Apologia della vita politica di F.-D. Guerrazzi
Part 52
Dei firmati, ne fecero colpa allo egregio amico P. A. Adami; e questi non tacque averla sottoscritta, perchè la conobbe provvidenza necessaria a salvarmi e a salvarsi da pericolo imminentissimo; e fu reputato sincero: così che la porta del carcere gli venne dischiusa; — certo non avranno ommesso di rampognare il defunto Colonnello Manganaro, uomo di molta virtù; ma egli sembra che avesse la fortuna, la quale a me non arrise finora, di trovare orecchie alla persuasione non disperatamente impenetrabili, conciossiachè i giorni che visse ultimi della vita onorata non gli furono fatti amari con lo squallore del carcere infame.[578]
La Seduta del 29 marzo si apre con le dimostrazioni del Partito Repubblicano avverse al voto della notte del 28: voglionsi pubblicati i nomi dei consenzienti e dei dissidenti, per esporli alla popolare indignazione. Il Deputato Manganaro[579] contradice la proposta, ma dichiara: «Frattanto ho _il coraggio_ di asserire, che io votai per il Potere Esecutivo conferito al Cittadino Guerrazzi; _e nulla temo avere opinato_ in tal modo.» Così eravamo arrivati a tal punto col Partito Repubblicano, che era _pericolo_ procedermi amico, e per dichiararlo vi abbisognava _coraggio_; e questo avrebbe dovuto avvertire chi giudica. Un Deputato propone la Legge di cui lo scopo è la _Unione assoluta con Roma_, e però implicitamente la dichiarazione della Repubblica e la decadenza del Principe. Nella Seduta del 30 marzo il Deputato Marinelli riassume la interpellazione mossa nel 29 dal Deputato Giotti per sapere da me se avessi mandato _una Deputazione a Gaeta_: intende che vi risponda pubblicamente, _perchè simile notizia si va insinuando fra il Popolo_! Altri v'insiste. Lo scopo di questa interpellazione era di diffidare sul mio contegno i Repubblicani fanatici, e spingerli a qualche estremità. A me parve necessario riparare alla insidia, dichiarando a voce e in iscritto, non essere vero, sì perchè lo invio della Deputazione a Gaeta fosse veramente menzogna, sì perchè, come altrove ho detto e qui ripeto, e di ripetere mi giova, volevo condurre con la persuasione i dissidenti ad aderire alla Restaurazione; non già per via di trame, nè per violenza, o per basso motivo di privato interesse. — Il Deputato Venturucci troppo presto avventura la proposta: «Gettiamo uno sguardo sopra gli avvenimenti che occasionarono la esistenza di questa Assemblea. Mancò uno dei Poteri; il Governo si trovò incompleto; fu interrogato con suffragio universale il Paese come intendeva provvedere al suo avvenire. Ebbene! Ora non possiamo, che rispondere: il Paese, di cui siamo i Rappresentanti, accetta la Carta del 1848. Così avremo una Costituzione concessa, ma consentita. Noi non avremo fatto una Rivoluzione, saremo in terreno legale, o _almeno la Rivoluzione non sarà colpa nostra_. Non nasceranno interni dissidii, si eviteranno gli esterni nemici, avremo serbato le nostre forze per un migliore avvenire, e daremo il nobile esempio, giusta la sentenza di Sallustio, di avere voluto seguire la ragione piuttosto che la fantasia.»
Questo era il concetto del Rappresentante del Potere Esecutivo. Ma Venturucci col suo affrettarsi indisciplinato l'ebbe a mettere in repentaglio gravissimo.[580] — Si levarono grida di disapprovazione, nelle tribune alte in ispecie. Un Deputato del Partito contrario obietta la proposta di dichiarare l'Assemblea solidale della Rivoluzione. Un altro afferma che l'Assemblea ha ricevuto mandato ristretto dal Popolo, vale a dire determinato a proclamare la Repubblica e la Unione con Roma. — Dannata sentenza era questa, imperciocchè con siffatto mandato imperativo non faceva mestieri discussione, e l'adunanza compariva simulacro inane.
