Apologia della vita politica di F.-D. Guerrazzi

Part 54

Chapter 543,491 wordsPublic domain

I fatti, che per sofisma o per calunnia non si tramutano, hanno dimostrato fin qui come, il Principato Costituzionale cedendo il campo, subentravano inevitabili ad occuparlo la Repubblica e l'Anarchia. Parte repubblicana era poco numerosa fra noi, nè di Toscani tutta, ma audace e gagliarda, sovvenuta dalle voglie dell'accesa gioventù, cui sembra spesso che per potere basti desiderare: onde è sicuro che quella parte, come voleva, avrebbe potuto, nello sbigottimento universale, cacciare le mani nei capelli al Paese, e strascinarlo colà dove ella mirava: però ammaestrando la esperienza, che i pochi contro ai molti inerti o repugnanti, senza ricorrere ai partiti estremi, non durano; in breve, siccome già si appoggiavano, avrebbero dovuto i Repubblicani darsi interi in balía, non dirò al Popolo minuto (conciossiachè il nome di Popolo suoni sempre reverito alla mia mente), bensì alla plebe che del Popolo è piaga. La plebe soverchiata, indi a poco parte repubblicana avrebbe regnato come regna il fuoco. Commesso io alla salute del Paese, credei riparare nella consultazione del Popolo toscano per mezzo del suffragio universale come ad asilo ultimo ed efficace. Da una parte non lo potevano rinnegare i Repubblicani, perchè da loro medesimi professato; dall'altra tornava accetto ai Costituzionali, perchè somministrava loro tempo di riaversi: finalmente era desideratissimo dal Popolo; perchè trattandosi di disporre di sè, gli pareva giusto poter dire anch'egli, una volta, la sua. Intorno ai fini e ai presagi di questo provvedimento non occorre dire altro, avendoli a suo luogo con abbondanza di ragioni spiegati. — Ora i Repubblicani, dubitando contrario lo esito del voto universale (e con parole espresse il dubitare significano),[588] tentano, e più volte, le vie della violenza; violenze e lusinghe cadono davanti la probità del provvedimento, la costanza dell'uomo.[589] Frattanto la plebe ribolle commossa per un fine, e muoventesi per un altro, sicchè poi gli stessi agitatori ne hanno paura. In mezzo a perturbazioni, per varietà infinite, per impeto stupende, procede il mio concetto. Con la Legge del 6 marzo, al Popolo toscano la padronanza piena e legale per disporre di sè restituisco, e non limitando (che questo non poteva io), ma stabilendo la norma con la quale dovesse esercitarsi il mandato, prevengo la opposizione che i Deputati non abbiano già a deliberare, bensì, e unicamente, a ratificare. L'elezioni _protette, e liberissime_. Il Popolo non accorse nella copia sperata; e di ciò un poco fu colpa la consueta inerzia, un poco la nuovità degli ordini politici, e molto le dissuasioni dei parrochi; nel che operarono, a mio parere, poco avvisatamente; avvegnadio, messa da un lato la paura di possibile scomunica votando per la Costituente Italiana, egli è sicurissimo che non vi era pur dubbio del non incorrerla votando per la Costituente Toscana; e somministrando questa onorata via per assettare di quieto il Paese, parmi che avesse dovuto da loro con ogni maniera di ufficii promuoversi. Nondimeno nè anche si potè dire scarsa la votazione; dacchè il numero dei voti sorse nel Compartimento Fiorentino ai 28,231, nel Lucchese a 2618, nel Pisano a 6341, nel Sanese a 9288, nello Aretino a 6687, nel Pistoiese a 4418, nel Grossetano a 5288, nel Livornese a 11,781, nello Elbano a 909, nel Massetano e Carrarese, a 893, nel Garfagnino a 704, e nel Lunense a 702. Il Partito che si vantò, e tuttavia si vanta, unico ortodosso costituzionale in Toscana, quando si conobbe pressochè escluso dalle elezioni, gridò _desolazione dell'abbominazione_ sopra la Babilonia fiorentina; e non pertanto uscì dall'urna una maggiorità di uomini che volle e seppe rappresentare il principio costituzionale del Paese, ed anche qualcheduno che minacciato dalla plebe delle tribune ebbe cuore per esclamare: «Piuttosto morire, che lasciare per viltà il seggio di Deputato.»[590] La Guardia Nazionale fiorentina interpellata con rito solenne, se le bastasse l'animo di tutelare l'ordine interno della città, e l'Assemblea nello esercizio del suo ufficio, rispose affermativamente, e quindi ambedue vennero alla sua fede commesse. La parte repubblicana, tentando far votare la Repubblica per acclamazione, venne repressa; e tanto più da me si volle grave e speciale consulta, intorno al deliberare le sorti politiche del nostro Paese, in quanto che mi pervenivano quotidiani rapporti che mi confermavano nella conoscenza antica del rifuggire che faceva la Toscana dal reggimento repubblicano. Le notizie della guerra, dubbie prima, varie poi, alla fine infelici, anzichè sbigottire gli animi repubblicani gli accesero, come suole, di stupendo furore: me accusarono in faccia di fellonia; me venduto, e venditore!.... Tali enormezze ero destinato a sentirmi dire dopo quarantasei anni di vita onorata! E se tradissi io, e se me e altrui vendessi, ora lo vedete a prova. — Poichè alle mie parole non credevano, le mie insinuazioni aborrivano, alle mie stesse preghiere imprecavano, provvidi l'Assemblea si prorogasse, e i Deputati nelle Provincie si spedissero, e ciò in prima perchè la nuova esaltazione si calmasse, e il tempo porgesse consigli più adattati ai casi; e poi perchè i Deputati tornassero ad attestare della fedeltà dei miei rapporti; lasciando pure che, sotto pena d'infamia a me, decretassero il divieto di mutare forma di Governo, inconsultata l'Assemblea: però che questo non volessi fare io.

