Apologia della vita politica di F.-D. Guerrazzi

Part 50

Chapter 503,341 wordsPublic domain

Quello però su cui giova trattenermi con maggiore larghezza è il provvedimento legale destinato a operare la Restaurazione. Considerando come alla piena del Popolo, che aveva fino dall'8 febbraio decretato la Unificazione con Roma, la Decadenza della Corona e la Repubblica, fosse impossibile resistere direttamente, fui sollecito di pubblicare il Decreto del 10 febbraio 1849. Ho detto come questo e l'altro Decreto del 14 successivo venissero presentati dal signor Montanelli, e non furono sua fattura, ma sì, mi sembra, del signor Avvocato Rastelli; e mi affrettai a sottoscriverli per tre ragioni distinte, e d'importanza grandissima: 1a perchè mi davano tempo di un mese e più, e il tempo in questi negozii è tutto, checchè paia diversamente opinare l'Accusa, dall'autorità della quale, in fatto di politica, mi sia lecito discostarmi; 2a perchè a fine di conto mi assicuravano di un'Assemblea _toscana_, la quale degl'interessi toscani discutesse, e il Paese _veramente rappresentasse_;[556] 3a perchè, sebbene dichiaravasi che la forma del Governo della Toscana sarebbe stabilita dalla Costituente Italiana, però la Legge sopra questa Costituente si prometteva, e non si diceva nè come aveva ad essere composta, nè a quali condizioni vincolata.[557]

Fu per me dimostrato con quanto, non dirò sfavore, ma furore venisse ricevuta cotesta Legge dai Repubblicani. Il _Popolano_ la lacerò acerbamente: espose i pericoli della dilazione alla proclamata Repubblica; minacciò guerra civile; rampognò il Governo per la sua repugnanza di aderire alla dichiarazione popolare della decadenza del Principe; insistè aspramente nel sollecito uso di mezzi violenti e rivoluzionarii, con altre enormezze, di cui con non mediocre fastidio venni raccogliendo la storia da quello e da alcuni altri Giornali, che in quel tempo si pubblicavano. In proposito di cotesta Legge la _Costituente Italiana_ del 13 febbraio 1849, prendendo a discutere strettamente la materia con raziocinii affatto rivoluzionarii, dopo avere detto con focose parole quanto ho riportato a pag. 333 e 334 di questa _Apologia_, continuava così: «Noi lo ripetiamo ancora una volta ai Cittadini del Governo Provvisorio: osate, osate. Unione con Roma e convocazione della Costituente. L'istinto popolare nel suo squisito buon senso ha già precorso il vostro giudizio, e domanda questa Unione. Voi avete udito il suo grido di gioia, e il saluto a quella Repubblica per cui vuol vivere e morire; voi potete e _dovete_ sanzionare quel saluto e quelle grida.» Nel successivo Nº del 14: «Abbiamo meditato sopra il Decreto che convoca un'Assemblea legislativa _toscana_, e, in onta alla buona intenzione, non abbiamo saputo indovinarne le ragioni politiche, nè il principio di diritto. Un'Assemblea uscita dal suffragio universale, in un Paese abbandonato al Provvisorio, o non ha voto, o non ha senso, o _si colloca come Sovrano in faccia al Popolo da cui fu eletta_.»

