Apologia della vita politica di F.-D. Guerrazzi
Part 65
Adesso cresce intorno al Palazzo un tumulto di plebe ed uno schiamazzo di gridi: _Morte! morte al Guerrazzi!_ Chi poi cotesti urli incitasse, io non dirò; dirò soltanto la contesa infame che dalla ringhiera che guarda Via della Ninna udimmo più tardi, nella notte, agitarsi lì sotto al lampione. I gridatori non trovavano modo di spartirsi la moneta ricevuta per la egregia opera di maledire e imprecare morte a cui non conoscevano, e non gli aveva offesi mai, e nelle vecchie frenesie loro trattenuti. Gli adulti, per assottigliare il _prezzo_ ai garzoncelli, adducevano la ragione che, avendo meno voce, _men forte_ avessero gridato _Morte al Guerrazzi_; e i garzoncelli non si arrendendo allo argomento, comunque affiochiti, strepitavano, che era stato promesso a tutti (_come agli Operaj della vigna_) mercede uguale; che quanto e più di loro avevano strillato: _Morte a Guerrazzi!_ e che non volevano soffrire bindolerie. E qui da una parte e dall'altra un bisticciarsi da fare piangere gli Angioli, e ridere i Demonii. Ahi sciagurati! Il fanciullo che avvezzaste a vendere l'anima sua a prezzo di poca moneta per gridare morte a un uomo, gliela darà più tardi per rubargliela. Voi renderete conto a Dio di quel delitto e di quel sangue. Tali erano le opere civili e cristiane che nella notte del 12 aprile si commettevano a Firenze!
Di lì a breve fu inteso romore come di gente che prorompe; e poi spalancata la porta del mio quartiere, tra una mano di Guardie Nazionali, comparvero alcuni del Popolo; e il Generale Zannetti venuto per me mi pregava a mostrarmi, ed io andai; e con accento commosso volgendomi ai Popolani, dissi: «Che cosa volete da me? In che vi ho offeso? Qual peccato voi mi rimproverate?» Essi tacquero; non una parola, non un grido profferirono: io sarei stato curioso davvero di sapere quale colpa il Popolo fiorentino mi apponesse. Però non cessavano in Piazza il tumulto e lo schiamazzo, onde quei dieci o dodici che stavano quivi dentro rinchiusi meco, fra servi, custodi, segretarii, e la mia nipote giovinetta pure ora uscita di Convento, e la sua governante, si mostravano sgomenti, e lo dirò con compiacenza, assai più per me che per loro. Temendo che la Plebe rompesse le porte, alcuni tentarono a questo estremo caso un riparo. — Io auguro a tutti quelli che mi hanno offeso di non trovarsi mai in simili strette, perchè all'uomo può forse bastare il coraggio per sè fino in fondo; ma quel trovarsi intorno gente atterrita, e di tutti avere a confortare gli spiriti smarriti, è tale uno sfinimento a cui mal regge l'anima umana. Non pertanto l'Accusa acuta e sottile si studia mettermi la mano sul cuore, e sentire com'egli mi battesse. — Egli batteva come deve battere il cuore dell'uomo, che sa quali mali possono fare gli uomini, e sente non meritarli.[741]
E poichè, — lasciamo da parte il volere, — sembrava che i nuovi Governanti non avessero il potere di opporsi alla plebe, che ad ogni ora ci dicevano in procinto di sbarattare la Guardia Nazionale, e fracassate le imposte irrompere dentro a far carne; parecchi dei racchiusi meco procuravano spiare luogo di salute, là dove questo estremo accadesse, e qui pure il mio pensiero si consola, rammentando che quantunque mi fossero per la più parte sconosciuti, nondimeno queste apprensioni per me sentissero, queste diligenze per me facessero. In che queste ricerche consistessero, a qual fine fossero dirette, e qual parte io vi prendessi, sarà bene lasciare referire ai testimoni, perchè nel ricordare quel tempo parmi che il mio strazio si rinnovelli. Però mi maraviglio, e non posso astenermi di rimproverare a nome della Legge l'Accusa, che omise interrogare testimoni su punti capitali, e con tanta compiacenza si allargò su questi particolari, forse per argomentare dal mio spavento e dai miei conati di fuga la coscienza colpevole, e poi non ne trasse costrutto essendole tornati contrarii; come se potesse apprendersi quale indizio di colpa, lo studio di sottrarsi ai bestiali furori di plebe avvinata e indracata.[742]
