Apologia della vita politica di F.-D. Guerrazzi

Part 59

Chapter 593,563 wordsPublic domain

Haslerig e i Repubblicani più accorti gli oppongono: «Egli è chiaro che qui si tende a richiamare il Re, e il voto del Parlamento lo dà a sospettare pur troppo. Badate, Monk, che non vi avvenga come a Stanley, che, per avere restituito il trono a Enrico VII, n'ebbe in guiderdone la morte: egli è grande delitto presso i re avere troppo meritato di loro.» Allora gli propongono il regno, ed egli ricusa; gli danno la regia stanza di Hampton-Court per tenerselo bene edificato, ed ei ricusa; gli stanziano ventimila lire di sterlini, ed ei se le prende. — I Repubblicani ricorsero ad un'altra alzata d'ingegno, e fu di fare presentare al Monk, dai più accesi fra i suoi ufficiali, una dichiarazione perchè la firmasse, la quale consisteva nell'obbligarsi a costringere il Parlamento onde decretasse che la Repubblica era la forma definitiva del governo del Paese, e che verun Parlamento successivo potesse avere abilità di alterarla. Monk, preso alla sprovvista, si trovò sgomento, e non gli ricorrendo miglior partito _propose aggiornare la firma all'indomani nel Consiglio Generale degli Ufficiali_. Nello intervallo di tempo conferì co' suoi devoti, e la mattina al Consiglio, invece di firmare il foglio, ammoniti gravemente gli ufficiali esaltati del proprio dovere, vietava pel seguito di simile sorta assemblee; e notati i più audaci, statuisce licenziarli alla prima occasione: bene avrebbe potuto, adoperandovi alquanto di forza, rompere gl'indugii, _ma repugnava, alla indole di lui far capitare male persone alle quali lo legavano vincoli antichi, e precipitare di crollo ciò che si poteva compiere pacificamente e di quieto_.

Molte furono le arti praticate dal Monk affinchè il Parlamento _lungo_ si sciogliesse, la quale cosa ottenne nel 16 marzo 1668; prima di separarsi, il Parlamento deliberò che nessuno ufficiale si accogliesse se prima non approvasse con iscrittura la guerra impresa contro l'ultimo Re, e che dal nuovo Parlamento si escludessero gli uomini che avevano impugnato le armi contro il Parlamento _lungo_; e Monk lo lasciò fare, anzi, nell'ultima Tornata, egli domandò che abolisse la Legge su la milizia, perocchè, avendone commessa la organizzazione a mani sospette, era da temersi che in onta dei buoni Repubblicani si richiamasse Carlo Stuardo; ed ottenuto il Decreto, nel giorno stesso fece stamparlo e pubblicarlo.

Il Popolo ad alte grida acclamava il Re; canzoni realiste si cantavano pubblicamente per le vie; un tintore cancellava dal piedistallo, che già sorresse la statua di Carlo I, la iscrizione: _exiit tyrannus regum ultimus_ etc.; e Monk, contento di secondare segretamente il moto, stava in apparenza così avviluppato nelle sue ambagi che una segreta spia del Re ebbe a scrivere il 10 marzo al suo signore: «Monk, in quanto riguarda Re e Lordi, si è scoperto parziale al Parlamento.... l'altro giorno ha detto che verserebbe l'ultima goccia di sangue prima di consentire il ritorno degli Stuardi in Inghilterra.... stasera però sembrava alquanto meglio disposto.» I Repubblicani, sempre più agitati, s'ingegnano penetrare gli arcani consigli di Monk; e côlto alla sprovvista Cristofano suo figliuolo di sette anni, con domande suggestive e con doni gli fanno confessare avere udito certa notte suo padre e sua madre, mentre giacevansi in letto, che favellavano del ritorno del Re. Allora Enrico Martyn, legato di antica amicizia col Monk, gli va incontro risoluto, e così gli favella: «Orsù via, diteci una volta, che cosa intendete di fare?» — «Una Repubblica» risponde Monk «io la volli sempre e la voglio.» — «Sarà» soggiunse Martyn, «ma voi mi avete l'aria di quel tal sarto campagnuolo che fu incontrato certo giorno con la vanga e la zappa in ispalla. — Dove ve ne andate? gli domandarono. — Vado a prendere la misura di un vestito. — Come! con la zappa e con la vanga? — Al giorno d'oggi così si fa.»

