Apologia della vita politica di F.-D. Guerrazzi

Part 61

Chapter 613,773 wordsPublic domain

Quanti mi hanno in pratica sanno come per lunga infermità io patisca d'infiammazione intestinale, e sanno altresì in quale stato le commozioni e le fatiche del governo procelloso mi avessero ridotto; però non sarà difficile credere che dopo i successi dell'11 aprile io passassi le ultime ore della notte oltremodo agitato. La mattina più volte tentai levarmi, e proprio non potei; finalmente, non vedendo più venire persona a ragguagliarmi di quanto accadesse, mi sforzai reggermi in piedi, e passando dalle stanze alte del Palazzo, secondo il consueto, entrai nell'Ufficio del Ministro della Guerra signore Gio. Manganaro. Domandai quali provvedimenti avesse preso, e me li disse.[706] In questa sopraggiunge il Colonnello Tommi, che veniva a referire non potere trarre i cannoni in Piazza, perchè mancante di _arnesi_ e di _cavalli_; parendo a me coteste scuse frivole, osservava che gli arnesi per trasportarne due vi avevano ad essere; e in quanto a cavalli, potersi servire di quelli della Posta. Egli tolse commiato, e non fece trasportare i cannoni; avendolo riveduto verso le tre pomeridiane nello Ufficio del Ministro della Guerra, gli domandai a mo' di scherzo: «Perchè non avete fatto trainare i cannoni in Piazza?» Egli rispose: «Perchè mi parve che non si trattasse di tumulti, ma di moto universale appoggiato dalla Guardia Nazionale, e però non ne vidi il bisogno.» Al che soggiunsi: «Avete fatto bene.» Però si voglia notare di grazia che i cannoni non erano stati punto ordinati da me; e che se io insistei, ciò fu meno per avere i cannoni, che per confutare gli ostacoli che proponeva il signor Tommi, i quali, a vero dire, non persuadevano troppo.

Dopo il Colonnello Tommi entra il signor Diana Maggiore di Cavalleria, domandando ordini precisi su quello che doveva operarsi da lui. Devo confessare che io mi sentiva alquanto indisposto contro questo ufficiale, parendo a me che nella sera precedente non avesse adempito al suo dovere standosene in luogo appartato, mentre i cittadini si laceravano con iscambievole strage; nella quale opinione mi confermava eziandio l'atteggiamento in cui mi era comparso il Capanna, imperciocchè, se questo animoso giovane bene faceva slanciandosi, perchè il suo Maggiore non lo seguiva, o, piuttosto, perchè non lo precedeva? E se il Capanna faceva male, perchè il suo Superiore non lo richiamava? Però io non nego avergli detto un po' turbato: «Quando vede tumulto si cacci tramezzo e divida.» Il Maggiore Diana non rammenta un'altra cosa che gli richiamerò io alla memoria, e non creda già in suo disdoro, ma sì in onore, ed è la sua risposta alle mie parole, la quale fu questa: — lo farebbe, ma desiderare conoscere se la Guardia Nazionale stava per l'Assemblea. — Questa domanda rivela, per mio giudizio, ottimo discernimento nel Maggiore, conciossiachè, dove la Nazionale si fosse mostrata avversa al moto, era a temersi che si presentasse o prendesse indole di reazionario e di anarchico; laddove all'opposto la Nazionale lo avesse secondato e diretto, siffatti timori cessavano, nè doveva contrastarsi. Fermo nella mia opinione, avvegnadio veruna conoscenza di fatti mi fosse giunta per farmela mutare, risposi: «Di ciò stia sicuro; come vuole ella che la Nazionale non difenda l'Assemblea, se lo ha promesso?» Il Maggiore Diana afferma avergli io ordinato di _caricare_; io nego apertamente essermi valso di cotesto termine; ma supposto che io lo avessi adoperato, ignaro del _tecnicismo_, — da me, poche ore prima, il Maggiore aveva conosciuto col fatto quello che io mi intendessi per _caricare_, — dare di sprone ai cavalli, gittarsi inermi colà dove il Popolo si mesce in empia battaglia, strappare ai forsennati le armi di mano, mettere risolutamente in avventura la propria vita per salvare l'altrui.

