Apologia della vita politica di F.-D. Guerrazzi
Part 55
Il _Conciliatore_ nel 27 marzo usciva in questi acerbi rimproveri contro dei miei Colleghi e di me: «Che avete fatto dopo cinque mesi che tenete il Potere, senza che nessuno vi _abbia seriamente avversato_?» (Che cosa s'intenda con la parola _seriamente_, io non saprei; quello che so, è che il _Conciliatore_ con le _acute scane_ fendeva _moderatamente a morte_ i fianchi al Ministero Montanelli, e al Governo Provvisorio.) «Quali sono gli apparecchi vostri, gli uomini, le armi e i danari? La guerra è rotta, Piemonte già versa sangue per la causa d'Italia, e neppure un soldato dei nostri varcò la frontiera: anzi _possiamo assicurare_, che le scarse milizie ebbero ordine di rientrare nello interno. A questa ora nel marzo del 1848 la Toscana aveva sul Po 8000 combattenti, e si dicevano pochi, e la inettezza o il mal volere del Governo accusavasi, e due Ministeri si rovesciarono per questo, e per questo una Rivoluzione fu fatta, e il Paese esposto a sciagure e ad aggravii esorbitanti; e adesso quando il Piemonte ci domanda: Toscani, dove sono i vostri soccorsi? noi siamo costretti a tacere con vergogna.» Io vi dico in verità, emuli miei, che non per me mai i Toscani hanno dovuto abbassare la fronte avvilita. Questo vostro discorso sembra nato a un parto con l'altro sì famoso del Generale Buonaparte reduce dalla impresa di Egitto; ma Buonaparte poteva dire al Direttorio: «Dove sono gli eserciti? che avete fatto dei tesori?» perchè veramente eserciti vittoriosi aveva lasciato, e lo erario pieno; ma i Ministeri precedenti al mio ci avevano lasciato tale una eredità, che se fosse stato in potestà mia io non mi sarei giovato accettarla nè manco col benefizio della Legge e d'Inventario;[637] e questo dicasi in quanto a quattrini: rispetto ai soldati, essi nel marzo non avevano toccato sconfitta sul campo di battaglia, e la troppo peggiore per la disciplina delle armi a Livorno; infermi gli ordini nel marzo, pure non guasti affatto dalle scioltezze, per non dire licenze, della non prospera ritirata. Mariano D'Ayala attese a riordinare e ampliare le milizie nostre, con tale diligentissima cura, che n'ebbe (io ben rammento) dallo stesso _Conciliatore_ meritata lode: onde non si comprende come, elogiato prima lo artefice, si facesse poi a biasimarne la opera. Ma questi sono accorgimenti di Partiti!... A Mariano D'Ayala parve potere restaurare la disciplina nelle soldatesche nostre, svegliando nei loro petti sensi di onore; quindi schivò fra le pene, quelle che la dignità umana offendessero: forse era savio consiglio; a me pareva opera perduta farne sperimento su genti guaste; mi talentava meglio licenziarle tutte per tornare a comporle da capo. A questo mi muoveva il pensiero che, operando sopra gli animi viziati, duriamo fatica doppia, chè prima bisogna tôrre via il fracido e poi edificare; e siccome il guasto difficilmente tutto si leva, così quasi sempre ci tocca a provare nel processo dei tempi i fondamenti deboli; il degno Collega, all'opposto, teneva potere riuscire in virtù del suo sistema, ed io naturalmente piegai riverentissimo la mia opinione dinanzi alla molta perizia ch'egli si trova a possedere delle militari faccende. Però vuolsi confessare, che o si fosse voluto accogliere il mio suggerimento, o piuttosto tenere il sistema di Mariano D'Ayala, nè l'uno nè l'altro potevano produrre i beni desiderati nel breve giro di quattro mesi; e nè in Piemonte, dove pure gli ordini militari di tanto superavano in bontà i toscani, le milizie poterono così tosto riaversi dei danni patiti nella disciplina, a cagione delle sorti infelici della guerra. Bene è vero che il Governo piemontese crebbe fino a 135 mila uomini lo esercito nel gennaio del 1849; ma come nei corpi umani la grassezza è segno di floscio, così neanche