E dietro lei la folla dei Giornali del Partito, urgentissima tutta, come se si trattasse di scaldare al fuoco mozziconi di candela di cera e appiccicarli insieme! In verità io non capisco più dove sia andato il senno italiano. La massima parte dei Popoli, repugnante o inerte, come spingiamo noi? Con questo strepito forse? No certo: con che cosa dunque? Col terrore; e questo non dovevate, nè potevate domandare a me; e a questo dovevo oppormi, e mi opposi. I Repubblicani, avendo penetrato il riposto consiglio che dettò il Decreto del 10, presso il signor Montanelli si adoperarono; il quale, piegando alle insistenze loro, apparecchiava il Decreto del 14 febbraio, o, come ho detto, per lui lo apparecchiava l'Avvocato Rastelli. Non vi ha dubbio: il Decreto del 14 febbraio metteva le mani dell'Assemblea Romana nei capelli alla Toscana; legata ad una rota del carro della Repubblica Romana, era mestieri che la mia Patria precipitasse nella carriera perigliosamente inane di quella. Comecchè così mi venisse a sfuggire la tavola di salute, pure firmai, perchè costretto a farlo, tutto parendomi meglio che proclamare a tumulto la Repubblica, la Decadenza del Principe, e la Unificazione con Roma; sperai in qualche congiuntura favorevole; in ogni caso ero determinato a mandare avanti l'Assemblea Toscana, onde discutere pubblicamente insieme i grandi interessi del Paese, che avrebbero persuaso i Toscani a seguire lo antico loro dettato: «_piano ai ma' passi_.» Infine, cotesto Decreto lasciava lo addentellato a molti schiarimenti, e a molte questioni.

Invero, questo Decreto non piacque ai Repubblicani; e più che mai raddoppiarono le violenze e gli sforzi, _i mezzi qualunque_, che dichiaravano _sacri_ perchè tendenti a conseguire lo scopo agognato, siccome largamente al suo luogo, con prove storiche, fu fatto conoscere; alle quali, chiunque vorrà giudicare secondo che religione insegna, fie che aggiunga tutti i Giornali che io non possiedo, come, a modo di esempio, la _Italia dei Giovani_, il _Giornale Popolare_, lo _Inferno_, il _Calambrone_, il _Tribuno del Popolo_, la _Lanterna Magica_, il _Lampione_, — ed altri, che io non ricordo, diarii e foglietti staccati, e avvisi, e proclami, e decreti dei Circoli; e cotesta congerie di fogli gli sarà com'eco di un tempo passato, e come testimonianza di quanto gli uomini pensassero, macchinassero e compissero per instituire la Repubblica, rovesciando il Governo Provvisorio. Nello intervallo che corre dal 14 febbraio al 6 marzo, vedete che il Circolo Fiorentino manda 25 Commissarii nelle Provincie per convocare uno assembramento mostruoso a Firenze, al fine di costringere il Governo a proclamare la Repubblica.[558] Il Circolo delibera che non _forzerà la mano_ al Governo in quanto al giorno della riunione dei Deputati in Roma.... Non vi par ella grandissima libertà cotesta? L'Assemblea intimata dal Governo è vilipesa, minacciata, o derisa. — In questo intervallo i Popoli accorsi dalle Provincie, uniti col fiorentino, proclamano la Repubblica di diritto e di fatto, e piantano l'Albero della Libertà davanti il Palazzo. Il Circolo Popolare decreta Legge uniforme. I Popoli accorsi sopra la Piazza, con immense strida, dichiarano decaduto il Principe, la Repubblica, la Unione con Roma, e Laugier traditore; migliaia di furiosi presentano al Governo i plebisciti _perchè gli accetti e ratifichi_. — Come potessi schivarmi in quella tremenda giornata, ho esposto altrove. Nondimeno _Circolo_ e _Giornali_ annunziano, bugiardamente, essere stata accolta con giubbilo cotesta dimostrazione, — avere aderito, il Governo, a proclamare la Repubblica; mentiscono parole, falsificano proclami: ma accortisi che il Governo teneva il fermo a non lasciarsi strascinare, di nuovo tramano altro più formidabile apparecchio pel 1º marzo, onde mandare ad effetto la proclamazione della Repubblica. Non essendo soppressa la Legge Stataria, pubblicata dai miei Colleghi per reprimere la reazione, io la mantengo per reprimere le minacciate violenze dei Faziosi; e lo annunzio col Proclama del 27 febbraio, il quale, accorso (per parare il colpo) il 26 da Lucca, persuasi i miei Colleghi, ottengo che sia pubblicato a Firenze. — In Consiglio mi secondarono tutti i Ministri. Il Circolo ruppe in aperte minaccie, più che mai palesò i danni dello indugio, e sospinse alla Repubblica; protestò contro il Governo, ci fece sentire prossimo lo stato di accusa; me appellò, bruttamente, traditore; ma il 1º marzo l'assembramento fu prevenuto. Il giorno successivo tolsi via la Legge, _dichiarando che si aveva ad aspettare la deliberazione dell'Assemblea eletta col voto universale_.[559]

