Apologia della vita politica di F.-D. Guerrazzi

Part 60

Chapter 603,597 wordsPublic domain

Erano in Firenze nel giorno 11 febbraio tre colonne di Livornesi. La prima condotta dal Guarducci. Questa stanziò un tempo a Pistoia, amorevolmente accolta dal Popolo. Ottime informazioni ci venivano di lei. Nel Ministero della Guerra potranno trovarsi. Fu chiamata di là per inviarla nel contado aretino: andò, ma credo non passasse Montevarchi. Il signor Romanelli avvisò irregolare il procedere dei militi, gli revocassimo; poco dopo mandava diverso rapporto: essere stato male istruito, i militi non dare luogo a richiamo; ma siccome la gente gli era di troppo, ed egli si augurava venire a capo della sua commissione per vie conciliatorie, così insisteva perchè fossero rivocati. Guarducci ebbe ordine tornarsi alle stanze di Pistoia; giunto a Firenze per trasportarvisi con i cariaggi della Strada Maria Antonia, prese quartiere al convento di Santo Spirito, onde ristorarsi del cammino. Il maggiore Guarducci espose lo stato miserabilissimo delle sue genti: mancare di cappotti, di vesti, di scarpe, di tutto. Il Ministro Manganaro propose passarle in rassegna, ed io l'accompagnai. Veramente noi le trovammo in pessimo arnese. Il Ministro osservò non essere cotesta forma, assisa, nè armamento da soldato; restassero per essere vestite e armate convenientemente. Esse rimasero, _e questo serva a raddrizzare ciò che fu detto erroneamente di loro, che repugnassero a partire, e perfidamente dato ad intendere al Popolo, che io le avessi chiamate a Firenze a pravo scopo_.

La seconda colonna composta di poca gente, guidata da Cercignani e Toccafondi, albergava da qualche tempo in Borgo Ognissanti; la più parte Civici.

La terza era di Volontarii disarmati, e furono messi in Fortezza di San Giovanni Battista.

Intorno a questa è da dirsi. Alla chiamata della difesa della Patria erano accorsi circa mille Giovani dalla provincia. Per cura principalmente del Capitano Montemerli in poco più di 15 giorni, secondandolo altri egregi Ufficiali, si resero idonei ai più complicati movimenti militari. Instruiti a dovere, erano incamminati al campo. Si offersero allora mille altri circa Giovani livornesi; il Ministro della Guerra pensò surrogarli nella Fortezza di San Giovanni Battista ai partiti, affinchè presto s'instruissero, e pronti, secondo i bisogni della Patria, si avviassero ai confini: disegnò gl'instruttori e gli Ufficiali; non gli armò, perchè non ebbero tempo ad ammaestrarsi neppure nei movimenti che si fanno senz'armi; e non furono mai armati.[703]

_E questo ancora risponda alla calunnia, che fossero stati raccolti armati per soverchiare il Popolo di Firenze_. Bene altre volte erano venuti militi da Livorno quaggiù, e gli accoglievano festosi; anzi, come si è visto certa volta, giunti di notte, comecchè fosse tardi, erano ricevuti al chiarore di torcie, e al suono di bande.

