Apologia della vita politica di F.-D. Guerrazzi

Part 64

Chapter 643,577 wordsPublic domain

Digny e Brocchi, furono quelli che vennero a significare la ripulsa, ed a me, cui pareva che in quel giorno Dio ne volesse male, però che i nostri antichi costumassero dire: «Dio a cui vuol male toglie il senno,» riuscì molestissima. Io non sapeva comprendere come da uomini savii potesse rigettarsi il voto istantaneo di una adesione complessiva, preferendo correre le dimore, le perplessità, e i pericoli dello sperimentare le molteplici ed individue volontà municipali. Davvero, se fu sapienza questa, io confesso di non conoscere più che cosa sia insania! Però non mi sapevo dare pace, e, nello intento di accomodare la vela al vento superbo che soffiava, per ultimo proposi che, messo da parte ogni concetto di accogliere nel loro seno due Rappresentanti dell'Assemblea, il Municipio e la Commissione stessero contenti al Decreto che l'Assemblea avrebbe pronunziato in questa sentenza: «Aderisce all'operato del Municipio e si discioglie;» e se ne giovassero. — Le ragioni che io dicevo così prorompono evidenti dalle viscere stesse del soggetto, che Digny, rimastone commosso, mi richiese di ciò pure gli facessi scrittura, ed anche in questo il compiacqui. Tale è la carta a cui forse allude nel suo esame l'Avvocato Brocchi, e non ricorda portata al Municipio; poichè per l'altra, precedentemente rimessa, è vero quanto fu detto di sopra, ed anzi, oltre al doversi trovare negli Archivii del Municipio, taluno dei Priori ne trasse copia per uso privato. In questa congiuntura insistendo io su Livorno, e confortando il Conte a pensare alle difficoltà che potrebbero sorgere da quella parte; egli alla presenza del Chiarini mi richiamò ad osservare la mia promessa di aspettarlo la sera, rinnovandomi la sua, che il Municipio e la Commissione mi avrebbero fatto partire munito delle domandate facoltà, per treno speciale; e qui pure successero i fatti che depone il Chiarini, nella parte seguente del suo esame: «Le idee di Restaurazione nel signor Guerrazzi non erano ignote ad alcuni componenti il Municipio di Firenze; ciò è tanto vero che, allora quando nel 12 aprile 1849 ebbe luogo quel rovescio, e fu creata la Commissione Governativa, fu proposto che il Guerrazzi si comprendesse nella Commissione, e tale proposizione fu appoggiata molto dal Segretario del Ministro di Francia, e sostenuta da quelli del Municipio che lo conoscevano bene. Oltre il prefato Segretario, potrebbe attestare questo fatto il Conte Digny, il quale, allorchè più tardi venne nelle stanze del Ministro della Guerra, disse al signor Guerrazzi: dispiacergli che non fosse stato accettato per uno dei componenti la Commissione Governativa; e facendo sperare che la sua proposta sarebbe stata accolta dal Municipio, _lo pregò_ a fargliene la minuta, la quale da questo fu fatta e consegnata al Digny. Questo discorso del signor Digny, pare a me che provi abbastanza la sua persuasione intorno alla tendenza del signor Guerrazzi a restaurare il Principato Costituzionale, imperciocchè diversamente il Digny non si sarebbe attentato di _richiedere_ il Guerrazzi a stendergli cotesta minuta, ch'egli subito, e volentierissimo dettò, ringraziando il signor Digny delle premure che diceva avere fatto per lui onde nella Commissione Governativa si comprendesse, aggiungendo che non avrebbe accettato, atteso il modo col quale il cambiamento politico era avvenuto.»

Dopo piccolo spazio di tempo mi comparvero innanzi i signori abate Bulgarini e Capaccioli, incumbenzati dal Municipio e dalla Commissione Governativa a parteciparmi la giunta loro imminente, e il _desiderio_ che _sgombrassi_ il Palazzo. Il signore Bulgarini _per commissione speciale del Conte Digny mi domandava dov'egli avesse potuto rivedermi la sera_; razionale ricerca a cui bene intende, perchè, nel presagio che io rendendomi allo invito cortese sgombrassi il Palazzo, il buon Conte voleva sapere in quale orto.... voglio dire _in qual parte avesse potuto darmi, secondo il convenuto.... la risposta_. Dissi: «Mi sarei ritirato nelle mie stanze; attendere il Conte nella sera colà.» Il Capaccioli andò a portare la risposta al Conte, Bulgarini attese a fare schiudere i passi che dal Palazzo conducono alla Camera dei Deputati.[734]