Parliamo di Bernardo Basetti. Interrogato come testimone, dichiara «che nel giorno 12 mi comparve davanti, e appena lo vidi gli dissi: — In Piazza; — se non che avendo egli considerato quello che vi accadeva, e la _probabilità_ con la sua azione di dare luogo alla guerra civile, _formò subito_ il pensiero di non andare; anzi, al contrario, condurre gli uomini al Quartiere. Solera, protestando non intendersi delle cose nostre, lasciò a lui la cura di fare pel meglio; egli dette ordini rigorosi ai soldati e agli Ufficiali di starsi su la spianata del Convento di San Firenze. Da mano ignota ricevè un biglietto aperto del Guerrazzi, il quale, in sostanza, gli rinnuovava l'ordine di andare in Piazza, ch'egli lasciò inadempito per la ragione già addotta; poco dopo, invitati dal Municipio gli Ufficiali della Guardia a recarsi alla Comunità, vi si condusse col Solera e con altri; — quivi dichiara l'animo suo; è accolto e lodato; — in cotesto riscontro Orazio Ricasoli gli consegna un secondo biglietto aperto del Guerrazzi, il quale, comecchè contenesse le medesime istanze, ottenne il medesimo resultato. Egli ha conservato i biglietti e li conserva tuttora, ed è pronto ad esibirli.» E gli esibisce.

Ora io nego di avere veduto Bernardo Basetti; e non lo nego già per comodo che mi faccia, imperciocchè a me nulla nuoce affermarlo: io lo nego, prima di tutto, perchè tale è la verità, e poi perchè questa verità ridonda a onore della intelligenza e dell'animo del Basetti. No, il Basetti non mi ha veduto, avvegnadio, se così fosse, amico e beneficato da me, mi avrebbe chiarito, dicendo: «Avverti a quello che fai; se pensi opporti a qualcheduno dei soliti tumulti, o reprimere un moto di anarchia, non è questo il caso; da quanto ho veduto in Piazza, e posso giudicare io, la universa città si commuove a restaurare di comune consenso il Principato Costituzionale.» Egli è certo che favellandomi così, mi avrebbe istruito intorno lo stato delle cose, e, adempiendo ufficio di amicizia, alla Patria giovava, ed a me, e forse anche a sè; perocchè, più spesso che altri non crede, l'utile si trova in compagnia dell'onesto; e se non mi voleva procedere amico, _il suo obbligo, come Ufficiale_, gl'imponeva farmi rapporto di quanto fosse stato considerato da lui, domandarmi che cosa avrebbe dovuto fare in Piazza, in che modo, a quali fini operare; e udite da me le debite spiegazioni, _il suo dovere, come Ufficiale_, gl'imponeva esporre i pericoli e la impossibilità di eseguire i comandi; e supposto, che tutto ridotto all'acqua chiara, io per ultimo lo incombensassi a tutelare la vita dei Deputati e mia, dal deposto di Bernardo Basetti si viene alla conseguenza, che, per dubbio di effusione di sangue, lasciava con deliberato consiglio, che il nostro certamente si versasse dalla plebe indracata. Giudichi Bernardo Basetti se queste conseguenze del suo deposto gli accomodano: per me, averlo veduto o no torna indifferente; e se lo nego, lo faccio soltanto perchè non è vero.

Mentre io stava tuttavia nelle prime ore della mattina nelle stanze del Ministro della Guerra, mi ragguagliavano come al presentarsi della Guardia Municipale la turba che era stipata in Piazza, e minacciosa, rovesciatasi sopra di sè aveva fatto sembiante di andarsene più che di passo, se non che la Guardia invece di attelarsi s'incamminava ai Quartieri per essere stata presa dall'acqua nel cammino. Allora fu che scrissi i due biglietti intorno ai quali furono mosse sì strane calunnie:

«Firenze, 12 aprile 1849.

«Basetti,

«In Piazza vi sono Veliti, Guardia Nazionale, entra la Cavalleria e l'Artiglieria. — Esca la Municipale, o si cuopre di vergogna.

«GUERRAZZI.»

Ministero e Segreteria di Stato della Guerra e Marina. 1º Ripartimento.

«Basetti,

«Prendi il Comando della Municipale: fuori in Piazza a difendere l'Assemblea, e la Patria, e la Libertà, e il tuo amico

«GUERRAZZI.»