Le vicende accadute nel tempo intermedio mi avevano purgato agli occhi dei più di ben molte calunnie, quantunque, e lo vedremo in breve, non cessassero di lavorarmi di straforo con arti proditorie. Comprese allora il mondo, e più comprenderà adesso, che, se contrastavo alla tumultuaria e violenta Repubblica, io già nol facessi per tradire la Patria, non per concerti presi col Principe lontano, non per mantenermi al Potere, non per rendermi necessario a tutti i Partiti, non in grazia di futuri comodi, o talento di titoli (vanità sempre, in questo caso vergogna); comprenderà che se ogni esordio di guerra civile ed attentato contro la sicurezza pubblica o privata io diligentemente attesi a comprimere, già nol facessi io in odio del Principato Costituzionale. Nella mia condotta io non ho riguardato me, nè altri: ho considerato quello che mi pareva meglio pel mio Paese: e al mio Paese ho sempre tenuto diritti la mente e il cuore. Questo ho voluto: questo ho operato con pericolo passato, e con danno presente. Non importa: meglio sventura onorata, che fortuna con vituperio. «Io sono per la Patria, e per Lei» dissi certa volta a Leopoldo II; «nè che metta prima la Patria vorrà V. A. adontarsi, perchè anch'ella l'ama con cuore di figlio.» Il Principe blando assentiva al detto; ed io, quello che parlai quando saliva i gradini della magione reale, penso potere ripetere ora che ho sceso gli scaglioni del carcere.

Poichè ogni resistenza felice aumenta nel resistente il credito che scema nello assalitore, così in breve io mi sentii forte abbastanza per avventurare un passo, che sostengo decisivo, come quello che, se non finiva la Rivoluzione, ormai la sottometteva; le sue ultime prove erano fatte, e per necessità di cose doveva andare di mano in mano digradando.

Lo spirito pubblico riassicurato incominciava, comecchè timidamente, a farsi sentire, e bisbigliava sommesso: che se la Toscana dovesse unirsi a Roma, non si aveva a discutere davanti all'Assemblea _Romana_, ma sì davanti all'Assemblea _Toscana_. I Settarii se ne commossero maravigliosamente; quale mi minacciò, quale mi interpellò; quale infine, ostentando sicurezza, diceva ormai la quistione decisa: la Unificazione con Roma e la forma del Governo doversi deliberare a Roma. L'_Alba_ del 4 marzo stringeva il Governo Provvisorio con le seguenti parole:

«_Alcune interpellazioni al Governo Provvisorio._

«Fino dal giorno in cui il Governo Provvisorio toscano ascese al Potere, _chiamatovi dalla volontà unanime del Popolo e dal consenso del Parlamento_, fu sua prima cura di circondarsi dei Rappresentanti del Popolo, liberamente eletti per suffragio universale diretto, onde dar forza alla sua nascente autorità e coadiuvarlo nel soddisfare alle gravi bisogne dello Stato.

«A quest'effetto il Governo, abolendo da un lato il _Consiglio generale_ ed il _Senato_, convocava immediatamente un'Assemblea _legislativa_ di centoventi Rappresentanti, determinando i modi della elezione, e _promettendo di sottoporle colla maggiore sollecitudine il progetto di Legge per l'attuazione della Costituente Italiana_.

«Questa Assemblea doveva concentrare in sè stessa tutti i poteri legislativi, per esercitarli in unione al Governo Provvisorio, il quale si riservava, oltre alla sua parte d'iniziativa, l'esclusiva sanzione e promulgazione delle Leggi.

«Il giorno appresso, una Dichiarazione governativa, inserita nel _Monitore_, modificava in parte il precedente Decreto e restringeva nei suoi giusti limiti l'autorità del Provvisorio Governo; annunziando _che la volontà liberamente espressa dai Rappresentanti del Popolo toscano, eletti per suffragio universale diretto, sarebbe stata legge pel Governo, il quale avrebbe primo dato l'esempio della più perfetta obbedienza al volere del Popolo sovrano_.