Intanto che il signor Bulgarini e i custodi indugiavano in questa faccenda, io accolsi i Deputati in casa mia. Indi a breve vennero ad avvisare aperta la strada; chiunque volesse potersene andare liberamente, dove meglio gli talentasse. Parecchi fra i Deputati pregarono, e con reiterate istanze sollecitarono affinchè seco loro io mi partissi; ricusai sempre, allegando la promessa di aspettare fino a sera la Commissione del Municipio; però gli accompagnai per le scale, e per la sala alta del Palazzo, e poi mi ridussi da capo nelle mie stanze. Poco dopo mi visitarono i signori Generale Zannetti e Colonnello Nespoli, il quale mi consigliò a mettermi in salvo, offrendomi mandare una compagnia di Guardia Nazionale per tutelarmi, andando alla Via ferrata Leopolda, ed io ricusai le offerte rispondendo non avere alcun timore, ed essermi legato di aspettare fino a sera. Egli allora con parole di affetto mi disse _Addio_, e chiese potermi baciare, ed io lo baciai di gran cuore, ricambiandogli le parole con quelle lodi che alla virtù del giovane egregio mi parvero condegne. Zannetti aggiungeva: «Dunque io verrò a prenderti stasera, e allora ti bacierò.[735]»

Adesso, su per certi Giornali ho letto che l'adesione dell'Assemblea non si poteva accettare dal Municipio per tre ragioni, e non si doveva per una quarta. La _prima_ poichè l'Assemblea era prorogata; la _seconda_ perchè pochi apparivano i Deputati presenti; la terza perchè siffatta accettazione gli avrebbe tolto il credito presso le Potenze. Nessuna di queste ragioni regge allo esame. L'Assemblea, per prorogarsi che faccia, non perde il diritto di revocare la proroga quando le piace, al sopraggiungere di casi gravi, e i sopraggiunti comparivano gravissimi; non è poi vero che pochi fossero i Deputati; in breve ora potevansi richiamare i partiti per Pisa, Lucca e Livorno; finalmente pel fine morale dell'adesione bastavano pochi, non facendo punto mestieri specificarne il numero, e la deliberazione si sarebbe presa alla unanimità dei Deputati presenti; l'avrebbero sottoscritta il Presidente e i Segretarii soltanto, come si costuma. Intorno alla terza io non voglio dire adesso, chè si è veduto a prova qual frutto abbiano cavato da cotesto concetto; imperciocchè bene ammaestravano i nostri vecchi, — che dopo il fatto, di senno sono piene le fosse; bensì argomentando _a priori_, non si arriva a comprendere come una espressione di consenso (al quale termine si era per ultimo limitata la mia proposta) avesse potuto nuocere al credito del Municipio, che dall'Assemblea non desumeva autorità od incumbenza. — La _quarta_ ragione, per cui i Dottori affermano che non doveasi accettare l'adesione, consiste nella sua inanità, perchè i Deputati sarebbero stati costretti a consentire; e questo è cavillo mero, avvegnadio dalla storia degli avvenimenti successi parmi chiarito abbastanza come l'Assemblea avesse dimostrato tale essere la sua volontà, e per la opera sua a sostenerla gagliardamente, e con pericolo, da questi stessi Dottori era stata lodata. No, tutti i sofismi col tempo scompaiono, e, sviluppata dalla moltitudine delle parole dolose, rimane questa verità: «pei consigli di superbia non si aborrirono gli eventi infelici che avvennero pur troppo, i quali forse tutti, ma _certamente_ in parte, sarebbesi potuto evitare, e con essi le conseguenze che la Patria deplora.»