Ora secondo i rapporti che ci venivano, niente era da dirsi della colonna Guarducci, e meno degli altri raccolti in Castello. Quelli di Borgo Ognissanti commisero parecchi trascorsi di cui fanno fede i Rapporti delle Delegazioni. Mi riferisco a cotesti; io credo potermi rammentare si trattasse di qualche baruffa in Via Gora a cagione di femmine. Non conosco la strada, nè le persone che vi abitano; però mi assicurarono, che colà si riducono donne le quali non godono fama di castissime in Firenze. Che se poi la informazione si trovasse essere falsa, io protesto solennemente che non intendo oltraggiare la fama delle donne di Via Gora, e mi unisco alla stima in che le tiene l'Accusa.[704] Ma caste o no, le donne, quando tirano pei fatti loro, convengo di leggieri che si abbiano a rispettare. Però devo aggiungere, riportandomi sempre ai Rapporti delle Delegazioni, che della medesima specie baruffe erano state commesse, in tempo assai remoto, dai militi albergati all'Uccello, senza che avessero sèguito alcuno, tranne il castigo, che in simili casi sogliono applicare ai trasgressori. Io vorrei un po' sapere, se tutti i soldati appartenenti a milizie ordinatissime, e sottoposte a disciplina piuttosto acerba che dura, si sieno astenuti sempre da procedere brutali con le femmine di partito, e se abbiano puntualmente pagato tutto il vino che si hanno bevuto; e, avendo commesso queste ed altre taccherelle che si tacciono per Io migliore, siasi detto di coteste milizie che la città deturpassero con la bruttezza dei modi e dei costumi! La sera del 10 aprile 1849 mi avvisarono essere sorto tumulto a Porta a Prato: andai, e trovai che _un sergente_ e _un soldato_ della compagnia Cercignani avevano voluto forzare la consegna di non uscire dalla città in cotesta ora; erano stati arrestati: mantenni l'arresto, e ripresi severamente il sergente, che, invece di dare esempio della disciplina, pel primo la manometteva. Di lì recatomi alla Porticciuola, osservai per buon tratto di Via della Scala rovesciarsi in città una frotta di gente armata di grossi bastoni, e udii ancora uno di quella imprecare al mio nome.

Donde muoveva? Chi la inviava? Chi le labbra e l'anime comprava per dirmi: _morte_? Come, e perchè la gente di contado mostravasi tanto tenera delle offese di cui i cittadini si risentivano sì poco? Io so chi la spingeva, e chi la comprava, e non merita memoria. Per questo e per altri indizii sospettando fosservi uomini indettati ad attaccare briga, e con intento scelleratissimo aizzare la gente a guerra fraterna, come pur troppo vi erano, fu reputato il meglio sgombrare la città dei militi livornesi. A questo scopo fino dal giorno 9 aprile, con lettera confidenziale al Ministro della Guerra, commisi ordinasse al Guarducci partisse incontanente per Pistoia; colà avrebbe trovato le cose necessarie: agli altri sarebbesi provveduto subito dopo. Il Guarducci verso sera nel giorno 11 aprile con la sua colonna s'incamminava alla Strada ferrata Maria Antonia. Percorsa quasi tutta la città, sboccando per via degli Avelli, ormai era arrivata alla Stazione.