Dopo parecchie ore di tediosa aspettazione, standoci, la mia famiglia ed io, in procinto di partire, ecco una Guardia Nazionale, dopo l'ora fissata alla partenza, portarmi un biglietto del Generale Zannetti, il quale diceva: «_Alcuni_ non volere lasciare libero il passo; opinare la Commissione di trasferirmi pel corridore dei Pitti in Belvedere, donde remossi i Veliti avrebbe messo la Nazionale: però questo accadrebbe nella prossima mattina; non dubitassi di niente, stessi tranquillo; andassi a prendere per qualche ora riposo, che giudicava doverne avere di mestieri.»[743] Questo biglietto _unii_ alla lettera, che nel tumulto di angosciose passioni io scrissi sotto gli occhi del signor Galeotti, castellano di San Giorgio (poichè tale era l'ordine; e le cose necessarie a scrivere di lasciare in potestà mia si negava!), e mandai a Gino Capponi e agli altri Componenti la Commissione Governativa il 25 aprile 1849. Questo biglietto è stato _soppresso_! Così tentavasi abolire ogni prova del patto violato a mio danno, e me seppellire sotto la lapide del tradimento, senza neppure lasciarmi la consolazione di potere dire al mondo: «Popoli civili e anche barbari, vedete come si tiene fede a Firenze!» Ma ciò, come a Dio piacque, non valse al fiero disegno. Mi stava su l'anima una amarezza infinita, come un Zannetti, che pure mi parve angelica natura, avesse potuto avvilirsi tanto da sostenere meco le parti di brutto Giuda Scariotte, e tuttavia mi pesa per Gino Capponi... e mentre scrivo queste righe infelici... la mano mi trema, e gli occhi mi si offuscano di lacrime, — ma non per me. Un'aura di refrigerio penetrando nello infame carcere, mi portò che avessi a deporre ogni amarezza contro il Generale Zannetti, avvegnadio fosse stato ingannato, non ingannatore; quasi nel punto stesso mi capitava sott'occhio il suo _Rendiconto generale del servizio sanitario dell'armata toscana spedita in Lombardia per la guerra della Indipendenza_, dove trovai scritto il nome di Domenico Guerrazzi,[744] giovane accademico, rimasto ferito di mitraglia nell'avambraccio sinistro, nella sempre onorata e sempre dolorosa battaglia di Montanara, e di qui trassi argomento per dirgli, che io avevo dubitato di lui, ma oggimai, saputo il vero, avergli ridonato la mia stima; si consolasse: continuare io a ritenerlo, come lo reputai sempre, quanta lealtà viveva al mondo; ond'egli subito, per riparare al _mal soppresso biglietto_, mi scriveva la lettera seguente, che, senza sentirsi più spessi sussultare i polsi, io non credo si possa leggere da uomo vivente, amico, od avverso, che sia.
«Pregiatissimo Amico.
«9 settembre 1850.
«LA LETTERA CHE MI DIRIGEVI L'ALTRO JERI, FU A ME CARISSIMA E DI VERACE CONFORTO. INFATTI, IL PENSIERO DI DOVERE NELL'ANIMO TUO ESSERE CONSIDERATO COME UOMO SLEALE, COME VILISSIMO TRADITORE, ED OGNI TRADITORE ED INGANNATORE È VIGLIACCHISSIMO UOMO, MI GRAVAVA POTENTEMENTE SU L'ANIMA. VERO È PERÒ, CHE DOPO I MIEI COSTITUTI QUEL GRAVAME SI ALLEGGERIVA NON POCO; VERO È, CHE ALMENO ALLO AVVOCATO TUO DIFENSORE LA DOVUTAGLI LETTURA DEL PROCESSO DOVEVA PALESARE QUANTO IO MI FOSSI STATO LEALE IN COTESTA EPOCA. PURE ESSERE OGGI FATTO CONSCIO, CHE TU PURE LO SAI, E NON MI REPUTI REO IN VERUNA PARTICOLA DI QUEL TURPISSIMO FALLO DELLA COMMISSIONE GOVERNATIVA, AGEVOLMENTE IMMAGINERAI CHE MI FU, ED È DI SOLENNE CONSOLAZIONE. PERÒ ACCOGLI SINCERO IL RINGRAZIAMENTO PER LA LETTERA CHE MI SCRIVESTI, E PEL GENTILE PENSIERO CHE TI PRESE DI ME DAL FONDO DEL TUO SEPOLCRO, MONUMENTO STORICO DI VERGOGNA... TI LASCIO COL DESIDERIO CHE PRESTO TU POSSA ESSERE CONFORTATO DAL TERMINE DI UNA PROCEDURA, CHE GIÀ GIÀ PER LA SUA LUNGHEZZA HA INDIGNATO I CITTADINI, ED ANCO I PIÙ AVVERSI A TE....»
