Apologia della vita politica di F.-D. Guerrazzi
Part 51
Il Decreto del 10 giugno 1850 dichiara con parole solenni: «Il Popolo Fiorentino restaurava la Monarchia» (il Decreto non mette _costituzionale_, ma ce lo metto io, credendo servire allo amore della Patria e alla reverenza del Principe) «_alla quale era devoto, ed a cui si era mantenuto, in mezzo alla tristezza dei tempi, costantemente fedele_.»[562] E sia così, poichè così dice. Lo incubo rivoluzionario fu quegli che, aggravandosi sul petto a questo Popolo, gl'impediva la voce e la conoscenza; ora, poichè dallo incubo io lo liberava, dandogli abilità e modo di manifestare la sua devozione, egli è evidente che, anche a giudizio dell'Accusa, merito lode, non biasimo. Di qui non si esce: o crede, o non crede a sè stessa l'Accusa? Io devo supporre che a sè creda; e allora, dove trova materia a quel brutto delitto che si chiama _tradimento_? Ella potrebbe sospettare, come fa, quando fosse persuasa che io immaginassi il voto universale nemico al Principato Costituzionale, o che per me si volessero praticare violenze e inganni, per estorcere un voto contrario al desiderio dei Popoli; ma no, chè io ho provato, e proverò ancora, come nessuno con sicurezza maggiore alla mia sapesse gli umori dei Toscani; e in quanto a brogli, per preoccupare la libera votazione, nessuno, e neppur essa (ed è tutto dire!), ha mai pensato accusarmi.[563] Forse ella avrebbe potuto criticare il mio concetto, preferire un metodo ad un altro; e su questo ognuno ha i suoi consigli. A me le violenze non garbano, di qualunque colore elle sieno, e quando una cosa può ottenersi in palazzo, con modi civili e fra uomini di senno, non comprendo la ragione nè la necessità di andarla a pescare fra le commosse moltitudini in piazza. Ma poichè prevedo che con l'Accusa non si può fare a fidanza, così sarà prudente consiglio continuare il mio ragionamento.
Io riporterò questo Decreto, affinchè si conosca come con la prudenza, aspettata la opportunità, possano ottenersi giuste e ragionevoli cose, senza ricorrere a partiti disperati.
«Il Governo Provvisorio Toscano
«Decreta:
«Art. 1º L'Assemblea Toscana è investita del _Potere Costituente_ a due distinti effetti, cioè:
«(_a_) _Per decretare, se e con quali condizioni lo Stato Toscano debba unirsi a Roma._
«(_b_) Per comporre insieme ai Deputati dello Stato Romano la Costituente dell'Italia Centrale.
«Art. 2º Tenuta ferma la nomina dei trentasette Deputati per l'Assemblea Costituente Italiana, e la contemporanea ma distinta votazione per l'Assemblea Toscana, non sarà per altro incompatibile che si riuniscano in uno stesso individuo la rappresentanza sì nell'Assemblea Toscana, come nella Costituente Italiana.
«Art. 3º Il Ministro Segretario di Stato pel Dipartimento dello Interno è incaricato dell'esecuzione del presente Decreto.
«Dato in Firenze li sei marzo milleottocentoquarantanove.
«F. D. GUERRAZZI «_Presidente del Governo Provvisorio_.»
Non è da dirsi se Circoli e Giornali si tenessero offesi; accorrendo pronti al riparo, si dettero sollecitamente a mutare le note dei Deputati, transfondendo nella Costituente Toscana i più sviscerati Repubblicani, affinchè la Repubblica e la Unificazione con Roma fossero proclamate per acclamazione dall'Assemblea appena convocata.