negli eserciti il numero denota forza; e a tutto vuolsi tempo, anche facendo presto: la colpa _sta nel non fare nulla, e dare ad intendere di aver fatto_. Napoleone sviluppato dalle nevi russe corre in Francia, e prende gente sì, non soldati, per avventurarla ciecamente su le pianure di Dresda e di Lipsia, come un giuocatore disperato si giuoca il danaro dell'ultimo pegno che ha portato al Presto. Questo dicasi rispetto alle milizie stanziali. In quanto ai Volontarii, gli spiriti procedevano alquanto rimessi dopo la prima guerra in Lombardia, però che a molti stava sul cuore la giornata del 29 maggio, in cui 3 mila circa Toscani furono lasciati soli a combattere onoranda ma dolente battaglia contro gli Austriaci grossi di 35,000 uomini, nonostante che fossero stati confortati a tenere il fermo, con la promessa di sollecito soccorso.[638] Arrogi, che fino a tanto resse Gioberti, egli rifuggì da noi come il Diavolo dall'acqua santa; e quando gli subentrò Presidente al Ministero il Generale Chiodo, là su le frontiere dove tenevamo soldati per la comune difesa, ce li corrompevano i _maledetti zelanti_ del Piemonte, peste dei Governi, e mille volte peggiori degli stessi nemici, e li traevano a disertare con armi e bagagli.[639]
Il _Conciliatore_ riportava queste notizie senza un filo di biasimo per gl'imbroglioni; e se punto io m'intendo di favella, con tale un garbo che dava ad intendere come cotesti fatti non lo infastidissero troppo:[640] sicchè pareva (per non dire troppo) strano, che dopo venti giorni egli ci conciasse così di santa ragione, se non avevamo da dare i soldati che ci portavano via, e se non volavamo a farci ammazzare per fratelli che mostravano _volerci dare il pane con la balestra_.
Dopo che Creonte esultò per l'empie liti di Eteocle e Polinice, può da un punto all'altro, mutati indole e costume, buttata là la clamide greca, e vestito il ferraiuolo di Tartufo, farsi esprobatore dell'uno, perchè guardasse l'altro in cagnesco? L'Accusa rovistando carte non mie ha rinvenuto una lettera, dalla quale resulta che i Piemontesi nel 13 marzo 1849 armata mano avevano preso possesso di Calice, ravvivando in mal punto la vecchia contesa.[641] — Ma chi pospone la Patria al cordoglio d'ingiuria patita, non merita sedere al Governo degli Stati; e noi considerando le necessità di questa nostra inclita Madre, e le nobili parole della Corona Toscana, che, confortando il Popolo a sopportare magnanimo i colpi di fortuna, diceva: «E noi non disperiamo della Italia, e siamo risoluti di durare nel proposito, che ci fece unire le nostre armi a quelle del re Carlo Alberto, nè per isventure sapremo mai separarci da lui;»[642] non volemmo venire meno al dovere nostro. Dica pertanto Lorenzo Valerio, se scrisse dirittamente Pasquale Berghini (se pure lo scrisse) quanto si legge stampato nel Libro III, pag. 132, dell'Opera di L. C. Farini, che avversi noi al Piemonte, malgrado le misere superbie nostre, non avremmo avuto uno scudo nè un soldato per la guerra della Indipendenza. Appena vedemmo questo amico fidato, non ci versammo nelle sue braccia con amore, e non deplorammo insieme le miserie le quali avevano impedito che il nostro Popolo e il suo procedessero come a fratelli veri si addice? E dopochè furono reiterate le affettuose accoglienze, più volte venendo a trattare dei bisogni della Patria, non ci legammo per fede con lui, che la causa del Piemonte, e con essa la causa d'Italia, avremmo con ogni supremo sforzo soccorsa? Conobbe in noi punto, il Valerio, stupido astio per la grandezza che il Piemonte deve avere, se piace a Dio, onde sia baluardo efficace d'Italia? — Io penso che Lorenzo Valerio, aperto, schietto e affettuoso Legato del Piemonte, avesse motivo di chiamarsi contento di me, assai più di qualche altro che volle giocare meco di arguzia, e non comprese nulla.
