M. S., che non volle consentire le domande dei rivoltosi, ad abbandonare la sua residenza nella notte del 14 al 15 febbraio suddetto, trasferendosi a Casalmaggiore, donde per la via di Cremona _si recò nella sua città di Piacenza_, ove pervenne il 18 dello stesso mese;
«Che nel detto giorno 15 febbraio il _Potestà di Parma_ riunì il Consiglio Comunitativo, il quale ampliato per l'aggiunta di 30 Cittadini, e su la _considerazione che gli Stati erano rimasti senza Governo per lo allontanamento di S. M._, seguíta dal primo Magistrato dello Stato S. E. il Presidente dello Interno, _senza che gli constasse a malgrado delle fatte indagini, avere essa lasciato chi la rappresentasse, nominò un Governo Provvisorio voluto dalla necessità, onde evitare i mali dell'anarchia, da tenere luogo_ di quello che si era allontanato, composto dei signori Conte Filippo Linati, Antonio Casa, Conte Gregorio Ferdinando da Castagnolo, Conte Iacopo Sanvitale, Cavaliere Francesco Malegari;
«Che cotesto Governo Provvisorio, al quale vennero aggiunti altri due membri, nelle persone dei signori Macedonio Melloni ed Ermenegildo Ortalli, con deliberazione di quel Consiglio Civico, _emanò molti atti i quali sono certamente contrarii al governo di S. M., e che secondavano la Rivoluzione avvenuta in Parma nei giorni indicati 13, 14 febbraio, a diversi dei quali atti sono concorsi ed hanno apposta la loro firma gli accusati, Conte Filippo Linati e Cavaliere Malegari_, escluso però il proclama agli abitanti della città e provincia di Parma e Guastalla dell'8 marzo;
«Considerando ch'è pure eminentemente resultato dal dibattimento dall'una parte, che tale era la _effervescenza, e sì violento il moto rivoluzionario in Parma, che non era più in potere di alcuno resistervi_, che esso non poteva essere vinto o compresso se non se da una imponente forza straniera, e che _sarebbe stato per avventura pericoloso (senza d'altronde alcun vantaggio alla buona causa) il ritirarsi dal Governo Provvisorio_, siccome si potrebbe inferire da ciò che accadde il 10 marzo, imperciocchè su la voce che si sparse di una vicina invasione austriaca essendosi quel Governo dimesso, alcuni membri vennero arrestati e tenuti prigioni; e dall'altra, che essi signori Conte Linati e Conte Malegari accettarono _con repugnanza l'affidato incarico_ di membri del Governo Provvisorio, e a condizione, _che le cose rimanessero nello stato in cui si trovavano_, e che appena seppero la nomina del signor Melloni su mentovato vollero dimettersi, _se non che furono istantemente pregati dai buoni e fedeli sudditi di S. M. a restare in carica, onde gl'interessi del Pubblico, che sono poi quelli dell'ottima nostra Sovrana, non pericolassero_;
«Che eglino oltre di essere persone di riconosciuta _probità ed onoratezza_ hanno manifestato, anche durante la Rivoluzione, _sentimenti di attaccamento e di devozione a S. M._; che in particolare il Conte Linati _si prese ogni cura per la conservazione delle cose proprie della prefata M. S. lasciate in Parma_;
«Che disapprovarono gli ostaggi fatti dal Popolo in seguito dello avvenimento di Firenzuola, e s'interessarono per la loro liberazione;
«_Che con la loro fermezza poterono qualche volta frenare la foga di qualche loro collega, e che si opposero costantemente a troppo ardite domande allo estremo offensive alla Maestà del Trono, sicchè essi erano venuti in odio agli esaltati, e fu più volte cancellato il nome loro negli affissi al Pubblico, ed in particolare il Cavaliere Malegari era stato trattato di spia e di traditore_;
«Che lo stesso Cavaliere Malegari fu inteso disapprovare altamente la Prolusione del Professore Melloni suddetto, e dire, che il Governo di S. M. era stato indulgente verso di lui; che durante la Rivoluzione consigliò il sacerdote Bichieri ad aspettare il ritorno di S. M. per pagare un suo debito verso il Tesoro, e che non volle fosse ammesso al giuramento il notaro Begani per correre pericolo che fosse cambiata la formula del giuramento, e che fece alcun tentativo per ricondurre Parma alla sommissione di S. M.;
«Dal che tutto, si deve considerare, che la reità degli accusati Conte Linati e Cavaliere Malegari, per essere concorsi o avere apposta la loro firma in qualità di membri del Governo Provvisorio a diversi atti su menzionati, non fu che apparente, e che essi assunsero e tennero il carico di membri di quel Governo _senza dolo nè ree intenzioni, ma cedendo alla forza irresistibile delle circostanze, e col proposito di far sì, che la condizione delle cose fosse la meno triste per la loro parte_;
«In conseguenza di che, la Commissione proscioglie il Conte Filippo Linati, e Cavaliere Francesco Malegari, e ordina che i medesimi sieno posti in libertà ove non sieno ritenuti per altre cause.
«_Sottoscritti_: Rossi. — Bertolini. — Cortesi. — Parolini. — Della Valle. — Vincenzi.»
