Apologia della vita politica di F.-D. Guerrazzi
Part 48
«_Dovemmo però bentosto conoscere che uno stato incerto e mal fermo era dannoso e increscevole a quei Popoli_, i quali, _parte per universali acclamazioni, parte per via di assemblee popolari congregate a questo fine dai respettivi Governi Provvisorii_, tornarono a più fortemente esprimere il voto di essere stabilmente uniti e parificati coi Popoli che la Provvidenza ebbe affidati alle Nostre cure.
«_E fu da ciò a Noi dimostrato, esserci imposto di soddisfare a quel giusto e benevolo desiderio loro_; il quale, mentre attendeva ad accrescere e munire per via di un politico legame quegl'interessi scambievoli che mai non poterono esser distrutti _dalle separazioni di signoria_, conduceva più efficacemente a coordinare le riunite forze _a quello scopo comune e supremo, al quale ora deve intendere tutta insieme la Nazione_.
«Animati pertanto da eguale affetto per gli antichi e per i nuovi figli, e nella fiducia di promuovere, quanto è in Noi, quel bene d'Italia il quale primeggia fra i nostri pensieri; e perciò convinti di far cosa che sì per questo riflesso, sì per i vantaggi che ne vengono allo Stato, debba essere di soddisfazione alla Toscana e alle Assemblee che la rappresentano;
«Sul parere ec.
«Ci siamo determinati di pienamente aderire agli espressi voti con _aggregare, conforme aggreghiamo, al Granducato, gli Stati di Massa e Carrara, e i Territorii della Lunigiana e Garfagnana_, ordinando che ci siano proposti nel più breve tempo i modi convenienti _ad introdurre in essi le leggi ed instituzioni governative ed amministrative del Granducato_, onde le Popolazioni dei medesimi sien fatte partecipi di tutti i diritti che spettano ai Toscani.
«Volendo però, che l'adesione nostra, e quindi l'_aggregazione da noi decretata_, non sia per interporre alcun ostacolo alle future sorti d'Italia, _e che nessuno, comunque non prevedibile, evento pregiudichi mai la volontà e gl'interessi dei sopraddetti a Noi carissimi figli_, dichiariamo fin d'ora che _nel nazionale ordinamento che con quest'atto avemmo in animo di promuovere, e cui professiamo di volere ora per allora conformarci_, mentre sosterremo quanto è in Noi questa unione vantaggiosa del pari alle due parti che la formavano, _intendiamo che per qualunque siasi caso contrario resti preservata ai Popoli, che a Noi ora si aggiungono, quella naturale libertà, per cui possano in ogni evento provvedere a sè medesimi, e di essi non venga disposto altrimenti senza il loro consentimento_.
«Dato in Firenze li 12 maggio 1848.
«LEOPOLDO.
«Il Presidente CEMPINI.
«Visto per l'apposizione del sigillo «Il Ministro della Giustizia B. BARTALINI.»
L'Accusa fa le stimate, ed esclama: «Possibile? Dev'essere apocrifo!» No, Accusa mia, egli è tratto dalla _Gazzetta di Firenze_ del 15 maggio 1848, e fu in cotesti tempi, come tanti altri lenzuoloni suoi fratelli, impastato su i muri a farvi la parte della rosa: _nasce, languisce, muore, — e non ritorna più_. Non dubitare, Accusa, ch'egli è un Decreto sottoscritto, condizionato nelle regole, e messo negli Archivii, dove a te sarà passato di occhio; e ti compatisco, perchè non si può avere avvertenza a tutto, specialmente quando si vuole fare presto, e non lasciare (come in altri paesi si costuma) per anni e anni i poveri detenuti _a sentirsi morire_ nelle carceri con rovina irreparabile della educazione dei figliuoli, della domestica economia, — di tutto: non siamo mica in terra di Turchi, la Dio mercede; altrimenti prima di giudicarli, poveretti, sarebbero condannati, e di che tinta! — Queste cose, a memoria di uomo, non si sono viste in Toscana, e le non si hanno a vedere. — Onesta Accusa, poichè così bene ti scorgo disposta, riprendi in mano cotesto Decreto, e nota come sei proposizioni normali vi si trovino consacrate solennemente.
