Apologia della vita politica di F.-D. Guerrazzi
Part 57
«I Rappresentanti del Popolo i quali, a forma delle già pubblicate istruzioni, si recheranno nelle Provincie ad eccitare i Giovani alla difesa della Patria in pericolo, ed a raccogliere le armi di coloro che non sono in grado di adoperarle, sono investiti dei supremi poteri per conseguire tutto ciò che può condurre ad ottenere questo intento. A tale effetto sono autorizzati a servirsi dell'opera dei Pretori e dei Gonfalonieri del Distretto nel quale si recheranno, con facoltà anche di sospenderli dalle loro funzioni, e proporne la destituzione al Potere Esecutivo, qualora non corrispondessero alle premure che sono in obbligo di darsi per coadiuvarli.
«Però voi, Cittadino Deputato, recandovi nella vostra Provincia, siete autorizzato in forza della presente Ministeriale, a procedere alle sopraesposte misure, qualora non troviate nei pubblici funzionarii quell'attitudine e buon volere che dai tempi si esigono, informando immediatamente il Governo dei motivi che vi avessero indotto a prender queste misure, e con piena responsabilità del vostro operato.
«Informate il Governo intorno a quei Ministri del Santuario, che, postergando al sacro dovere di una Religione di carità e di amore gl'interessi di Casta, tradiscono insieme al mandato di Cristo le speranze della nostra Patria, affogando le Libertà, prezzo di tanto sangue e di tanti sacrifizii.
«Date opera a crear Comitati che si occupino di raccoglier denari, ed oggetti per coloro che si mobilizzano; a procurar soscrizioni di Cittadini che si obblighino a soccorrere le Famiglie di coloro che, mobilizzandosi, le lascerebbero nella indigenza. E di ciò è urgentissimo occuparsi, perchè, con questa sicurezza, avremo fra i combattenti anche coloro, che, trattenuti dalla indigenza della famiglia, non si muoverebbero.
«Vigilate perchè questi Comitati non si istituiscano inutilmente, ma operino con ardore, al quale effetto usate molta avvedutezza nella scelta delle persone che dovranno comporli.
«Non trascurate la parte più sensibile della umana famiglia, le Donne. Profittate della sensibilità del loro cuore, il quale, infiammato, è capace degli slanci più sublimi. Levatele all'altezza delle circostanze, affinchè esse pure ci aiutino, procacciando oggetti di vestiario, fasce e fila pei feriti, ed ispirando coraggio nei Giovani, i quali non sapranno allora ricusarsi dall'affrontare i pericoli.
«Operate adunque, operate, ed il Paese, ne siam certi, saprà pienamente corrispondere.
«Li 8 aprile 1849.
«Devotissimo — MARMOCCHI.»
Nel 9 aprile erano trasmessi ordini pel ritiro dei moschetti ai Circoli,[661] la quale operazione consumata, toglieva, in certo modo, l'ultimo dente alla Fazione. Tutti i provvedimenti onde la deliberazione del giorno 15 riuscisse libera, pacata e solenne, essendo stati presi, mi addormentai sicuro fra l'ultimo puntello e il naviglio su lo scalo. Anche la mano di un nano bastava ad abbatterlo, e il nano, maligno com'è natura dei nani, venne, e lo abbattè, procurando per gratitudine, che il legno precipitando mi passasse proprio sul corpo. Questo è il dramma; rappresentato a Firenze, spettatrice Toscana. I Toscani adoperino i diritti della Platea verso, o contro coloro, che bene o male sostennero la propria parte.