«Ma accortosi bentosto come la precipitanza nel convocare l'Assemblea _toscana_ non gli avesse concesso di maturarne bastantemente la natura, i modi ed i limiti; _avvedutosi come non bastasse alle esigenze del Paese_ la presenza di un'Assemblea meramente _legislativa_, la quale dall'indole stessa del proprio mandato sarebbe stata limitata esclusivamente alla interna amministrazione dello Stato; e come il Paese, _rimasto privo di uno dei tre Poteri costituiti_, abbisognasse di una _Assemblea sovrana Costituente, la quale decretasse la forma politica dello Stato e le norme del nuovo patto sociale_; il Governo Provvisorio pensò che fosse necessario sopperire immediatamente a questo pressante bisogno, ed a questo effetto pubblicò poco appresso il Decreto del 14 febbraio, col quale intendeva ad un tempo di _dotare la Toscana di un'Assemblea Costituente che determinasse la forma di Governo con cui dovrebbe reggersi il Paese, e di soddisfare al voto unanime e concorde manifestato dal Popolo Toscano e dal Popolo Romano per la Unione immediata dei due Stati in una Italia Centrale_.

«Se ci atteniamo al contesto di questi Decreti, i quali a dir vero spesso si elidono e si contraddicono in più d'una parte, non può cader dubbio che il concetto del Governo Provvisorio non sia stato quello di deferire le questioni di ordinamento, tanto quelle relative alla forma dello Stato, come quelle relative alla Unione con Roma, _di deferirle, diciamo, ai 37 Deputati della Costituente, i quali, raccolti coi Deputati Romani in Assemblea unica e sovrana, decreterebbero la Unificazione dei due Stati, determinando in appresso il patto sociale e le sorti dello Stato comune_.

«Le parole infatti dei Decreti governativi parlano troppo chiaro, a chi voglia e sappia intenderle, perchè si possa revocare in dubbio a quale delle due Assemblee debba appartenere la questione dell'ordinamento politico.

«Il Decreto dell'11 febbraio stabilisce che _la forma del Governo della Toscana, come parte d'Italia, dovrà essere stabilita dalla Costituente Italiana_. Il successivo Decreto del 14 febbraio, ordinando la elezione dei 37 Deputati ed il loro invio a Roma, _il quale sarebbe troppo ritardato se la Legge per la Costituente dovesse essere sancita dalla Assemblea Legislativa Toscana_, allega come ragione di questa sollecitudine: _che la Unione della Italia Centrale, già operata nei comuni desiderii e nei comuni bisogni, aspetta il suo compimento dall'invio dei nostri Deputati alla Costituente Italiana_.

«Ad onta però di queste chiare e lucide espressioni, parecchi organi della stampa periodica (tratti forse in errore dalle non poche e non lievi incongruenze dei due Decreti; da certi termini dubbii ed oscuri contenuti nella Dichiarazione del 12, di cui abbiamo sopra accennato, e nel Proclama del 27; e finalmente dalla convinzione della incompatibilità di due Assemblee che reciprocamente si elidono e si distruggono) _hanno stranamente travisata la natura dei due Decreti, e ne hanno falsata la interpretazione, sostenendo che la questione dell'ordinamento politico sarebbe sottoposta all'Assemblea Legislativa, e restringendo la sfera e l'autorità della Costituente, fino a ridurla in qualche guisa soggetta e subordinata ai Decreti dell'altra Assemblea_.

«Questa erronea opinione, portata dal Giornalismo nell'arringo dei Circoli e delle altre Associazioni politiche, ha falsati i giudizii, contorte le opinioni, ed ha sparso nel Pubblico l'incertezza, il dubbio e la esitanza; di guisa che la Stampa ed i Circoli nel proporre le liste elettorali, e gli Elettori nel compilare le loro schede, si trovano tuttavia nel maggiore imbarazzo, ignorando la natura e l'indole respettive delle due Assemblee, non meno che i limiti del mandato da darsi ai 120 Deputati della _Legislativa_ ed ai 37 della _Costituente_.