1º _Legalità dei Governi Provvisorii approvata._ 2º _Facoltà dei Popoli, per disporre di sè stessi, confermata._ 3º _Dovere nei Prìncipi di aderire al voto dei Popoli bandito._ 4º _Promessa di aderirvi sempre pubblicata._ 5º _Costituente italiana_, allo scopo di attendere al nazionale ordinamento, _annunziata e promossa_. 6º _Guerra dichiarata scopo supremo e comune di tutta la Nazione._
Lo vedi, Accusa, Io lascio giudicare proprio a te, se cotesto Decreto non contenga per necessità di queste due cose l'una, _o lo impulso della rivoluzione da farsi, o la testimonianza della rivoluzione già fatta_. Qui, qui e non altrove, cerca e trova, Accusa mia, non pure il germe e il fiore, ma il frutto ch'è segno delle tue imputazioni. E se questo facevasi nel 12 maggio 1848, o come presumi che non si continuasse a fare nel febbraio 1849? E se questo operavasi da un Governo Costituzionale, come poteva astenersene un Governo nato dal perturbamento dei Poteri Costituzionali? E se questo un Governo ordinato bandiva per disordinarsi, come un Governo disordinato doveva ripudiarlo per ordinarsi? Se il Ministero del maggio 1848 così provvide per seminare la rivoluzione, o perchè il Governo Provvisorio non potè praticare per contenerla e per reprimerla?
Gli speculatori della Rivoluzione francese non senza verità ne attribuiscono parte alla rappresentanza del _Figaro_, della _Folle Giornata_, e della _Madre colpevole_ di Beaumarchais: o pensiamo un po' quali portentosi effetti dovevano partorire le parole del Decreto del 12 maggio 1848 sopra menti affannate da stupenda concitazione: zolfo e olio sul fuoco!
La dottrina dei fatti compíti distrugge la pretensione del diritto: chi raccoglie il retaggio dei primi, male si affatica a sostenersi sul secondo; il principio dell'autorità, e quello del voto popolare, non sono redini da stringersi in una stessa mano; procedere dall'uno o dall'altro, secondo che torna, è consiglio pessimo, a praticarsi impossibile. Quando, tra gli altri fatti, le Potenze stipulanti i Trattati di Vienna approvarono la separazione del Belgio dall'Olanda, e dello Egitto dalla Porta, distrussero virtualmente cotesti Trattati. Sofisma è ricorrervi, come adesso fanno i Diplomatici, cavillo forense e nulla più; e siccome senza forza i sofismi non reggono, così potrebbero attenersi risoluti a quella che di presente possiedono, senza beccarsi i geti con un fantasima di diritto a cui nè credono essi, nè nessuno altro crede. — Il Guizot, per giustificare la conferma di cotesta separazione, addusse lo esempio di due travi cascate per vetustà dal tetto della fabbrica, che bisogna lasciare giacenti a terra. Ora questo esempio non ispiega nulla; e la esperienza insegna diffidare degli uomini che, usi sempre a procedere con formule rigorose di raziocinio, ad un tratto ti balzano su con paragoni e parabole; imperciocchè questo voglia dire che essi proprio non hanno più in fondo al sacco un pugno di ragione per farne un discorso che valga.
Perchè nella _famosa storia_ dei successi avvenuti dal 1848 in poi, con tanto studio di verità dettata dall'Accusa e dagli altri che la precederono nel nobile arringo, simili a un punto e diversi, come si addice a fratelli; perchè, dico, il Decreto del 12 maggio è taciuto? Perchè l'Accusa lo cuopre, pietosa figlia, camminando a ritroso, _come se si trattasse delle vergogne del Patriarca Noè_? Gran comodo sarebbe quello di potere cancellare dalla memoria altrui i ricordi dei fatti successi, con la facilità stessa con la quale taluni cancellano dalla propria anima ogni sentimento di gratitudine e di pudore. Io però rammento questo Decreto, non già per cavarne motivo di biasimo ai Ministri onorandissimi che allora sedevano nei Consigli della Corona, ma sì per proseguirli della lode che meritano. Imperciocchè per esso mi si faccia manifesto, come uomini i quali logorarono massima parte della vita nello esercizio di dottrine diverse da quelle che comunemente si professavano allora, sapessero, prudentissimi, piegando dinanzi alla politica necessità, l'animo ai tempi accomodare; quantunque, per avventura, tutte le cose, di cui è pregno il Decreto allegato, potessero, nel 12 maggio 1848, parere un po' troppe anche a me.