Che più? Io vengo apertamente oltraggiato come avverso alla Repubblica. Il Circolo minaccia rivoluzione, se l'Assemblea Costituente _Toscana_ non dichiara la _Unificazione_ con Roma; esamina gli eligendi, e, se non si obbligano a sostenere questo concetto con le armi, rigettansi con vituperio.[564] I Giornali repubblicani, infervorando gli animi alla scoperta, bandiscono la _guerra civile_, se l'Assemblea Toscana non proclama la Repubblica, e subito. E queste cose abbiamo veduto altrove; ma specialmente intorno al Decreto del 6 marzo il _Nazionale_ muove querela perchè gli sembra alla onnipotenza del Popolo ingiurioso; e a parere mio s'inganna, imperciocchè lo studio di formulare dirittamente il partito non si sa comprendere in che cosa o come offendesse la libertà di risolverlo.[565] La _Costituente_ provoca il Popolo, affinchè riparando la ostinata resistenza del Governo a proclamare la Unificazione con Roma, in onta alla volontà manifesta del Paese, mandi all'Assemblea Costituente _Toscana_ gli uomini che l'acclameranno spontanea e unanime; e di queste iattanze mi prendevo cura mediocre, conciossiachè io troppo bene sapessi che i Settarii rimasti delirassero, ed i partiti avessero ottimamente compreso, che questa Unificazione, non essendo stata vinta di assalto, ormai per bloccatura non riusciva altramente possibile.[566] Il _Popolano_, tra perchè il Governo non buchera l'elezioni, e tra perchè la Legge pessima genererà un Assemblea di Retrogradi e di Conservatori, mi viene intuonando da capo la minaccia della guerra civile.[567] Come se fosse fede quella di convocare i comizii universali, perchè liberissimi dieno il voto, e maneggiarli poi perchè lo depositino nell'urna a modo tuo; e lasciata la fede, bel senno davvero sarebbe, per conoscere e rispettare il sentimento di tutto il Popolo, industriarti con ogni arte a farlo attestare del tuo. Questo si chiama nel sistema dei Settarii consultare il Popolo; e se non si obbedisce, o ci dichiarano la guerra, o ci congiurano contro, o ci calunniano con vituperii di cui nessun Partito oggimai più si vergogna; — nessuno.
La solerzia del Governo non mancò alla Patria. Il Ministro dello Interno stampò e diffuse una lista di Deputati di opinione moderata, per rettitudine insigni; altro non poteva fare, e non fece, chè senno e probità lo vietavano. Il Prefetto ebbe ordine raddoppiare vigilanza sopra i Circoli, e sopra le moltitudini. Io raccolsi la Guardia Civica nel Giardino di Boboli. Quello che io le dicessi vuolsi ricavare dal _Monitore_ del 12 marzo 1849: «La Guardia Nazionale di Firenze, in numero di meglio che 2000 uomini, è stata stamane passata in rivista dal Generale Zannetti su la Piazza _Maria Antonia_. Quindi, marciando per plotoni, si è recata nel Giardino di Boboli, dove il cittadino F. D. Guerrazzi Presidente del Governo Provvisorio l'ha arringata, _interpellandola se fosse deliberata a tutelare l'ordine, ad aiutare della sua forza il Governo, fermo nel volere la libertà delle elezioni e la indipendenza degli eletti Rappresentanti_. A queste interpellazioni la Guardia Nazionale ha risposto con manifesta ed unanime adesione alla mente del Governo.»[568]
Ora esaminiamo un po' come cotesto atto venisse commentato dai Faziosi: «Ecco, dicevano essi, apparecchiarsi il terreno perchè le Assemblee non pronuncino la Unificazione con Roma, e conseguentemente la decadenza della famiglia di Lorena, e la Repubblica: questo non può succedere, nè succederà; ma quando mai per caso inopinato accadesse, noi allora profitteremo _di ogni mezzo_ ci presentino le circostanze, affine di salvare il Paese nostro da un giogo aborrito, che imporre si volesse a nome della legalità e di una servile rappresentanza.»
I Repubblicani non temono che la Guardia Nazionale voglia suscitare nel Paese la guerra civile, facendo fuoco sopra i suoi fratelli, che «_traditi_ nei loro voti, e vedute _strozzate_ le loro speranze dal capestro delle legali formalità, usassero l'estremo loro appiglio, la suprema loro ragione — _la forza e la violenza_.» E neppure i Settarii temono che i Deputati possano sopportare l'obbrobrio del rifiuto delle tre Leggi indicate; ma «dove questo obbrobrio dovesse pesare su di essi, certo, ad onta di tutte le esortazioni del Guerrazzi, non peserà su la Toscana l'obbrobrio assai maggiore di avere pazientemente sopportato il _tradimento_; e la Toscana saprà consumare la sua Unione con Roma, e saprà subirne tutte le conseguenze, anche ad onta dei suoi Rappresentanti, e degli uomini del Governo Provvisorio.[569]
I Repubblicani strepitano e minacciano a cagione dell'Assemblea Costituente _toscana_, dichiarando che la si vuole da me instituita per decretare la Restaurazione; — il Procuratore Regio Paoli, e dietro a lui gli Auditori Marrucchi, Bambagini e Ciaccheri, e dietro a loro i Consiglieri Orsini, Aiazzi e Pieri, e Regio Procuratore generale Bicchierai, strepitano e accusano a cagione dell'Assemblea Costituente _toscana_, che la si volle instituita da me per decretare la Repubblica. I Repubblicani mi chiamano alla scoperta traditore per volerla convocare; — i Procuratori Regii, Auditori e Consiglieri, gli uni dietro agli altri, m'incolpano di tradimento per averla convocata. In verità, sarebbe questa farsa gioconda da rallegrare le genti, se non l'avessero rappresentata su le lagrimevoli scene di un carcere, che da 29 mesi divora la salute degli uomini e delle famiglie.
