Apologia della vita politica di F.-D. Guerrazzi
Part 49
«E se ciò avvenisse, quali impacci non creereste, provocando una seconda Rivoluzione, che vi potete risparmiare, prevalendovi della prima così bene avviata? Essere uniti con Roma, vuol dire essere Repubblicani; e voi pretendete intanto che ci possiamo gridare uniti con Roma, ma che non ci dobbiamo dire Repubblicani. Permetteteci, cittadini del Governo Provvisorio, che vi diciamo apertamente, cotesto argomento essere un argomento _ad bestiam_, e che voi ci raffigurate il principe Amleto di Danimarca, mentre dice a sè stesso: _To be, or not be, that is the question_; e di cotesta questione non sa trovare il verso per uscirne a bene.
«_Essere o non essere_, — questa è la quistione. Or quando _per essere_ basta il dire _noi siamo_, non sappiamo capacitarci perchè si debba dire _noi saremo_, col rischio di non essere mai!
«Infiniti sono i rischi che minacciano il Governo Provvisorio. —
«Leopoldo d'Austria fuggì fidando nella reazione: fuggì nella certezza che i suoi fedelissimi sudditi non comporterebbero la lontananza delle adorate sembianze del loro padrone; fuggì, perchè il Partito reazionista vide essere cotesto l'ultimo colpo, il colpo disperato per far trionfare una causa che essi medesimi vedevano perduta. — Se Leopoldo d'Austria fosse fuggito nel semplice scopo di sottrarsi ad una sanzione cui consentire non poteva il suo animo timorato, se fosse fuggito unicamente per sottrarsi ad una scomunica, se fosse fuggito lealmente e da buon cittadino, da buon cittadino avrebbe incominciato a deporre quel potere, che ei credesi aver ricevuto per grazia divina, ed alla cui influenza, al cui prestigio egli affidò le ultime sue speranze, — le speranze di ricostituire un trono dispotico sulla guerra civile e sulla anarchia.
«Quest'ultimo scopo soltanto fu quello che ricercò Leopoldo lo Austriaco: ed ove egli vada fallito, sieno pur certi i Toscani, sia certa l'Italia che, non avendo la reazione trionfante, avremo li Austriaci sostenitori del Trattato di Vienna, i quali verranno a riporre sul trono un sovrano che per amore non vi fu voluto riporre. Ora, se schiacciammo la reazione, perchè, o Governo Provvisorio, non volete che schiacciamo li Austriaci?... Perchè volete che abbiamo l'una latente e permanente, li altri in minacciosa prospettiva?...
«_E voi sembrereste nol volere, se recedeste dallo scendere prontamente ad energiche e violente misure, a provvedimenti solidi e rivoluzionarii._
«_Voi sembrereste, per taluno, quasi non volere, ricusando ancora di dichiarare decaduta dal trono la famiglia di Lorena, ricusando di proclamare immediatamente il regime repubblicano, oggimai inteso e gradito da tutti meglio assai di quello che nol sia il provvisorio._»[536]
Non si deve convocare l'Assemblea, perchè si corre pericolo di _addormentare la Rivoluzione nella fredda legalità delle formule_. Impegno del Popolo quando me pose al Governo dello Stato, fu la _Unione d'Italia con Roma_.
«Uomini che abbiamo voluto al Potere, in nome di Dio non esitate! Leopoldo di Lorena è in Toscana tuttavia. La Inghilterra fa bordeggiare le sue navi davanti ai nostri porti sguarniti. Il Piemonte nella professione di fede del ministro Gioberti dichiara non accomunarsi co' Repubblicani, agli unitarii, ai sognatori. Il Papa in Concistoro segreto domanda ec...... Uomini del Governo Provvisorio, non presentite l'uragano? Voi non osate ferire nel cuore la diplomazia europea, e ferite in cambio il cuore a voi stessi, e vi mettete a pericolo di addormentare una Rivoluzione nella fredda _legalità_ delle formule ec. — Ora la Repubblica _è una necessità_ cui la stessa Diplomazia non può intimarvi di disobbedire, poichè non potete davanti al Popolo rinnegare l'impegno che vi ha collocati al reggimento della cosa pubblica: la formazione di uno Stato solo con Roma. Voi sapete di doverlo a Firenze, a Toscana, a Roma, alla Italia. Ma voi dite di consultare l'Assemblea di cui ieri l'altro rettificaste la missione col chiamarla Costituente.