Insieme alla commissione scritta caldissime preghiere ricevevano a voce, che convinti per nuovi e proprii sperimenti del desiderio della universa Toscana, di ritornarsi al suo Statuto, nel giorno designato (15 aprile) convenissero in Firenze a sostenere la proposta che avrebbe fatta il Capo del Potere Esecutivo; e fu nel 9 aprile 1849, che il signor Filippo conte de' Bardi, recatosi dal signor P. A. Adami, gli favellò in questa sentenza: «Parlare in nome suo e dei Deputati della maggiorità rimasti in Firenze; pregarlo a farmi, di quanto sarebbe per dirgli, speciale partecipazione: per impedire, avere io fatto abbastanza; ed egli, comecchè della persona pessimamente disposto, essersi condotto all'Assemblea a fine di sostenere il Governo nel suo contrasto alla Unificazione con Roma: ora correre urgentissimo il bisogno di tôrre il Paese dalla incertezza; non dubitassi; nella Tornata del 15 aprile, proponessi francamente il partito di restaurare il Principato Costituzionale, che mi avrebbero circondato tutti per sovvenirmi co' voti, e al bisogno con la persona; questo poi esporre a lui onde me lo referisse, perchè non gli era occorso mai di trovarmi libero così, da potere tenermi prudentemente siffatto linguaggio.» P. A. Adami conferì meco intorno alla proposta del conte de' Bardi, ed io l'accolsi con animo volonteroso, dicendo al medesimo che bisognava trovarci pertanto nel 15 aprile tutti al nostro posto, per la quale cosa io non avrei potuto concedergli per la prossima domenica il consueto permesso di recarsi a visitare la famiglia a Livorno; e questo fu il motivo che indusse Adami a partirsi a mezzo della settimana per casa sua, e gli giovò, salvandolo dal trovarsi nei giorni 11 e 12 aprile a Firenze.
Ciò posto, senza ira come senza rancore, e favellando di me come di un morto, uomini del Municipio di Firenze e della Commissione Governativa, udite:
Cosimo Ridolfi, dando facile orecchio a parole di astio, o di superbia, o di avventatezza sconsigliata, procedè meco nel giorno ottavo di gennaio 1848 in Livorno ingiusto e leggiero; io nel risentimento, eccessivo. S'egli avesse profferito una parola, una parola sola (che fra gli onesti è dovere, perocchè, dopo il primo onore di non far torto a nessuno, venga subito l'altro di confessarlo fatto), io che mi sento di assai placabile natura di leggieri avrei dato all'oblio il brutto caso, nel quale anche oggi va ficcando le mani l'Accusa, scompigliandone le ceneri per tentare se vi fosse rimasto nascosto qualche mal tizzo sotto: ma questa parola non disse il Marchese; e volle tramare di orgoglio la tela ordita dalla ingiustizia, ed io crebbi nella intemperante querimonia; però le mie parole non furono pese a lui, come le sue catene a me. Ad ogni modo avemmo torto da una parte e dall'altra. Alla più trista, poniamo la partita saldata, e non poteva essere questa pel Municipio di Firenze e la Commissione Governativa causa per nuocermi.
Quando il Principe chiamò nei suoi Consigli il marchese Gino Capponi, io ne fui lieto, stringendomi a esso amicizia ventenne; e subito gli mostrai come io intendessi sostenere il suo Ministero, dacchè, sapendo in quei giorni stremo di pecunia lo erario, gli proposi, per conforto dei miei amici di Livorno, di sovvenirlo di 6 od 8 milioni di lire, e di ciò fa fede la lettera che leggiamo stampata a pag. 3 dei Documenti.[662] Non piacque il partito; ma pure esso dimostra le voglie pronte di procedere parziale al Ministero Capponi: dunque per questo, Municipio fiorentino e Commissione Governativa, non potevate muovervi a farmi danno.
Io scongiurai l'amico prima, poi il Ministro Capponi, a trattenersi dal mandare armati a Livorno, condottiero Leone Cipriani, per reprimere tumulti, a comporre i quali parve ad altri ed a me dovessero bastare i provvedimenti ordinarii; ma ei non mi volle ascoltare: quello che avvenne non importa dire; così si potesse dimenticare! Livorno era lasciata in balía di gente perversa: andai, la mantenni alla devozione del Principe, la preservai dall'anarchia; non mi fu grato, non dirò Gino Capponi, ma il Ministero Capponi; all'opposto mi si mostrò nemico, mi abbeverò di amarezze, mi saziò di umiliazioni: tacqui, soffersi, e quante volte parlai, o scrissi di Gino Capponi, lo feci con rispetto, e l'ho dimostrato: dunque per questa causa non sembra che voi, Municipio e Commissione, aveste motivo di offendermi.
Il Ministero Capponi mi allontana da Livorno, come si legge che gl'Israeliti cacciassero i lebbrosi fuori del campo; ed io, senza lagnarmi, lascio libero il seggio al signor Montanelli, e mi riduco, senza pure aspettarlo, a Firenze, mostrando a prova la inanità dei brutti favellii, che me, calunniando, susurravano agitatore del Popolo livornese per libidine d'impero; ed anche qui, se non erro, non vedo che il Municipio fiorentino e la Commissione Governativa avessero materia per danneggiarmi.