Così mi scriveva il Generale Zannetti or fa un anno e 20 giorni! — Ed io gli rispondeva:
«Caro Amico.
«Ti ringrazio della lettera e del libro. Certo la condizione del tradito è dura, ma troppo peggio è quella del traditore. Questo mi dà conforto nel disonesto carcere. Il tempo poi conduce le sue giustizie, e in ciò confido. Aspettare e sperare sono fondamento di sapienza umana. Tra noi non abbisogna più lungo discorso. Addio; ci rivedremo: io su la panca degli accusati, tu nel seggio dei testimoni.»
Come io dormissi, lascio che altri pensi; — sul fare del giorno scrissi una lettera alla Commissione, e questa pure è stata soppressa; non ricordo il dettato, ma lo effetto fu che fece muovere il Conte Digny per assicurarmi stessi tranquillo, non volersi già attentare alla mia sicurezza; solo alla Commissione non piacere che io toccassi Livorno; mi adattassi a partirmi da un altro lato. Allora, e con ragione, tornai a ricordargli mancarmi il danaro per questo viaggio; però pregarlo a dire al Marchese Capponi, che le cose mie conosceva, m'imprestasse _trecento scudi_, i quali gli verrebbero rimborsati a vista dal mio Procuratore a Livorno; anzi questa domanda scrissi col lapis, e _non mandai_, ma consegnai allo stesso Digny. Costui confessa possedere questo biglietto; lo mostri. Indi a breve sopraggiunse il signor Martelli, al quale narrando il successo, e sollecitandolo a fare in guisa che il Conte la commissione assunta non obliasse, come persona turbata da cosa che le dia fastidio prese ad esclamare: «no davvero! mancherebbe anche questa! — ella devia dal suo cammino per compiacere il Municipio e la Commissione aggiunta; è giusto ch'essi pensino alle spese del viaggio.» E poichè io avvertivo ciò non montare a nulla, perchè ricco io non era, ma neppure tanto povero da non sopportare la spesa del viaggio; il signore Martelli, sempre più infervorandosi nel discorso, aggiungeva: «Il Municipio e la Commissione non lo possono patire assolutamente: adesso andrò, e procurerò quanto bisogna.» — Allora, per una ragione che non sarà difficile comprendere, favellai: «In questo caso, signor Martelli, basteranno mille lire, di cui il Municipio potrà rivalersi sopra la Depositeria, perchè dimani l'altro, 15 del mese, scade la rata mensile del mio stipendio, ed il Cassiere della Comune potrà riscuoterla per me.»[745]
Per questo modo disposte le cose, passa un'ora, passano due, senza più vedere uomo in faccia; nuove adunate di plebe accadono in piazza, e me inique voci, ma più languide assai della sera, maledicono e chiamano fuori.... ed io sarei andato fuori a domandare ragione dei vituperii, e se avessi potuto parlare avrei condotto di quella gente, almeno la onesta, a vergognarsi; invece Gino Capponi parlò per me! — Come favellò Capponi? — Parole triste non disse, — di queste non può dire Capponi.... ma io per Gino Capponi avevo, e avrei discorso in bene altra maniera![746] — Verso le undici fu vista una frotta di villani armati di falci, vanghe, ed altri arnesi rurali, precedere le Guardie Nazionali, che piegavano verso il Palazzo; i villani allagano i cortili, e levano su urli d'inferno, che per le angustie del luogo forte commuovendo l'aria ebbero virtù di scuotere i vetri così, che pareva volessero spezzarsi; io non comprendevo nulla, o piuttosto un'ombra truce di sospetto passò su l'anima mia, e mandai pel Digny chiedendogli quali arti infami fossero coteste; rispondeva scrivendo un biglietto, ov'è da notarsi questa frase: «stessi tranquillo, darsi moto per provvedere alla mia personale sicurezza.» Fors'egli per mia sicurezza personale intendeva trarmi in Castello per consegnarmi poi all'Accusatore? Questa opera emulerebbe la immanità di Maometto II, quando, dopo avere promesso a Paolo Erizzo salva la testa, lo fece segare nel mezzo per non tradire la fede della capitolazione! Se non che il fatto del Turco è dubbio, mentre quello del Conte so bene io se sia vero.