Apologia della vita politica di F.-D. Guerrazzi

Part 62

Chapter 623,139 wordsPublic domain

«Chiamate Fabbri, Lauri, Notari, Betti, e Frediani e altri, e dite loro che il Ministero è disposto a sciogliere la Municipale, a dimettersi anzichè lasciarsi imporre dalla Municipale stessa. Però usino tutti la loro influenza a farla vergognare dell'enormezza commessa. Domani vengo col Basetti. Arte, prontezza e vigore. I Livornesi si lasciano guidare, ma da mani non deboli. La Cecilia torna contento. Sua Altezza ha approvato. Risposta subito.

«GUERRAZZI.»

Pigli obbedisce, e annunzia:

«Al Ministro dello Interno.

«Sentite le persone indicate nel Dispaccio Ministeriale, ci siamo presentati alla Guardia Municipale, riunita, e in considerevole numero, Fabbri, la Cecilia, i Consiglieri, ed io. Ho incominciato a parlare parole di fiducia per prendere ad annunziare alla nomina del Capitano provvisorio Basetti, il quale domani prenderà il Comando della Municipale. Le contestazioni e opposizioni, per quanto presentate con rispetto, sono state molte. È stato detto che promosso il Capitano Roberti, si deve procedere per la stessa via di ragioni, e promuovere gli Ufficiali nella Compagnia. Ha detto alquante parole il Gonfaloniere, molto più e più efficaci La Cecilia, spontaneamente intervenuto. Io finalmente ho concluso che la nomina del Basetti non distrugge i titoli ed i diritti di alcuno, e che il Governo nella sua imparzialità e giustizia saprà tutti proteggere e rimunerare secondo il merito. Siamo partiti in mezzo agli applausi. Basetti venga e sarà ben ricevuto. Il resto al tempo e alla saggezza del Governo.

«PIGLI.»

Ed io prometto il giorno successivo recarmi in Livorno conducendo meco Bernardo Basetti, fino alle lacrime commosso del come voglia e sappia proteggerlo.

«Al Governatore di Livorno.

«Si lodi la Municipale. Quante volte si mostrerà obbediente alli ordini del suo creatore avrà diritto alla sua particolare considerazione. Roberti non è promosso. Basetti non è Capitano definitivo, ma provvisorio. Tutta la Guardia dovrà essere definitivamente approvata dal Consiglio. Ho passato una cattiva giornata. Domani sera io sarò in Livorno con Basetti. A ore dieci passerò la rivista in Caserma della Municipale. Viva la Municipale _fedele alla libertà, nemica della licenza_.

«GUERRAZZI.»

Trionfante entrò Basetti nei Quartieri dond'ebbe poco anzi a partirsi con fronte dimessa, e finchè stette a Livorno l'onorarono ed amarono; ed anche si dica a lode di lui, seppe farsi rispettare ed amare.

Per le cose esposte io pensava trovarmi un cotal poco fondato ad aspettarmi da Bernardo Basetti una prova di amicizia; se non voleva ricordarsi a quell'ora essermi amico, io doveva credere ch'egli avrebbe eseguito il mio ordine, se avesse potuto farsi umanamente ed efficacemente; e se no, mi avrebbe ragguagliato con fedeltà come a probo Ufficiale appartiene; se infine le parti di amico e di Ufficiale volle dimenticare, non dovevo credere ch'egli avrebbe posto mai in oblio quelle di uomo, che non consentono (nella folle speranza di proprio comodo) pronunziare assurde opinioni; delle quali l'Accusa, intenta solo a nuocere, si varrà per fabbricarvi sopra assurde e futili incolpazioni, è vero, ma rincrescevoli sempre, non fosse altro per avermi dato il fastidio di spendere tante parole a dimostrare la stolidità e malizia loro.

Non mi comparendo davanti il Ministro dello Interno, nè il Prefetto, ignaro dello stato delle cose m'incammino alla Sala delle Conferenze, dove seppi adunata l'Assemblea. Ora sentiamo raccontare dal Professore Taddei, Presidente, quello che, a mia insaputa, era successo nella prima parte della mattinata. Il Municipio desidera unirsi all'Assemblea per proclamare la Restaurazione, come senno e amore vero di Patria persuadevano; però... ma parli il labbro del vecchio illustre: «Mi rammento che il signor Giuseppe Martelli venne a cercarmi nella Camera stessa, ed a pregarmi di volere secolui recarmi al Municipio: io aderii immediatamente, e trovati poi in una carrozza i signori Ricasoli e Cantagalli, vi montai; c'incamminammo uniti al Palazzo Riccardi per condurre insieme con noi al Municipio il Professore Zannetti. Radunati tutti al Municipio, e trovatici unanimi ad operare ognuno dal suo canto per restaurare la Monarchia Costituzionale, non rimase altro da fare, che mettere d'accordo l'Assemblea e il Municipio, nello stabilire il modo col quale legalmente e _dignitosamente_ si potesse soddisfare al desiderio di tutti. Due del Municipio, e _segnatamente_ i signori Digny e Brocchi, si recarono nella Sala delle Conferenze, in qualità di _Commissionati_ dello stesso Municipio _per comprovare quello che già aveva io referito_, e devenimmo alla stesura di concisa Notificazione, la quale _fu letta e ratificata dai Commissionati suddetti, ed immediatamente spedita ai torchj_.»[715]