Col primo lo ammonisco, che stando in Piazza (come credeva) Guardie Civiche e le Milizie stanziali, la Guardia Municipale con la sua viltà sarebbesi tirato addosso un carico grande. Questo biglietto chiaro si comprende essere scritto prima che al Ministro della Guerra si presentassero il Colonnello Tommi e il Maggiore Diana, perchè appaia fondato sul supposto, che la Cavalleria e l'Artiglieria già si trovassero in Piazza. Dopo il colloquio col signor Tommi non avrebbe potuto scriversi con verità; — che se l'Accusa appuntando il dito sotto l'occhio notasse: Tu lo facesti apposta per eccitare il Basetti con lo esempio, — io le risponderei: Tu se' maliziata indarno; imperciocchè l'arte sarebbe tornata vana, essendo egli passato per la Piazza, ed avendo potuto co' proprii occhi vedere se le mie parole erano vere; — posto ancora che per altra via si fosse condotto ai Quartieri, agevole cosa era mandare da San Firenze in Piazza del Granduca qualcheduno che speculasse gli eventi. — Col secondo lo conforto di difendere l'Assemblea, la Patria, la Libertà ed il suo amico; ed anche questo fu scritto nelle stanze del Ministro della Guerra, come ne fa fede la stampiglia impressa sul margine del foglio. Queste avvertenze dimostrano come ambedue i biglietti fossero scritti e mandati innanzi che io scendessi nella Sala delle Conferenze, e così prima che per me si conoscessero le trattative _incoate_ fra il Municipio e l'Assemblea, di operare concordi alla restaurazione del Principato Costituzionale. Apprendo come uno di questi biglietti fosse consegnato _aperto_ al Basetti dal signor Orazio Ricasoli, a cui pure _chiusa ed intatta_ rimisi la lettera sospetta, che mi recò l'ufficiale della Posta; il qual fatto non dissuase il _Conciliatore_, di Angiolo ad un tratto convertito in Demonio contro di me, nel suo manifesto di guerra del giorno 19 aprile 1849, da mettere a carico mio: «_il segreto della Posta non rispettato_.»