«E se questa Assemblea, nata dal campo di quelle elezioni fra le quali la reazione combatte l'ultime prove, se questa Assemblea non intendesse la missione sua, e riuscisse Assemblea unicamente Toscana? E ciò potrebbe accadere.
«Se prima d'essere raccolta, il cannone tedesco tuonasse l'allarme dalle gole degli Appennini, o le flotte interventrici occupassero i vostri porti? E ciò potrebbe accadere.
«Se un giorno fossimo costretti a domandarvi conto di questa arrendevolezza ai protocolli stranieri, di questa momentanea, eppur dannosa esitanza, fra il vecchio ed il nuovo?
«Oggimai abbiamo compiuto l'opera nostra, e vi abbiamo avvertiti. Governo Provvisorio di Toscana, bando alle esitazioni: abbiate coscienza della vostra forza, perchè il Popolo è con voi; _siate geloso della vostra responsabilità_, perchè la Italia vi giudica.»[537]
Più veemente il medesimo Giornale nel 17:
«Questa Unione che fino dal _primo giorno_ della Rivoluzione fu il voto esplicito, insistente, imperioso del Popolo fiorentino; questa Unione, che fu ad un tempo la ragione suprema della creazione di un Governo Provvisorio toscano, e la _condizione_ prima, assoluta, imprescindibile della sua esistenza, ha già acquistato le simpatie delle provincie sorelle; ed al grido di Unione proclamato a Firenze, rispondeva un'eco potente, irresistibile, da ogni parte della Toscana. Ieri erano i Circoli di Livorno che inviavano deputazione al Governo per invitarlo a proclamare l'Unione immediata con Roma. Oggi sono i Circoli di Arezzo, di Prato, di Pistola, di tante altre città che ripetono lo invito, la domanda, la istanza medesima, o con indirizzi o con commissioni speciali. E il Governo accomiata le Deputazioni, mette agli atti gl'Indirizzi, e risponde non essere ancora tempo di esaudirli, non potersi precipitare gli eventi, doversi attendere il responso dell'Assemblea del 15 marzo.
«Ma il Popolo insiste nelle sue esigenze, forte nella coscienza dei proprii diritti, e confortato dalle istanze fraterne, con cui i Popoli di Roma e di Romagna gli stendono le braccia. Ogni giorno un nuovo fatto, una nuova dimostrazione viene in conferma della volontà costante, immutabile, del Popolo nostro, in riprova della sua maturità alle libere istituzioni repubblicane, le quali una soverchia diffidenza delle sue forze, o una soverchia diffidenza delle proprie, ricusa acconsentirgli se non a brevi e tenuissimi sorsi.»
Però che, come dagli sparsi Documenti si ricava, il grande spino al cuore era la paura che Toscana tutta con politica probità consultata non si dichiarasse per la Repubblica; ed anche qui se ne incontrano vestigii: «Che cosa fareste _della vostra Assemblea_ ove si dichiarasse ostile, e giudicasse inopportuna e immatura la Repubblica? — Allora voi la rovescereste, — voi dite, — la rovescerebbe il Popolo conscio dei suoi diritti, e deciso a farli ad ogni costo rispettare. Or bene: fate conto, ch'ei l'abbia già rovesciata cotesta benedetta Assemblea, e non ne parliamo più, e figuriamocela seppellita. Che bisogno ci è, di grazia, di rappresentanti del Popolo, quando il Popolo è in piazza pronto a rappresentarsi da sè stesso?»[538]
Se io non erro mi sembra provato, che l'Assemblea fosse massimamente odiata dalla Setta repubblicana, sì perchè col differire temeva andassero disperse le esaltazioni degli spiriti, siccome appunto ad ogni specie di ebbrezza vediamo accadere, e sì perchè il voto universale sentiva certamente contrario ai suoi desiderii. Del pari fu visto come dal giorno otto febbraio con ogni maniera argomenti, urgentissimi sforzassero per avere Repubblica a furia di Popolo proclamata; come mi si fosse posto al fianco un uomo «capace di sviscerare fino l'ultimo dei pensieri del dittatore toscano,»[539] e _quotidianamente_ in lotta meco per poterla spuntare; questo dicono i ricordi dei tempi, questo tutti i libri confermano; eterna rampogna è questa, che mi gettano in faccia i Repubblicani; che più? questo apertamente le carte stesse dell'Accusa palesano, e nondimeno l'Accusa ha la fronte di scrivere: «il mio sforzo essersi ridotto _in qualche contingenza_, perchè la Repubblica non venisse troppo presto attuata.»[540] Comecchè non vi abbia mestiero di ulteriore dimostrazione, pure per chiarire in qual modo anche dai Documenti stessi dell'Accusa resulti la prova della continua opposizione mia all'esigenze della Setta, giovi innanzi tutto rammentare il Proclama che iniziava il Governo Provvisorio, avvegnachè per quello sia fatto palese quali fossero la sua missione ricevuta, i suoi fini, e i mezzi per conseguirli.[541]