Ora, non che sia di mestieri al caso nostro, ma per completare il racconto, è da sapersi come _il giorno dopo_, nella stanza di Morrice, Giorgio Monk consentisse a ricevere dalle mani di Giovanni Greenville la lettera di Carlo Stuardo scritta fino dal 21 luglio 1659. Questa lettera diceva: «Io non posso credere che mi vogliate male: voi non ne avete motivo, e quello che attendo da voi parmi così grande benefizio pel vostro Paese che io spero che voi non vi ricuserete a farlo.» Nelle istruzioni del Greenville occorreva questo altro passo, che pose ugualmente sott'occhio al Generale: «Io vado persuaso che Monk non può serbare in cuore alcuno mal volere per me; nè egli ha commesso cosa che io non possa perdonare agevolmente: sta in lui farmi tale un favore del quale io non saprò ricompensarlo mai come merita.»

Imprese subito le trattative, furono in breve concluse a questi patti: 1º Oblio generale, tranne quelli che crederebbe escludere il Parlamento; 2º Garanzia dei beni venduti, e pagamento del soldo allo esercito; 3º Libertà di coscienza. — Carlo Stuardo condottosi a Breda di leggieri concesse i patti, e gli avrebbe conceduti maggiori. Pel 25 aprile fu convocato il nuovo Parlamento, e nel 1º maggio fissata la deliberazione _intorno alla forma di Governo conveniente a Inghilterra, Scozia, ed Irlanda_. — In questo giorno Greenville si presenta al Consiglio di Stato, e domanda favellare al Monk. Monk avvisato dal colonnello Birch si accosta alla porta, dove Greenville gli consegna lettere regie da parteciparsi al Consiglio e allo esercito.

Comecchè la cosa fosse concertata col Monk, egli finge stupore; ordina con mal piglio a Greenville aspettasse, e alle guardie lo custodiscano; rientra in Consiglio, che stupefatto davvero non sapeva a qual partito appigliarsi. Il Birch deluso giurava al Monk essere ignaro di tutto, e non importava che giurasse; fatto chiamare dentro il Greenville, e interrogatolo dove avesse ricevuta la lettera dello Stuardo, risponde: a Breda; — vogliono mandarlo in prigione; il Monk fece sicurtà per lui, e tutti insieme decisero che la lettera dello Stuardo sarebbe aperta in pieno Parlamento. Carlo Stuardo fu proclamato Re dal Parlamento e dal Popolo, con gazzarre, luminarie, e falò, e allegrie altre cotali, che fanno _dimenticare ai guastamestieri di tutti i Governi, come sotto coteste apparenze covi pur sempre un Partito vinto, ma non abbattuto, che può placarsi e guadagnarsi con miti consigli, inasprirsi e allargarsi con insensate rigidezze_.

«Tanta fu la emulazione e la impazienza fra Lordi, Comuni e Municipio, a chi sapesse meglio manifestare la propria gioia e reverenza, che per servirmi delle parole di un nobile storico (probabilmente Clarendon) riusciva impossibile non domandare con sorpresa, dove fossero coloro che avevano commesso tanto male, ed impedito il Re per tanti anni di godere la consolazione e l'appoggio di così ottimi sudditi. Il Re stesso ebbe a dire più tardi: — Che il torto era suo, se non aveva preso prima possesso del trono, dacchè trovava tutte le classi tanto impegnate a promuovere la sua restaurazione.»[697] Il giorno dopo pare sempre così; nei giorni avanti cammina diversa la bisogna.