Essa partiva, obbedendo agli ordini ricevuti, sicchè bisogna convenire che perduta opera era quella di disperderla; bastava lasciarla andare. O che l'Accusa, per via di figure rettoriche tolte in prestito dalla _Italia Rossa_, vuole dare ad intendere che lo sfondo di un uscio aperto equivalga alla presa di Belgrado? Qui accadde il conflitto detestabile. Se fossero i Livornesi provocati o provocatori non so di certo; solo rammento che i rapporti pervenutimi nella notte chiarivano, come una mano di ragazzi, seguitati da parecchi uomini, gli avessero insultati a parole, ed inseguiti co' fatti. Chi primo fu ad usare l'arme nella infame battaglia? Questo, come cosa di obbrobrio eterno alla Patria, ogni uomo onesto deve aborrire di raccontarlo, ed io non lo dico; però non lo ignoro. Intanto mi pervenne avviso del fatto; e quantunque io non lo credessi grave, pure asceso in carrozza condussi meco il _Colonnello Vincenzo Manteri_ per vigilare da me stesso. Quando udii lo scoppio dei moschetti mi prese ribrezzo. Arrivato a certa strada, di cui ignoro il nome, mi occorse uno squadrone di Cavalleria, condotto dal Maggiore Diana, che stava a ridosso dietro un casamento: solo l'Ufficiale Capanna tentava imboccare nella Via dell'_Amore_, comunemente nota col nome di Via dei _Cartelloni_, ma il cavallo aombrato non glielo concedeva. A me pareva che in quel momento, nè il luogo, nè gli atti fossero convenevoli a soldati, e non rimasi da muoverne qualche risentita parola al Maggiore; poi fatto scendere un Dragone da cavallo vi salii sopra, intimando ai soldati di seguitarmi. Così mi persuase il dovere, e così senza badare ad altro io feci. A mezzo di questa via certo uomo da una porta mi trasse un colpo di fuoco addosso, e certo non mi parve cotesta cosa da farsi in Via dello _Amore_; ma (come a Dio piacque) rimasto illeso, attesi ad affrettarmi. Arrivato nella Piazza Vecchia vidi alcuni Livornesi inferociti, sciolti a modo di Bersaglieri, sparare nella direzione della Piazza Nuova lungo la Chiesa di Santa Maria Novella; tre o quattro giacevano feriti; un altro, mi pare, soldato, e un vecchio, lo furono accanto a me. Le fucilate dalla parte dei cittadini venivano dalle finestre, rade ma aggiustate; una ne fu tratta da certa casa allora non finita, prossima allo ingresso della Stazione; però che levando gli occhi vedessi la fumata spandersi fuori della finestra. Scesi da cavallo per ordinare che cessassero l'orribile guerra, e siccome non volevano obbedire presi a strappare loro le armi di mano: uno poi, così si mostrava imbestialito, fu mestieri prendere in quattro per trasportarlo alla Stazione. Resi altrove meritata lode, e qui la ripeto, al signor Janin e a tale altro signore che mi si disse americano, i quali per amore di umanità standomi al fianco secondarono i miei sforzi; nè, in omaggio del vero, devo commendare meno il Maggiore Guarducci, che vedendo i soldati inobbedienti a cessare dal fuoco gittò via lo squadrone, protestando con accese parole non volerli più comandare. — In questo momento vennero a dirmi alcuni cittadini, avere arrestato l'uomo che aveva tratto contro di me nella Via dei Cartelloni; e mi presentarono uno stocco che gli avevano tolto di mano: povero arnese, fatto di un fioretto appuntato dentro a un finocchio delle Indie; ordinai lasciassero l'uomo in libertà, e gli rendessero lo stocco; solo gli domandassero in che cosa l'avessi offeso. Dentro la Stazione trovai altri feriti, aiutai a riporli dentro ai carri, mi sottrassi fuggendo alle istanze di andare seco loro, nè quinci mi mossi, finchè io non gli vidi partiti. Il Dottor Morosi, il Chiarini, ed altri moltissimi, possono attestarne.

_E questo ancora valga a chiarire come sia erroneo affermare, che il Popolo disperdesse i gruppi armati e soverchianti. La quasi totalità della colonna Guarducci era assettata nei cariaggi, imprecava ai rimasti, voleva partire senza loro; i combattenti, se non erano venti, a trenta non arrivavano, i quali dagli egregi uomini rammentati sopra, e dai compagni stessi furono strappati a forza dalla Piazza, e a forza rimessi dentro alla Stazione._ Però fra tutti i militi, e segnatamente presso coloro che piangevano detestando lo scontro scellerato, e se n'erano astenuti, trovai comune la opinione, che una gente iniqua avesse tramata la insidia per ispingere al sangue fratelli contro fratelli; e così su l'anima mia ho creduto, e credo che fosse.

Allora mi referirono che il Generale Zannetti avviluppato in altra strada prossima si trovava a mal partito. Rimontai a cavallo, e seguitato dai Dragoni mi diressi in Piazza Nuova di Santa Maria Novella; la Civica si aperse per lasciarmi passare, ma presto conobbi non essere possibile entrare a cavallo nella Via de' Banchi dove stava il Generale Zannetti, perchè, riselciandola allora, copia di pietre nuove e vecchie ne ingombrava lo sbocco. Qui incontrai uno stuolo di Popolo armato di grossi bastoni fermo su per le pietre ammonticchiate; e mentre io mi approssimava mi furono tratti due sassi da un medesimo uomo giallo, e pessimamente in arnese; però un sasso solo mi colse fra il petto e la spalla destra. Io mi accostai sempre più, esclamando: _A me?_ E il plebeo: Sì a te; ed io di nuovo avanzando: _A me?_ Il plebeo scappò mutolo appiattandosi dietro ai compagni. Chi sa quanti Alberi della Libertà aveva piantato costui! Intanto seppi che il Generale Zannetti non correva più rischio. La Guardia Nazionale che mi stava attorno mi si dimostrava amorevole oltremodo, e sentivo ad ogni passo dirmi proprio così: «A lei vogliamo bene; ella è un galantuomo davvero, ma mandi via i Livornesi.» Ed io rispondevo: «Sì, avete ragione, e subito.» Con senso di gratitudine parimente rammento, come non mancasse taluno dei Nazionali che precorrendo e a lato mi sgombrasse il cammino, e fidata scorta fino alla Via degli Avelli mi facesse.