Tutto ciò fu detto, chiarito, con documenti provato, e comprendo ottimamente che l'Accusa degli spessi riepiloghi abbia a sentire fastidio grandissimo, e forse ancora orgoglio del suo stile laconico di faccia allo asiatico mio: nonostante questo, mi è parso non dovermi trattenere dal dire, confortato dalle parole e dallo esempio del Foscolo, il quale, condotto a scolparsi davanti al Direttore della Polizia del Cantone di Zurigo, così gli scriveva:

«Da tutte queste cose che io mi assumo di esporle, e dalle troppe parole che ho fin qui speso, m'avveggo con mio rincrescimento che io la costringo alla noia di prolissa lettura. L'apologia è cosa sì infelice per indole sua, che non può aspirare neppure a scansare la verbosità. Perchè, dove a lei, signor mio, basta una sillaba, un atto arbitrario, un cenno muto, a macchiarmi, — a me bisognano narrazioni, esami, allegati e convincentissima serie di ragionamenti, a lavarmi.

«E incomincio anco a sentire che l'uomo al quale è conteso il tacere trova compenso nello spassionarsi di tutte le ragioni che aveva represse dentro il suo petto. Socrate sapeva ch'ei, giustificandosi o no, era precondannato a morire; pur (se Platone merita fede) perorò per lunghissime ore a' suoi giudici; e quando ei fu sentenziato, gli andava pur tuttavia intrattenendo a parole: — O Ateniesi, ora che voi avete fatto il voler vostro mandandomi a morte, io il debito mio rassegnandomi, voi ed io non abbiamo da far altro di meglio fuorchè il conversare fra noi: ond'io parlerò, e non rincrescavi d'ascoltarmi, e rispondere.»

Fino al punto a cui mi sono fermato, la linea è retta per lo scopo a cui incammino la mia politica. Ora pertanto come potevo _tergiversare_ o _ravvilupparmi in subdoli partiti_ dopo il Decreto dell'Assemblea del 3 aprile, _se fino al 15 aprile ella si era prorogata, e fino a quel termine non si poteva discutere della forma del Governo da darsi alla Toscana_?