Nel giorno dopo in Inghilterra fu vista accendersi gara fra Parlamento, Municipio e Borghesi, a chi più mandava danaro al re Carlo, il quale avevano pure sofferto che per tanti anni languisse in condizione piuttosto misera, che augusta; e mentre il Municipio gli stanzia lire diecimila di sterlini, ecco i Borghesi dargliene sedicimila, e il Parlamento munificentissimo donargliene cinquantamila.[698] — Nel giorno dopo quel desso che nella Camera del Parlamento aveva posto le insegne della Repubblica, venuto in furore di Monarchia, fu visto rabbiosissimamente stracciarle ed arderle.[699]

Nella regia patente, che amplissima fu largita al Monk, dopo la esposizione dei beneficii operati da lui in vantaggio della Inghilterra e del Re, si legge a modo di conclusione: «_Hæc omnia prudentia, ac felicitate summa victor sine sanguine perfecit._» Veramente questo fu principalissimo scopo, che il Monk si propose nella Restaurazione, e gli fu bella gloria fra i suoi contemporanei; ed io non dubito, che gli verrebbe confermata dai posteri, se come si auguravano senza eccezione avesse ottenuto l'oblio dal Parlamento, e se le lettere private da lui prodotte nel processo del marchese di Argyle non facessero andare dubbiosa la Storia se deva cancellare cotesta lode, per le poche vite che permise spente, o piuttosto lasciarla stare per le moltissime che preservò.[700]

Facciamo adesso una supposizione: immaginiamo che poco innanzi delle conferenze e dei patti stabiliti col Greenville, il Municipio di Londra insieme col Popolo fosse giunto a rovesciare il Monk, terminando con molta agevolezza, con impeto, e senza alcuna guarentigia, quello che fra tante difficoltà era stato apparecchiato e quasi compíto da lui; immaginiamo altresì che spinto prima in disonesto carcere, fosse stato condotto poi davanti ai miei Giudici; come non lo avrebbero eglino deriso? «Gli atti di distruzione» gli avrebbero detto «già non ci darete ad intendere che fossero preparativi di Restaurazione. Le manifestazioni ostili non comprendiamo come potessero condurre allo scopo che adesso ci raccontate; dove sono gli atti _univoci_, non _equivoci_, co' quali presumete convincerne? Dove le prove _limpidissime_? Allo stringere delle tende, vedendo come fosse impossibile avversare la Restaurazione, l'avete secondata; invano però, chè tardo pentimento fu questo, e forse dovuto più che altro alla opinione del signor De Bordeaux ministro di Francia.[701] — Con qual fronte sostenete il disegno di restaurare il Principato, se pure ieri il Popolo acclamante il Re disperdeste, il Municipio imprigionaste, i Repubblicani con le vostre armi sovveniste, quelli che si mostravano parziali al Principe di propria mano percuoteste, — impiccato, chiunque il ritorno dello Stuardo procacciasse, voleste? I bandi, i proclami, i manifesti per dichiararvi svisceratissimo al Parlamento _lungo_ pubblicavate forse in benefizio della Monarchia? Che cosa alla fin fine avreste fatto? Vi sareste così destreggiato, finchè un Parlamento libero pronunziasse intorno alle forme governative del Paese... Bello sforzo invero, onde noi dobbiamo mandarvi assoluto, anzi decretarvi la corona dell'alloro! O non vedevate come tutti noi con accese voglie stavamo in agonia pel ritorno di Carlo Stuardo! Quali indugii erano i vostri? _Dovevate pure indovinare quello che con saldo cuore vi diciamo adesso_, noi essere vogliosi di mostrare col sangue nostro, con quello della moglie, dei figli, dei servi e delle serve, il nostro sviscerato zelo per il diletto capo di Carlo Stuardo. Quanto (e fu poco) operaste, _dal complesso degli atti siamo autorizzati a ritenere, che il faceste per mantenervi al potere_ tanto male da voi conseguito, tanto pessimamente esercitato. Voi intendevate giuocare a partita vinta, e tenere il piede in due staffe per gittarvi alla Fazione trionfante, secondo che costumano le persone della vostra qualità, che di mal pelo portano taccata la coda, anzi pure, _che hanno doppio il cuore_, come ha detto una sentenza della Camera stellata, ai tempi di Enrico VIII, oggi fa cento anni.»

Povero Monk, altro che ducati, e contee, e baronie, e pensioni, e patenti col _victor sine sanguine_, se tu avessi avuto la fortuna di nascere nel 1805 in Toscana come sono nato io! Tu stavi fresco con i miei Giudici, o Giorgio Monk, tu stavi fresco....!