[747] Verso le ore 12, venti o poche più Guardie Nazionali in compagnia del Generale Zannetti e del signor Martelli vengono a prendermi; non si mostrò Digny: — l'Accusa in vece sua si mostra, e indaga se impallidii, se repugnai; e, raccolte risposte contrarie al desiderio, sta cheta. _Pellegrini_, fra i primi testimoni ricercati dall'Accusa, a siffatte inquisizioni risponde: «La mattina successiva rividi il signor Guerrazzi fino alle ore 11 e ½, alla quale ora vennero a prenderlo il Generale Zannetti e l'Ingegnere Martelli; — avendo io sentito che il signor Zannetti gli disse: che andasse con lui (e mi pare anzi, che glielo dicesse come domandargli se voleva andare con lui, e soggiungendogli che poteva, volendo, condurre seco la famiglia): ed il signor Guerrazzi sentii che gli rispose: «Eccomi;» e andò via unitamente con quei Signori.» — E più oltre: — «Non mi accòrsi che si turbasse, e vidi, e sentii, che si mostrò subito disposto di andare, come di fatto andò con quei Signori.»
E perchè doveva impallidire io? Con me stavo bene; degli altri un sospetto mi aveva traversato la mente, ma lo avevo respinto come tentazione del Demonio. Doveva dubitare di Gino Capponi amico ventenne, mio confortatore nei primi passi che mutai nel sentiero delle lettere umane? Poteva sospettare io avrebbe sofferto a tenere di mano ad una prigionia, la quale me ha disertato e la mia casa, quel Capponi che nel 25 gennaio 1848, al Carcere Elbano, così mi scriveva: «Per me, che io ti abbia a scrivere in cotesto luogo, è cosa tale che io pongo tra le afflizioni della mia vita: dispiace a tutti, credilo pure, e a me più che ad altri, per quella antica familiarità ed affezione che ora mi preme più che in altro tempo di attestarti; credimi ec.?» Poteva dubitare che me volesse prigione e calpestato e distrutto Orazio Ricasoli, uomo che mi era parso di cuore dolcissimo, e che tante grazie, pochi giorni innanzi, mi aveva profferto per non crederlo capace di turbare lo acque già torbide? O Digny e Brocchi, che, lasciato da parte quanto fu discorso fin qui, la sera stessa del ricevimento dei Legati Romani, avevano tenuto meco discorso lunghissimo, nella Sala del Guardaroba in Palazzo Vecchio, intorno alla necessità della Restaurazione Costituzionale? O il Marchese Torrigiani, col quale intervennero onestissimi officii, di cui le inchieste sollecito compiacqui, e a cui la sospetta lettera senza sospetto rimisi? O il Senatore Capoquadri che, Ministro di Giustizia e Grazia, volle, per eccezione amplissima ed onorevolissima, che senza esame la Curia fiorentina nell'Albo degli Avvocati potesse ascrivermi? quel Senatore Capoquadri, il quale, da me visitato Ministro, mi palesò breve sarebbe la sua durata al Ministero, dacchè l'animo suo non gli consentisse patire certe emergenze che non gli parevano regolari del tutto; onde io da lui dipartendomi nello scendere le scale ripeteva col Dante:
O dignitosa coscïenza, e netta, Come t'è picciol fallo amaro morso!