Ora, che cosa l'Accusa trova da appuntare in cotesti biglietti? il modo, o il fine? Se il modo; lo so, — quando la stampa di questa mia Patria mi si rovesciava addosso come calcina viva sopra corpo morto, prevalendosi del mio silenzio costretto, e nella speranza di consumarmi _moderatamente_ fino le ossa, vi fu chi scrisse avere io ordinato a Bernardo Basetti di trarre sul Popolo; onde coscienza punse cotesto uomo, e non patì che si facesse tanto disonesto strazio di tale che gli fu amico, lo aveva beneficato, e adesso non si poteva difendere; e pubblicò con le stampe, calunnie essere quelle voci.[707] Di vero poteva io mai dare questo empio ordine? La sera precedente mettevo a cimento la vita perchè cessasse la strage fraterna, e poche ore dopo la comando? L'11 aprile strappo le armi ai cittadini, per riporle in mano loro il 12, e aizzarli a fare sangue? Preoccupato da tremenda ansietà, nel giorno 11, non mi do pace finchè la città non è sgombra di Livornesi onde i lugubri scontri non si rinnuovino, nel 12 li cerco e li provoco? Nei giorni 10 ed 11 scrivo al Prefetto Landi, conforme la Sentenza della Corte Regia di Lucca, del 4 giugno 1850, riporta: «Attesochè avvertisse il Guerrazzi al Landi, con i suoi Dispacci de' _10_ e _11 aprile_, come lasciare nemici dietro, mentre la milizia era ordinata a recarsi alle frontiere non fosse prudenza, e _come avrebbero ottenuta lode per parte degli amici e dei nemici adoprandosi alla difesa esterna, come per la sicurezza interna_, e conseguentemente gl'ingiungesse di operare il disarmo, di procedere ad arresti senza rispetto, _meglio essendo, siccome egli litteralmente si esprimeva, di arrestare e disarmare che dare l'esempio più tardi di mutue stragi_.» E mentre a Lucca aborro la strage, e la prevengo, qui a Firenze dopo breve giro di tempo l'amo, e la cerco? Mi si dieno gli Archivii, odansi (non come chi ha paura del vero, quasi fosse una di quelle visioni notturne che mettono il tremito nelle ossa, bensì come chi lo ama al pari di una benedizione) i miei Segretarii, eziandio quelli rimasti in carica, e conoscerete qual cuore, quali ordini fossero i miei. Dunque l'Assemblea, la Patria, la Libertà, e l'amico, non si difendono con altro che con le morti? Quando difesi la vita dei cittadini, allagai di sangue la piazza? L'amico sa difendere l'amico anche esponendo il proprio petto per lui, ma ahimè! queste cose non sapeva Bernardo Basetti. Il vanto (e gli parve tale!) del Basetti di non essere uscito in piazza per timore di accendere la guerra civile ha dato fondamento all'Accusa; cotesto vanto è insensato: ma che importa ciò all'Accusa, che di ogni campo fa strada nella sua persecuzione? Dunque, e in quel giorno e poi, la Guardia Civica doveva astenersi dalla difesa dell'ordine pubblico e della privata sicurezza, per sospetto di guerra civile? Il Colonnello Nespoli, che pure non mi era amico, quando mi offerse scortarmi e tutelarmi con una compagnia di Guardia Nazionale, commetteva atto di guerra civile? Per timore che possa correre sangue, lascinsi esposti a morte certa rispettabili cittadini..... alla belva plebea si dieno non contrastato pasto! — Ma voi non avevate mestiero difesa, ammonisce l'Accusa, poichè ogni cosa avvenne con modi soavi. — Eh! via, apprenda verecondia l'Accusa; queste cose non possono dirsi, nè devono, da chi fa professione di verità. Lascio di rammentare gli atroci avvenimenti del giorno innanzi; non torno ad avvertire che in quel punto quale carattere potesse assumere la sommossa ignorava, e dagli esordii io doveva presagirla nefandissima ed empia. Si esamini pure il moto quando gli dettero forma e direzione; coloro che se ne posero a capo giunsero forse a contenerlo sempre nei confini desiderati? Non rimasero talora atterriti degli elementi che si confusero con essi? I nuovi amici piacquero loro tutti? Le opere di quei giorni approvarono tutte? Per me so, e ne depongono i testimoni, che la plebe, dopo avere spiantato gli Alberi che aveva piantato, venne per irrompere nell'Assemblea e manomettere i Deputati; per me so che fece forza al Palazzo Vecchio, prima e dopo che vi avesse tolto stanza la Commissione Governativa; io so, che da gente prava fu spinta, per buona parte della notte, plebe avvinata ad aggirarsi intorno alla mia dimora, come lupo nei giorni di neve, a urlare: _morte! morte!_ — io so, che il giorno 13 aprile una torma di villani con falci, e vanghe, e zappe, invasero i cortili del Palazzo Vecchio gridando la parte, a modo di musicanti venuti a farti la serenata sotto ai balconi: _Morte al Guerrazzi! Morte al ladro! Morte all'assassino!_ con altre più cose che io non ho ritenuto a mente, come sembrava, pur troppo, che bene avessero appreso a ritenere costoro. Queste dimostrazioni di esultanza non furono già del tutto buccoliche, come va idilieggiando l'Accusa, dacchè il Prefetto provvisorio Pezzella, nel Proclama del 14 aprile 1849, bandiva:

«Peggiore ed altrettanto deplorabile cosa ella è, se trasmodi fino a recriminazioni di Partiti, violenze alle persone, e guasti alle proprietà.

«Se infelicemente sia ciò in qualche parte accaduto, confido che non sarà mai più.»

E noi sappiamo quanto nei Documenti officiali si limino e aggarbino le espressioni, per modo che dicono mille volte meno di quello che veramente sia; nè tardarono uno istante a mostrarsi gli avvoltoj: «i quali, — come c'istruisce Ferdinando Zannetti, — mossi, più che da leale affezione di Partito, da invidie ed animosità particolari, immaginano secrete macchinazioni per dare a credere misteriose trame, designando intanto le persone su le quali a sfogo di rancore vogliono proclamati arresti, esilii ed altre coercizioni.»[708] La Reazione comparve subito e sopraffece le buone intenzioni (perchè non dubito punto che la Commissione e il Municipio si proponessero a scopo il ristabilimento dello Statuto, e la preservazione della Patria dalle armi straniere), se al grido della plebe di: _Viva la Monarchia_, fu mestieri che la Guardia Nazionale aggiungesse: «_Costituzionale_;» e all'altro: _Viva la Restaurazione: «con libere istituzioni_:»[709] e più apertamente parlando il lealissimo uomo, nella lettera che scriveva al buon Pietro Bigazzi: «Nei momenti attuali — tu non devi negare i ripetuti gridi: _Morte ai liberali_ ec.»[710]