All'opposto, un uomo di Stato a cui nessuno per certo, comunque da lui per opinioni diverso, vorrà negare pratica di negozii umani grandissima, e capacità somma di speculare gli avvenimenti politici, il signor Guizot, così giudica di Giorgio Monk:

«Anche in Inghilterra, ora sono dugento anni, diceasi la Monarchia scomparsa per sempre, la sola Repubblica possibile. Monk conobbe questo essere falso. Egli credè alla Monarchia quando la Repubblica durava, quando tutti intorno a lui, sinceramente od ipocritamente, ed egli stesso come gli altri, non parlavano che di Repubblica. E quando, dopo la morte di Cronvello e la caduta di suo figlio Riccardo, si pose avanti realmente la quistione tra i due governi, Monk si decise per la Monarchia.

«Gli si è negato questo merito: e Monk, mirando al suo scopo, ha tanto usato ed abusato della simulazione, che alcuni spiriti _prevenuti e superficiali_ hanno realmente revocato in dubbio, che la sua risoluzione fosse _precoce_, e _costante_. Ma quando da vicino e profondamente si studiano i fatti ed i documenti, non può più dubitarsi. Fino dal primo momento Monk si decise; e checchè facesse o dicesse, egli fu saldo nella sua decisione sempre fino all'ultimo giorno. Nel dubbio ed esitanza universali, egli avea una opinione decisa ed un partito preso. Fu questo il primo suo atto di buon senso politico.

«Se Monk fu deciso, fu ancora paziente. Seppe aspettare il buon successo, preparandolo. Uomo di guerra, mentre il suo mezzo di azione era l'armata, fu costantemente risoluto a _non rinnovare colpi violenti e la guerra civile_. Comprese che la Monarchia, per essere solidamente _ristabilita_, doveva esserlo _pacificamente, naturalmente, come una necessità nazionale, e un supremo rifugio del Paese_. A dispetto di tutte le impazienze e le diffidenze, seppe contenersi, dissimulare, indugiare, attendere, fino a che l'evento quasi da sè stesso si compiesse. E compiutosi l'evento, Monk volle che nelle patenti, che consacravano la sua fortuna e la gloria, s'inserisse il motto: VICTOR SINE SANGUINE (vincitore senza sparger sangue): tanto la sua prudenza era figlia della riflessione e della volontà. I partigiani della Monarchia eziandio fecero prova di molto discernimento. Alcuni di loro avevano sostenuto la Rivoluzione, altri l'avevano combattuta; asprissime guerre si erano fatte fra loro in pro o contro del Re, di cui volevano porre in trono il figliuolo. Umori, passioni, interessi li dividevano, e nonostante le discordie loro aggiornarono. Fino al giorno della vittoria, passioni, genio e interesse ridussero nel supremo intento comune: sottoposero le preferenze particolari alla necessità di tutti; e questa è pietra di paragone vera del giudizio politico dei Partiti.

«E fecero anche di più i promotori della Monarchia: confidarono la esecuzione dei loro disegni nelle mani di uomo che sospettavano, ed avevano ragione di sospettare. Monk aveva militato pel Re, per la Rivoluzione, per la Repubblica, per Cronvello e pel Parlamento; egli operava sovente, e favellava in varie guise, non pure diverse, ma contrarie fra loro: simulava con risoluta franchezza da sgomentare i più intimi. I partigiani della Monarchia stavano sul conto suo pieni di dubbio, e d'inquietudine; dalla speranza facevano trapasso alla paura, dalla luce alle tenebre: ma nè per isperanza, nè per paura, nè per desiderio, nè per le ambagi del Monk, forviarono. Monk somministrava a un punto, e imponeva la norma del come si avessero a governare; però tutto sommando avevano maggiori motivi di confidare che per diffidare.... non si commisero ciecamente in sua balía, ma lo secondarono con discrezione, lo attirarono senza metterlo a cimento, docili ai suoi consigli, vigili ma tranquilli dietro a lui come a capo eletto, imperciocchè tali imprese abbisognano di un capo, nè vi sia capo tranne quello, che, sostenendolo, lasciamo operare.»[702]