E premuroso che i Livornesi tutti, anche quelli che venuti per istruirsi ed armarsi avevano stanza nel Castello di San Giovanbattista, più presto che si potesse se ne andassero, mi vi condussi io stesso, e persuasi la gente di ridursi immediatamente a casa. Certo, parve duro a costoro, dopo averla abbandonata per militare alla frontiera, ritornarvi così subito a guisa di scomunicati; ma alle mie esortazioni si arresero, se non che domandavano gli schioppi; però anche questi con molte ragioni ricusaronsi; e, se io non erro, il Colonnello Tommi mi fu assai efficace aiutatore nella bisogna del rimandare i Volontarii disarmati a Livorno. Per questo modo dopo avere ordinato i carri della Strada ferrata, ed accertata la partenza, lasciai il Castello insieme col Capitano Montemerli e il signor Chiarini Segretario.

Prima però che per me la Fortezza si abbandonasse, ecco comparirmi davanti i signori Conte Digny e Avvocato Brocchi, i quali, dopo avermi con oneste parole commendato sì per quello che avevo fatto, sì per quello avevo disposto si facesse, mi significavano come la città non potesse posare tranquilla, finchè non avesse sicurezza che da Livorno non fosse per muoversi Popolo armato contro Firenze: questa voce sparsa nella città, e creduta, tenere agitati gli animi dei cittadini a stupenda irritazione; studiassi anche qui di trovare modo a sedare. Negando che simile motivo potesse accadere senza mio ordine, o almeno a mia insaputa, essi fervorosamente instarono onde io per via telegrafica, ad ogni buon fine, ordinassi che nessuno da Livorno si muovesse; e questo feci con volenteroso animo, aggiungendo: che dove per sorte Volontarii si trovassero per via, subito indietro si richiamassero; — scritto il Dispaccio alla presenza di moltissima gente, lo consegnai al signor Conte Digny, il quale disse correre col fido Brocchi alla Stazione di Livorno per ispedirlo.

_E questo risponda all'accusa stupida, che io mi accingessi alle difese estreme._ Veramente chi così intende non provoca la partenza di milleseicento Giovani, non li toglie da un Castello provveduto in copia di armi e di cannoni; ma qui dentro gli aduna, gli arma, e poi minaccia. Ma ormai a queste perfidie non crede più neanche la plebe di Firenze, e deh! non mi togliete il conforto della fiducia, che il Popolo fiorentino generosamente si penta di averle creduto un momento!

Pensai condurmi allo Spedale di Santa Maria Nuova per visitare i feriti, e ci giungemmo davanti; ma cambiai consiglio, perchè veramente, fra le angoscie dell'animo e del corpo, io era come immemore di me. Avevo appena riposato il capo, che vennero a significarmi (e penso che fossero Guardie Nazionali di presidio al Palazzo) come un capannello di Popolo accennasse atterrare l'Albero della Libertà in Piazza, e a domandarmi che cosa dovessero fare; ebbero in risposta: «_Il Popolo lo ha alzato, il Popolo lo atterri._»

Qui sorge l'Accusa, e rampogna come diretti a combattere la Restaurazione gli apparecchi ordinati durante la notte dell'11 al 12 aprile 1849. — Prima di tutto ella dissimula i Livornesi, non _dispersi_, ch'è falsità, sibbene da me rimandati a casa; inoltre, nemmeno si studia ad onestare le sue contradizioni, imperciocchè avendo concesso prima, che, quantunque tardi, io mi fossi mostrato propenso alla Restaurazione, quando per le sventure della guerra considerava la tornata del Principe possibile, ad un tratto mutato consiglio, pretende che io l'abbia all'ultimo avversata, quando il moto impresso agli avvenimenti la faceva inevitabile. E così non solo mi trovo accusato di _traditore_ dall'Accusa, non pure qualificato da lei _di doppio cuore_, non pure convertito in _donna_; chè adesso attende a dimostrarmi anche _matto_...