Le maliziette e le saccenterie, mel creda chi legge, arruffano più che altri non pensa; e se ne giovano i guastamestieri e quelli che, non avendo cuore nè mente da accogliere concetti grandi, apportano nella trattativa dei negozii politici le arti del sensale. Fu conclusione dei ragionamenti nostri, che per noi si sarebbe fatta diligentissima provvista di danari e di soldati, intanto che pel medesimo ufficio egli si recherebbe a Roma. Queste conferenze accadevano nel 10 marzo 1849; però lascio considerare quali fossero la mia maraviglia e il mio dolore, quando nelle prime ore del giorno 16 marzo venni fatto avvertito da Livorno, Domenico Buffa avere proclamato nel giorno antecedente a Genova rotto lo armistizio Salasco. Mi condussi a casa Montanelli, il quale da parecchi giorni giaceva infermo, e quivi mandai per Valerio, che quantunque per i molti disagi sofferti, e per la tremenda ansietà dell'animo, fosse anch'egli ridotto in pessimo stato di salute, pur venne; e udita la novella, egli, la fronte includendo nel cavo della destra e stringendola con le aperte dita, come persona che la dolorosa moltitudine dei pensieri intenda concentrare in uno solo, più volte esclamò: «Ed avevano promesso aspettare il mio «ritorno!» — Credo potermi ricordare eziandio, ch'egli aggiungesse: «Vogliono perdere tutto!» Non essendone sicuro, io non lo accerto. Ma perchè riesca anche in questa parte compíta la difesa contro l'accusa che mi mettono addosso, pongo senz'altro comento, chè tutto spiega da sè, la minuta di lettera confidenziale trovata dall'Accusa negli Archivii del Governo, e da lei stampata a pag. 220 del suo Volume.
«Signor Ministro,
«Appoggiandosi sul fatto dell'armistizio prosciolto e delle ostilità riprese, il Generale La Marmora ha dichiarato d'occupare Pontremoli e Fivizzano, sotto colore di essere spedito a scendere dall'Appennino in Lombardia.
«Io e il Governo Provvisorio abbiamo sentito la trista nuova della prepotenza che il Piemonte così stranamente ci arreca, e sebbene con animo conturbatissimo, pure abbiamo dato ordine rapidamente alle nostre truppe di lasciar passare le truppe sarde, perchè la guerra ripresa non corresse l'orribile rischio di cominciare con un'avvisaglia fra Piemontesi e Toscani.
«Questo contegno del Governo Sardo è per me inesplicabile: mi affretto però a chiedere confidenzialmente tutte quelle spiegazioni che reputerete più opportune a togliere di mezzo i dubbii che la condotta del vostro Generale insinua gravissimi nell'animo mio.
«Avvezzo a conoscere le tergiversazioni e gl'indugi, coi quali il Governo Piemontese ci ha condotti e tenuti sospesi sulle cose di Lunigiana, io non posso infatti considerare come un semplice avvenimento di guerra, quello della occupazione di Pontremoli e Fivizzano, e credo quindi avere il diritto di ottenere convenevoli spiegazioni.
«Per ciò che riguarda poi il Piemonte, io non penso che egli farebbe opera utile neppure a sè stesso, cominciando con tali atti la guerra, e non correggendoli colle spiegazioni opportune. Non penso neppure che il Governo siasi portato convenientemente coll'istesso Valerio, che di tutte queste cose va ignaro, e al quale noi abbiamo resa testimonianza di tutta fiducia, e pei diritti d'un'antica personale amicizia, e più per quelli della rappresentanza d'un Popolo fratello.
«Che anzi in questo stesso momento mi giunge notizia, che la presenza di truppe sarde in Lunigiana abbia già suscitato una serie di atti di rivolta, contro i quali io v'invito a protestare energicamente, dichiarando lo scopo dello stanziamento delle dette truppe, e invitando quella popolazione alla più severa osservanza degli ordini stabiliti. Che se il Governo Piemontese poi non vorrà aderire a queste mie giustissime richieste, io sento il dovere d'ammonirvi delle tristissime conseguenze di un simil contegno, e di farvi noto che dove per voi si tenti di rompere guerra alla Toscana, menomando il suo territorio o _fomentando la ribellione_, la Toscana potrebbe bene accettarla e fare proclamare la Repubblica a Genova, e sostenere con altri mezzi una ostilità sconsigliata, colla quale dareste principio a una serie forse infinita d'errori e di colpe, e dalla quale penso che aborrirete come ogni generoso Italiano.