Ascoltiamo un altro Giudice, David Hume, solenne storico, il quale, se non sedè Ministro nei consigli della Corona, durante la sua vita fece professione di politica, e tenne carica di diplomatico. «Accorda meglio alla ragione, e alla schiettezza, ritenere, che Monk appena mosse di Scozia nutrisse il disegno di ristabilire il Re. Nè qualunque obiezione si volesse dedurre dallo aver egli tutto taciuto, perfino allo stesso Carlo, può essere tenuta in qualche conto, allorquando si rifletta, che Monk era di natura riservato; che le sue circostanze richiedevano dissimulazione; ch'egli sapeva il Re circondato da traditori e da spie; che insomma sarebbe durezza interpretare _in discredito della probità del Monk una condotta, che dovrebbe anzi sublimare in noi la idea che ci formiamo della sua prudenza_.» Così a pag. 431 del Cap. 62 della _Storia d'Inghilterra_, e poco oltre a pag. 442: «Malgrado questi passi, che muovevansi verso la restaurazione della Monarchia, il Monk proseguiva a mostrarsi caldo partigiano della Repubblica, nè aveva peranco consentito ad aprire pratiche col Re. Convocare un Parlamento libero, e restituire sul trono la famiglia regia, erano in quello stato di cose due provvedimenti per necessità connessi fra loro. — Nè era tenuto in conto di poca sincerità il silenzio da lui osservato nel principio della impresa, dacchè ei si mantenne riservato del pari nel tempo in cui, _secondo i dettami del senso comune, chiaro appariva che non poteva nutrire altro disegno_.»

Nel Capitolo 65 poi il dabbene Hume, riportando in nota la notizia della morte di Giorgio Monk, non si può trattenere di spendere altre parole per giustificare la dissimulazione di lui. «È per verità una singolare prova della strana possanza dello spirito di Parte, quella che la malevolenza debba perseguitare la memoria di un signore il cui tenore di vita non andò mai soggetto a censura, e che, col ristaurare l'antico, legittimo e libero governo ne' tre Regni, che si trovavano immersi nella più rovinosa anarchia, fu certamente fra gli abitanti di queste isole quegli che, dal principio di quei tempi in poi, più d'ogni altro rendesse servigii durevoli ed essenziali alla patria. Neppure i mezzi, onde si valse per condurre a fine sì grande impresa, vanno soggetti a grave sindacato; giacchè appena è biasimevole la dissimulazione ch'ei seppe per qualche tempo tenere, e la quale, nel caso suo, era assolutamente necessaria. Ei non godeva la confidenza di quel bifronte, sedicente ed usurpatore Parlamento, cui balzò di sgabello; perciò non poteva tradirlo. Negò persino di spingere una tale dissimulazione sino a prestare il giuramento d'abiurare il Re. Nullameno confesso che il reverendo dottor Douglas mi ha mostrato una lettera, trovata nelle carte di Clarendon, tutta di pugno di Monk, e diretta a sir Arturo Haslerig, che contiene le più calde, e quindi, nel cuor suo, le più false proteste di zelo in favore della Repubblica. Per verità, duole assai che un così degno e schietto uomo debba una volta essersi trovato nella necessità di spingere cotanto innanzi la dissimulazione. Il casato de' Monk s'estinse col figlio del Generale.»

Ecco pertanto come uomini di Stato e politici solenni giudicarono di Giorgio Monk, lo esempio del quale mi piacque con lunghezza riferire, non già perchè mi attagli, parendomi le sue dissimulazioni troppe, e troppo profonde: onde mi riesce difficile a credere, che fossero tutte costrette dalla necessità, e qualcheduna non ne usasse per compiacere al suo genio.

Ancora, (e non importa che ne faccia protesta, perchè tutto il mondo lo conosce a prova) a operare come feci mi mosse non cupidità di comodi privati, bensì il rispetto che professai sempre al voto, che mi parve ed era universale nel 1849 nei miei compatriotti; e lo amore di figlio che porto al mio diletto Paese mi persuase a procurargli il maggiore bene che per me si potesse, quantunque con gravissimo carico mio; onde io spero con troppo migliore ragione meritarmi il nome di ONESTO, che pure tributarono i contemporanei al Soldato inglese: chè se nel naufragio della mia vita mi sarà concesso uscire alla riva sopra questa tavola sola, e me lo assentirà la benevolenza degli uomini probi, ciò recherà qualche conforto ai miei lunghi, atroci e non meritati travagli.