«Ora questa incertezza, questi dubbii, e questi imbarazzi debbono cessare immantinente.

«Noi chiediamo quindi formalmente al Governo Provvisorio di mettere in chiara luce questa delicatissima e troppo stranamente complicata questione; _di disvelare il concetto che lo animava nel dettare i due Decreti; di dichiarare infine solennemente a quale delle due Assemblee egli intenda rimettere la discussione della forma che dovrà assumere la Toscana, e della sua Unione con Roma_.

«Non esitiamo a credere che il Governo vorrà dare una pronta e adeguata risposta a questa nostra interpellanza, nè vorrà nascondersi nel velo del mistero o dell'obblio, come ha fatto per la precedente inchiesta fattagli nel nostro Numero di mercoledì. _Si rammenti il Governo che in assenza dei Parlamenti, e presso un regime libero e popolare, il diritto d'interpellare il Governo sui suoi atti appartiene ad ogni Cittadino, e sovra tutto a quei corpi morali, i Circoli e la Stampa periodica, che ne rappresentano i bisogni, i voti e le speranze; e che debito del Governo si è di darvi pronta, sincera e soddisfacente risposta_.»

La _Costituente Italiana_ del 6 marzo 1849, dopo avere censurato tutti gli atti del Governo Provvisorio, così prosegue: «Ora taluno vorrebbe turbare il corso logico delle idee, revocare in dubbio a cui competa decidere della forma del Governo toscano, e consumare l'atto più eminente di sovranità popolare. Il dubbio è nato dal cammino ondeggiante, traverso al quale si sviluppavano le decisioni del Governo Provvisorio. Il dubbio è grave. I nostri amici dell'_Alba_ hanno _solennemente_ chiesto che venga in modo esplicito dissipato, e noi non possiamo che fare eco ad essi, ed alle loro legittime istanze congiungere anche le nostre. _A noi però il concetto fondamentale della Costituente Italiana, i limiti del mandato legislativo, e le considerazioni stesse che precedono i due Decreti dei 10 e 14 febbraio, stanno dinanzi allo sguardo e insegnano necessariamente la soluzione più logica di questa difficoltà. — Dopo dichiarazioni sì esplicite, nessuna pretesa invaditrice potrebbe essere messa in campo dall'Assemblea Legislativa senza disconoscere la legittimità della sua origine, e attaccare il sovrano mandato deferito alla Costituente_. L'Assemblea Legislativa non esiste che come istituzione transitoria e secondaria, come garanzia speciale accordata alla Toscana a propria tutela duranti i pericoli e la necessità della situazione presente: collo esercizio incoato della sovranità nazionale nella Costituente, anche i Poteri legislativi debbono cessare, perchè in quella soltanto debbono concentrarsi. Noi non riguardammo, e non possiamo riguardare l'Assemblea Legislativa, che come elemento di soccorso, congiuntosi al Governo Provvisorio per fortificarlo; che al cessare di esso rientra nelle brevi limitazioni di un'autorità consultiva provinciale. Tali almeno sono le deduzioni naturali, invincibili, della Unione. _Noi quindi respingiamo assolutamente qualunque dottrina che tentasse, contro la parola e lo spirito della Legge, trasportare all'Assemblea Legislativa quelle facoltà che sono irrevocabilmente e solo acquisite alla Costituente_.» E qui continua facendosi l'obietto se _la forma definitiva del Governo della Toscana_ deva decidersi dai Deputati _Toscani_ congiuntamente ai Deputati _Romani_, o se da loro esclusivamente; e, come è da aspettarci, _si mostra parziale del primo partito_.