Fino da cotesto giorno _otto_ annunziava rimesso alla decisione dell'Assemblea _Toscana_ il giudizio delle sorti nostre.[542] Nell'11 informato il Governo della congiura ordita nel seno delle Conventicole di prorompere e imporre la Repubblica a forza, bandiva il Proclama del 12 febbraio.[543]
E nel 13, quando si volle piantare l'Albero della Libertà sotto i miei occhi, dichiarai espresso: «appartenere al libero voto di tutto il Popolo Toscano convocato in Assemblea il 15 del futuro mese di marzo decidere su la forma del Governo.»[544] Nel giorno stesso commettevo discretamente al Consigliere Paoli, che si astenesse da porgere e da accettare eccitamenti per la Repubblica.[545] — E qui ricordiamo di passaggio all'Accusa di considerare, se sia o no importante acquistare tempo nelle rivoluzioni. Quel Popolo, che nel 12 febbraio piantava l'Albero, nel 12 aprile lo spiantava: — e si compiaccia avvertire da capo eziandio, che nè in tutto, nè sempre pervenni a contenere la moltitudine, poichè, nonostante il mio aperto contrasto, degli Alberi qui e altrove ne fu alzata una selva; e se quante si contavano mani a trattare alberi si fossero potute avere a trattare armi nazionali, il nostro Paese sarebbe lieto, che ora è tristo. La Circolare mandata nel 16 febbraio ai Gonfalonieri del mio alacre provvedere porge splendida testimonianza.[546] Quando il Principe abbandonò il suolo toscano, e le milizie del Generale Laugier o sbandate vagavano o al Governo Provvisorio si sottoponevano, e il Partito reazionario aveva ricevuto tale battisoffiola per cui stava cheto come olio, pauroso dei danni estremi, è agevole immaginare la pressura dei Settarii! Non era tempo quello di dichiararsi? Forse temevo della battaglia di Novara, forse presagivo futuri infortunii, e fra questi dubbii ed auspizii esitavo? Eh! Dio mio, se il giorno delle nozze dovesse prognosticarsi quello delle esequie, invece di menare balli per gli sponsali, canterebbero l'uffizio dei morti. Il Niccolini, il quale, come raccontai altrove, mi si era messo ai fianchi per commuovermi sotto milizie e popoli onde mi costringessero a proclamare la Repubblica per via di tumulto, arringata la turba, sospinse una mano di Lucchesi a venirmi incontro incappucciata di certi strani berretti vermigli, e a gridare smaniosa: _Repubblica! Repubblica!_ Come io loro favellassi domandatelo all'Accusa. Ella nei suoi Documenti ne riporta uno di mio, dove leggiamo impresse queste parole: «Il Governo ha assunto il carico di mantenere tranquillo il Paese finchè l'Assemblea Nazionale non decida delle sue sorti: questo intende fare con ogni suo sforzo supremo, e questo farà.»[547] E tale Proclama, o Bando ch'e' si voglia chiamare, era pubblicato nel 26 febbraio 1849, un mese innanzi la triste notizia della rotta novarese, come l'Accusa dichiara; e se la turba coteste mie dimostrazioni accogliesse docile, doveva l'Accusa investigare; e se non lo voleva investigare, nemmeno in oltraggio al vero e in onta alla santità del suo uffizio doveva affermarmi onnipotente conduttore delle moltitudini. In Firenze si raddoppiò la piantata degli Alberi, si suonarono campane, si spararono archibugi, si levò tale e tanto schiamazzo, che io per me credo, che se avessi allora avuto l'onore di tenermi accanto consigliera l'Accusa, mi avrebbe scongiurato dicendo: «Piegate ai tempi; prendete nappa rossa, e gridate Repubblica!» Peccato, che io non avessi tolta l'Accusa per mia consigliera a quei tempi.[548]