E avvertite che, circa quel torno, a Presburgo ancora, tutte le domande degli Ungheresi concedevansi; il Bano Jellachich e il Patriarca Rajaesis che avevano impreso ad osteggiare i Magiari, quegli dalla parte di Croazia, questi dalla Servia, disapprovavansi, destituivansi, _di alto tradimento a Vienna accusavansi_; ed ei lasciavano dire. E questo ancora dimostra quanto _elastica, molteplice, proteiforme_ e _barometrica_ sia l'accusa di alto tradimento.
Nè gioverebbe punto all'Accusa, qualora si risolvesse a mettere in causa meco (il che non credo che voglia fare, almeno per ora) i signori Cempini, Bartalini, e gli altri del Ministero Toscano del 12 maggio 1848, dimostrare come cotesto Ministero non subisse «_forza tale da impedire il retto uso della ragione e della libertà, e da coartarlo a non abbandonare la posizione che poteva strascinarlo a pubblicare il Decreto allegato_;» però che cotesti Giureconsulti egregi, e uomini di Stato gravissimi, l'ammonirebbero dicendo: — «Accusa, Accusa, tu dovresti sapere che altra è la coazione che cade sopra uomo privato, altra quella che cade sopra uomo pubblico. La prima deve presentare i caratteri indicati dal gregge dei forensi, quantunque, anche in questa parte, sia ufficio del discreto, e soprattutto onesto Giudice, considerare non solo la coazione in sè stessa, ma eziandio le varie maniere con le quali si fa manifesta, e le diverse qualità degli uomini sopra i quali ella venne esercitata. Tale per nota d'infamia sbigottisce, che di ferro non cura; e questo va avvertito nel calcolo della imputabilità delle azioni incriminate. La necessità politica poi, nell'uomo pubblico, consiste, nei tempi di pericolo, nell'abbracciare quei partiti che, secondo la religione della propria coscienza e la virtù del suo intelletto, egli reputa più acconci a procurare il maggior bene o il minore male possibile allo umano consorzio, di cui gli venne confidato il governo. Il Ministro che abbandona il posto davanti alla irrompente anarchia; il Ministro che soffre esposte ai ferri dei feroci le gole degli amici, — ed anche dei nemici; il Ministro che lascia sobbissare il Paese per mettersi in salvo col suo fagotto, è a mille doppii più infame della sentinella che diserta il posto alla presenza del nemico; però ne sente più profonda la pena, chè la Storia lo marchia in fronte, e lo manda argomento d'ira e di disprezzo alla memoria dei più lontani nepoti. Voi, Giudici, guardate bene di notare per _lesa maestà_ quelle azioni, che, non fatte, frutterebbero dai Popoli l'accusa di _tradita umanità_.» — Così (parmi udirli) direbbero i lodati Giureconsulti e Ministri all'Accusa, e direbbero bene.
VI. La prova, che, consentendo la Corona, ne avevamo fatta in parecchi paesi della Lunigiana, e segnatamente pel negozio dell'Avenza, dove, comecchè il Governo Piemontese instasse calorosamente, tutti (chè due voti non fanno opposizione) si dichiararono pel nostro Principe.
Per la quale cosa io penso potere affermare, che difficilmente si procede, nelle faccende politiche, con sicurezza maggiore di quella che avessi io quando alla necessità del suffragio universale assentiva. Tanto meno ingratamente mi vi disponeva, in quanto che erami noto come il Sacerdozio, avverso alla Costituente Italiana, non trovasse niente a ridire alla Costituente Toscana.[532]
E mal consiglio fu impedire, o effetto della consueta inerzia non andare e non mandare gente a deporre il voto, chè, in questo modo operando, l'Assemblea unanime, o quasi unanime, e nella sua prima Seduta, avrebbe restaurato il Principato Costituzionale, vinto ogni ostacolo che a me rese il compimento del mio disegno difficile, e con benefizio del Paese grandissimo. E questo appunto massimamente temevano.