I Repubblicani, per quanto venni informato, e i Circoli e i Giornali manifestavano, tentarono un colpo estremo. La Legge Stataria non era più da richiamarsi in vigore a Firenze. Il 1º aprile per contenerli dall'avventurarsi a disperati partiti, mandai fuori la Notificazione, che già fu da me riportata a pag. 518 di questa _Apologia_.
Premesse queste considerazioni e questi fatti, lascio a quanti fanno studio di onestà giudicare, se sieno consentanee al vero ed al giusto le seguenti proposizioni dell'Atto di Accusa, § 85.
«Quanto alla Repubblica ed alla fusione con Roma, non si vuol conoscere se il Guerrazzi l'ha creduta sempre, od in massima, forma buona ed accettabile per la Toscana, _quando si sa_, che servì di elemento disorganizzatore; che in questo senso fu lasciata operare _liberamente_;[570] che _tutto_ il suo sforzo si ridusse in _qualche_ contingenza a persuadere ed agire perchè non venisse attuata troppo sollecitamente, o _prima che venisse approvata dal voto nazionale_; e ad interpellare su la fusione il Consiglio di Stato; e che, sia questa, sia altra forma di Governo per la Toscana, non che il giudizio sul Principe e sul Principato, _era ormai abbandonato anche per fatto suo al potere illimitato dell'Assemblea Costituente Italiana!_»
Sì, certo, pretendere e sostenere che il voto _nazionale toscano_ pronunziasse intorno alle sorti toscane non era piccola impresa, però che nei miei presagi importasse esclusione di Repubblica, e richiamo del Principato Costituzionale. Il successo poi dichiara, e lo ardore dei Repubblicani a impedirlo rivela, come io al vero mi apponessi. Inoltre, per mostrarvi come i denti dell'Accusa, comecchè mordano, pure tentennino, avvertano di grazia i miei lettori: l'Accusa afferma, che io altro non feci che procrastinare la dichiarazione della Repubblica all'apertura dell'Assemblea. Quel giorno venne; ebbene, fu ella proclamata la Repubblica? No: nè allora, nè poi. L'Accusa opporrà: «No, perchè Novara ti aveva messo in cervello.» Nemmeno; nel giorno 25 marzo, imitando lo esempio dato da Roma nell'8 febbraio, dove avessi voluto, poteva essere decretata la Repubblica per acclamazione. Chi mai lo avrebbe impedito? L'Accusa da capo obietterà: «Sì, potevi, ma per quanto?» Questo è un altro discorso: — quanto sarebbe bastato per sentire qualche Requisitoria contro i perversi perturbatori dell'ordine repubblicano.....
Il 25 marzo il signor Montanelli apriva l'Assemblea Costituente Toscana;[571] nel 27 sopraggiunse la notizia lacrimevole della disfatta del 23 di Novara. Riarse la rabbia dei Repubblicani; ma oggimai credevo di avere raccolto forze abbastanza per resistere con profitto. Sebbene non mi fosse riuscito ad allontanare, per virtù di voto, i non Toscani dall'Assemblea, — nè per ingegno, pubblicando sul _Monitore_ la lettera del Generale D'Apice. — pure, mercè le pratiche indefesse, era giunto il Governo ad acquistare una maggiorità al Partito Costituzionale.[572] Venuto alle strette co' Colleghi, Montanelli domandava allontanarsi, diviso fra la evidenza dei fatti e il dolore di dovere renunziare alle visioni dello entusiasmo; Mazzoni, proseguendo nella sua fede, nonostante i fatti nemici, passa fra gli oppositori del Governo.