Udite adesso di grazia che cosa vi dice il Procuratore _Regio_ D'Arlincourt. Egli vi narra: — «come io ingannassi da una parte e dall'altra, e però fossi da entrambe percosso.» — Poco dopo: — «come io, trattando più tardi col Municipio, giuocassi partita doppia,» — nonostante che abbia scritto poco sopra: — «come io troppo possedessi di sagacia e d'ingegno per non comprendere dai casi avvenuti e che avvenivano in giornata, che stava per accadere imminente la restaurazione del Granduca.»[591] — Questi sono martirii del senso comune, e Dio volesse che il nobile Visconte e compagni avessero crocifisso il giudizio soltanto! Ai giorni che corrono, di giudizii temerarii non è davvero a lamentarsi penuria; pure io aveva creduto fin qui, che lo scrittore, quando col suo cervello di farfalla non corre pericolo soltanto di commettere leggerezza, bensì di gettare un peso nella bilancia dove è librata la vita dell'uomo, dovesse avvertire che un grano più di pudore non guasterebbe certamente i fatti suoi: e le proteste di non volere pregiudicare, e poi lavorarti di straforo, ormai sono abiti usati così, che la vecchia ipocrisia li vendè al rigattiere, dal quale gli ha comprati la ipocrisia nuova, e, per averli rifatti nelle manopole e nel bavero, crede, che non le sieno riconosciuti addosso.

Rimane adesso a vedersi come io adoperassi i brevi giorni, che dal 3 al 12 intercedono, e ciò rispetto: 1º alla difesa della Patria; 2º alle disposizioni per la Tornata dell'Assemblea del 15 aprile. Parlerò prima della guerra, o per meglio dire della difesa delle frontiere. Fino dall'8 agosto 1848 a mediazione dei Ministri delle Potenze estere fu convenuto come lo esercizio di siffatto diritto non potesse somministrare all'Austria argomento di aggressione; nè il patrocinio stesso poteva ora mancarci, e non ci mancava, molto più quando ci fossimo ricondotti al pristino stato di cose di quieto. Non vale obiettarmi, che in questo disegno tornavano inutili gli apparecchi guerreschi: imperciocchè gli uomini che fanno mostra volersi difendere, vengono sempre più rispettati;[592] ed è sicuro che otterranno patti migliori, di quelli che disarmati si mostrano, e disposti ad accettare ogni carico si voglia loro imporre: laonde Ugo Foscolo meritamente deplora come causa suprema delle sorti infelici del Regno Italico la dissoluzione dello esercito provocata dal partito liberale.[593] E neppure rileva opporre, che le nostre armi inferme e poche non avrebbero potuto durare contro lo sforzo austriaco; dacchè anche lo esercito italico di faccia alle forze alleate si trovasse in condizioni perverse: ma gli altri ti aiutano quando mostri di volerti aiutare; la debolezza, che non è colpa tua, consiglia la compassione altrui; la propria abiezione provoca ira; e quando veramente una necessità grandissima non prema di sgarire un punto, anche i poderosi calano a partiti comportabili. Eranmi conforto a proseguire nello arduo cammino le parole che mi venivano porte da quei dessi, ch'ebbi a sperimentare, ora più ora meno copertamente, sempre avversi, e che in fatto di Governo Costituzionale presumevansi allora, e tuttavia si presumono, possedere del Governo Costituzionale la pratica, e la scienza. Lodavano la rigettata Unificazione con Roma; il concentramento del potere in un solo Magistrato approvavano; e a questo rivolgendosi raccomandavano, che a salvare la Toscana adoperasse quei partiti che la esperienza gli persuadesse migliori: quindi dicevano due essere i mali che minacciavano la Patria, la guerra civile e la possibile invasione austriaca; laddove queste due calamità egli fosse giunto ad allontanare, gli _promettevano riconoscenza solenne_. Se i tempi fossero corsi meno infortunosi, avrebbero saputo dare più forti consigli; però, comunque acerba ne flagellasse la sventura, doversi, mercè il concorso dei _Municipii_, mantenere libero lo Stato da invasione straniera, e incolumi le _istituzioni costituzionali aborrite dalle fazioni reazionarie_, la pubblica tranquillità, le proprietà, e le persone minacciate dai turbolenti di ogni Partito: breve, salvare quanto più dell'onore e della indipendenza nazionale si potesse.[594] Grave soma davvero era questa per le mie spalle; sicchè parendo al Partito _preteso ortodosso_ che io non potessi uscirne a bene, determinò fare da sè; ed avendo capacità, e coscienza di riuscire meglio, prudentemente decise, e di ciò non lo incolpo. _Però a mio parer non gli fu onore_ mancarmi di fede, se dubitò che io non sarei arrivato a salvare le libere istituzioni; non gli fu onore precipitarmi dentro uno abisso di miseria, se tenne che non avrei prevenuto la discordia civile; non gli fu onore ribadire il chiodo con la calunnia, se pensò che per me non si sarebbe potuto preservare il Paese dalla invasione straniera. Nondimeno ritengasi, che nel 29 marzo gli ortodossi Costituzionali di Firenze me reputavano per _volere_ e per _sapere_ adattato all'ardua impresa.