Ed in quel giorno i Commissarii, che, me invano opponente, si condussero a Firenze, sapete che cosa venivano a leggermi in faccia con turbato sembiante? «Che quel mio contegno fu visto con maraviglia e dolore, perchè può giovare alla reazione, può porgere ai nemici interni ed esterni mille argomenti, con cui sedurre e fare traviare la parte meno colta del Popolo, specialmente delle campagne, _sparlando della Repubblica, e facendola credere dal Governo ripudiata_.»[549]
Ed io con efficaci parole e co' recenti fatti mi purgava prima della calunnia di traditore, che stupidamente quanto perfidamente uomini faziosi insinuavano contro di me; gli scongiuravo a proseguirmi della consueta benevolenza: — stessero sicuri, da me null'altro volersi, non altro procurarsi, che il bene della mia Patria; dovere di cittadino e fede di Magistrato impormi di consultare il Paese intero in cosa nella quale ne andava della salute di tutti i cittadini; — e poichè gli ebbi fatti capaci della rettitudine delle mie intenzioni, confortai i Colleghi a perdurare nella mia sentenza, sicchè quel giorno stesso fu pubblicato il Proclama, che si legge a pag. 504 di questa Apologia.
Nel 2 marzo 1849 abrogando io la Legge Stataria del 22 febbraio 1849, promulgata me assente, non trascurai rammentare — «l'accordo universale di riservare alle Assemblee la funzione del voto popolare intorno alle forme del nostro reggimento.»[550]
Le altre contese sostenute vengono riportate nelle pagine, che in breve succedono. — Troppo lungo epilogo dello esposto fin qui, tornerebbe certamente tedioso; basta spremerne il sugo in due proposizioni: 1a Il Parlamento Toscano non fu sciolto, ma il Governo ne constatò la morte temporaria, perchè allora non avrebbe potuto, nè voluto sedere; sarebbe stato cagione di perturbamento, e non di ordine. 2a L'Assemblea Costituente Toscana fu convocata al doppio scopo, d'impedire la decadenza del Principe, e il bando della Repubblica a furia di una parte minore del Popolo Toscano audace per la inerzia e per lo sbigottimento della maggioranza, non che pel miscuglio di uomini non toscani; — di raccogliere libero intorno alla forma del reggimento e alla persona del Principe il voto del Popolo tutto, il quale per le cose dimostrate, giusta le previsioni della umana prudenza, era sicuro che si sarebbe espresso pel Principato Costituzionale, e per la casa erede di Leopoldo I precursore di civili libertà.
XXVIII.
Mio disegno; motivi che lo persuasero, ed espedienti per conseguirlo.
Come il tempo negli antichi marmi corrompendo taluna lettera, e tale altra consumando, rende le iscrizioni a leggersi difficili, così la forza degli eventi, esercitandosi sopra le opere dell'uomo politico, quasi sempre ne scompone il disegno; però, nel modo stesso che periti archeologhi sanno ricostruire le prime, e ridurle ad ottima lezione, uomini che la scienza del governo degli Stati professano, indagando, ritrovano in mezzo alle scosse della fortuna, e alle deviazioni della necessità, il concetto dell'uomo politico. — E non sarà soltanto legge di giustizia storica, bensì di giustizia universale, giudicarlo non già con le norme assolute del retto, e del giusto, bensì con lo esame dei tempi nei quali visse, e degli avvenimenti che lo costrinsero ad operare.[551] Che se questa sentenza dettata da Ugo Foscolo fu reputata vera, ragionando dello scopo di Gregorio VII, tanto maggiormente deve accettarsi nel mio, in quanto che le forze del tempo, se meno si presentavano ardue a dominare, più inopinate e furiose imperversavano a scuotere. Io però rinnegherei la esperienza e la verità, se o credessi o affermassi, che agevolmente dagli uomini politici si renda giustizia agli uomini politici loro contemporanei: chè da un lato le Fazioni pervertono lo intelletto, il giudizio per passione si corrompe; e sovente eziandio, più che non converrebbe a spiriti elevati, invece di affaticarsi a cercare il vero sotto la fronte prima delle cose, pigramente si accomodano alla volgare sentenza. Onde, a senno mio, non le preghiere soltanto, come disse Omero, sono zoppe e losche, ma la verità altresì, avvegnadio veda a poco per volta, cammini tarda, e troppo spesso non giunga neppure in tempo a chiudere gli occhi al travagliato dalla fortuna e dagli uomini. M. Lamb, che fu poi Lord Melbourne, con aggraziata e verace scrittura deplorò la condizione dei Ministri di Governo, la quale mi piace referire onde si veda se questa sia stoffa da mettersi fra dita di uomini rusticani, e per di più maligni:
«Le geste del soldato si compiono davanti alla faccia del sole, alla luce del giorno, presenti i compagni, e i nemici contro i quali ei combatte. Tutti le vedono, le conoscono tutti; nessuno le contrasta, o le attenua. La fama tosto pel mondo le spande: e tosto il premio di lode dovuto ai salvatori degli Stati ricevono. Il sagrifizio di un _Ministro_ e la devozione dell'uomo di Stato sperano invano ricompense siffatte; però che gli sforzi loro adoperandosi più spesso a prevenire, che a comprimere grandi vicissitudini, avviene che rimangono oscuri, ignorati, esposti a tutte _le false interpretazioni della ignoranza e della mala fede_. Li criticano, li accusano, e li condannano, mentre all'opposto meritano il plauso della Patria non ingrata. Quante e quante volte questi sforzi generosi e penosi vanno obliati in mezzo alla pubblica sicurezza mantenuta da loro, o alla prosperità per essi iniziata!»[552]
Ora il mio disegno da alcuni in parte si disprezza, in parte si nega; da altri si confessa, ma si calunnia, e acerbissimamente riprendesi.
Qui emmi venuta in testa certa fantasia di raccontare una storiella, la quale, comecchè alla mestizia dello argomento non convenga, pure alle fortune che provo maravigliosamente si accomoda; ed è questa. Fu già un Dottore, ma non ricordo il nome, di assai tenera pasta, al quale, quantunque volte gli capitava operare qualche bene, pareva proprio andare a nozze; e malgrado che da questo suo costume gliene fossero venuti fastidii non pochi, e molestie grandi, pure non si sapeva ridurre a mutarlo. Ora accadde, che, passando per certa contrada, s'imbattesse in un marito ed in una moglie, i quali con una pertica e con un bastone si ricambiavano _univoci_, e non _equivoci_ (come direbbe l'Accusa), segni di coniugale affetto. Il buon Dottore acceso di sdegno cacciavasi risoluto in mezzo agli arrabbiati, e, messa la destra al petto dell'uomo, la sinistra non so in qual parte della donna, teneva l'uno dall'altra lontano, esclamando: — «In questa maniera, sciagurati!... per voi si rappresenta la Unione di Gesù Cristo con la Chiesa? Così si fa bugiardo il primo padre Adamo, quando disse, che marito e moglie sarebbero stati due in una carne sola?...» E continuava a dire; ma il marito, accigliato, gli rispose: «E che cosa importa a lei dei nostri fatti?» E la moglie dall'altra parte: «O come entra lei nei fatti nostri?» E poi marito e moglie insieme: «E se ci vogliamo bastonare, o che cosa gliene ha da premere? Se tanto bastonassimo lei!... e se lo meriterebbe... se lo merita.... io lo bastono... tu lo bastoni... noi lo bastoniamo...» E i coniugi coniugarono il verbo bastonare sul corpo del Dottore. Gliene dettero cento, tanto erano e giustamente infelloniti costoro; ma il povero uomo non sentì le dieci, chè cadde alle prime percosse malamente ferito sul capo. Il Cerusico, accorso, prima di medicare la piaga, prese co' suoi ferri a scandagliarla, onde il Dottore traendo doloroso guaio: «Ohimè» disse, «che cosa fate, Cerusico?» E il Cerusico a lui: «Io tasto per vedere se vi hanno offeso il cervello.» — «Ah! Cerusico mio» soggiunse il ferito, non istate a perdere tempo, fasciatemi il capo addirittura; e vi pare egli, che se avessi avuto cervello mi sarei messo in mezzo a scompartire moglie e marito?» — Così è, voi troverete la storia dei moderatori dei Partiti in tutto uguale a quella del Dottore e alla mia.