Nella notte del 27 al 28 fu proposta all'Assemblea la elezione di un Capo provvisorio al Potere Esecutivo per curare specialmente le cose della guerra. — Non era presente il Popolo, mancavano gli stenografi; ma vivono i Deputati presenti, i quali attesteranno le ingiurie atrocissime avventate contro di me dal Partito Repubblicano. Non mancarono accuse aperte di trame ordite per operare la Restaurazione del Principato; nome e sostanza del tradimento dichiararono. Montanelli sorse a difendermi sostenendo, che egli rispondeva per me, e prometteva, che io senza il consenso dell'Assemblea non avrei con violenza imposta forma governativa allo Stato, _e veramente io pensava fare così_. Ma le ingiurie repubblicane siffattamente mi commossero, che ricusai ostinatissimo lunga ora il carico commesso. _I preghi urgenti, continui, a ributtare impossibili, dei Deputati Costituzionali formanti la maggiorità, e dell'egregio Presidente Taddei; le rampogne oltre modo passionate, e veementi degli amici, che, dopo avere tanto fatto pel Paese, vinto da sdegno lo abbandonassi nel supremo pericolo_; — e soprattutto la paura di commettere cosa vile, dopo spazio, forse troppo, di tempo, mi piegarono. Nel _Monitore_ del 28 marzo è riportato il Decreto dell'Assemblea, che dichiara:
«L'Assemblea Costituente Toscana nella notte de' 27 al 28 marzo 1849 ha deliberato quanto appresso:
«Art. 1. Che sia immediatamente ricostituito un Potere Esecutivo provvisorio.
«Art. 2. Che questo Potere Esecutivo sia conferito ad una sola persona.
«Che il Cittadino Deputato F. D. Guerrazzi sia rivestito del Potere Esecutivo anzidetto.
«Che questo Potere abbia facoltà straordinarie per provvedere ai bisogni della guerra e alla salvezza della Patria, e che queste facoltà continueranno in esso, finchè ne durerà la necessità.»
Nel No del 29 successivo si legge il mio Proclama, il quale stampato a pagine 220 di questa _Apologia_, in nota, rende testimonianza manifesta del _mio forte rifiutare_, e del _pauroso quanto esiziale sospettare_ dei Repubblicani, che i pieni poteri io adoperassi per restaurare _violentemente il Governo Costituzionale_.
Malgrado le mio promesse, o fosse diffidenza di me, o le suggestioni calorose che venivano da Roma, le quali accertavano dei soccorsi inglesi e francesi, solo che trovassero il Paese costituito a determinato reggimento, esporrò brevemente quello che per loro si tentasse.
A ben significare le scosse che camminando pel dirotto sentiero io pativa, non meno che la necessità delle dichiarazioni vie via emesse come scudo a riparare me ed altrui dal flagello delle lingue dolose, importa riprendere e proseguire la serie delle calunnie di traditore, che copertamenie o scopertamente i Settarii andavano insinuando contro di me. Quando pensai cavare di Livorno la Guardia Municipale livornese sostituendole parte della fiorentina, mentre i Faziosi Reazionarii davano ad intendere in Firenze che io chiamava i Livornesi per formarmene un corpo di Pretoriani, i Faziosi Repubblicani a Livorno dicevano che io vi mandavo a opprimere la Libertà; ed allorchè, consigliando il Colonnello Tommi, il reggimento del Colonnello Reghini s'indirizzava a Livorno, secondo che ho esposto a pag. 373 di questa Apologia, con Dispaccio del 9 marzo eravamo avvisati: «ad arte essersi sparso fra il Popolo che il Comandante era incaricato di fare fuoco sul Popolo, come già dicevasi aveva fatto sul Popolo Pistoiese.»
Nel 17 marzo 1849 si fa credere a Livorno, che io tramo di consegnare la Toscana al Piemonte; a parare la insidia scrivo a Livorno, e induco Montanelli ad accompagnare con la sua firma (poichè in lui riponevano fede i Settarii) il Dispaccio del medesimo dì inviato al Governatore:
«Al Governatore di Livorno.