Vediamo pertanto, da quel punto in poi, in che cosa peccassi, perchè di amici mi si avventassero ad un tratto tanto acerbamente nemici. Qui accorrano i Toscani tutti, si chiariscano a prova, e giudichino poi se io abbia commesso colpa per la quale cristiani e gentiluomini dovessero credersi assoluti dall'usare meco quella fede, la rottura della quale anche tra' popoli più barbari è reputata indegnissima cosa! Due pertanto erano i fini alla mia cura commessi, come sempre furono, cui si provvedeva con apparecchi guerreschi, e con interni ordinamenti.

Cavalli pel treno, e copia di cannonieri per diligenza del Ministro della Guerra si procurarono.[595] Qui in Firenze, senza distinzione di parte, chiamo quanti sentono in cuore carità di Patria, e gli scongiuro di recarsi ai confini.[596] A Livorno commetto che mandino vie via gli arruolati per farne la massa in Firenze; a provocare lo arruolamento si adoperino i mezzi meglio efficaci, impegnandovi Sacerdoti, Circoli, e Popolani;[597] più tardi ordino, le armi da caccia si requisiscano, agli schioppi da guerra sostituiscansi, e qua a Firenze le armi, e i Volontarii si avviino;[598] di nuovo domando armi, perchè in Firenze dalle Provincie già accorsero mille giovani, e non so come armarli; accetto un battaglione intero di Livornesi Volontarii, purchè portino le armi, e gli Uffiziali si sottopongano agli esami i quali hanno a dimostrarli degni, che per _costume_ e per _perizia possa loro affidarsi il sangue dei fratelli_;[599] informato che in Livorno si trovano 2000 schioppi, prescrivo si prendano, giudicando il proprietario Italiano abbastanza per chiamarsi soddisfatto quando gli venga retribuito il giusto prezzo.[600] Da Lucca si aspettano parecchi montanini per arruolarsi; il Municipio lucense con ogni sforzo seconda le diligenze del Prefetto.[601] Il Prefetto di Pisa, sussidiato da uomini di seguito nel Popolo, confida trarre gente dalle campagne.[602] A Lucca le armi da caccia si prendono, e, dandole in cambio delle guerresche alla Guardia Nazionale, con queste si armano i Volontarii.[603] D'Apice provvede di comandante la Guardia Nazionale di Livorno adattato a mobilizzarla sollecitamente.[604] La Gioventù livornese viene confortata da me a mostrare virtù pari al pericolo.[605] Romanelli eccita la gioventù aretina;[606] Franchini, soldato della Indipendenza, lasciato il Ministero accorre alla difesa dei patrii colli; Morandini, forte uomo, a ragione pensando che quando lo straniero minaccia la Patria, il mandato vero del cittadino sia di volare a difenderla, si dimette dalla Deputazione, e va al campo.[607] Le armi di nuovo con più sottile ricerca a Lucca e a Livorno requisisconsi, e si ottengono.[608] Prometto (consentendo alle istanze di Giorgio Manganaro) condurmi a Livorno; intanto, esortata la Guardia Nazionale fiorentina a non mancare alla Patria, due Compagnie del mezzo Battaglione che usciva di guardia senza prendere riposo vogliono partire.[609] I Cacciatori volontarii di Costa e Frontiera chiamati a formare un Corpo di riserva.[610] Il Gonfaloniere Fabbri, compiacendo al suo genio e alla carità della Patria, fatto appello ai sentimenti generosi della Gioventù livornese, conchiude con queste memorabili parole: «Giovani generosi, caldi di amor patrio, questo è il momento più bello della vostra vita. Da voi la Patria attende la propria salvezza. Dio non abbandona gli oppressi. L'ora del risorgimento è suonata. Le armi soltanto ponno decidere dei nostri destini.»[611] Provvedo mandarsi mezzo milione di lire per armi, e da Livorno chiedo prima armi, poi gente,[612] e le armi si mandano.[613] Maremma invia Volontarii, ma pochi; quelli raccolti e istruiti a Firenze, richiesti dal Generale, partono pel campo.[614] Chiamato da Livorno il Battaglione Del Fante, continuo a esigere armi; i Livornesi rimprovero di iattanza; ordino tolgansi le armi alla Guardia Nazionale; — poco frutto fa Lucca.