Il Deputato Nespoli, ad evitare che il partito Busi fosse approvato per acclamazione, fa la proposta che prima si provveda al modo di resistere; penseremo dopo alla forma del Governo. Venturucci protesta contro qualunque voto per acclamazione; Nespoli gagliardamente lo appoggia; Palmi nota, che il proponimento della patria difesa votato dall'Assemblea è nullo, se non venga seguíto dallo effetto; per conoscere questo, bisogna consultare il Popolo intero; e quindi propone lo invio di Commissarii in provincia. Turchetti si unisce a questi oratori, concludendo perchè il voto nella quistione agitata si sospendesse. Questi tutti formavano parte della maggiorità creata dal Governo, ma _andavano disseminando, e anche anticipando incautamente_ i varii partiti discorsi nelle conferenze: invero i Repubblicani, prevalendosi di cotesta sconnessità, si sforzano a far discutere il partito Busi come pregiudiciale. Turchetti, e principalmente il Deputato Sestini che muove dubbio se possa deliberarsi così grave negozio, senza il concorso dei 120 Deputati, vengono derisi. I Settarii, sparsi nelle tribune alte, prorompono in grida di minaccia. La più parte dei Costituzionali balena. Fu allora che io, domandata la parola, uscii in quella proposta, di cui, elogiando così, faceva la storia il _Conciliatore_ del 1º aprile 1849: «Alle parole degli opponenti alla _fusione immediata_ con Roma strepitando le tribune, e togliendo così ai Deputati la libertà delle loro opinioni, il deputato Guerrazzi si è alzato, e rivoltosi con _nobile fierezza_ al Presidente della Camera, disse: _Signor Presidente, io domando che sia a me data la forza di cui ella dispone; ed io come capo del Potere Esecutivo andrò a fare sgombrare le tribune a tutti questi scellerati ed iniqui perturbatori._ Queste parole sono state accolte co' più vivi applausi.»[581]
I Deputati della maggiorità, e il Popolo non educato dal Circolo, m'interruppero con applausi di conforto. Palmi e Venturucci, ripreso coraggio, orano per la sospensione del partito Busi, fino a mutate condizioni politiche. Modena, e altri Deputati, conflittano la sospensione, e intendono si deliberi sopra la Unione, e subito. Si va ai voti. Sessantasei Deputati si trovano presenti: 42 votano pel Governo, 24 per la parte repubblicana. La maggiorità governativa sommava quasi a due terzi.
Quanto è vero dunque ciò che afferma l'Accusa, che io avversassi la Repubblica, solo per farla proclamare dall'Assemblea? Gl'idi di marzo erano venuti; dunque perchè non la feci dichiarare, non la favorii io? Anzi, perchè l'avversai? — La notizia della disfatta novarese ti aveva sopito nell'animo il genio repubblicano, — oppone l'Accusa; ma io ripeto che nel 25 marzo questa mai sempre dolente novella non era arrivata, anzi in quel giorno inebbriava, piena nel suo bel fiore, la speranza.
I Repubblicani, secondo che vedevano inclinare le cose alla restaurazione dello Statuto, s'inviperivano a sospingere il Paese nella Repubblica. Urgeva contenerli, e affrettarmi a sgombrare le vie, affinchè il voto universale, nelle vicende che precipitavano, si manifestasse solenne e trionfante: a questo intento mando Montanelli, che lo chiedeva, in Francia; pubblico il Proclama del 1º aprile, e alla fine dichiaro non potersi provvedere alla salute della patria: 1º Se non si proroghi l'Assemblea, con obbligo nel Potere Esecutivo di non risolvere intorno alle sorti del Paese senza consultarla; 2º Si sospenda ogni questione intorno alla forma del Governo; 3º Rimangano i Deputati a Firenze per condursi, a richiesta del Capo del Potere Esecutivo, in qualità di Commissarii per la guerra nelle Provincie, o _sovvenirlo in altra maniera_.