quel Senatore Capoquadri, che la sospetta lettera ebbe da me senza sospetto, e me ne profferse grazie? Forse doveva dubitare del Barone Bettino Ricasoli? Se mai avesse potuto rimanermi dubbio per qualcheduno, di lui doveva sospettare meno che degli altri, perchè emulo pubblico. Io così sento, e così con esso adoperai; ma pur troppo, e tardi, mi accorgo che di siffatta magnanimità, che pure si ammirava virtù tra uomini barbari e semibarbari, presso i civili è spento il seme. Temistocle, sè confidando prima ad Admeto re dei Molossi, poi a Serse barbaro, fu reputato sacro da loro; Santa Elena grida che cosa giovasse a Napoleone avere imitato Temistocle; e se ai grandi esempii è lecito mescolare l'umilissimo mio, il Castello di San Giorgio e l'infame Carcere delle Murate testimonieranno ai presenti ed agli avvenire a che meni commettersi in balía della fede degli uomini civili! — Mentre siamo per muovere, il signor Cavaliere Martelli Priore mi consegna con _autorizzazione_ ed _ordine_ della Commissione Governativa lire mille pel _viaggio_, che, dopo essermi fermato due o tre giorni in San Giorgio, tanto che la plebe quietasse, dovevo _effettuare_ fuori di Toscana. — _Martelli_: «Peraltro, sebbene la Commissione su la sorte del Guerrazzi non avesse deliberato, pure tra le altre idee vi fu quella, non mi ricordo da cui esternata, di farlo allontanare dalla Toscana, dandogli il danaro per ciò effettuare. Mille lire ebbi dalla Cassa Comunitativa, _e le consegnava la mattina del dì 13 al momento che da Palazzo Vecchio muoveva per la Fortezza di Belvedere_, SEMBRANDOMI IL MOMENTO DI ADEMPIRE ALL'AUTORIZZAZIONE ED ORDINE CHE MI AVEVA DATO LA COMMISSIONE GOVERNATIVA.» Ecco il Mandato in virtù del quale, nel giorno 13 aprile 1849, furono estratte dalla Cassa del Municipio lire mille.
Amministrazione dell'Anno 1849.
Titolo — Articolo dello Stato di Previsione
N. 424 del Registro della Cancelleria.
Buono per £ 1000
Mandato provvisorio.
Nº 572 nero.
Indicazione dei Documenti di corredo.
COMUNITÀ DI FIRENZE.
Ordine di Pagamento.
Il signor Luigi Tanfani, Camarlingo della Comunità di Firenze, pagherà al signor Cavaliere Giuseppe Martelli Lire Mille per imprestito a carico del R. Erario da farsi al signor Francesco Domenico Guerrazzi Capo del cessato Governo Provvisorio, PER SUPPLIRE ALLE SPESE DI VIAGGIO, per la mancanza nella Depositeria d'Impiegati incaricati del rilascio dei pagamenti, IN CONFORMITÀ DEL TRASCRITTO PARTITO MAGISTRALE, ritirando in piè del presente Mandato l'opportuna quietanza, ed i recapiti notati in margine, per ottenere l'abbuono nel Rendimento di Conti.
Dalla Cancelleria Comunitativa di Firenze li 13 aprile 1849.
Visto. Il Gonfaloniere UBALDINO PERUZZI
Il Cancelliere Comun. S. GOTTI
Per ricevuta della somma in contanti Lire Mille.
GIUS. MARTELLI
Questo Documento, già senza che vi sia mestiero avvertirlo, non s'incontra nel volume dell'Accusa, che pure stampò (Dio la perdoni) fino la nota della roba dei bauli. Però non è solo; altri ne occorrono parimente _inediti_ che confermano la verità del fatto. Il danaro dato prima fu ripreso, perchè quei Signori pensarono che pel viaggio da Palazzo Vecchio al Castello di San Giorgio dovesse essermene avanzato, e per questa volta saviamente pensarono; depositato presso il Segretario del Ministro di Giustizia e Grazia, Giuseppe Cavaliere Martelli scrive la seguente lettera al Cancelliere del Municipio Fiorentino:
Autografo. Documento a c. 571 nero.