«Qui dunque è necessario che il Governo Piemontese dichiari apertamente i suoi intendimenti, e corregga l'odiosità delle apparenze colle prove più amichevoli verso di noi.
«Io e il Governo che rappresento non abbiamo che una via, e la percorreremo energicamente (e il Proclama che vi accludo e la Legge sull'imprestito coatto vi faranno fede di ciò); ma se le nostre relazioni non sieno accompagnate dalla più illimitata fiducia, noi non potremo percorrerla più, e su voi ricadrà tutta l'odiosità della nostra impotenza. Si tolga dunque di mezzo ogni causa che spenge l'entusiasmo e l'amore che deve congiungere i due Popoli e i due Governi, e speditemi quanto prima potete le spiegazioni che chieggo. Vi saluto distintamente ec.
«Dalla Residenza del Governo Provvisorio Toscano, li 17 marzo 1849.»
Nonostante che il Governo Provvisorio questi casi sentisse amaramente, e lo significasse al Ministero Sardo, dissimulava il torto; e così, riportando il Proclama del Generale La Marmora, coloriva la cosa nel _Monitore_ del 22 marzo 1849:
«Il Generale La Marmora alla testa di un numero considerevole di Piemontesi è entrato in Lunigiana; _e in forza di alcune disposizioni che il Governo Sardo aveva preventivamente concordato col Governo Toscano, per causa della guerra_, è da sperarsi che nulla conturberà il momentaneo ricovero richiesto e ottenuto dalle truppe piemontesi nel suo passaggio.»
Il Generale La Marmora pubblicava entrando il seguente Proclama:
«Abitanti della Lunigiana!
«Il Piemonte ha tenute le sue promesse. Spese l'intervallo della tregua a rinforzare e migliorare l'armata, senza perdonare a sacrifizio di sorta; accresciutene le file di ben 40,000 uomini, ecco che dichiara la guerra, ed il Re si pone alla testa della magnanima impresa. Per cooperarvi ho ordine di passare fra voi; ma la mia momentanea occupazione di coteste valli non è che militare, ed affatto estranea alla vostra interna politica. Qualche incomodo vi recherà forse il nostro passaggio. Ogni cosa sarà però pagata esattamente, nè d'alcuna molestia v'avrete a lagnare. Noi non vi chiediamo che un momentaneo ricovero; e ben lo speriamo nella nostra qualità di fratelli vostri, e per la missione nostra di liberare altri comuni infelici fratelli. — E siccome la santa causa che siamo chiamati a sostenere vi desta nell'animo quelli stessi generosi sentimenti che noi nutriamo, il comune entusiasmo si confonda col solo grido di
«Viva la Indipendenza Italiana.
«_Il Generale_ — ALFONSO LA MARMORA.»
Io non accuso, mi discolpo, e neanche spontaneo, ma costretto; e non sono andato già io a ricercare queste carte importune, bensì l'Accusa, e le ha stampate, ed ora vendonsi; sicchè trovandosi oggimai di pubblica ragione, chiedo in grazia di non essere ripreso di poco cuore, come quello che alla dignità della Patria non abbia saputo donare il proprio silenzio. Però supplico fervorosamente Dio a volere che queste carte, invece (come altri iniquamente spera) di somministrare materia a nuove ire, persuadano la tolleranza scambievole che nasce dal sentirci tutti quanti siamo non immuni da errore; insegnino ad assumere la severa gravità ch'è indizio di Popolo che si rigenera, e consiglino gl'improvvidi scrittori, avvegnachè il Sammaritano non infondesse nelle piaghe del trafitto asfalto, ma vino e olio; ed è così soltanto che possono dirsi pace anche i Giudei ed i Sammaritani.
Esaminiamo adesso se la protervia mia nello attraversare il disegno della Restaurazione, e nello instituire ad ogni costo la Repubblica, mi facessero meritevole di cosa, che per demerito altrui non si giustifica mai, voglio dire il tradimento.