Dunque pel modo non furono esorbitanti i miei ordini, nè capaci a fare nascere guerra civile, come opina Bernardo Basetti, il quale da un lato s'ingegna onestare la disobbedienza, e lo abbandono; dall'altro, farsi merito presso il nuovo Governo: senonchè la toppa appare più trista dello sdrucio, e per cuoprire una cosa brutta ne dice quattro assurde; e l'Accusa, poichè le giovano, piglia anche le assurde, e con obliquo scopo palesate, e me lo appunta al petto come Lanzo alabarda.

E se non ponno biasimarsi gli ordini miei pel modo, molto meno si vorranno riprendere pel fine, dacchè io non lo chiamavo alla difesa di una forma determinata di Governo, bensì dell'Assemblea, la quale doveva in breve pronunziare in modo civile, e con voto del pari che con universale contentezza (e lo abbiamo veduto) la restaurazione del Principato Costituzionale; — però l'Accusa pare che trovi eziandio essere delitto difendere la Patria; e ritiene ogni atto mosso a questo scopo santissimo, ostile alla Restaurazione: sul quale proposito io devo avvertire, che se l'Accusa non sentì vergogna a incriminare, io provo quanto farei ingiuria al pudore spendendo pure una parola a difendermi in questa parte; e lo stesso dicasi della Libertà, — e fermamente, credo che a non pochi Magistrati palpiteranno più frequenti i polsi udendo come nei Tribunali Toscani la difesa della Libertà suoni misfatto; e se Libertà sapessi in che e come differisca dalla licenza, per qual modo si custodisca e con quali argomenti si difenda, voi tutti conoscete a prova; — finalmente dopo avere pensato alla Rappresentanza del Paese, alla Patria e alla Libertà, parmi possa essere concesso di pensare un poco anche a sè. Comprendo benissimo come l'Accusa aggravandosi sopra il mio capo mi ha tenuto in conto di un _ghiabaldano_, di cui i nostri antichi per proverbio dicevano: _che ne davano trentasei per un pelo di Asino_;[711] ed io quantunque presuma di me poco, pure anche in questo non mi accordo con l'Accusa, essendo la propria conservazione di Natura; e intorno a me educai creature, che amo e che mi amano, che piangerebbero e soffrirebbero per la morte mia.... Ami tu qualcheduno, Accusa? — Supposto che tu l'ami, troverai doverti conservare meno per ragione del diritto, che per l'obbligo di non partirti o lasciarti strappare dalla vita, finchè le tue creature non sappiano aiutarsi da per sè stesse nel mondo. — Vero è però, — e in questa parte sarei tentato di dare ragione all'Accusa, — vero è però che, o lasciassi libero il freno alla plebe indracata, e avvinata e pagata, o mi commettessi alla fede di gentiluomini cristiani, poco divario è corso, perchè la prigionia assomiglia alla morte, in ispecie per la educazione dei figli, o delle creature insomma che si amano... ma allora io credevo, che differenza ci fosse!