Il signor Montanelli bandisce a Livorno la Costituente Italiana di concerto col Ministero Capponi;[663] il Ministero depone lo ufficio; _però, consultato, delibera quale successore abbia ad accettare, ed uno, proposto, fervorosamente n'esclude, che non era il nostro_. Il Municipio livornese, condottiero Fabbri, bene si reca a Firenze per rappresentare al Principe il voto del Popolo di cotesta città, che me desidera assunto al Ministero, ma protesta solennemente farlo, come semplice espressione di desiderio, senza punto intendere menomargli la prerogativa regia di scegliersi liberissimo i suoi Consiglieri. Intanto una Deputazione di spettabilissimi cittadini di Firenze recavasi dal Granduca, e, venuta al suo cospetto, per mezzo del sig. Professore Ferdinando Zannetti gli favellava in questa sentenza:
«Altezza!
«Mossi noi qui presenti dal desiderio di vedere riconciliato Livorno col Governo, e di evitare civili discordie, noi sottoponghiamo al senno di V. A. la proposta di commettere al signor Professore Montanelli lo incarico di formare il nuovo Ministero. Questo poi facciamo, accertati che il Ministero attuale siasi dimesso, e con parola di onore assicurati dal signor Montanelli, che conserverà il Principato Costituzionale, ed eviterà, _se gli sarà possibile_, di tôrsi a collega il signor Guerrazzi.»[664] E la Corona rispondeva, ammonendo essere per lo Statuto fondamentale riposta in sua piena volontà la scelta del Ministero, alla quale avvertenza il signor Zannetti con modesto parlare soggiunse: «Altezza! Non cadde mai nel mio animo, nè in quello de' miei compagni, di venire a imporle un Ministero; ma il solo desiderio accennato testè, fu quello che ci mosse a umiliarle la nostra proposta, come mero e semplicissimo voto: onesti, come ci studiamo essere, noi ci saremmo guardati bene dal presentarci all'A. V. dove non avessimo riportata dal signor Montanelli la parola della intera conservazione del Principato Costituzionale.»[665] L'A. S. poi me non accettò se prima non ebbe consultato in proposito Lord Giorgio Hamilton e il marchese Gino Capponi, e questo so per confidenza onorevolissima che mi venne fatta dal Principe stesso, sicchè qui non vedo peccato che dovesse concitarmi l'odio del Municipio e della Commissione Governativa.
E prima condizione del mio accettare la proposta del Montanelli fu, che si conducesse dal marchese Gino, e in suo e in mio nome lo pregasse a volere presiedere il Ministero nostro; egli ci rispose, come altrove ho narrato; ma certo per me non gli si poteva dare pegno maggiore di devozione e di stima: onde anche da questo mio contegno non vedo che il Municipio e la Commissione Governativa potessero ricavare argomento di rancore contro di me.
Portai la Costituente come Simone il Cireneo; le tolsi il vano e il maligno, la ridussi nella condizione di potersi dividere, e in parte accogliere, in parte aggiornare, e, venuto il tempo, anche per la parte aggiornata adoperare a tutela dello Stato; discussa fu; voi l'accettaste a pieni voti nel Consiglio Generale, a pieni voti in Senato la confermaste: onde io credo che per questo, Municipio e Commissione Governativa, non potevate appuntarmi, molto meno farmi sopportare non degne pene.
Alla sicurezza pubblica e privata, Ministro dello Interno, provvidi quanto e meglio di voi, e in termini dei vostri più deplorabili assai; imperciocchè, se anche voi confessaste trovare insufficienza negli ordini infermi, quale non la dovevo sperimentare io, quando, colpa o fortuna, voi mi consegnaste questi ordini del tutto disfatti? Quindi io penso che da ciò, o Municipio di Firenze e Commissione Governativa, non abbiate potuto desumere cagione di mal talento contro di me.
Come avreste potuto, o uomini che componeste allora il Municipio Fiorentino, redarguirmi di essere rimasto al Ministero, se pel Gonfaloniere vostro premurosissime istanze mi faceste onde io non deponessi lo ufficio, e con magistrale deliberazione lo inviaste, insieme ad altri spettabili personaggi, a Siena per interporsi mediatore fra il Principe e il suo Ministero, affinchè la dimissione mai dal maestrato non avvenisse?