Le mie tergiversazioni, per gittarmi poi al Partito trionfatore, indignarono forse gli animi dei Costituzionali ortodossi, come hanno commosso i Giudici del Decreto del 7 gennaio 1851, sicchè vollero venire a mezzo ferro e farne un fine? Questo supposto può scriversi dai Giudici, ma non può sostenersi da cui goda del bene dello intelletto, perchè le mie informazioni sì antiche che recenti m'istruivano che i toscani Popoli avversavano le forme repubblicane. Riporto a testimonianza di fede, davanti gli uomini di tutti i partiti, i Documenti che seguono. — Per somministrare schiette e leali notizie ai miei avversarii, che parteggiavano per la Repubblica impossibile, domando al Governo di Livorno: «Ditemi se gioverebbe più ad animare o la idea della difesa della nostra terra, o la idea della Repubblica. _Intendo che si presenta lo spirito di tutto il Popolo, non già di una classe o di una fazione._»[643] Rispondeva il sagace uomo Avvocato Massei:
«Al Cittadino Guerrazzi, Rappresentante il Governo Toscano.
«Crederei più opportuno toccare in genere della difesa della Patria contro lo straniero, piuttosto che della forma di Governo col Popolo. Così faccio io nelle mie brevi parole al balcone, e non senza qualche effetto.»
Avuta questa risposta, insistevo col Dispaccio telegrafico del medesimo giorno:
«Continui sempre a consultare lo spirito pubblico. Animi per la difesa del territorio. Purchè vogliamo davvero, difenderemo il Paese dall'invasione straniera. Chiunque vuol tutelare la Patria, parta subito e faccia massa a Firenze. Qui si istruiscono, e poi s'inviano al campo. Essendo uomo di Governo, non le raccomando di ridurre i Livornesi a temperanza e modestia, e al vero amore della libertà.
«D'Apice è in viaggio. Ricevetelo come merita. Gioventù, alle armi. La Patria non muore mai.»
Interrogato con diligenza il Prefetto di Pisa, informava sollecito: «La Unificazione con Roma ha contro di sè l'opinione generale. La difesa del Paese sarebbe la formula che concilierebbe senza confronto il maggiore consenso. Ciò ritenuto, il pronunziarsi per questa gioverebbe in quanto a rassicurare da ogni inquietudine sulla Unificazione. Ma anche la formula della difesa non va esente dalle difficoltà per lo spirito delle popolazioni di campagna poco disposte ad adattarsi ai mezzi di esecuzione. È verità, e bisogna dirlo.»
Il Prefetto di Lucca anch'esso: «La Unificazione con Roma aumenterebbe i mezzi materiali, ma diminuirebbe i morali religiosamente e politicamente; nel primo senso sarebbe preferita; nel secondo temuta e schivata.»[644]
Uguali rapporti venivano dalle altre provincie toscane, i quali non mi è dato riferire, però che nel Volume dei Documenti dell'Accusa io non li trovi impressi, e gli Archivii non mi sieno stati conceduti fin qui. Nonostante questo, è sicuro che tutti suonassero nella stessa guisa, avvegnadio nella conferenza segreta del 3 aprile io dichiarai espresso la Toscana procedere, per la massima parte, avversa alla Repubblica ed alla Unificazione con Roma, e il Ministro dello Interno, più tardi, nella pubblica Assemblea, adempiendo al suo dovere, senza rispetto significò: «Vi sono Rapporti dei nostri pubblici funzionarj, e dei pubblici funzionarj di un ordine più elevato (per esempio i Prefetti) intorno alla idea della Unificazione della Toscana con Roma. Se debbo qui fedelmente esporre quello che a me da questi funzionarj vien riferito, dirò, che la massima parte della popolazione toscana recalcitra alla immediata Unificazione con Roma: alcuni perfino ne fanno argomento di timore per non poter conservare l'ordine pubblico, quando questa Unificazione fosse legalmente e definitivamente proclamata da questa Assemblea, mentre all'opposto la opinione contro qualunque ingiustissima invasione straniera potrebbe crescere fino al furore.»
Nel 2 aprile 1849 indirizzo al signor Presidente dell'Assemblea Costituente Toscana la lettera seguente:
«Signor Presidente dell'Assemblea Costituente Toscana.
«In coscienza, e sopra l'anima mia, considerate attentamente le volontà e le cose, io credo che non possa salvarsi, o almeno tentare di salvare il Paese, laddove non siano dall'Assemblea consentite queste cose:
«1º I pieni poteri non sieno illusione nè facoltà che scappano ogni momento di mano, ma libero esercizio di pensare e attuare subito quanto si reputa necessario per la salute della Patria.