Ma, delle due Fazioni, per ora parlerò intorno alla prima rappresentata dagli Accusatori e dai Giudici, intervenuti fin qui in questa lamentevole procedura. La parte che da loro adesso si tiene a vile, e la pubblica e la privata sicurezza difese; e sta bene; voto di naufrago, passato il temporale, raro si ricorda: la parte che si nega, è che, _consentendo io a quello che formava allora, e conosceva sperimentalmente formare il desiderio della parte grandissima del Paese (voglio dire stabilire ed usare le libertà costituzionali), procurassi con ogni mezzo legale e leale, senza neppure atomo di comodo privato, che con modi civili la universalità del Popolo la restaurazione dello Statuto decretasse_.
Ma se altri lo impugna, a me basti averlo dimostrato fin qui, e compirne adesso la dimostrazione. Ho detto come a simile intento per me fossero adoperati di due maniere partiti: i primi di resistenza, i secondi d'iniziamento. Mi si conceda toccarli succintamente da capo, per mostrare poi quanto sembrasse la conclusione propostami razionale e onorevole.
Rispetto ai primi, la resistenza fu opposta alla forza, all'astuzia e alle adulazioni. — La forza apparve materiale e morale; e poichè anche sommarne i capi saría troppo lungo lavoro, mi commetto alla benevola memoria del leggitore. — Astuzia fu la insistenza per la proclamazione provvisoria della Repubblica, salva la conferma dell'Assemblea; — astuzia le otto proposte preliminari per la Unificazione, del 27 febbraio, quasi accettate dal Presidente del Governo; — astuzia i due Ministri romani, ordinario e straordinario, qui fermi per sollecitare ogni momento; e i due ambasciatori straordinarii mandati il 15 marzo per isforzare la Unificazione immediata;[553] — Ciceruacchio, _alla testa di una Deputazione del Popolo di Roma portante il voto del medesimo per la unificazione con la Toscana_, nel 17 marzo non già da Livorno direttamente avviatosi a Firenze, ma aggirantesi per Pisa, Lucca, Valdinievole, Pistoia e Prato, onde _concionare_ i Popoli, e strascinarli ad ogni modo nello statuito disegno;[554] — e il Ministro degli Esteri, Rusconi, _qui venuto in fretta ad assicurare, che Francia e Inghilterra avrebbero impedito qualunque intervento nella Repubblica_ della Italia Centrale (e non era vero), purchè costituita.[555] — Lusinghe: la Deputazione romana venuta a offrirmi la carica di Triumviro a Roma, e la proposta espressa che di ciò fece il Principe di Canino Presidente all'Assemblea Romana.
Partiti d'iniziamento furono: impedire che il Popolo _facesse da sè_; ostare, per quanto era dato, che il Governo non passasse alle moltitudini in piazza, la macchina governativa non si disfacesse, gl'impiegati probi e animosi non fossero cacciati o se ne andassero per dare luogo a gente forse prava, certo incapace; attendere con somma diligenza che le proprietà e le vite dei cittadini si rispettassero, onde il Popolo, mutata natura, non diventasse feroce; — rigettate le misure di Legge dei sospetti, di armate mobili rivoluzionarie, di supplizii immediati, e impedito che i Faziosi _facessero da sè_; — rigettate le misure di mettere mano violenta negli argenti sacri, e nelle borse dei ricchi, e impedito che i Faziosi _facessero da sè_; — i più temibili fra gli agitatori o cacciati, o allontanati, o imprigionati; — i Ministri Marmocchi e Mordini persuasi a sostenermi nello assunto della Restaurazione per via delle Assemblee Costituenti; — dei Giornali, qualcheduno reso favorevole; altri pregati a cessare, o a moderarsi; — armi tolte al Circolo; — emigrazioni armate allontanate dalla città; — Religione protetta, delegando il Tribunale di Volterra a giudicare delle ingiurie patite da lei; — Arcivescovo richiamato; — Magistrati difesi; — con ogni mezzo attutito il delirio del Popolo, e richiamata la intera Toscana al sentimento delle sue tradizioni, dei suoi costumi, dei suoi interessi, della sua capacità, e della sua potenza; con altre più cose, che nel corso di questa Memoria vengono sparsamente discorse.