O pazïenza, che tanto sostieni!

Ciò nasce dalla insania di ritenere come diretto alla Restaurazione qualsivoglia atto di reazione e di anarchia; e questo è torto grande, e, a parere mio, ingiuria manifesta alla dignità del Paese e del Principato. — Quando, tolto pretesto dalla persona del Principe o dalla forma del Governo, le vendette private fiutano l'aria come segugi per conoscere s'è il tempo di lacerare, — la calunnia e lo spionaggio tendono trabocchetti agli ufficiali per iscorticarli degl'impieghi, e gli ufficiali minacciati per conservarli si mostrano pronti a vendere trenta Cristi per un danaro solo, — l'astio codardo si affaccia all'uscio socchiuso, celando dietro la schiena la mano armata di stiletto, — la mediocrità velenosa si apparecchia a fare scontare altrui il martirio di sentirsi nulla, — il fanatismo rinfresca la sua fiaccola con la pece e coll'olio, — e la plebe gallonata o cenciosa, strascinandosi alla coda chi presumeva starle alla testa, stende le mani ladre od omicide: — cotesta è REAZIONE. Il _Conciliatore_ ci ammoniva, come questo motivo sarebbe stato _Restaurazione popolare di libertà, non Reazione_, facendo fede così quanto l'una dall'altra differenziasse; ma quando favellò in simile sentenza il _Conciliatore_? Il giorno 13 aprile; e sta bene, ed io concedo volentieri, che gli uomini del _Conciliatore_ in quel giorno potessero e dovessero credere così. Nella notte dell'11 al 12, e per la massima parte della mattina del 12 aprile poteva, all'opposto, e doveva temersi, che o tutte o la massima parte delle infamie che compongono la REAZIONE sarebbonsi vedute. L'Accusa, confondendo i tempi, da per sè stessa si confuta: invero ritiene in tutti i suoi Documenti, come nel giorno 12 aprile soltanto si trattasse di Restaurazione; differiscono poi nello indicare in quale ora del 12 questo successo si compisse; chè il Decreto del 7 gennaio, sconsigliato quanto intemperante, lo dichiara _compíto_ allorchè i Membri del Municipio vennero nella Sala delle Conferenze dell'Assemblea. — e la Requisitoria in quel punto lo dice _incoato_ soltanto, e questa sentenza troviamo essere vera. Dalle quali cose apparisce, che i provvedimenti presi nella notte dell'11 al 12 aprile, e nello stesso giorno fino allo apparire dei Membri del Municipio nella Sala delle Conferenze, non potevano contrastare alla opera della Restaurazione, come quella che non era per anche iniziata. I casi del giorno 11 aprile ebbero indole di tumulto popolare suscitato dal conflitto co' Livornesi in Piazza Vecchia; fin lì non ispiega il carattere politico che nel giorno susseguente gli impressero; nessuno lo conduce, o se ne mostra capo. Nè temevo soltanto la reazione in Firenze, bensì anche a Livorno, e altrove, e la temevo come cagione di guerra civile, onde io mi mostrai solertissimo a prevenirla da per tutto.[705] — Però il Guerrazzi non doveva supporre mai, aggiunge l'Accusa, che fossero per nascere scandali, e che tutto si sarebbe composto in santissima pace. — Davvero! E dei Livornesi ch'erano rimasti in città non mi dovevo prendere cura io? Non sono uomini essi? E mi venivano informando parecchi trovarsi nascosti nella Chiesa di S. Maria Novella, nè sapevo che cosa fosse avvenuto di quelli stanziati in Borgo Ognissanti. L'Accusa insiste dicendo: — non v'era mestieri straordinarii provvedimenti; sarebbe bastata la Guardia Nazionale. — Domando con ribrezzo licenza di sollevare un lembo del panno insanguinato, che cuopre quel giorno maledetto.... non vi spaventate.... lo lascio cadere subito.... e perdonatemi ancora, — perchè, vedete, io sono sforzato a difendermi da un'Accusa, che mi rugge d'intorno. Presso il canto al Mondragone in via dei Banchi era allora, e forse havvi anche adesso, una bottega di Vendita di Tabacco; colà, nella sera dell'11 