«2º Proroga dell'Assemblea a tempo determinato o indeterminato, con obbligo nel Potere Esecutivo di non risolvere intorno alle sorti del Paese senza consultarla, — pena la dichiarazione di traditore.
«3º Sospensione di ogni quistione intorno alla forma del Governo.
«4º I Deputati rimangano a Firenze per condursi a richiesta del Potere Esecutivo, in qualità di Commissarii per la Guerra, nelle Provincie, e sovvenirlo in altra maniera.
«Per me non vi vedo altra via. L'Assemblea deliberi. Scelga chi vuole per Capo, Dittatore, o che altro; le parole sono nulla, le cose tutto. Io sarò lieto di mostrare come deva obbedire chi ama la Patria davvero. Addio.
«A dì 2 aprile 1849.
«Amico — GUERRAZZI.»
Chiamo i signori Prefetto Massei e Consigliere Paoli a Firenze per assistere alla Tornata dell'Assemblea del 3 aprile, perchè essi somministrassero schiarimenti sul modo col quale avevano saggiato lo spirito pubblico allorquando, a Livorno e a Pisa, lo avevano detto contrario alla Repubblica, e la opinione loro sostenessero apertamente.[645] In quel giorno mi viene offerto da Livorno un Battaglione di Volontarii, ed importa apprendere il come: «Feci conoscere (scrive Massei) al Ministro dello Interno la necessità di decidersi per l'accettazione o il rifiuto della offerta di un Battaglione di Volontarii fatto da alcuni patriotti livornesi, sotto nome di _Battaglione repubblicano, pronti a renunziare al nome_.»[646] Ed io rispondo come si legge a pag. 625. Poche ore dopo, riparando all'oblio del nome, con Dispaccio telegrafico, aggiungo: «il Battaglione può chiamarsi _Del Fante_, livornese, morto a Krasnoie. Ritenuto quanto ho detto su le armi e su gli Ufficiali, si metta in via.»[647]
Nel giorno 3 aprile accadde la Seduta memorabile dell'Assemblea, nella quale per certo io non lusingai parte repubblicana, nè essa lusingò me, e fu detto di sopra: in quel giorno stesso certo ufficiale della Posta mi portava un plico aperto diretto a lui, dove stavano incluse lettere per gli spettabili signori Ottavio Lenzoni, Cesare Capoquadri, Orazio Ricasoli, Gino Capponi, conte Serristori, ed altri parecchi, di cui non rammento il nome, raccomandandogli che facesse recapitarle al domicilio dei segnati. Sospetto era lo invio; ritenni si trattasse di trame, e il tenore della lettera breve mandata all'ufficiale confermava grandemente il dubbio: pure rimisi ai mentovati Signori le lettere col sigillo intatto, e solo gl'invitai a non volere partecipare ad intrighi, rendendomi più grave il fascio già troppo per le mie braccia. Ora ho da dire che commisi al Segretario scrivesse conoscerne io il contenuto, ma il fatto sta che, non avendole aperte, io non lo conosceva. Siccome al mondo tutta cortesia non è anche spenta, così qualcheduno, a cui duole del mio non degno strazio, mi fa tenere per mezzo del mio Difensore una copia della lettera da lui ricevuta onde me ne valga, la quale dichiara così:
«Al vero Cittadino.
«Non vi è tempo da perdere. Movetevi una volta con coraggio, senza timore. La Toscana tutta reclama anche da voi la sua salvezza, ed è dovere di farlo. Correte, ma subito, dai soggetti in calce notati; stringetevi con i medesimi, e _d'accordo col Municipio andate da Guerrazzi per concertare il modo, prima per tutelare l'ordine, e quindi per salvare la Patria da una invasione austriaca_. Il Principe confida anche in voi, e i Toscani non dimenticheranno il vostro nome, che sarà scolpito in un monumento inalzato a eterna memoria dei benemeriti della Patria.»
N. B. La lettera non ha data, ma ha il bollo di Posta del 30 marzo 1849, ed è scritta, o sottoscritta così: «IL COMITATO DEI VERI CITTADINI.»