Il Proclama fu questo:

«Toscani! L'Assemblea Costituente Toscana si dichiara in permanenza. Essa prenderà, d'accordo con la Guardia Civica e col Municipio, i provvedimenti necessarii per salvare il Paese.

«Firenze, 12 aprile 1849.

«TADDEI Presidente.»

Mentre l'Assemblea da una parte adempiva la promessa, come tra gente onesta si conviene, dall'altra prevalevano nel Municipio consigli pessimi; e fatto nuovo partito, i suoi Membri statuiscono mancare di parola all'Assemblea, e disprezzato il Collegio nella sua rappresentanza, come nelle singole persone dei Deputati, senza neppure avvisarlo di volere procedere soli, e, se bisognasse, avversi nel disegno fermato, — quasi per ardere le carra, e non dare luogo ad ammenda, stampano un Proclama, ed in fretta lo appiccano su pei cantoni. In questa sentenza quel Proclama bandiva:

«Cittadini,

«Nella gravità della circostanza, il vostro Municipio sente tutta la importanza della sua missione. Egli a nome del Principe assume la direzione degli affari, e si ripromette di liberarvi dal dolore di una invasione.

«Il Municipio in questo solenne momento si aggrega cinque cittadini che godono la vostra fiducia, e sono:

«Gino Capponi, «Bettino Ricasoli, «Luigi Serristori, «Carlo Torrigiani, «Cesare Capoquadri.

«Dal Municipio di Firenze,

«Li 12 aprile 1849.

«Per il Gonfaloniere impedito

«ORAZIO CESARE RICASOLI Primo Priore.»

Di questo Proclama del Municipio, di cui taluno aveva portato frettolosamente novella all'Assemblea, si facevano accesi ed amari discorsi, quando i signori Digny, Brocchi e Martelli tornarono nella Sala delle Conferenze. Questa è la scena che il Visconte D'Arlincourt, togliendola di peso dal _Duca di Ossuna_ del nostro Federigi, ha inserito nella sua _Italia Rossa_, nella quale il Conte Digny, _nobile e fedele realista_, spalanca la porta ed intima la _sedicente_ Assemblea a ritirarsi. Però hassi a notare, per rendere _unicuique suum_, che l'attributo di _sedicente_ non appartiene proprio al Visconte D'Arlincourt, ma al Brocchi, il quale se ne compiace così, che per bene due volte nel corso del suo esame lo viene ripetendo. Ed è poi strana a considerarsi quest'altra cosa, che il Conte Digny ha protestato contro la qualificazione di nobile e fedele realista, che a parere mio non fa torto, allorchè nasca da convincimento coscienzioso, o da personale affetto, mentre contro il pubblico grido, che lui accusa di fede tradita, è stato cheto come olio. E di vero, l'apparizione del Conte era tutto altro che nobile, conciossiachè versasse in questo: il Municipio volere rompere i patti, anzi averli rotti; l'accordo _invocato prima_ con l'Assemblea _adesso respingere_; aborrirla compagna, dichiararla nemica; si disperdesse, lasciasse operare da sè solo il Municipio. A tanta slealtà, non è da dire se si levassero, e a ragione, amari richiami. E prima di ogni altro il Presidente Taddei, a cui pareva, com'era vero, che di lui e della sua onoratezza si fosse fatto bindolissimo giuoco. — Accesi, e meritamente, sopra gli altri si mostravano i Deputati signori Ciampi e Cipriani, i quali (sempre si abbia presente questa avvertenza) non offesi già dalla proposta di Restaurazione da operarsi d'accordo col Municipio, che annunziata testè dal Professore Taddei era stata da loro accettata, bensì dalla brutta mancanza di fede, esclamarono, che bisognava arrestare il Municipio fedifrago. E poichè il Conte rispondeva con petulanza molta e senno poco, io mi posi in mezzo alla disputa favellando in questo concetto: «Voi fate una Rivoluzione;[716] onde non partorisca le conseguenze che le sono ordinarie, procurate unire a voi quanti maggiori consensi potete; non rigettate quelli che vi si offrono.» E siccome il Conte rispondeva con petulanza molta e senno poco, aggiunsi: «Voi meritereste essere arrestato!»