Nonostante però che molti elettori si astenessero, ed altri si facessero astenere (il che fu male), e malgrado che molti eletti costituzionali rifiutassero il mandato (il che fu peggio), non fallì il mio presagio, e la maggioranza favorevole alla Costituzione si ottenne. Ma la composizione di questa maggiorità richiese tempo e cure, perchè moltissimi Deputati erano ignoti al Governo, ed io non ben noto a loro; bisognò tastarli prima nelle Conferenze, e la maggiorità non potè vincere di slancio, come quella che non andava copiosissima di nomi universalmente autorevoli; tentennò a decidere, sbigottita dai clamori della minorità smaniosa, dagli schiamazzi della stampa, dalle insinuazioni perfide, ch'_eglino erano stati chiamati a sigillare il tradimento del Governo_.
_Dimostrazione storica._
Vogliano ricordarlo sempre i lettori, compongo una Difesa. Non mi abbandonino; mi seguano, io gli scongiuro, benigni, tenendo la mente rivolta a due cose: non trattarsi adesso di eleganze di testura o di eloquio, bensì di aggirarmi per la matassa arruffata dell'Accusa rompendone ad uno ad uno gl'inamabili fili.... Che Dio vi benedica! O che volete voi, che cammino sia il mio, se, dov'ella leva l'orma, a me tocca mettere il piede? E poi, badate a questa altra, che l'Accusa crede, nel suo portentoso cervello, ritenere che la Fazione violentasse tutti e tutto fino _al mezzodì circa dell'8 febbraio_; poscia cessasse ad un tratto onde lasciarmi abilità di commettere spontaneo e liberissimo tutti quei fatti, che nella sua opinione costituiscono il reato di crimenlese; e riprendesse in ultimo il suo _berretto_ e le _sue furie_, nel maligno intento, che lo imperversare posteriore non iscemasse di uno atomo la mia colpa davanti all'Accusa. Le violenze della Fazione; secondo la veridica storia dell'Accusa, si comportarono per lo appunto come le acque del Mare Rosso, quando sotto la verga di Moisè rimasero spartite, _e stettero a guisa di muraglia, a destra e a sinistra_,[533] perchè io potessi entrare nel mare della Lesa Maestà a piedi asciutti. Veramente cosiffatte partizioni senza verga di Moisè non succedono; ma l'Accusa portentosa crede ai portenti in mio danno, ed anche ne opera.
Sì, certo ne opera; imperciocchè non la vedemmo noi nell'ordine dei mesi mettere marzo prima di febbraio, e sostenere che i miei sforzi per impedire la decadenza del Principe e le sue sequele, incominciati fino dall'8 febbraio, fossero impressionati dagli eventi sinistri della guerra, di cui ci pervenne la desolata notizia nel 26 marzo 1849? In questo modo è taumaturga l'Accusa.
Adesso pertanto io penso, che se la convocazione dell'Assemblea fosse stata cosa capace di promuovere i disegni della Setta, sia naturale credere, che questa l'avrebbe favorita con tutti i nervi; invece, abbiamo già veduto in parte, e più particolarmente vedremo adesso, screditarla, e perseguitarla: udremo minaccie, sentiremo furori. — L'Accusa nondimeno contrasta, e dice, che ciò non conduceva ad altro, che a prorogare di qualche giorno la decadenza del Principe; e i Settarii all'opposto urleranno, che nello indugio sta il pericolo, e la morte. L'Accusa da un lato incolperà fabbricarsi, con artificii diabolici, per me la Repubblica; i Settarii, dall'altro, urleranno lo spirito repubblicano, per miei trovati infernali, evaporato. Faziosi tutti, e tutti procedenti ciechi, appassionati ed ingiusti.
_L'Assemblea Costituente è screditata_; si dimostrano i pericoli del differire; si suppongono ragioni nel Governo che non addusse, e si confutano con argomenti diretti ad atterrire. Si dichiara espresso, che _la forza ha distrutte le passate Assemblee, e disfarà anche questa_.
«Il Governo Provvisorio per procedere con ordine e con legalità ha cominciato a convocare pel dì 15 marzo una nuova Assemblea Legislativa toscana, sulla base del suffragio universale diretto.
«Prescindendo dalla difficoltà che adesso presenta una convocazione d'uomini tali, quali occorrono per sostenere i diritti del Popolo: prescindendo dal riflesso che nei Comuni piccoli, ove le opinioni sono meno avanzate, meno desto lo spirito pubblico, piccoli di mente e di cuore saranno necessariamente i Deputati prescelti da un Popolo ignaro e semplice, facilmente accessibile alle seduzioni e ai traviamenti; prescindendo dalla pericolosa e ambigua esitanza del provvisorio, a cui dà origine tale disposizione; prescindendo da tutto ciò, qual uopo mai vi era di essa?....