XXX.

I giorni 11, 12 e 13 aprile 1849.

Io mi era tratto dal cuore lo stile del quale lo hanno trafitto, per iscrivere una storia di tradimento con ferro grondante di sangue... Ma un fiotto di voci scellerate mi percosse fino nel profondo del mio carcere, e mi avvertì come, — nella guisa stessa che i selvaggi della isola di Giava, incisa la scorza dell'albero _Upas_, lo circondano cupidi, pure aspettando che ne coli il visco velenoso per intingere in quello le freccie mortalissime, — una torma di lupi dalla faccia umana stesse con le orecchie incollate a queste mura, per attrappare al varco un grido di dolore, uno accento d'ira, per mescolarlo nel fiele di cui contristano quotidianamente con effemeridi infami la veneranda Patria: allora ruppi le carte e le gittai ludibrio dei venti. Io parlerò sommesso, — io narrerò pacato; — e voi che leggete, pensate e dite se mai vedeste affanno pari allo affanno mio.

Prima però della mia, udite la storia di questi giorni composta dal Decreto del giugno 1850, riveduta e corretta dal Decreto del 7 gennaio 1851, e dall'Atto di Accusa.

«L'ora del riscatto era suonata (Il Decreto del 7 gennaio anch'egli pone: _l'ora del riscatto era suonata_). Il Popolo Fiorentino disperde gl'incomposti gruppi di armati (Il Decreto del 7 gennaio aggiunge _soverchianti_), che imponevano alla città con bruttezza di modi e di costumi. Nel giorno _12_ restaurava _la Monarchia, alla quale era rimasto in mezzo alla tristezza dei tempi fedele_ (Il Decreto del 7 gennaio aggiunge: _costantemente_. L'Atto di Accusa dice, che il Popolo _ravvivò gli antichi sensi di fede_). — In faccia a questo moto unanime, risoluto, evidente nel suo scopo, la restaurazione del Principe (Il Decreto del 7 gennaio muta con le parole _infallibilmente diretto_), _non potevano concepirsi mali, che non avvennero_; il Guerrazzi richiama nella notte dell'_11_ la Guardia Municipale per opporsi alle _mene_, ei diceva, _diaboliche dei retrogradi_, e dava ordini (che non furono eseguiti _per evitare la effusione del sangue_ e la guerra civile), nei termini che appresso:

«Firenze, 12 aprile. — Basetti, prendi il comando della Municipale. Fuori in piazza a difendere l'Assemblea e la Patria, e la Libertà, e il tuo amico Guerrazzi.» E più tardi: «In Piazza vi sono i Veliti e la Guardia Nazionale, entra la Cavalleria e l'Artiglieria; esca la Municipale, o si cuopra di vergogna.» — E tali furono le insistenze, riuscite a vuoto, mosse al Colonnello Tommi, per trasportare le artiglierie in piazza, e al Colonnello Diana d'intimare il Popolo e caricarlo, per cui si compì la Restaurazione pacifica e senza sangue.

Nè qui si trattiene la opposizione del Guerrazzi (Il Decreto del 7 gennaio aggiunge: per contrariare l'_avvenuta_ Restaurazione), perchè ad alcuni Membri recatisi all'Assemblea per _invitarla_ a sciogliersi (L'Atto di Accusa aggiunge: _e intimarle che non si rendesse opponente alla già decretata e incoata Restaurazione_) egli dichiarò ch'essi avevano operato una _vera Rivoluzione_, e minacciò prima, poi _intimò_ loro l'arresto.»

Il Decreto del 7 gennaio e l'Atto di Accusa lasciano lo _intimò_, ma questo secondo aggiunge: «E si fu dopo tutto questo, che il Guerrazzi si mostrò più docile e pieghevole alla Restaurazione stessa, suggerì _dei temperamenti, non secondati, e si esibì di recarsi a Livorno onde maneggiarsi perchè vi fosse accettata_.»

Quanto questo racconto corrisponda al vero, adesso vedremo.