L'Accusa, come vedemmo, sostiene che io mi opposi alla incoata Restaurazione, minacciando prima e intimando poi l'arresto dei signori Digny, Brocchi e Martelli, che venivano ad ammonirmi di non volere opporre ostacoli alla iniziata opera loro. Il più lieve rimprovero che possa farsi all'Accusa, è ch'_ella non sa quello che si dice_. E la ragione apparisce evidente: suppongasi vero tutto quanto afferma l'Accusa; concedasi per un momento la minaccia e la intimazione dell'arresto; sembra che, per accusare l'uno atto e l'altro come avversi alla Restaurazione, dovesse ricercarsi la causa che gli motivarono. Ora è provato per dichiarazione di coloro che di queste minaccie depongono, come non muovessero già da opposizione; al contrario, dal volere l'Assemblea esclusa da cooperare al ristabilimento della Monarchia Costituzionale, e più poi dalla tradita fede, dopo essere stata a questo fine ricercata dal Municipio, e dopo essersi posto secolei pienamente d'accordo.

In qual guisa i Commissionati del Municipio potevano condursi a intimare l'Assemblea di non opporsi alla incoata Restaurazione, se, ricercata poco anzi, aveva consentito? Se a questo fine aveva stampato un Proclama? Se anche sul tenore del Proclama avevano convenuto?

Onde il tribunale della Coscienza Pubblica giudichi fra me e i miei Giudici, è di mestieri esporre le prove che l'Accusa ha raccolto, e certo non in benefizio di me. Il Professore Taddei così depone: «Gli stessi Deputati (che come Commissionati del Municipio avevano letta e approvata la Notificazione dell'Assemblea, Digny, Brocchi e Martelli) ritornarono a dire che la _fusione dell'Assemblea col Municipio non era compatibile_ (dopo averla ricercata!). Questa risposta non poteva a meno di dispiacere — oltre a _mancare di lealtà verso di me, e verso gli altri_.»[717] L'Avvocato Panattoni dichiara, che udì _lamenti.... sopra un malinteso, che pareva nato a motivo di non avere il Municipio secondati certi accordi che dicevansi passati col signor Presidente Taddei, e che resultavano ancora da un Manifesto stampato_. — Il signor Venturucci (avvertasi, che sopra questo testimone l'Accusa fonda la incolpazione dello intimato arresto ai Municipali) depone come i signori Conte Digny, Brocchi e Martelli, _si scusavano di avere pubblicato il Manifesto del Municipio_ (ed era ragione che si scusassero), _e promettevano di andare d'accordo con l'Assemblea, e combinare_. E Guglielmo Conte Digny, che tanto poco e tanto male le più volte rammenta, nondimeno su questo proposito dichiara: «È un fatto, che tanto _lui_ (_sic_) che tutti quelli, che volevano indurre il Municipio a concertarsi coll'Assemblea, _si appoggiavano_ specialmente sulla osservazione, che il Municipio di Firenze aveva bisogno di _appoggio_ dei Rappresentanti di tutte le Popolazioni toscane per essere riconosciuto da esse. E fu dietro questa idea che furono _redatti_ (_sic_) i progetti di Proclama di cui ho parlato. Anzi uno di questi progetti era _redatto_ fino dalla mattina da _uno_ dell'Assemblea.»

Non è pertanto vero, anzi è turpemente falso, che alla restaurazione del Principato Costituzionale mi opponessi, quando facevo sentire la necessità di riunire il consenso universale, e per atto immediato al partito preso dal Municipio fiorentino; è vero, all'opposto, che la breve disputa nacque dal rifiuto dell'adesione dell'Assemblea, che il Municipio faceva, dopo averla richiesta, e accettata. Ed ho creduto allora, e fermamente credo adesso, che in cotesto modo operando bene meritassi della Patria. Con l'adesione dell'Assemblea si sarebbe tolto al partito la indole di municipale che mostrò negli esordii, indirizzandosi perfino col primo Proclama il Municipio Fiorentino ai soli Fiorentini. Con l'adesione dell'Assemblea, i fattori del 12 Aprile non avrebbero avuto a deplorare nel giorno 16 aprile la esitanza di alcuni Municipii,[718] nè nel giorno 24 la resistenza di taluni alla manifestazione dello spirito pubblico, e si sarebbe per essi ottenuto veramente quel voto universale che avrebbe blandito gli animi e consolate le memorie.[719] Con l'adesione dell'Assemblea, Livorno si sarebbe sottomessa, e quindi tolto via il pretesto come la necessità di chiamare armi straniere. Con l'adesione dell'Assemblea, non era mestieri appoggiarsi su le forze che somministrava la Reazione, le quali trassero il Municipio e la Commissione aggiunta, repugnanti certo, ma obbedienti allo impulso della necessità, oltre ai confini stabiliti. Con l'adesione dell'Assemblea, non veniva nel Municipio e nella Commissione aggiunta la paura, e con essa la infelice compagnia di esilii, di carcerazioni, di famiglie disfatte, e di sventure che ormai mano di uomo non può riparare, e quella di Dio può consolare soltanto. Con l'adesione dell'Assemblea, il Municipio e la Commissione molte morti che ci hanno contristato potevano evitare. Con l'adesione dell'Assemblea, voi non avreste avuto bisogno di giostrare meco con la lancia di Giuda.