«Il Governo Provvisorio, o, a meglio dire, il Partito Democratico, è sicuro o non è sicuro di avere forza bastante per far prevalere il proprio diritto, dappoichè disgraziatamente niun diritto in fatto prevale senza la forza?
«Il Governo Provvisorio e il Partito Democratico sembra che di tal forza siano sicuri, giacchè per tutta ragione, a chi obietta esser facile che alla prossima Assemblea appariscano persone dell'antico calibro, rispondono che quella forza la quale rovesciò le altre Assemblee rovescerà, occorrendo, anche questa.
«Ora noi non sappiamo comprendere, come si possa volere creare colla probabilità di dovere distruggere; non sappiamo comprendere perchè per ottenere un voto forse incerto, ma che ha apparenza di legalità, si debba rimettere una decisione che urge, una decisione da cui pendono le sorti, non di Toscana sola, ma di tutta Italia; si debba non tener conto della forza presente, che grande è oggi, ma che domani, ed ogni dì che passa, può menomarsi; si debba non tener conto prezioso dello entusiasmo del Popolo, che oggi è acceso, ma che intiepidito, ammorzato che sia per vane formalità, per temporeggiamenti paurosi, può spengersi irremissibilmente, nè dare più buon frutto di sè.»[534]
Il voto universale pertanto metteva paura alla Fazione, ond'è che viene chiarito per vero, ch'essa sentiva non le tornerebbe favorevole, e che ricorrere a quello nello universale scompiglio era atto di riordinamento, non già di disorganizzazione.
L'Assemblea viene qualificata come impaccio alla Rivoluzione; — acerbe rampogne si muovono per averla proclamata, e minaccie laddove non vogliasi ritenere la Rivoluzione fatto compiuto; — reazione politica, pretesto alle rapine della cupidità, e della miseria; — nobili paventano le vendette e i saccheggi del Popolo; — errore del Governo di convocare l'Assemblea Costituente toscana; — per questo, e per altri pretesi falli ripreso perfidamente, come quelli che potevano cagionare effusione del sangue cittadino; — da capo sospetti insinuati contro gli ufficiali civili e militari, e Governo pressurato non pure a dimetterli, ma a punirli; — Popolo commosso ad avventarsi contra di loro.
«O voi vi fidate nelle forze del Popolo, — ripeto, — o non vi fidate. Se vi fidate, l'Assemblea è pericolosa. Ad ogni modo l'Assemblea è un impaccio che par gittato dinanzi alla Rivoluzione, come si getta uno sterpo fra le gambe a chi corre, perchè inciampi e cada.
«Voi dite averla convocata, nella speranza che l'Assemblea mandataria di tutta la Toscana acqueti ogni tentativo di reazione, e riesca la espressione del voto generale.
«E noi vi rispondiamo con le parole medesime che stanno scritte sul Rapporto della Convenzione Nazionale francese del 1793: — Quando la Nazione è in piedi, che cosa sono i Rappresentanti che seggono nelle Assemblee? —
«Oggi voi potreste, da voi e col Popolo, sedare e distruggere ogni reazione. — Ma domani, quando Leopoldo avrà ragunato a sè d'intorno i suoi fidi, quando questi avranno destramente seminato l'oro inglese, quando le baionette austriache saranno alle frontiere, credete voi poter sedare con eguale agevolezza la reazione? — Vi credete voi più potenti in faccia alla forza e alla violenza, unica ragione a cui si debba ora affidare l'arbitrio delle nostre sorti? — vi credete voi più potenti, ripeto, con 120 uomini di tutti i colori, di tutte le opinioni, che non con migliaia di gente del Popolo, tutti di un solo colore e di una sola opinione? — E credete voi che cotesto Popolo, ove non abbia più fede in voi, ove, col temporeggiare e col respingerlo, lo abbiate reso diffidente di voi e di sè stesso, credete voi che esso vorrà starsi pago della decisione dei vostri 120 Rappresentanti, e non piuttosto riterrà le proprie decisioni come un fatto compiuto, nel modo istesso che voi oggi sembra non vogliate ritenere per fatto compiuto la Rivoluzione?