«Sig. Cancelliere Preg.mo
«Allorchè avvenne l'_arresto_ dell'Avvocato F. D. Guerrazzi, ELLA SA CHE LA COMMISSIONE GOVERNATIVA SI DECISE DI ADERIRE ALLA DI LUI RICHIESTA, AD ESSO ACCORDANDO LA SOMMA DI LIRE 1,000, PERCHÈ TRATTAVASI IN QUEL MOMENTO DI FARLO ALTROVE TRANSITARE, MENTRE EGLI ASSERIVA NON AVER PRESSO DI SÈ ALCUN DANARO PEL VIAGGIO.
«ED AVENDOMI L'ANNUNCIATA COMMISSIONE AFFIDATO L'INCARICO DI FARE AVERE ALL'AVVOCATO GUERRAZZI LA DETTA SOMMA DI LIRE 1,000, _in seguito di diverse inutili premure da me fatte, per combinare in Palazzo Vecchio le persone che dovevano farmene il mandato, io mi rivolsi a pregare Lei, signor Cancelliere, per avere dal Cassiere della Comunità le Lire 1,000,_ ONDE SUBITO IO LE POTESSI PASSARE AL SIGNORE GUERRAZZI, COME DI FATTO FECI.
«Questa somma fu poi ripresa nella perquisizione che ebbe luogo ai detenuti di Belvedere, ed ora si trova al Dipartimento di Grazia e Giustizia presso il signor Segretario Duchoqué, il quale lo aspetta oggi alle ore 12 al suo Uffizio, per riconsegnarla a lei o ad un suo delegato, dietro una circostanziata ricevuta.
«_Così Ella ed io resteremo esonerati da ogni responsabilità, in questo affare_, per lo che io la prego a favorire di ritirarmi la ricevuta che ritiene il cassiere del Comune di Firenze. E pregandola a praticare in quest'affare la sua consueta esattezza, onde il signor Segretario Duchoqué non aspetti inutilmente, passo con ossequio e rispetto all'onore di dichiararmi,
«Dall'Uffizio delle RR. Fabbriche, li 2 giugno 1849.
«Dev. serv. Giuseppe Martelli.
«All'Eccellentissimo Sig.re il Sig.r M. Gotti «Cancelliere della Comunità di Firenze.»
Il Cancelliere, che sa tutte le cose che il Cavaliere leale gli contesta, scrivendo al Segretario ne dichiara eziandio bene altre ancora: egli sa, _a modo di esempio_, che la Commissione, composta di TUTTI i Priori residenti nel Magistrato rappresentante il Municipio Fiorentino, ORDINÒ a lui Cancelliere, si dessero le lire mille per la causa espressa nella lettera del Cavalier Martelli.
Documento a c. 570 nero.
«Illus.mo signor P.ne Col.mo
«Dall'unita ufficiale del signor Cavalier Giuseppe Martelli, _uno dei Componenti la già Commissione Governativa Toscana, di questo stesso giorno, rileverà la causa che motivò_ LA STESSA COMMISSIONE, CHE SI COMPONEVA DI TUTTI I SIGNORI PRIORI RESIDENTI NEL MAGISTRATO RAPPRESENTANTE IL MUNICIPIO DI FIRENZE, AD ORDINARMI DI SPEDIRE, CONFORME FECI, NELLA MATTINA DEL 13 APRILE DECORSO, UN MANDATO DI LIRE 1,000, MARCATO DI Nº 424, A FAVORE DEL PRELODATO SIGNOR CAVALIER MARTELLI, PER PASSARSI ALL'AVVOCATO F.-D. GUERRAZZI, PER IL TITOLO ESPRESSO IN DETTA OFFICIALE. E siccome la somma predetta esiste presso V. S. Illustrissima, per quanto resulterebbe dalla mentovata lettera del signor Martelli, mentre questa Comunità non ha ottenuto rimborso dal Regio Erario, così prego la somma di lei bontà a volere liberamente passare allo stesso Camarlingo, e per esso al suo Sostituto Legale, latore della presente, l'ammontare di detto Mandato; ritirando dal medesimo o distinta ricevuta, o meglio (almeno per quanto a me sembra) in calce di detto Mandato. E colla più alta considerazione e profondo ossequio, passo al pregio di protestarmi,
«Di VS. Illustrissima,
«Dalla Cancelleria Comunitativa di Firenze, li 2 giugno 1849.
«Umiliss. Servo «Firmato — G. Gotti.
Al signor Segretario del Ministero di Grazia e Giustizia.»