Voi, usurpando il mio disegno, voi, ritorcendo contro me ingratamente gli apparecchi con tanta fatica e tanto pericolo condotti a termine, quasi finale, avete guasto il presente e l'avvenire; poichè avvertite, che qui considerato e qui fu scritto, come le commozioni popolari fossero di augumento a Roma, avvegnadio colà con una legge si concludessero, mentre partorirono la perdizione di Firenze, terminando quaggiù con offesa nelle persone e negli averi.[720] Quando, falliti i vostri disegni, gittaste un grido, voi nol voleste confondere col gemito universale; anche in quello voleste lasciare una memoria di superbia e di odio: «Se gli avvenimenti del 12 aprile dovevano avere questa conchiusione, meglio era che non fossero accaduti, _e che coloro, che condussero la Toscana a questa dura necessità, fossero gli attori di questa ultima parte del Dramma ignominioso_.»[721] I Parti ferivano fuggendo; voi mordete spirando: e pure, invece di mordere me, offendete voi stessi: infatti qui sta appunto la condanna vostra; se voi non eravate certi di fare meglio di me, se l'opera di Parte non vi ha procurato meno triste sorti di quelle che andavate predicando sarebbero uscite dalle mie mani, dovevate lasciarmi fare. Però io non dimentico, nè tampoco voi stessi dovete obliare, che me giudicaste degno di salvare _quel più si potesse dell'onore e della indipendenza nazionale_; me animaste ad usare _per la salute della Patria i mezzi che la esperienza mi avrebbe saputo consigliare più opportuni ed efficaci_; me confortaste a perdurare nella impresa, offrendo il soccorso e il _concorso dei poteri municipali_.[722] Sono questi essi i concorsi vostri? È questo il sapore dei vostri soccorsi? Perchè dopo avermi tradito mi avete oltraggiato? E perchè dopo avermi onorato mi avete detto obbrobrio? — Ma poco importa essere rigettato da voi; a me basta, che non mi repudii il Paese, e mi conservi la benevolenza che io spero non essermi demeritata.[723]

Ma non è da voi che mi tocca adesso a difendermi; bensì dall'Accusa, a cui mi avete consegnato nell'orto.... voleva dire nella Fortezza di San Giorgio. Ora che ho dimostrato come la minaccia e la intimazione dell'arresto, quando pure fossero avvenute, avevano lo scopo diametralmente opposto a quello finto dall'Accusa, io dimostrerò che non sono, e non possono essere vere.

Tre sono (e pare impossibile!) i deposti sopra i quali fonda questa incolpazione l'Accusa. Primo è Digny, succede Brocchi, viene ultimo Venturucci. Io non dirò come i due primi, così facendo, tentano onestare il tradimento di cui mi dolgo; non osserverò che mendaci sempre con gli altri, e il primo lo è quattro volte con sè stesso sopra un medesimo punto; non dirò nemmeno che ambedue confusi, perplessi, contradittorii, sono costretti (per paura di sentirsi rimproverare dallo stesso Ministro processante) a ripetere, — il primo fino a quattro volte, — che non sa, non ricorda, ha perduto la memoria dei particolari, — forse egli, forse altri s'inganna, — e tali altri rifugii per cui si rendono da per sè stessi spregevoli assai più che altri non potesse fare; — tutto questo, e non è poco, passeremo; confrontiamo i deposti:

«_Digny_. — Nacque fra noi e _parecchi di loro_ una discussione viva e confusa intorno al Proclama già pubblicato dal Municipio, col quale annunziava assumere a nome del Principe la direzione dei pubblici affari. _Io non rammento con sufficiente precisione i dettagli (sic) di cotesta discussione; — solo mi sovviene_ che il signor Guerrazzi rivolgendosi agli adunati diceva: — Voi avete fatta una Rivoluzione, — _e per poco che le cose sostassero_, e che piacesse agli adunati, egli ne avrebbe fatto arrestare i Componenti, i quali designava con le parole: _questi Signori_; per il che io non posso asserire s'egli volesse intendere tutti i Componenti del Municipio, o la Deputazione quivi presente. A queste parole sollevavasi una _certa confusione_ fra i presenti, ma, domandata la parola da me e dal Brocchi, facemmo successivamente intendere, che le conseguenze di un passo simile sarebbero state gravissime, e ricadute su le persone di chi _le avesse ordinate_ (_sic_), per cui sorsero proposizioni di conciliazione, e una deputazione si formò che ci accompagnò al Municipio.»

«_Brocchi. — Rapporto_ (_sic_) al primo incontro, noto la circostanza che l'Avvocato Guerrazzi, rimproverando al Municipio di andare a promuovere la guerra civile, disse: — _che sarebbe stato capace di fare arrestare tutti i componenti del Municipio_. Il Dottore Oreste Ciampi e il Professore Emilio Cipriani, presenti, _insistevano che si arrestassero quei Componenti del Municipio_, che allora nella Sala si trovavano, ed io ed il Conte Digny replicammo, che ponessero mente a tale arresto.» E più oltre da capo: «questa proposizione volevano si portasse all'atto il Dottore Ciampi, e il Professore Cipriani.»

«_Venturucci_. — Mi rammento _benissimo_ che Guerrazzi alzatosi in piede, e con veemenza, disse queste parole: — Signori, voi avete fatta una Rivoluzione; voi vi rendete _responsabili_ delle conseguenze che ne possono derivare. Sì, voi avete fatto una Rivoluzione, ed io sarei capace di farvi arrestare tutti: _anzi, siete tutti in arresto_. Cui Digny replicò: _Signori, pensino a quella che fanno_: — faceva riflettere di più all'Assemblea non essere in numero sufficiente per deliberare, che ormai era evidente qual piega prendevano le cose. — Il signor Guerrazzi mutò tono, e con voce calma parlò con quelli del Municipio, _che si scusavano di avere pubblicato un Manifesto, e dichiaravano essere pronti a mettersi d'accordo con l'Assemblea, e di concertare le cose_.»

Ora questa _intimazione_ di arresto non può essere vera, perchè me ne mancava l'autorità, e me ne mancava il potere. Mi mancava l'autorità per queste ragioni: il fatto del Presidente dell'Assemblea, confermato dai Deputati presenti, di unirsi al Municipio per provvedere alla salute della Patria, mi aveva tolto il mandato di Capo del Potere Esecutivo; e così ritenni, e così dissi; vedremo più tardi quando il Municipio andava in cerca di un pretesto per onestare la sua brutta azione, e non l'aveva ancora trovato, fare annunziare che a me repugnante aveva svelto di mano il potere: ma poi, considerando ch'ella era questa troppo grossa bugia, variò con l'_arresto_; la verità è, che io con animo lietissimo appresi la novella di essere esonerato da tanto carico, e che fino dalla sera precedente aveva dettato una renunzia spontanea, la quale deve essersi trovata nella stanza che occupavo in Palazzo Vecchio.

Mancavo di potere immediato, perocchè, verun corpo di guardie stanziando alla Camera, dove io non avessi preteso stringere con una mano sola i tre colli dei Municipali, non si sa davvero comprendere come gli avrei potuti arrestare; e se non avevo armi allora, peggio era da aspettarmi nel seguito, dacchè, trovato modo in mezzo a cotesto trambusto d'interpellare il Generale Zannetti intorno alle disposizioni della Civica, n'ebbi in risposta: _nella massima parte sembrargli decisa ad appoggiare il Municipio_.

Da siffatta scienza, in quel punto e non prima di allora acquistata, — insieme alla ignoranza di cotesto caso, espressa parlando al Maggiore Diana, e scrivendo al Maggiore Basetti, — non meno che dalla contemporanea notizia del convenuto fra l'Assemblea e il Municipio di concertare le provvidenze per la salute della Patria, imparai che mi era stato ritirato il potere, e che ormai poteva sperarsi che ladronecci non sarebbero successi, _omicidii non rinnuovati_; insomma il motivo, temuto reazionario ed anarchico, diventava politico, e tendente al fine, che fra _tre_ giorni ancora, in virtù di solenne deliberazione dell'Assemblea Costituente, avrebbe conseguíto pacificamente il Paese.