«Scrive il signor Demi, che si sparge voce come noi vogliamo consegnare la Toscana al Piemonte. Quantunque noi crediamo che queste voci non sussistano, pure vi autorizziamo a dichiarare, che il Governo crede, e lo ha detto, che la Unione con Roma sarà proclamata come necessità. Guardatevi dalle mene dei nemici, che si vestono in ogni maniera per guastare la santa impresa.
«GUERRAZZI. — MONTANELLI.»
L'Accusa s'impadronisce di cotesto Dispaccio, e intende ritenerlo per dimostrazione di animo: come se all'uomo politico posto a duro partito non deva nè anche essere concesso con parole schermirsi. Le quali parole poi, in confronto delle opere, spariscono; e considerate tritamente, non esprimono cosa che valga: però che la opinione di un fatto deva cedere davanti alla evidenza del fatto contrario.
Ma io potrei dire di più, se non mi ritenesse _la reverenza delle somme chiavi_; potrei dire, che prima di accusare uno scritto, hassi a conoscere la lingua nella quale e' fu dettato; e se la non si conosce, allora tutte le Procedure ammaestrano ricorrere al Dragomanno. L'Accusa pensa che la parola _Unione_ spieghi il rimescolare di due cose, per modo che vengano a formare uno impasto solo; ed anche qui l'Accusa s'inganna. Altro è _unire_, ed altro _unificare_; _unire_ significa, in lingua italiana (che nei tempi antichi si chiamava fiorentina, perchè sapevano parlare e scrivere egregiamente in Firenze tutti, compresi anche Giudici), congiungere due cose in guisa che ognuna ritenga la propria specialità: _unificare_ importa ridurre due cose ad unità per modo, che, ognuna di loro perdendo la propria specialità, compongano un tutto. Dove l'Accusa obiettasse che sono queste sottigliezze filologiche, e che le parole voglionsi intendere pel senso politico, che il tempo loro partecipa, nemmeno avrebbe ragione. Di ciò gli faccia testimonianza primieramente il Farini, che io qui le richiamo alla memoria: «Il Mazzini era giunto (in Toscana) il dì stesso che il Granduca partiva da Siena, e vi era stato accolto con grande festa. Egli si era dato a predicare la _Unificazione_ con Roma, che non voleva chiamare _Fusione_, parola a lui ed ai suoi esosa, la quale voleva dire lo stesso...... ma il Guerrazzi non voleva la _Unificazione_ ec.»[573] Più espresso poi il _Conciliatore_: «Colla parola _Unione_ intendemmo sempre stabilire un vincolo di federazione negl'interessi politici, militari e commerciali, dei varii Stati d'Italia.»[574] E poco oltre: «Quindi o si parla di _Unione_, e noi diciamo: si proclami pure la Unione con Roma, ma si proclami al tempo stesso la Unione col Piemonte.» Nella Seduta del 29 marzo 1849 il proponente la Legge che aveva in iscopo la _confusione_ degli Stati Romano e Toscano, non riputando la sola parola _Unione_ esprimesse il suo concetto, la chiamò Legge per la _Unione assoluta con Roma_. Per le quali spiegazioni filologiche e politiche, io vorrei che si persuadesse l'Accusa potersi desiderare la _Unione_ degli Stati Italiani senza bisogno ch'ella scappasse fuori con una Requisitoria di _Lesa Maestà_.