Prima che per me si manifesti il motivo di cosiffatta proposta, vedasi come l'accogliessero i Repubblicani. Essi tornano passionatamente su le cose decise, — perchè, come il Popolo avrà coraggio, essi dicevano, per prendere le armi, se l'Assemblea non l'ha per proclamare la Repubblica? — I Settarii fremono nelle tribune; il Deputato Del Sarto procura placarli con accomodate parole, ma cresce il rumore. Il Deputato Manganaro valorosamente dichiara: «Che Popolo e non Popolo? Nessuno ha diritto di chiamarsi Popolo nel nostro cospetto. _È una frazione del Popolo che ce ne vorrebbe imporre._ Noi soli, eletti dal suffragio universale, possiamo parlare in nome del Popolo, e provvedere alla salute di lui.»
Il tumulto a queste parole scoppia per modo violento e scandaloso, che il Ministro dello Interno dichiara: la dignità dei Ministri non consentire che rimanessero. _Biondi esclama che i Deputati avranno il coraggio di morire; e nessuno abbandoni il posto_ (e questo si chiama sapere sostenere le parti di Deputato). Turchetti corre a dare ordini per isgombrare le tribune. Il Ministro dello Interno grida al Presidente: «Io le ho mandato 180 uomini, che ne fa ella?»
Nel 3 aprile si tornò a discutere intorno alla mia proposta. Il Deputato Pigli, sempre nello intento d'indurre l'Assemblea a riporsi dalle cose decise, si oppone che il partito del Capo del Potere Esecutivo venga preso in considerazione, finchè non sia decretato intorno alla forma di reggimento: egli vota per la Repubblica. «Il Partito Repubblicano» prosegue l'oratore «dicono poco numeroso in Toscana: _gli uomini si pesano, non si contano_. Gli uomini della Rivoluzione vincono con la Rivoluzione. Prudenza e opportunità essere istrumenti da tiranni. Voi dite non vedere il Popolo invaso da entusiasmo; e sia: ma dovete dirmi, che _avete fatto tutto per eccitarlo_, che _tutto avete fatto perchè non andasse spento e distrutto_. I principi sono fuggiti, _i troni sono restati_. Voi chiamate il Popolo a difendere le frontiere, _ma non gli date armi, nè danaro e divise_. Volete che il Popolo risponda davvero? proclamate la Repubblica.» Protesta contro le parole del Deputato Venturucci, che dichiarò la _Toscana soddisfatta dello Statuto del 1848_. Così, a sentire il Pigli, la Repubblica era _di Elena il nepente_, che avrebbe somministrato non solo uomini, ma danari, armi, cannoni e cavalli, _anche quando il Governo non gli avesse somministrati_; ed egli ignorava quello, che altrove ho narrato, che richiesto dai Repubblicani Romani a mandare a Bologna per instituirvi una Commissione di reciproca difesa, vi aveva spedito Manganaro e Araldi, i quali, _poichè ebbero atteso più giorni indarno_, si ridussero non so se più sconfortati, o incolleriti, per non avere potuto vedere in faccia un Commissario Romano!!![582]
Le opinioni di Carlo Pigli udivo, in quei tempi, andare su le bocche degli uomini accesi da inestimabile entusiasmo, ed anche oggi leggo ripetute nei libri che essi stampano. La dura esperienza dovrebbe averli sgannati; ma non è così. Io ho sempre tenuto come perniciosissima la invasione della fantasia nel dominio della ragione; e tanto le volli anche materialmente separate, che, in casa mia (quando la ebbi!), tenni due stanze: in una delle quali scriveva quanto mi dettava la immaginazione, e in un'altra trattava negozii. La Repubblica è una voce; niente più, niente meno; nè le voci a un tratto, meno quelle di Dio, operano prodigii. In quanto a spirito pubblico, non vogliono intendere i Repubblicani che essi non operarono rivoluzione in Toscana, ma andarono oltre perchè trovarono sgombra la via; se il Principe teneva fermo, il Partito Repubblicano non avrebbe allora mai, nè anche un momento, prevalso; e in quanto agli ordini militari, ci vogliono tempo, concordia e sapere. Le armi, i danari, e le assise non difettavano; mancavano chi le volesse e sapesse maneggiare e vestire; e le cose affermate in questo proposito, a carico del Governo, erano sfrontatezze, e niente altro. Deh! non ci nuoccia perpetuamente la nostra matta prosunzione; e di più non dico.