La notte dell'8 febbraio 1849 non mi assistè al fianco, chiamato, l'onorevole vostro Gonfaloniere? Non udì le provvidenze, non approvò, non confortò, e, piena la mente di quanto aveva udito e approvato, non bandì la mattina che il Governo aveva provveduto alla salute pubblica: i Cittadini quietassero? Municipio fiorentino e Commissione Governativa, voi non mi potevate perseguitare per questo.
Vi disprezzai Membro del Governo Provvisorio? No certo, poichè voi il _Governo sorto dalla necessità approvaste_, e gli prometteste _leali soccorsi_, e così in magistrale deliberazione dichiaraste. Vi ascoltai per l'abrogazione della Legge Stataria, vi ascoltai per le armi distribuite al Popolo; e se due volte, due sole volte rimproveraste, se non prendo errore, parmi poterne dedurre, che tutto l'altro vi giovò e piacque. Il Municipio sovvenne il Governo nella esecuzione delle Leggi su la Costituente Toscana, nel negozio delle armi, nella Commissione per riorganizzare la Guardia Nazionale, di cui fu chiamato a fare parte anche il signore conte Digny;[666] col Gonfaloniere soventi volte conferimmo intorno alla Unificazione con Roma; e cadendo d'accordo intorno alla impossibilità di promuoverla con profitto fra noi, stabilimmo avrei adoperato ogni sforzo per impedire che la Fazione Repubblicana la spuntasse a furia di Popolo, e per fare in modo che tutto il Paese con solenne e pacato voto intorno alle sue sorti decidesse. Qui dunque non ho peccato, onde voi, o Municipio fiorentino e Commissione Governativa, aveste dovuto rompermi come una canna fracida.
Da voi pure venne il consiglio di sciogliere il Parlamento e interpellare il Paese col suffragio universale, e non una volta, ma due; anzi da voi la minaccia che, dove il Governo di ciò fare si fosse astenuto, i Deputati avrebbero rifuggito di adunarsi più oltre; onde anche per questa parte, o Municipio di Firenze e Commissione Governativa, io confidava andare immune dal rigore delle ire vostre.
E certo poi non meritai ira siffatta allora quando sofferto fu da ciascuno, che la Fazione Repubblicana gavazzasse imponendo le sue leggi al Paese, ed io solo, presente il Gonfaloniere del Municipio di Firenze, felicemente mi opponeva a quella.
Nè immagino già avervi dato, o Municipio Fiorentino e Commissione Governativa, causa di straziarmi allorchè curai che l'elezioni per la Costituente Toscana accadessero liberissime; e se copia maggiore di Costituzionali elettori non concorse a votare, certo non fu mio errore, e voi lo confessaste, comecchè il numero non si potesse chiamare scarso.
Ditemi, egli è perchè io usciva a risico della mia persona per tutelare i cittadini, o perchè toglieva le armi alla gente dei Circoli, o perchè ostava che la Repubblica per acclamazione si votasse, o perchè solennemente dichiarai, e feci dal Ministro dello Interno dichiarare, che la Toscana si mostrava aliena dalle forme repubblicane, o piuttosto perchè mi accinsi dietro i _vostri conforti a salvare quel più che si potesse di onore e d'indipendenza nazionale_, e mandai Deputati in Provincia a consultare lo spirito pubblico al doppio scopo che la restaurazione del Principato Costituzionale avvenisse per consenso, senza discrepanza, di tutti, e che lo Stato si difendesse, o almeno di difenderlo come ce ne correva l'obbligo si tentasse; — egli è per tutto questo, o Municipio, io domando, e Commissione Governativa, che voi mi avete tradito? Forse vi ravvisaste, e pensaste avere potuto provvedere meglio da voi stessi; ed io vi ho detto, e vi ridico adesso, che non vi biasimo, anzi, di questo vi lodo, e meco tutto il Paese vi loda e ve ne rende grazie; voi dell'opera vostra andate alteri, e ne avete ben donde: ma v'era bisogno che voi mi tradiste per completare la vostra gloria? — Ma no: per avventura, in quei momenti estremi, io da me mi mostrai diverso? inasprito, smentii in un giorno tutta la mia vita, e commisi sevizie, o provocai le turbe livornesi a irrompere sopra questa bella madre Patria a guisa di Barbari? — Nessun sospetto arrestai, nessuno bandii; anzi, amorevole gli ammoniva affinchè si guardassero. M'inganno; ad uno solo ordinai partisse, e tosto; e chi fu egli mai? Niccolini, quel mio preteso cagnotto e lancia spezzata per commuovere i Popoli ad acclamare Repubblica.