Sono così dolenti le cose che mi avanzano a raccontare, così piene di amarezza infinita, che, non mi comportando l'animo afflitto andare in fondo tutto di un fiato, forza è che mi riposi continuando la digressione. Per mio giudizio, se il moto popolare sorto dalla rissa dell'11 aprile potè convertirsi in politico nel giorno 12, vuolsi attribuire alla cessata febbre del Popolo, — alla Guardia Nazionale, che in nome di Leopoldo II accettava la Monarchia Costituzionale, e difendeva la città dall'anarchia invano acclamante il nome del Principe; conflittava al Municipio, e a quel Partito di Costituzionali che si presume ortodosso; che ritrovava, per seguitare il Popolo, il coraggio che aveva smarrito nel giorno in cui bisognava guardarlo in faccia; — agli animi disposti, agli ostacoli rimossi, alla paura della invasione straniera, alla speranza, bandita come sicurezza, di evitare un tanto infortunio col sollecito richiamo del Principe Costituzionale, e finalmente, io pure lo dirò, al bisogno in moltissimi di fare porre in oblio, dal Principato che ritornava, lo zelo professato alla Parte Repubblicana che partiva. Però siffatte Rivoluzioni non sono mica miracolose, nè si operano da sè; e come la Rivoluzione presente, e da chi fosse apparecchiata e disposta in tutte quelle parti che non sono vili, se fin qui non giunsi a dimostrarlo, oggimai tornerebbe vano insistervi sopra con altre parole. Supporre, come l'Accusa ha fatto, pochi e deboli i Faziosi, e nondimeno potenti a tenere oppressi Popolo, Curia e Senato, e da un punto all'altro vederli sparire, e' sono novelle che non furono mai nel mondo, dalle cavallette in fuori: «e Moisè stese la bacchetta sopra il paese di Egitto... e come fu mattina il vento orientale aveva portate le locuste... poi voltò il vento in un fortissimo vento occidentale, il quale portò via le locuste, e le affondò nel Mare Rosso, e _non vi rimase pure una locusta in tutti i confini di Egitto_.»[736] L'Accusa, a quanto sembra, aveva in mente questo passo dell'Esodo quando dettò le sue carte; ma coteste, giova ripeterlo, sono storie di cavallette, non di uomini. Faziosi eranvi e non pochi, e ardimentosi, e maneschi; non tanti però, che potessero violentare un Popolo fermo nel volere di non sopportarli. Rammentate la notte del 21 febbraio 1849, quando la città insorse _come un uomo solo_, contro la minacciata irruzione dei villani? Or bene, di chi andava composta la turba accorrente a respingerli? Di Popolo, non senza mistura, è vero, ma per la massima parte fiorentino. — Chi lo chiamò? — Nessuno; spontaneo venne. — Chi io spingeva allora? — Ebbrezza e paura. — Dunque leggiero o mendace fu nel 12 aprile, e tale insomma da non fidarsene mai? — All'opposto io tengo che deva reputarsi sincerissimo; e giova chiarire questo punto. Le anime umane conturbano di rado, ma pure qualche volta, febbri più ardenti assai delle corporali, e non soltanto quelle del Popolo per passione mobilissimo, bensì ancora quelle dei Magistrati, dei Parlamenti, degli uomini insomma e dei Collegi, i quali, per istituto e per dovere, hanno da camminare prudenti.[737] Come narrammo essere accaduto in Inghilterra ai tempi di Carlo II, successe qui. Il Popolo, non mendace, non finto, sibbene sanato dalla momentanea insania e sincerissimo, abbatteva gli Alberi, che niente altro dicevano a lui senonchè le turbolenze, le offese giudiciali e cittadine, e la invasione straniera degli anni 1796 e 1799: il Popolo sincerissimo ripose con affetto la granducale insegna, che gli prometteva indipendenza patria, le riforme di Leopoldo I, lo Statuto di Leopoldo II. _Il Popolo era sanato; male pagò il Medico_!

Così almeno giudicai secondo il mio intendimento, ma non sembra che abbia ad essere in questo modo; imperciocchè quantunque il Popolo a me paresse sano, pur vedo che lo continuano a purgare.