[615] La Legione Accademica è riconcentrata in cotesta città.[616] Acquistansi nuove armi a Livorno.[617] Tommaso Gasperini, Ermolao Rubieri e Angiolo Angiolini, rinunziati gradi superiori della milizia cittadina, si arruolano e partono soldati, esempio grande di modestia e di virtù.[618] Nel giorno 6 pubblico il Manifesto alla Gioventù fiorentina;[619] ai Sacerdoti dichiaro non trattarsi adesso di Unificazione con Roma, nè di forma di governo; ai Conservatori, che mal conserva chi si espone a vedere tutto disperdere; agli affezionati del Principe, che badino trattarsi adesso di mantenere intero lo Stato, affinchè egli tornando non abbia a trovarlo menomato, e ne faccia loro rimprovero; ai Repubblicani, che la Repubblica, _perfettissima forma di governo per uomini perfetti_, non è frutto maturo pei nostri denti, o a meglio dire per le corrotte anime nostre: e che intorno al riordinamento del Paese, le Leggi dell'Assemblea si hanno a venerare come precetti di Dio. Intanto vadano, combattano, e mostrino la loro virtù. Civici livornesi concentrati a Pisa; i Bersaglieri e i Volontarii chiamati a Firenze; provvedersi armi.[620] Al Gonfaloniere di Livorno scrivo il Dispaccio riportato a pag. 53 di questa _Apologia_, dove me dico infame, se per dispiacenze private ricusassi una pace, che può avvantaggiare la difesa della Patria; componga B. un Battaglione, cotesta anzi essere la via unica per ridonargli l'amicizia antica; spedirò appena raccolto il battaglione in Garfagnana; raddoppinsi tutti. Nel solo Generale D'Apice si riunisce tutto il comando.[621] Ordino al D'Apice in ogni evento _regga in Garfagnana, e cuopra Massa e Carrara_; spingo al campo tutta la milizia di Linea; raccomando le provviste. A Livorno Giorgio Manganaro instituisce una Commissione che di nuovo si dia a ricercare le armi, e le prenda per la difesa della Patria.[622] Il Ministro della Guerra provvede a formare prontamente un Corpo di Zappatori.[623] Da Carrara muovonsi Volontarii per San Marcello, e per altri punti della frontiera.[624] Rimproverato Livorno di tepidezza, lo accendo con lo esempio di Firenze, che manda già milletrecento uomini a Lucca.[625] Livorno spedisce 700 Volontarii ed armi a Firenze,[626] donde poi la _calunnia dello averli io pretoriani miei chiamati quaggiù_. Armi tolte ai Circoli,[627] donde poi _sicurezza intera alla libertà del prossimo voto dell'Assemblea_. Schioppi requisiti sotto multa di lire cento a chi dentro tre giorni non li depositasse al Municipio: i Civici impotenti a marciare depositino i loro presso i Capitani, per armarne i Volontarii in procinto di partire,[628] _donde poi la calunnia, che io disarmassi la Guardia Civica per dominare tiranno la città_. Partono da Firenze 800 Volontarii, altri 800 se ne aspettano da Livorno per organizzarsi.[629] — Invece di mandare soccorsi a Genova, tento potere ottenere armi dall'arsenale di cotesta città.[630] — Da capo mi chiamo parato a rimettere ogni ingiuria, purchè i miei offensori accorrano alla difesa della Patria: sempre _dimenticai tutto_ (io dico), _e saranno prima stanchi di offendermi, che io di perdonare_. — Vengono armi ed armati da Livorno: m'impegno trasportarmi io stesso al campo.[631] Il Gonfaloniere di Pisa, Ruschi, chiama gli scolari assenti, i quali rispondono allo invito, e vogliono essere incamminati a Lucca, quantunque non compresi nella nota firmata alla Università di Pisa.[632] Da Livorno 20 cannonieri toscani, e 18 americani, domandano potersi condurre ai passi dello Abetone. Manganaro spedisce archibugi.[633] — In virtù della solerte opera del Governatore provvisorio e del Gonfaloniere Fabbri, Livorno manda ancora 205 Volontarii, ed altri ne promette.[634] I Municipali tutti sono diretti a Lucca.[635] Accetto i soldati lombardi alle stesse condizioni del Piemonte, se armati ed organizzati; diversamente si lascino andare.[636]