[667] Vediamo se l'altro addebito mi si conviene. — E avvertite che io raccolgo Documenti cascati dalle mani dell'Accusa aperte come i lucchetti dello avaro, sicchè quando saranno posti a disposizione mia gli Archivii, COME GIÀ FURONO ALLA DIREZIONE DEGLI ATTI, potrò, spero, essere più completo. Antonio Fossi, Segretario del Governo di Livorno, nel 9 aprile 1849 a ore 5 e 30 min. pom., per via telegrafica mi avvisa: «Il Popolo ha occupate le carrozze per seguire i Volontarii. Le misure prese a nulla hanno valso. Il Governatore e il Gonfaloniere accorrono alla Stazione per riparare. Mi ordinano prevenirla pel possibile di un ritardo nello arrivo.»[668] Lo egregio amico Giorgio Manganaro, nel giorno 10 aprile 1849 a ore 1 e 15 min. pom., per telegrafo annunzia: «Oggi il Popolo di Livorno è tornato alle solite improntitudini. Comunque avessi fatto presidiare la Stazione da numero 60 Guardie Nazionali, questa è stata invasa da più di 600 persone, le quali si sono impossessate delle carrozze e dei vagoni, e con estrema violenza hanno voluto viaggiare gratuitamente. Mi sono trasferito col Gonfaloniere sul posto, ma la opera nostra è andata perduta, e la mia voce è stata impotente per farli rientrare nel dovere.»[669]
Ora sentano un po' come io coteste ribalderie provocassi e confortassi: «Al Governatore di Livorno. — 10 aprile ore 3 antim. — Se il Governatore ha senno, faccia indagare subito quali fossero le persone, ne ordini l'arresto di notte, e le mandi a Volterra: facciasi tutto prima del giorno.»[670]
Alle ore 11 e 40 min. pom, del medesimo giorno: «I Livornesi, per _improntitudine di alcuni_, suscitano perigliose discordie quaggiù; pure vengano e saranno accetti.»[671]
Nel giorno 11 aprile, ore 1, min. 55 pom.: «La Strada ferrata Leopolda non continua le sue corse per cagione della _insolenza livornese_. Vedete quanto danno questo produrrà al commercio. _Bisogna tutelare la Stazione con ogni mezzo_.»[672]
Nel medesimo giorno, a ore 3 e m. 21 pom.: «Insisto pei disordini della Strada ferrata. La Società sospende le corse. È cosa intollerabile. Si dichiari alla città che ella è unica in queste prepotenze. È un furto. Si faccia conoscere. Appena giunti a Firenze ne prenderemo 10 per cento, e gli manderemo a Volterra. Questi sconsigliati rovinano il commercio, e fanno perdere la reputazione al Paese. Provvedete. FIRENZE SI MUOVE PIÙ TARDI, MA PIÙ DIGNITOSA.»[673]
E detti ordini perchè buona mano di costoro si arrestasse, e mandai cavalli a posta; ma fra lo spandersi ch'essi fecero per i campi, e gl'impedimenti opposti dalle barriere della strada ferrata da una parte, e dall'altra la ritrosia della nostra milizia a operare cosa che valesse, ebbero modo a fuggire. Ancora nel medesimo giorno, alle ore 4, m. 35 pom., domando al Governatore di Livorno: «È vero, che il Governatore di Livorno abbia risposto, credersi impossibilitato a impedire, che le turbe invadano i vagoni a Livorno? È vero, che abbia affermato, non potere impedire questo successo oggi e domani? L'Amministrazione ha sospeso le gite da Pisa a Livorno per questo motivo.»[674] Più tardi alle ore 5 e m. 20 pom.: «Il Capo del Potere Esecutivo chiede se altra gente sia partita o partirà da Livorno. Vengono Livornesi senza pagare? Sì, o no?»[675]
Questi Documenti parlano per me, e non sono soli; scelti dalla mano dell'Accusa, certo non è da credersi, che cogliesse rose in fiocco perchè io me ne tessa ghirlanda; e tuttavolta bastano.