L'Accusa sa, o dovrebbe sapere, poichè nel suo Volume lo registra a pagine 828, come io, favellando nel 12 febbraio dalla terrazza di Palazzo Vecchio al Popolo ragunato per piantare l'Albero, dicessi, che _forse_ cotesto atto di _unirsi_ con Roma sarebbe stato consentito da tutta Toscana; per ora essere _prepotenza_ che le presumevano imporre: — donde era agevole quanto onesto dedurre, anche senza porre mente ai successi del tempo, che una legge suprema costringeva ad usare cosiffatti ripari. Nel _Popolano_ del 18 marzo abbiamo veduto appormi alla scoperta l'accusa di tradimento, e tradimento con tremanti labbra i Settarii fremevano, e tradimento ogni ora nelle oscure carte stampavano. Ad ogni caso inopinato, non solo in Firenze ma nelle Provincie si gridava: tradimento.[575] Tradimento per Novara, tradimento per Genova. Nel 29 marzo a Lucca, a Pisa e a Pescia spargono la voce essere io partito per Gaeta a prendere il Granduca,[576] con altre più strane novelle, — e trovano fede;[577] quindi la necessità di stampare nel _Monitore_ del 30 marzo la Nota seguente, ma senza pro: «Siamo autorizzati a smentire la voce che si va spargendo dello invio, per la parte del Governo, di una Deputazione a Gaeta.» L'Accusa non manca di acciuffare cotesto avviso; lo separa dalle circostanze che conosce accompagnarlo (anzi le sopprime), lo appunta, lo arruota, lo affila, e me lo scaglia addosso, come se spontaneo egli fosse, e pubblicato solo per vaghezza di mostrarmi avverso al Granduca. Se questa sia fede, conosca il Paese intero, e giudichi; e se a tale siamo noi che possano per esercizio lodevole di professione usarsi arti, che nel cittadino si rimprovererebbero come iniquissime, io incomincierò a dubitare davvero, se la vita salvatica debba anteporsi a questo tanto commendato nostro civile consorzio.
Nel 1º aprile i Settarii, i quali si affaticavano a screditarmi presso lo universale, insinuando che, se avversavo la Repubblica, già non intendevo a questo per amore che portassi al Paese, bensì per turpe interesse, e per cagione di accordi già stabiliti col Principe, ordiscono fra loro di muovermene improvvisa domanda; avvisato per tempo, entrando all'Assemblea, preoccupo il passo e distruggo lo artifizio, dicendo: «Domando la parola per un fatto personale. Innanzi che io mi recassi in seno di questa onorevole Assemblea, ho appreso come qualche Deputato ha proposto all'Assemblea stessa di fare una interpellazione al Potere Esecutivo sopra la verità del supposto invio di una Deputazione o che altro di simile a Gaeta, per ricondurre quaggiù il fuggitivo nostro Principe. Debbo dichiarare che una simile domanda è tanto trista per chi la fa, quanto è stupida per chi la crede.»
Si levarono voci minaccievoli; di grida, di gesti rabbiosi non fu penuria, ma per quel giorno squarciai la male composta trama. Intanto, mentre in mezzo al fortunoso mareggiare di Fazioni smanianti la mia fama preservo e la mia vita, del combattuto potere mi valgo a difendere pertinacemente l'Assemblea dagli estremi conati della Setta, promulgando il Proclama del 1º aprile 1849 già riportato a pag. 579-580 di questa _Apologia_.
Me ne valgo per richiamare l'Arcivescovo, e per resistere alle crescenti e continue calunnie. L'Accusa rammenta e adopera contro me, come subietto di Accusa, la dichiarazione del 5 aprile, che io con tutti i Ministri firmai; ma non ricorda o non sa del cartello mantenuto affisso, dopo il 3 aprile, all'Albero su la Piazza del Duomo; non sa o non ricorda la congiura allo scopo di tôrmi di mezzo come traditore che ha venduto Patria e coscienza; non ricorda, e si dovrebbe rammentare come in piena Assemblea mi rinfacciassero nel 3 aprile di apparecchiare le feste della Restaurazione con i due milioni stanziati per le spese della guerra; non si ricorda, e lo dovrebbe sapere, che a motivo dei veementi sospetti nella deliberazione dell'Assemblea Costituente fu apposto il vincolo solenne di non risolvere intorno alle sorti della Toscana senza il concorso e l'annuenza dell'Assemblea, a pena di nullità, e di essere punito come traditore della Patria. Crescendo pertanto il perseguire infestissimo, irrequieto, dei Settarii, per tutela di vita, e per condurre a compimento il concepito disegno, feci e consigliai gli altri a fare la dichiarazione seguente:
«Il Capo del Potere Esecutivo e il Ministero dichiarano sopra l'anima e onore loro, essere calunnioso, che per essi siasi operato o si operi, direttamente o indirettamente, pratica, trattato, insinuazione, ed anche principio alcuno o preliminare di proposta, parlato o scritto, tendente alla Restaurazione in Toscana della Dinastia della Casa di Lorena. Il Potere Esecutivo sente e ricorda l'ordine imposto dall'Assemblea, e l'obbligo da sè medesimo assunto, che non si possa in verun modo mutare la forma politica della Patria nostra senza consultare l'Assemblea Costituente. — Firenze, 5 aprile 1849.»