E poichè la materia mi tira, io voglio palesare quello che serbo riposto nell'animo, intorno al contegno di quella parte di Costituzionali, che adesso chiamerò direttrice del 12 aprile 1849; e ciò faccio tanto più volentieri, in quanto che vedo due Partiti alle prese fra loro, ed ho diritto di metterci ancora io la mia voce. Uno di questi Partiti lamenta perpetuamente le speranze deluse di mercede pel Paese, e credo eziandio un pocolino le speciali sue; l'altro, che richiama al pensiero la immagine di Dante:

Come procede innanzi dall'ardore Per lo papiro suso un color bruno, Che non è NERO ancora, e il BIANCO muore;

alla scoperta gli dice: «Tu non hai fatto nulla; ti posasti un bel giorno come la mosca su i bovi, e poi desti ad intendere a cui ti voleva credere che arasti il campo.» Mi sia permesso affermare, che il Partito dal color bruno, _che non è nero ancora e il bianco muore_, nel giorno 8 febbraio avrebbe a buoni patti dato una gamba per essere lasciato andare illeso con l'altra; doloroso e lacrimoso esclamava: _Siam fratelli; siam stretti ad un patto_, con quanto tiene dietro. Il Partito direttore del 12 aprile, in cotesto naufragio avvisando salvare la pencolante società, attese a promuovere la elezione del Governo Provvisorio con la voce e con la stampa; io mi persuado che alle persone elette avrebbe voluto aggiungere qualche altra dei suoi; ma che noi, o alcuni di noi volesse rifiutare, non credo: provveduto in questa guisa al pericolo più urgente, incominciò a speculare intorno ai modi capaci di restituire le forme costituzionali alla Toscana, — che in coscienza le si confanno, e le bastano per quanto ho potuto conoscere di certo, mentre stava al Potere, — e parve così a lui come a me trovarli nella Costituente Toscana; di qui i suoi conforti a sciogliere il Parlamento, le persuasioni ai Deputati a non intervenirvi se il Governo si mostrasse restío a farlo, e le istanze a consultare il Paese col mezzo del suffragio universale. Il Partito direttore del 12 aprile volle procedere solo nelle elezioni, senza dare al Governo aiuto, nè riceverlo da lui; tuttavolta, malgrado che i Repubblicani vi si affaticassero attorno con isforzo maraviglioso, ebbero a convincersi del poco frutto che facevano, e lo confessarono.[738] I Direttori del 12 aprile non prevalgono nelle elezioni, però prendono ad avversare l'Assemblea _da loro medesimi voluta_; mutato avviso intorno alle cospirazioni da essi vilipese, adesso cospirano; e negarlo non giova, chè mi erano note coteste conventicole e i luoghi dove si raccoglievano, ed io lasciavo fare però che tendessero allo scopo a cui io stesso mirava, e, se amici non gli speravo, nemmeno sperimentarli nemici temevo; e se taluno mi avesse presagito lo strazio che reputarono onesto praticare meco, io gli avrei detto: «taci, tu menti!» I Direttori del 12 aprile potevano, accostandosi a me, darmi forza e coraggio a muovere l'ultimo passo, e dirmi apertamente: questi sono i nostri disegni; quali sono i vostri? Potevano altresì, se tanto ero venuto loro in odio, persuadere l'Assemblea a non eleggermi, a dimettermi, e precipitare le deliberazioni; anzi, come avrebbero dovuto, potevano starsi allo stabilito nella mattina del 12 con l'Assemblea, che pure dichiararono della Patria benemerente; tutto questo a loro rincrebbe, e davvero non si comprende a qual fine parlassero affettuose parole, quando nei fatti incocciarono a mostrarsi superbi; dicevano volere stringere tutti in amplesso fraterno: ma di che cosa sappiano cotesti amplessi, provo io, che ne porterò i segni finchè mi duri la vita. Non avrebbero per avventura giovato meglio a tutti parole meno soavi, fatti più degni? — Ma no, essi calpestarono l'Assemblea e me, e si posero a capo del moto popolare per sentirsi rinfacciare più tardi, che, se gli andarono avanti, ciò fecero come il tronco dell'albero menato via dalla piena. Però, se i Direttori del 12 aprile non erano, la sommossa popolare veniva sicuramente soppressa dalla Guardia Nazionale e dai borghesi; imperciocchè le sommosse, dai cittadini industriosi ed abbienti odiate sempre, ai nostri tempi mettano ribrezzo; i cervelli incominciano a preoccuparsi anche fra noi della salute della Società: quel rimescolarsi delle plebi cittadine co' proletarii delle campagne fa stare pensosi, e le smodate condanne non giovano a nulla e la esperienza n'è vecchia. I Direttori del 12 aprile, tolta in mano la sommossa, _l'avvivarono, l'atteggiarono, le diedero moto, le diedero affetto_[739] la vestirono di tutte le speranze del tempo, con i timori del tempo e degli uomini la fasciarono, l'afforzarono con tutte le previdenze e con tutti gli apparecchi di lunga mano raccolti; ed avendola assunta alla dignità di Restaurazione Costituzionale trovarono quaggiù favorevoli tutti, dissidenti pochissimi o nessuno. Ora provano la ingratitudine; ed io invece di rallegrarmi con empia gioia, e dir loro: _qual seme gittaste, tal messe raccogliete_; piango con essi i nostri non degni destini; e Dio, che vede i cuori, sa se io avrei mosso neppure un lamento per lo strazio disonesto a cui mi hanno condotto, se oggi, mercè loro, la Patria comune andasse consolata delle benedizioni, che essi le promettevano.