«A noi, cittadini del Governo Provvisorio, vel diciamo col cuore sulle labbra, non fa nullamente spavento la reazione: solo ci fa spavento lo indugio. La reazione oggi non è di politica; è reazione di miseria, è reazione d'ignoranza, non è reazione di fede monarchica. La pretesa Vandea di Empoli non è che una lega di vetturini: la questione politica in Empoli, se bene l'approfondate, non è che una pretensione di antichi e stolti romori contro la strada ferrata. Leopoldo d'Austria può forse domani aver seguaci e satelliti molti in Toscana, per effetto d'oro, di promesse, di calcoli, di raggiri: oggi, — persuadetevene, o cittadini, — esso ne ha pochi, o, meglio dire, non ne ha alcuno. I suoi nobili stessi gridano al tradimento: lo maledicono per averli lasciati in abbandono, per averli esposti, dicon essi, alla animavversione del Popolo, con cui si sono compromessi per sua cagione, e _da cui temono vendette e saccheggi_.
«I suoi impiegati di null'altro curansi che dello stipendio, godono nell'ozio, e si augurano che la manna duri a cadere, senza avere la pena di chinarsi a raccoglierla.
«In quanto ai partigiani della idea monarchica, essi saranno sempre ostili alla democrazia, regni Leopoldo o non regni: la loro reazione è così sicura, com'è sicuro il regno delle tenebre accanto a quello della luce, com'è l'ombra inevitabile seguace del corpo.
«L'antagonismo dei Partiti non è reazione; e se aspettate, o cittadini del Governo Provvisorio, il 15 marzo, perchè tutte le opinioni sieno ad un livello, tutte le esigenze si chiamino sodisfatte, e di un volere unico e solo si cuopra Toscana, come il manto funereo cuopre un corpo fatto cadavere, prorogate in tal caso la vostra vana Assemblea al giorno del giudizio finale, e convocatela nella gran valle di Giosafat: colà forse, colà soltanto saremo tutti di un color solo, e di una sola opinione.
«Il massimo errore, fin qui commesso dal Governo Provvisorio toscano, è per noi la convocazione di un'Assemblea Toscana, oggi che l'Assemblea può e debbe chiamarsi unicamente Italiana, e unicamente risiedere a Roma; oggi che le esigenze della legalità debbono far luogo alle esigenze della necessità, il regime dell'ordine a quello della Rivoluzione: Rivoluzione permanente, sistematica, accanita, entusiasta, popolare, repubblicana, contro lo straniero, e contro chi perora la causa dello straniero: — i tardigradi, li opportunisti, i moderati...» con quel più, che viene riportato nella nota 1 a pag. 436 di questa _Apologia_.
«..... Ma di tutti questi errori nei faremo grazia al Governo Provvisorio toscano, ov'egli si affretti a fare ammenda del principale: ov'egli proclami la immediata Unione con Roma, e conseguentemente il regime repubblicano, amministrato da un Governo Provvisorio, finchè la Costituente Italiana di una Repubblica consistente di cinque milioni di rivoluzionarii e di due Popoli non faccia una Repubblica di 24 milioni di cittadini, e di una sola nazione.»[535]
Non vi è mestiero di Assemblea, il voto del Popolo ha già deciso. — Governo è spinto ad unirsi con Roma, e subito. — Il provvisorio non s'intende, nè si cura; vuolsi la Repubblica. — Il Governo _è d'accordo con gli Austriaci_, e apparecchia la invasione straniera se non procede come a Rivoluzionario conviene, e non consente il Principe sia dichiarato decaduto e la Repubblica proclamata. Quante mortalissime insidie cosiffatte insinuazioni contenessero in sè nel furore dei tempi, non vi è discreto uomo, che di per sè senz'altra chiosa profondamente non senta.
«Qual bisogno ha oggi la Toscana di rimettere ad una Assemblea la decisione di un voto, il quale fu già deciso dal Popolo? — Il Popolo ha già deciso di essere unito con Roma, e Roma ha proclamato la Repubblica il giorno stesso di tal decisione. Or come pretendereste di stare uniti a Roma, se l'Assemblea Toscana non si pronunciasse per la Repubblica?...