Rimane a vedere se io potessi confidare in questa prova di amicizia sviscerata per la parte di Bernardo Basetti, e parmi di sì; imperciocchè non v'era mestieri che fosse sviscerata, anzi bastava mediocre; e neppure, se ben si considera, amicizia bisognava, ma sentimento di dovere e semplice gentilezza. Il signore Emilio Nespoli, e l'ho detto, per bene _due_ volte, venne ad avvertirmi di pormi in salvo, e offerse mandare verso il Prato una compagnia di Guardia Nazionale a tutelarmi, comecchè non mi stringesse seco vincolo di amicizia. Ora è da sapersi avere io conosciuto Bernardo Basetti nel 1830 a Montepulciano, dove mi fu cortese di buoni ufficii e di consolazioni, onde me gli attaccai con amore, parendomi forte e generosa natura: provò fortune diverse, e le contrarie forse non senza colpa sua; me ebbe in tutte uguale; esulò, tornò, e molto mi affaticai presso i suoi creditori, affinchè quieto lo lasciassero stare in Toscana, e l'ottenni; però non sembra che la vita volgesse troppo gioconda per lui, dacchè mi scrisse lettere ortatorie, quando fui assunto al Potere, di accomodarlo di qualche impiego, e segnatamente nella Guardia Municipale che stava sul formarsi in Firenze, sentendosi, sia per la perizia acquistata nell'Algeria nelle cose militari, sia per la operosità naturale, sufficiente ad esercitarlo, onde io gli conferii dignità e soldo di Capitano, e di grado in grado quello di Comandante supremo; se non che, non gli parendo essere bastevole a tanto ufficio, me lo confessò modesto, ed io onorevolmente, e secondo il suo genio, lo collocai. Non basta: consentii che impiegasse nel Corpo medesimo un giovane che ei teneva in parte di figlio. Aveva eziandio due fratelli onestissimi, Agostino e Ferdinando; e raccomandatimi entrambi, il primo conseguì impiego, all'altro pensava provvedere quando me ne capitasse il destro. Io so che parlando del fratello Bernardo gli affliggo, e Dio sa se anche me attristo; — scusimi appo loro non poterne fare a meno, e il modo discreto col quale io ne parlo. — E non è tutto ancora: nel 19 novembre 1848 lo mando Capitano provvisorio della Municipale a Livorno;[712] non accettato costà, Pigli, compiacendo alle intemperanze popolari, lo respinge a Firenze.[713] Per l'offesa dello amico, turbato, senza porre tempo fra mezzo domando informazioni del fatto.[714] Il Governatore Pigli risponde nel modo seguente:

«Al Ministro dello Interno.

«Fino da ieri sera si conosceva pubblicamente il desiderio di molti di avere qui il Capitano Roberti. Nella dimostrazione fatta ieri a favore dei Deputati, benchè poco numerosa, un cartello diceva: Viva il Roberti, Capitano della Municipale di Livorno. E già si sapeva che egli era partito per Firenze. Gli Ufficiali chiamati da me furono, ieri sera, presentati a Basetti con gradimento reciproco. Fu fissato che stamani all'appello del mezzogiorno si sarebbe presentato alla Compagnia. Stamani i rapporti verbali dei tre Ufficiali, fatti a me, assicurano che il Capitano Basetti presentandosi avrebbe avuto una dimostrazione contraria; che la presenza del Governatore l'avrebbe potuta mitigare forse, ma non impedire; che quanto allo scioglimento era pericoloso, per essere quasi tutti concordi, in ispecie i graduati: doversi riflettere che sono tutti armati e hanno molti aderenti a favore di Roberti nel Popolo. In questo stato di cose ho creduto savio consiglio, senza farne sentore alla Compagnia, far partire il Basetti, che referisse a viva voce: il quale ha di buon grado aderito alla proposta. Prego a riflettere come sia pericoloso l'impegnarsi a cosa che non siamo certi di poter sostenere.

«PIGLI.»

Voi lo vedete: Basetti cede il campo; Pigli, con partiti che gli sembravano cauti, ed erano vili, insinua a lasciarlo offeso. Geloso dell'onore del Basetti più di quello ch'egli se ne mostrasse, odasi un po' come lo sostenessi io:

«Al Governatore di Livorno.

«Guerrazzi e Montanelli mandano al Governatore che ordini la rivista della Municipale, e dica in nostro nome che il Basetti ha da essere il Capitano, perchè nostro amico e uomo di nostra fiducia. Che Roberti deve stare qua, che noi non soffriamo soverchierie, e ci dimettiamo piuttosto, lasciando alla Municipale l'odio della sua resistenza. Che se credono di strascinarci per il collo, s'ingannano per Dio. Il Governatore eseguisca gli ordini, e avverta che, così procedendo le cose, ritenere il Governo è una vergogna, un insulto. Intanto se la Municipale continua nel sistema di ribellione, si sciolga e si sospendano le paghe. Così vogliamo; queste sono vergogne, e bisogna che cessino. Gli Ufficiali e tutti quelli che si mantengono fedeli alla libertà vengano a Firenze. La Caserma si chiuda. Risposta subito.

«GUERRAZZI.»

Mi sembra che da me non si potesse dare a Bernardo Basetti prova più alta di amicizia oltre quella di mettere a repentaglio per lui perfino la mia carica, e questo perchè lo stimo amico mio e persona di fiducia. Quindici minuti dopo pongo da capo in moto il telegrafo, indicando la via da seguirsi onde ottenere il fine desiderato:

«Al Governatore Pigli.