La sera il conte Digny non mancava al _convegno_, e con esso venne il Generale Zannetti; e l'uno e l'altro, come Mandatarii speciali del Municipio e della Commissione Governativa, dicevano con accomodate parole: fossi contento esulare, tanto che fossero quietate le cose, in estero paese. Ma sentiamo un po' il Generale Zannetti come racconta il fatto: «ELLA M'INVITA» (così rispondeva l'uomo di coscienza cristiana al Processante), «ELLA M'INVITA A TORNARE SOPRA UNA GIORNATA DELLA QUALE IO DOVRÒ RAMMENTARMI, PERCHÈ, CONTRO MIA VOLONTÀ, È VERO, MA PURE IN QUEL GIORNO ANCHE IO DIVENTO COMPLICE DI MANCATA PAROLA. — MI SPIEGO: NELLA SERA DEL 12 APRILE RIUNITASI LA NUOVA COMMISSIONE GOVERNATIVA, FRA LE VARIE E MOLTE RISOLUZIONI CHE ELLA PRESE, FU PURE QUELLA DI ALLONTANARE DA PALAZZO VECCHIO IL SIGNOR GUERRAZZI, E SICCOME PAREVA ALLA COMMISSIONE MEDESIMA PRUDENZIALE PROVVEDIMENTO, CHE IL SIGNOR GUERRAZZI SI ALLONTANASSE DALLA TOSCANA, E DUBITANDO CH'EGLI NON VOLESSE ACCETTARE, LA COMMISSIONE INCARICAVA IL SIGNOR DIGNY E ME DI COMUNICARE QUESTO PROGETTO AL SIGNOR GUERRAZZI ED INVITARLO AD ADERIRVI; ED INVERO IL SIGNOR GUERRAZZI NON ESITÒ UN MOMENTO AD ACCETTARE LA PROPOSIZIONE DI UN PASSAPORTO PER USCIRE DI TOSCANA, PERCHÈ, EGLI DICEVA: IN QUALUNQUE LUOGO DI TOSCANA IO VADA, SE PER SORTE SUCCEDE QUALCHE MOVIMENTO, SARÒ IO LO INCOLPATO. ALLORA, IN ADEMPIMENTO DELLA COMMISSIONE RICEVUTA, IL SIGNOR DIGNY ED IO DICEMMO AL SIGNOR GUERRAZZI CHE SAREBBE PARTITO NELLA NOTTE CON PASSAPORTO PER L'ESTERO.»

Guglielmo Conte Digny nega il convegno, nega la proferta del passaporto, nega il contratto religioso e solenne; tutto nega: — qui occorrono due vie da governarmi col Conte; scerrò la più mite.

Vi ricordate del personaggio di commedia chiamato Rosignolo? Sì, certo, voi rammentate quel gobbo che aveva tante e poi tante inventato girandole, che alla perfine, non sapendo come districarsene, immaginò, per non essere côlto in fallo, un suo trovato, e fu il seguente: narrò (e anche questa era girandola) come, navigando per mare, un grossissimo cavallone lo aveva portato via dalla coverta, e fattagli percuotere la testa nel bastimento così, che ne aveva perduto la memoria; col quale pretesto quando gli tornava il ricordarsi, ei rammentava; e quando non gli tornava, scusavasi con la capata nel bastimento.

_Digny_, intorno ai concerti presi dal Municipio col Presidente Taddei la mattina del 12 aprile, _rammenta perfettamente avere letta la Notificazione dopo stampata_; per gli altri fatti, _non ha la minima memoria avere letto la Notificazione prima che fosse mandata alla stampa_.[740]

Contestatagli la disputa nella Sala delle Conferenze a cagione della mancata fede al Presidente Taddei, _Digny si sovviene solo che il Guerrazzi disse: «Signori, avete fatto una Rivoluzione, ecc.;»_ per le altre cose, _non rammenta con sufficiente precisione i dettagli_ (sic).