A Pigli subentra il Deputato Mazzoni; egli pone essere stata intendimento universale la Repubblica; venire tardi i consigli della paura. Il Popolo avere conferito ai Deputati mandato imperativo. Adesso trattarsi di Repubblica, o di Restaurazione. Per richiamare il Principe Costituzionale, mancare l'Assemblea di facoltà. — Si obietta il Popolo restío allo appello del Governo; l'Assemblea faccia il suo dovere: se il Popolo non farà il suo, peggio per lui. La proposta del Potere Esecutivo non somministrare veruno vantaggio, anzi recare danno. Con la Restaurazione non può trattare l'Assemblea.
Il Deputato Mazzoni erra manifestamente su la natura del mandato, il quale era impressionato dalla formula proposta dal Decreto del 6 marzo: _se, e come Toscana deva unirsi a Roma_. Aveva ragione trattarsi adesso di Repubblica o di Restaurazione; non aveva ragione a credere i Deputati propensi alla Repubblica prima dello infortunio novarese, mutati dopo; perchè prima di allora erasi dato opera ad agitare fra i Deputati i concetti, che verrò esponendo. Rigidi i suoi principii, non giusti. E quando anche veri e giusti, vi ha qualche cosa nel mondo, davanti alla quale ha da cedere il rigore del raziocinio, ed è la carità della Patria. Perano piuttosto venti sillogismi, che un uomo solo! La carità del luogo natío persuade a procurare al Popolo il maggior bene possibile anche a carico della propria reputazione. Pur troppo col Deputato Mazzoni, uomo d'altronde per integrità di vita santissimo, procedevo diverso. Questo motivo mi costrinse a non partecipargli i miei consigli: sarebbe stato lo stesso che persuadere il David di Michelangiolo. Propugnarono pel concetto repubblicano i Deputati Modena, Bichi, Giotti, Menichelli, Vannucci, Trinci Bartolommeo, Cipriani; lo avversarono i Deputati Carrara, Palmi, Micciarelli, e Socci. Gli oratori favorevoli al Governo, e contrarii alla immediata proclamazione della Repubblica, vennero vilmente oltraggiati dal Popolo tuttora parteggiante pei Circoli. Più volte fu ordinato lo arresto dei perturbatori, e lo sgombro delle tribune.
Pigli, per confondere le cose e ritardare la votazione, dichiara volere interpellare il Governo: non gli riesce, e si passa ai voti. Quarantatrè sono per la sospensione, 29 contro; il Deputato Taddei si astiene dal votare perchè non aveva assistito alla discussione.
La parte del Governo in questo nuovo sperimento acquista un voto, quella dei Repubblicani cinque; _e ciò perchè il Partito dei pretesi ortodossi costituzionali di Firenze, invece di venire a rafforzare il nostro concetto, disertava la causa; e non fu bene_.
I Repubblicani dell'Assemblea non si sgomentarono per questo, ed insisterono perchè le interpellazioni del Deputato Pigli si ammettessero: il Ministero o il Capo del Potere Esecutivo vi rispondessero pubblicamente. Io pure gli avevo _più volte_ nei giorni antecedenti, ed anche poche ore avanti, ragguagliati con coscienza di quanto volevano adesso sapere di nuovo.[583] Ora perchè questo? Non senza astuzia era il trovato. Il Ministero repugnerà, essi pensavano, per prudenza a manifestare le condizioni nostre di fronte alle Potenze estere, e, per pudore della Patria, la fiacchezza dei Toscani; allora scompariranno le cause della oppugnata proclamazione della Repubblica, e discutendo gli articoli potrà essere rigettata la Legge proposta dal Potere Esecutivo. Ultimo tentativo per l'agognata Repubblica. Essi s'ingannarono; i Ministri Marmocchi e Mordini risposero in modo da tôrre loro ogni baldanza. Quivi Marmocchi non dubitò di posporre tutto alla verità, e dichiarò pochi i Repubblicani, contrario lo spirito del Paese a cotesta forma di Governo, arduo eccitare i Popoli alla difesa delle frontiere; allegò fatti, confermò la sua sentenza con raziocinii. Il Ministro degli Esteri _smentì i conforti di Francia e d'Inghilterra asseriti falsamente dal signor Rusconi_. Il Deputato Pigli comprendendo quanta e quale impressione avrebbero fatto coteste solenni dichiarazioni nell'universale, dopo averle provocate, si oppose perchè fossero pubblicate; — e così presumono illuminare il Popolo, e servire agl'interessi di lui! Questi paionmi, e sono tranelli di Settario, non concetti, non ispiriti di uomo di Stato. Ai giorni nostri, se lo inchiodino bene nella mente gli uomini di tutte le condizioni e di tutti i Partiti, _colui che cammina con maggiore probità riporterà vittoria su gli altri_. — Allora io sorsi, e dissi: «Poichè lo avete voluto, io intendo, al contrario, che abbiano intera pubblicità; e questo per due motivi del pari importanti: primieramente perchè non si concede sopprimere nel ragguaglio della Seduta una parte, che il Pubblico ha diritto di sapere; secondariamente perchè tutti i Toscani sieno informati per loro governo dello stato del Paese.»[584]
La mia proposta fu vinta.