Eccomi giunto alle Forche Caudine. Stretto in questa maniera, era forza spiegarmi. Lo invio di 37 Deputati Toscani a Roma, perchè, congiuntamente co' Deputati Romani, deliberassero sopra la forma del Governo della Toscana, mi suonava vergognosissimo inganno. Che cosa avessero a deliberare, con Assemblea che già aveva proclamata la Repubblica, davvero non sapeva comprendere. Sul principio non poteva cadere questione, a meno che l'Assemblea Romana, abrogato il Decreto del giorno 8 febbraio, non avesse consentito a tornare da capo; il che appariva assurdo. Supposto che lo avesse concesso, o potuto concedere, il brutto inganno non veniva meno, avvegnadio il numero dei Deputati Romani superasse troppo quello dei Toscani. — Nè meno sarebbe stato festoso mettere a partito, nell'Assemblea degli Stati Romani, stremi di moneta, con carta che non trovavano da esitare nemmeno a vilissimo prezzo, se avesse voluto ricevere caritatevolmente la Toscana, tuttavia florida e con un attivo nel suo patrimonio sempre superiore al passivo.[560] Ma questi, nel linguaggio acceso degli uomini di parte, e' sono _positivismi_ insensati. Io, per me, non desidererei meglio che i cittadini altra moneta non possedessero tranne di rame; dei cibi, non compri, dispensati dall'orticello, si contentassero; sempre _brodetto nero_ bevessero: ma dipende forse da me, se gli uomini questo benedetto amore di sostanza non vogliono abbandonare? Se sia buono o cattivo costume quello di stare attaccati al proprio avere, io non voglio discutere adesso; per certo egli è vecchio, nè facile a farlo smettere, e credo che se ne siano potuti accorgere anche il signor Rusconi e i suoi compagni; però si astengono da confessarlo, perchè, appo la Chiesa loro, presumono la infallibilità della dottrina che negli altri contrastano: e così sempre dei Partiti succede. — Le due Costituenti, promesse dal Governo, non potevano senza pericolo revocarsi; _ma, sottoposti i Deputati per la Costituente Italiana alla decisione della Costituente Toscana, il Paese tornava assoluto padrone di sè stesso_. Il Governo, che minacciava cascare giù in piazza fra le moltitudini, senza che alcuno osasse impedirlo, _era da me raccolto, e riposto in mano del Partito Costituzionale_. Ora stava a questo accorrere, e farsi vivo. Non avevo adempito, con industria pari al pericolo, anche quello che gli uomini del _Conciliatore_ avevano consigliato? A chi ben guarda, il Decreto del 6 marzo era _infinitamente_ più ristrettivo della Legge della Costituente già proposta dal signor Montanelli. Invero, l'Assemblea _Toscana_ si trovava investita di facoltà sì ampie, che il Consiglio Generale non immaginò possedere giammai. All'Assemblea spetta deliberare _se voglia_ unirsi con Roma: — quindi, ella poteva decidere _non volere_; non volendo questa Unione, le competeva, a un punto, il diritto e il dovere di ordinarsi in Repubblica o in Principato Costituzionale separatamente; e, scegliendo il Principato, nessuno poteva impedirle di restaurare la Casa di Lorena. _Tutto stava in lei._

Considerando, pertanto, gli uomini capaci per le faccende politiche non abbondare in Toscana, pensai, che su molti sarebbe caduta doppia nomina per le due Assemblee; e questo concessi per avere maggiore sicurezza che i Deputati alla Costituente Italiana, partendo prima delle deliberazioni prese dalla Toscana, non somministrassero pretesto a soverchierie rivoluzionarie. Al quale intento, provvidi ancora che le formalità per lo spoglio dei Deputati alla Costituente Italiana si eseguissero con lentezza; e di vero, non furono mai principiate.[561]

Se in mezzo agli sconvolgimenti politici, o per virtù o per fortuna, mi venne fatto condurre a questa riva lo Stato, l'Accusa, per onore suo, si ritiri, anzi si penta e si dolga di avermi offeso, e prometta fermamente di pensare, in seguito, a quello che scriverà. Nè creda essa che io in questo modo per vana iattanza mi esprima; mai no: se io il faccio, è segno che ho da opporle un testimone a cui ella dee fare di berretta; una prova che ella almeno ha da credere; una autorità, che da lei alla più trista vuolsi rispettare, e questa autorità è la sua; questo testimone egli è dessa.... propriamente l'Accusa....