Così giudicano gli uomini virtuosi, i quali, prima di entrare nel Tribunale a scrivere sentenze, non si fermano sopra la soglia per vedere da che parte corrano i nugoli, onde regolarsi nei _Motivi, Attesochè_, o _Considerando_ che si vogliano chiamare; ed in Toscana ancora, un Senatore, il quale dovrebbe giudicarmi (e tu considera, Lettore, quanto i conforti del Regio Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione, per farmi stare contento a Tribunale che non sia quello del Senato, possano persuadermi), antico di esperienza e di dottrina, dettando uno scritto intorno alla vita del Prof. Pietro Obici, allorchè viene a favellare dei moti modanesi del 1831, di cui l'Obici fece parte, così gravemente si esprime: «Invitato l'Obici a far parte dello Stato Maggiore, agevolmente ne vide il pericolo; ma non credè possibile o conveniente almeno il rifiuto. — E qui ricorrono le dottrine sostenute con tanto zelo e tanta eloquenza da Lally Tolendal nella sua _Difesa degli Emigrati Francesi_. Negli avvolgimenti politici dee distinguersi la situazione dell'individuo, e considerare le cagioni, o per dir meglio le strettezze che lo spingono a volgersi all'una o all'altra parte. Il più delle volte la scelta non dipende dal volere, ma dalla necessità.»[752]
Però facendomi a ponderare sopra la Sentenza della Corte Speciale di Parma, e confrontandola alle proposizioni della Accusa toscana, meritano avvertimento grandissimo i fatti sopra i quali venne profferita. Maria Luisa, armata mano, era costretta colla fuga a salvarsi. Maria Luisa, come quella che reggeva assoluta quando rimase sola, o in compagnia di Ministri, in una parte qualunque dei suoi Stati, non può dirsi averne derelitto il Governo, e nondimeno la necessità del Governo Provvisorio fu ritenuta. La Duchessa cacciata con violenza alla fuga, non ebbe abilità di lasciare un Governo; tuttavolta la necessità del Governo Provvisorio non era contrastata. A Parma bastò per la elezione legale del Governo Provvisorio il solo consenso del Municipio. Atti si commisero contrarii veramente alla Duchessa, e secondanti la Rivoluzione in nome del Collegio del Governo Provvisorio; nonostante questo i Giudici parmensi si astennero dalla bestemmia ereticale d'immaginare un delitto _continuo_ e _complesso_, che mette dentro una caldaja a bollire insieme Romani e Cartaginesi, Giudei e Sammaritani, Angioli e Demonii, e fatto un impasto infernale pretendere che uno debba rispondere delle azioni dell'altro. La pressura generale che nasce dal tempo e dalle tendenze degli uomini si apprezza, e si ritiene sufficiente così a muovere come a giustificare il contegno di uomini politici. Il timore probabile di danno futuro si dichiara motivo bastevole a costringere, e la preghiera degli onesti per assumere o durare nel maestrale. La probità dell'uomo, le condizioni della vita, lo attaccamento dimostrato anche da fugaci detti o da lievi fatti, si valutano per iscusare. Lo studio che gl'interessi del Pubblico non sinistrassero, i quali (ottimamente si nota) sono, a fine di conto, quelli del Sovrano, si considera causa onorevole a non disertare gli ufficii supremi nel giorno del pericolo. Si pregia la cura di conservare le cose appartenenti alla Duchessa; la volontà di dimettersi anche dopo la invasione straniera valutasi; la tutela e la difesa dei cittadini valutasi; la industria spesa a frenare _qualche volta_ la foga di _qualche_ collega valutasi; tutto quanto insomma dai Giudici toscani del 1850 e 1851 si disprezza, e si tiene a vile appo i Giudici parmensi nel 1831, si accoglie e si stima per rimandare assoluto il Conte Linati. Pel Cavaliere Malegari si contentarono ancora di meno, e gli ottennero assoluzione l'essersi opposto a domande troppo ardite, essere venuto in sospetto dei Rivoluzionarii, la disapprovata Prolusione del Professore Melloni, il conforto a non pagare un debito, la dissuasione a non prestare un giuramento. — Tanto alla coscienza dei Giudici parmensi del 1831 bastò per assolvere e rispettare: troppo maggiori cose, riscontri bene altramente gravi e copiosi ai Giudici toscani del 1850 e 1851 hanno somministrato argomento per _accusare e insultare_!
Sono venuto al termine di questa opera condotta fra mortale tedio del carcere, difficoltà di ogni aiuto, deficienza di cose maggiormente necessarie, travagli infiniti e amaritudini ineffabili; e nondimeno me ne separo con tristezza: perchè il fastidio, che a poco a poco intirizzisce l'anima, fa che si ponga amore agli oggetti più miseri; ma ormai vada a trovare sua ventura _fra magnanimi pochi a chi 'l ben piace_. Però io non posso concludere, nè debbo, senza richiamare l'attenzione del mondo civile sopra due punti principali. Incominciando io dalla parte con la quale termino, avrei dovuto dire: — 1º sorta la necessità del Governo Provvisorio, gli atti che operai per la salute pubblica, a giudizio dei Savii universale, vanno immuni dal titolo di _lesa maestà_; ed è soltanto in offesa manifesta delle dottrine comunemente accettate, che i Giudici hanno loro attribuito un carattere, che non hanno e non possono avere: 2º per patto espresso non si poteva attentare alla mia libertà, perocchè la mia prigionia desuma la sua origine dal tradimento; e se i Partiti scapigliati sono capaci di queste e di bene altre ignominie, un Governo regolare non può per religione, per fede e per dignità, giovarsene; ma sì all'opposto conviene che quanto in suo nome fu promesso, procuri che lealmente e dirittamente si mantenga.