«L'Assemblea Costituente Toscana
«Decreta:
«1º Doversi nel momento attuale sospendere ogni deliberazione intorno alla forma del Governo ed alla Unificazione della Toscana con Roma.
«2º Doversi prorogare, siccome proroga, la prossima futura di lei Tornata al dì 15 aprile corrente.
«3º I Deputati non pertanto dovranno restare in Firenze.
«4º Il Capo del Potere Esecutivo non potrà risolvere intorno alle sorti della Toscana senza il soccorso e l'annuenza dell'Assemblea, non solo a pena di nullità, ma di essere punito come traditore della Patria. Potrà bensì provvedere alle necessità dello Stato con la emissione di tanti Buoni del Tesoro, fino alla concorrenza di 2,000,000 di lire, ipotecando i medesimi unitamente all'imprestito volontario decretato con la legge del 5 aprile 1848 per sostenere la guerra della Indipendenza, sopra i Beni dello Scrittoio delle Rendite.
«Li 3 aprile 1849.»
Fu vinta, ma combattuta dalla diffidenza. La proroga era concessa per soli dodici giorni; ed anche a me piacque che fosse così; e m'imposero, sotto solenne religione, l'obbligo di non risolvere intorno alle sorti della Toscana; e due milioni assegnarono per limitare le facoltà che aborrivano, e pur si dovevano, in tanta urgenza, lasciare liberissime. Però gli Avversarii non rifinivano di sussurrare menzognero ed esagerato il rapporto; i fatti non veri; vero soltanto l'accordo del Potere Esecutivo col Principe a Gaeta.
Avrei potuto allora chiudere violentemente l'Assemblea, e operare qualche giorno innanzi quanto successe il 12 aprile. _Nol feci, e non lo volli fare_. Considerai, che avventurandomi a cotesto passo avrei potuto incontrare resistenze di città, di provincie, od anche d'individui; e questo verosimilmente accadendo, bisognava ricorrere alla forza. Simile partito poi non era sicuro che riuscisse, con le milizie che possedevamo allora: dato che riuscisse, era mestieri venire a contesa; ed io diligentemente procurava, che non insorgesse dissidio di sorta da nessuna parte, perchè lo universale consenso rallegrasse la Corona, e la persuadesse, che i casi passati dovessero ritenersi come que' brevi scompigli, che pur talvolta si levano anche fra persone dilette, e da obbliarsi facilmente; nessuno nella solennità del reintegrato Statuto avesse a piangere: dall'altra perchè non fosse somministrato _pretesto_ agli stranieri d'intervenire nelle faccende nostre con la loro diplomazia, e peggio con le loro armi. — Inoltre, dal partito violento mi dissuadeva _la mala compagnia reazionaria od anarchica_, che in queste occasioni sempre ribolle, e ti spinge fuori dei limiti del tuo disegno. Nè _anarchici_, nè _reazionarii_; estremi entrambi. _Siffatta maniera di gente servendo piuttosto alle passioni proprie, che al bene dello Stato, sono fastidio sempre, vergogna spesso, qualche volta rovina della parte a cui si attaccano; sozzi in vista, nè meno in effetto dannosi de' serpenti di Laocoonte_.