Questo, secondo che ricavo dagli scarsi Documenti autentici che mi trovo fra mano, è quel poco che per me fu fatto, inefficacemente forse, ingenerosamente non già, per tutela del Paese e per salvezza del suo onore. Se mi verranno, come spero, consegnati gli Archivii, potrò ordire più completa Storia; per ora non ho voluto avanzare niente altro, perocchè non mi fosse fatta abilità di appoggiarlo con prove: tale e tanta è la grandine della bugie ai tempi nostri, che oggimai temo che anche il galantuomo corra risico grande di non essere creduto, dove non porti seco in tasca quattro testimoni almeno, che affermino con sacramento la verità delle sue parole. Di più non seppi, nè potei fare: armi e armati raccolti; gioventù commossa; Partiti tutti con preghiere richiesti; anche il ritorno del Principe accennato, come motivo di difesa per serbargli intero lo Stato; Deputati spediti Commissarii in Provincia (più oltre dirò peculiarmente di loro); Guardie civiche mobilizzate; Milizie stanziali, Municipali tutti mandati alle frontiere; Volontarii organizzati; Legioni accademiche ricomposte; e, in quanto a me, oblio delle offese in benefizio della Patria con pienezza di cuore accordato, obbligo di correre io stesso alla frontiera assunto. Capisco che scarsi meriti sono questi per pretendere lode, e non la pretendo; solo non parmi che dovessero fruttarmi l'odio del Municipio fiorentino e della Commissione Governativa. Pensai io, e credo che tutti quelli i quali sentono onore pensassero allora, che un motivo armato dovesse da noi farsi, e in ogni caso e sempre a benefizio delle Provincie, che con tanto amore si erano alla fede toscana commesse. Dopo il Decreto del maggio 1848, e dopo le dichiarazioni profferite dal Governo pel fatto dell'Avenza, a operare in questa guisa consiglio prudente e religione di promessa persuadevano. Nè vale dire, che nel presagio della insufficienza degli aiuti fosse meglio non darli; conciossiachè, da un lato, simile contegno apra una porta da rimessa alla ingratitudine, e dall'altro i derelitti non ti menino buona la scusa, ed a ragione, chè da cosa nasce cosa, e la fortuna nelle vicende umane tiene massima parte, e, finchè la speranza ha fiore di verde, tale risorge che si credea spacciato, onde gli antichi costumavano spesso quel detto, che Anteo battendo la terra si rilevava più forte. Nè per mantenersi in fama di onesti bisogna avere promessa lunga e attendere corto; e, se non erro, assai più giova essere parchi a stendere la mano, che facili a lasciare coloro che si raccomandarono a quella.