Avete considerato voi con quanto, non dirò studio, ma accesissimo zelo io proteggessi le strade ferrate, e qui e a Lucca e da per tutto, non solo allora, sibbene in ogni tempo? E pure mi affermano per sicuro, che uomini a me noti per antico commercio, e nelle loro richieste soddisfatti sempre, nel giorno 12 aprile 1849 di subito, senza causa come senza consiglio, mi si mostrarono avversi, e togliendo seco gli operaj, e le guardie della Strada, ne componessero una schiera, e costituitisi capitani di gente eletta muovessero a gridarmi: «_Morte! Morte_!» Se questa cosa fosse vera, bisognerebbe dire, che coloro i quali hanno che fare con la Strada di ferro, talvolta terminano col parteciparne la durezza; e di più non dico. Esamineremo in breve se pei fatti dei giorni 11 e 12 Aprile meritassi essere tradito.
XXIX.
Del giudizio pronunziato sul mio operato dal Decreto del 7 gennaio 1851.
Nel § 32 il Decreto della Camera di Accusa della Corte Regia per somma grazia crede dovere concedere, che se io _in qualche circostanza_ distolsi o raffrenai le più accese voglie della Demagogia, pure il complesso degli atti (comodissima formula quando non si trovano ragioni) _autorizza_ a credere che tutto io facessi per conservare nelle mie mani il potere. Ora è impossibile, che il complesso degli atti conduca inevitabilmente a supporre cosa assurda. E qui i miei lettori mi sieno benevoli a non appuntarmi, se alla medesima accusa, ripetuta con singolare insistenza, la medesima serie di raziocinii io contrapponga, conciossiachè io veda, che Cicerone adoperasse nella medesima guisa, nella orazione per Sesto Roscio Amerino, sia che anch'egli avesse a persuadere gente dura, o qualche altra necessità lo sforzasse; — e nella fiducia che le mie preghiere verranno accolte, continuo.
Il mio _potere_ era provvisorio; il suo termine segnato; convocata l'Assemblea Costituente, ella doveva decidere per la Repubblica o per la Monarchia Costituzionale. Nel primo caso, ricusando, come avevo fatto, la carica di Triumviro a Roma, dimostravo animo alieno dal proseguire nel duro incarico; inoltre, è egli verosimile, che prevalendo i Repubblicani, volessero mostrarsi parziali a persona reputata avversa, e riporre in sue mani la somma delle cose? I Repubblicani mi avrebbero mandato in carcere, ne più nè meno, come gli altri hanno fatto, ed in breve vi chiarirò; e la ragione sta nella storia del Dottore spartitore di liti che ho raccontata di sopra. Nel secondo caso, mi sembra che senza prova mi verrà concesso, che me l'Assemblea non avrebbe scelto Principe! Il Decreto si compiaccia ricordare, che invece di attaccarmi al Potere, nella notte 27-28 marzo _io feci tutto quanto da uomo onestamente può farsi per essere liberato da tanto peso, e non mi riuscì affrancarmene_;[676] volga altresì la mente alle istanze del Montanelli e dei suoi amici, perchè accettassi il Ministero; non oblii, che al Governo Provvisorio io presi parte per ineluttabile forza, da un lato, della Fazione trionfatrice; dall'altro, per l'esortazioni non meno potenti dei cittadini, affinchè dall'anarchia preservassi la Società;[677] e deh! consideri eziandio il Decreto, che a quei giorni, durare in carica egli era peggio che posare su pettini da lino; e se mi dicesse, che tra affanni punto minori si sono veduti uomini non pure accettare il Potere, ma ricercarlo ed ambirlo, io rispondo, ch'è vero per quelli i quali intesero fare esperimento pratico di una loro astrattezza politica, potentissima delle passioni umane, a cui ogni giorno osserviamo sagrificarsi da molti riposo, sostanze, e persino la vita; ma non poteva essere vero con me, che governavo per benefizio altrui e non per procurarmi comodo privato, o per fondare monarchie alla napoleonica, ovvero per compiacere a un mio concetto. Dunque mi è lecito dolermi, che il Decreto non abbia rifuggito da scrivere così dissennate proposizioni, le quali non reggono al confronto del fatto e del raziocinio.