Contestatogli il fatto gravissimo del passaporto promesso e accettato, e però del contratto consumato, _Digny rammenta, che la Commissione non prese deliberazione sul Guerrazzi finchè non fu trasportato a Belvedere_; intorno al religioso deposto del Generale Zannetti, dichiara: «_non rammento_ avere data alcuna assicurazione.... _in tanta confusione di avvenimenti, dopo tanto tempo, forse la mia memoria, — forse quella dello Zannetti si confondono_....»

Contestatogli il fatto dei danari da me richiesti al Marchese Capponi per le spese del viaggio, e somministrati poi con _autorizzazione_ ed _ordine_ della Commissione Governativa dal Municipio pel titolo espresso del viaggio, _Digny_ ricorda: «che la mattina del 13 Guerrazzi gli scrisse un biglietto a lapis, nel quale lo pregava di domandare al Marchese Capponi una somma in prestito;» quindi «_sa_ che i danari per mezzo del Martelli mi erano stati trasmessi, ma _non sa menomamente che ci fosse la idea di farli servire al mio viaggio!_»

Contestatogli che Giovanni Chiarini, presente al contratto del passaporto, depone che fu promesso al Guerrazzi di farlo partire mediante treno speciale, tre volte gli vacilla la memoria, e dice: «_Non ho memoria di avervi messo_ che poche parole e insignificanti....; sebbene _la mia memoria_ sia molto confusa in questa parte, _credo rammentarmi_ che _condizionalmente_ si parlasse di treni speciali; ma, ripeto, _non ho memoria_ di avere avuto commissione _formale_, sempre _perchè la Commissione non aveva neppure discusso su questo soggetto_.» Ma sapete voi, signor Conte, che la vostra memoria è veramente infelice?

Nè qui soltanto Guglielmo Conte Digny è d'infelice memoria; ma basti per ora. Forse il Conte si lagnerà che non gli si abbiano i debiti riguardi, ed anche in questo avrà torto; conciossiachè, se io dovessi prendere da lui lo esempio del punto rispetto che a sè stesso porta, davvero che io temerei incorrere la taccia di sboccato; e, al fine che lo asserto non vada disgiunto da prova, cred'egli che io vorrei smentirlo quattro volte sopra la medesima cosa com'egli fa? — In certa parte del suo deposto narra come egli venisse la sera a trovarmi nel mio appartamento in Palazzo Vecchio, _dove io lo aveva chiamato fino dalle 4 del pomeriggio_ per dirgli che voleva andare a Livorno, ma egli _nulla rispose_! In altra parte, narrando il medesimo fatto: «Guerrazzi insisteva col Zannetti e con me per andare a Livorno, ma NOI adducemmo le grida e il tumulto _per consigliarlo a non pensarvi per ora_;» dunque parlava, e sinistre parole, se io male non mi appongo? — In altra parte: «È vero.... _che col Guerrazzi e Zannetti si parlò di partenza_;» dunque, che siate benedetto, signor Conte, parlaste ancora di partire? — In altra parte: «La conversazione si aggirò sulla possibilità di una partenza del Guerrazzi, ma io non ho memoria di avervi messo che poche parole e insignificanti....; credo rammentarmi che _condizionalmente si parlasse di treni speciali_.» Dunque prima non parlaste; poi parlaste che non potevo partire, e parmi questa _significantissima cosa_; poi parlaste parole insignificanti, dopo averle parlate significantissime; finalmente parlaste di treni speciali sotto condizione. Qual mai condizione? — Signor Conte, sapete voi come nel nostro Paese si appellino coloro che quattro volte smentiscono sè stessi? — Io glielo direi se non mi trovassi dove mercè sua mi trovo; o piuttosto, tutto bene considerato, mi sembra che non glielo direi. A lui basti sapere ch'è il testimone di predilezione dell'Accusa!

Cinque furono testimoni presenti al fatto; e siccome essi non hanno battuto, come Rosignolo, il capo nel bastimento, così non importa tenere su questo proposito più lungo discorso, molto più che dalle cose successive viene maravigliosamente confermato.