aprile, si rifugiarono tre Livornesi perseguiti da uno stuolo di Veliti, che li chiamava a morte. Zannetti, Generale della Guardia Civica, ordinava lasciasserli stare; vedendo come poco frutto facessero i comandi, pregò supplichevole; lo insultarono, lo ributtarono, ed egli ebbe a fuggirsi via, inorridito, da un luogo, che rimarrà perpetuamente infame per la strage di tre uomini operata a sangue freddo. Il Colonnello Emilio Nespoli, e Paolo Feroni Capitano, a stento salvarono, riparandolo nel Palazzo Riccardi, un giovinetto livornese, che la plebe indracata voleva finire.... Di nuovo scongiuro perdono, e calo il panno. — Quale alba promettesse cotesta orribile notte, lascio che quanti leggono considerino! Onde maturamente esaminando la scrittura dei Giudici ho, per onore della umanità, creduto e credo, che quando essi scrissero le parole: _in faccia a questo moto unanime, risoluto, evidente nel suo scopo, la Restaurazione del Principe, non potevano concepirsi mali, che non avvennero; il Guerrazzi richiama nella notte dell'11 la Guardia Municipale per opporla alle mene, egli diceva, diaboliche dei retrogradi_, — questi ed altri casi ignorassero: se così non fosse, dovrei deporre sgomento la penna, e piangere su lo abisso di miseria, che opprime la nostra Patria.... Obbrobrio! — Il Ministro dello Interno ordinò la Guardia alle Porte si raddoppiasse; se i campagnoli vi si presentassero in frotta, si chiudessero; grosse pattuglie la città perlustrassero. Il Ministro della Guerra non mancò neppure egli di apprestare opportuni ripari per la difesa della pubblica salute. Nella notte vennero a rammentarmi importare grandemente la Guardia Municipale si richiamasse, ed io ordinai il ritorno di cotesta milizia, come _quella che per suo speciale istituto è preposta alla tutela della pubblica e privata sicurezza_. Dove io nella mia mente per diaboliche mene avessi inteso il motivo del giorno successivo tendente alla Restaurazione, ed avessi voluto contrastarlo, o come immagina l'Accusa, che mi sarei disarmato di 1600 e più Volontarii Livornesi? Quando l'Accusa ne dimostrerà che i Capitani, licenziando i soldati, si apparecchiano alla battaglia, noi dal nostro canto ci persuaderemo di quello che ci vuole dare ad intendere. Nè questo è tutto; così meno iniqui mi procedessero gli uomini, come mi si mostra il cielo propizio; chè dalle carte medesime raccolte dall'Accusa per offendermi mi viene somministrato argomento di difesa; e di vero, se io durante la notte dell'11 al 12 avessi creduto, che il motivo del giorno 12 per la Restaurazione fosse la mena diabolica che disegnavo prevenire o reprimere, mi si ha a concedere ancora, che delle Guardie Municipali avrei adunato in Firenze il maggiore numero che per me si potesse. Ma no: appunto perchè presagivo d'indole prava i moti temuti, e quindi ristretta, io giudicava bastanti a reprimerli, come altra volta accadde, la Guardia Nazionale, le poche milizie rimaste, e 400 Municipali.

Il Colonnello Solera disegna cavare da Pisa tutti i Municipali per condurli a Firenze; ed io, interpellato dal Prefetto, rispondo:

«Firenze, 12 aprile 1849. Ore 6, min. 55 ant.

«Al Prefetto di Pisa.

«Ritenga i Municipali di Pisa se le sono necessarii. — Bastano gli uomini di Solera; ma vengano presto; ed entri con solennità in Firenze.

«GUERRAZZI.»

Lo allontanamento delle milizie livornesi, le cittadine preposte alle Porte e ai luoghi più importanti, dimostrano a chiara prova come un solo pensiero mi dominasse, quello di mantenere l'ordine nella città. Bastevoli gli apparecchi delle poche milizie stanziali e dei 400 Municipali a contenere o reprimere un moto di reazione o di anarchia, insufficienti a contrastare la Restaurazione desiderata dal voto universale, e però evidentemente non destinati contro di quella.