Io intesi fare così. Ottenuta la proroga dell'Assemblea mandai Deputati di qualunque Partito, purchè probi, nelle Provincie, affinchè, investigato lo spirito e le tendenze delle Popolazioni, sopra l'anima e coscienza loro ne riferissero dentro breve spazio di tempo. Al punto stesso, io con ogni conato, e sinceramente, mi adoperai nel negozio dello adunare milizie. Mi volsi a tutti i Partiti, parlai a tutti gl'interessi, eccitai tutte le passioni. Feci comprendere agli amici della Restaurazione correre loro dovere di conservare intero lo Stato alla Corona; non prendessero il desiderio del richiamo del Principe a _pretesto di codardia_, imperciocchè io non indicassi loro nemici nuovi, sibbene antichi, tali dichiarati dallo stesso Sovrano, già combattuti, e certamente acerbi per le recenti offese sopra i campi lombardi. Serbare lo Stato intero, e respingere, s'era possibile, ogni aggressione straniera, formava il dovere primo di ogni cittadino; o almeno tentarlo. Altra causa ad operare lealmente consisteva per me nella promessa solenne data dalla Toscana ai Popoli Lunensi e della Garfagnana di difenderli, per quanto forza umana bastasse; e delle altre ragioni altrove indicate non parlo, avvegnadio quando ti lega la religione della promessa tra gente onesta più lungo discorso non abbia luogo.
Però io devo confessare, che da tutti questi sforzi sperava potesse ottenersi tanto da provvedere all'_onore_ prima, e poi al benefizio delle sorti della Patria, non però quanto bastasse a giusta _difesa_, se l'Austria si fosse avventata con grosso sforzo di gente contro di noi. Onde era ordine al Generale D'Apice, che dove i nemici si fossero affacciati _grossi così da non poterli per qualsivoglia estremo di virtù impedire_, anzichè sprecare senza prò sangue umano, si ritirasse protestando: in ogni altro evento proteggesse la Garfagnana, e Massa e Carrara. La disperata difesa, che andavano immaginando i Repubblicani, _non poteva farsi_, e quel seppellirci sotto le rovine delle città è partito che il Paese civile repudia. Queste deliberazioni, è vero, salvano all'ultimo i paesi, ma sul momento li guastano, e noi non li possiamo patire sciupati. Quando le palle nemiche avessero a bucherare i nostri palazzi, ohimè! non vi parrebbero eglino malconci dal vaiolo? Ed a chi mai di noi basterebbe il cuore di vedere il suo palazzo col vaiolo? Siffatte enormezze si hanno da lasciare ai Barbari, che non vogliono sopportare dominio straniero in casa, come sarebbero il russo Rostopchin a Mosca, o il vescovo Germanos a Missolungi; una volta avemmo ancora noi un Biagio del Melano.... ma, come Barbaro, lo abbiamo dato all'oblio, così che io giocherei Roma contro uno scudo che neanche venti dei miei civilissimi lettori ne conoscono il nome.[585] Chè se i Toscani un giorno, per volontà dei cieli, e per virtù propria mi chiariranno bugiardo, pensino che io faccio _capo saldo_ a tutto _12 Aprile 1849_; e se non vorranno pensare a questo, io domanderò perdono, se pure i miei occhi saranno aperti, e sarà incerto se con maggiore esultanza me lo concederanno essi, o lo domanderò io. Fino a quel giorno la evidenza mi dà la ragione e l'angoscia di averla.
La frontiera toscana, com'era allora, a giudizio degl'Ingegneri, non si presta agevolmente alle scarse difese: lunga si sprolunga la linea, ed abbisogna copia di gente, e apparecchio immenso. Le milizie nostre, poche a tanto uopo, e in condizione di disciplina deplorabile; e ciò sia detto, salvo il debito onore di quelli che mostrarono cuore ed ingegno per sostenere le difese estreme. La gente raccogliticcia, e giova qui rammentarlo anche una volta, non fa frutto: di questo non vogliono persuadersi gli Entusiasti, ed è verità vecchia, e lo abbiamo sperimentato a nostre spese di nuovo.