Apologia della vita politica di F.-D. Guerrazzi

Part 47

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Il nostro Principe si proclamava altamente nemico alla guerra civile: «Alcuni torbidi scoppiati nel seno della Toscana mi consigliarono a chiamarvi intorno a me da ogni parte dello Stato, e non già che l'animo mio soffrisse di promuovere la _guerra domestica_, e di porre gli uni contro gli altri coloro che tutti sono ugualmente miei figli.» — (Proclama di S. A. del 4 settembre 1849.) — E questo, come vedremo, ha poi detto sempre. La guerra civile deve detestarsi da tutti, e detestai; e così facendo, ho adempito ai miei doveri di cristiano e di cittadino, e certamente corrisposto alle intenzioni del Principe.

Ripetere qui quanto già dissi intorno alle ragioni dei tempi e agli umori dei Popoli, sarebbe certamente sazievole: solo piacemi riferire adesso due esempii, il primo antico, il secondo odierno, e ciò nello scopo che l'uno all'altro serva di confronto. Sul principiare della Rivoluzione di Francia del 1789, il Popolo concitato a sdegno contro certo Thommassin, da lui creduto incettatore, lo chiama a morte; chiuso, per salvarlo, nella prigione di Poissy, l'onda del Popolo batte fremente le porte del carcere. L'Assemblea, sollecita a riparare i mali, manda uomini apposta per tutelarlo dalla furia delle moltitudini, e il Vescovo di Chartres, anima di angiolo, con parole soavi di amore e di cristiana carità si affatica a raumiliarle, e lo facea, se una voce proterva ad un tratto non prorompeva in questo concetto: «Or vedete, Sauvage, perchè povero, lasciarono perire; questo poi, perchè ricco, vogliono salvare.» Al tristo grido il furore degli accorsi divampa, le imposte scassinate, volano in pezzi, già fuori del carcere il misero prigioniero strascinano, le spade già di sinistra luce balenano. Lo egregio Vescovo, non gli sovvenendo ormai partito migliore, s'inginocchia, i Deputati dell'Assemblea lo imitano, e tutti insieme, non senza lagrime, tendono supplichevoli le mani al Popolo, implorando la vita al Thommassin. «No, — ha da morire;» risponde la turba. Nè anche adesso si sgomenta il Vescovo: e «Voi cristiani siete» egli dice, «concedete dunque che da cristiano muoia; bastivi uccidere il corpo, deh! abbia salva almeno l'anima.» Allora il Vescovo riceve la confessione del meschino, e levata la destra lo scioglie benedicendo dai suoi peccati; quindi aggiunge con voce benigna: «Voi lo potete trucidare adesso.» Il Popolo si sente ammollire la durezza del cuore; non osa: e il Thommassin è salvato.

Certa sera del marzo 1849 io mi riduceva al Palazzo Vecchio, quando posto il piè su la piazza scôrsi moltitudine di Popolo imperversarvi dintorno; e un grido funesto mi percosse: «_Li vogliamo morti._» Accorrendo vidi come la Guardia Nazionale ritrattasi nel quartiere avesse chiuso le imposte, con poco frutto però, chè la calca facendo forza minacciava fracassarle; tempo non mi parve cotesto di fermarmi a interrogare di che cosa si trattasse, nè gli arrestati qual nome si avessero: uomini erano. Penetrato a stento nell'atrio dove mette capo l'usciolino del quartiere, questo pure rinvenni custodito dalla moltitudine sospettosa, e chiuso per di dentro: bussai più volte, ma non si attentavano aprire; se non che avendo ravvisata la mia voce lo schiusero un poco, tanto che io potessi entrare, e subito tornarono a chiuderlo dopo le spalle. Mi apparvero davanti due giovani, morti giudicati alle sembianze; ignoto il primo, notissimo il secondo, ch'era Tommaso Fornetti. Amicizia antica mi legava con la sua famiglia, con la sua parentela, con lui, del mio Studio onorevole ed onorato frequentatore; e se non fui io che feci ottenergli lo impiego di Segretario al Ministero degli Esteri (chè di tanto non posso vantarmi), certo egli mi provò in cotesta congiuntura caldissimo e non inefficace promotore. Quando la volontà del Principe mi assunse al Ministero, egli si dimise dal segretariato, dubitando forse non essere mantenuto, a cagione dello scrivere, che faceva nel Giornale — _Il Conciliatore_, che per seminare zizzania pareva nato a posta, ed in ciò ebbe torto; nè dopo cotesto atto non giustificato dal dubbio che accenno, nè, a parere mio, da verun'altra ragionevole causa, mi era più comparso davanti. «Se' tu, Maso?» gli dissi amorevole. «Ch'è stato?» — Ed egli narravami, che essendogli occorso su pei canti certo _Manifesto_ pieno di atrocità, non aveva potuto tenersi e lo aveva strappato; ora trovarsi tratto costà in presentissimo pericolo, perchè le imposte della porta minacciavano cedere, e già i calcinacci per le reggi commosse violentemente cadevano. — Allora ripresi: «Benedetto ragazzo, e chi t'insegna a metterti in questi ginestraj! E mentre sudo acqua e sangue perchè la stadera non trabocchi, tu vai a caricarla di nuovi pesi! Però tutto questo non vale nulla adesso: vieni e tenterò di salvarti.....» Schiusa un tal poco la porta, raccomandai alle Guardie Nazionali, che appena uscito mi formassero argine dietro, e poi presi ambedue i giovani sotto le braccia; e «Su via coraggio» dissi loro, «andiamo.» E trassi fuori risoluto con loro. Le Guardie Nazionali animose si posero e pronte fra noi e la moltitudine arrabbiata. Già avevamo mosso cinque passi o sei, quando, fra gli urli che c'intronavano le orecchie, se ne levò uno così in tristezza come in fragore soperchiante agli altri, che gridò: «Perchè sono Signori è venuto a salvarli; se fossero stati poveri potevano _agganghire_.» Facciamo presto, raccomandava ai giovani, chè conosceva i goccioloni forieri del rovescio, quando ad un tratto non ci potendo raggiungere ci lasciarono andare dietro una pistolettata, la quale per ventura non colse noi, ma stracciò uno orecchio al custode dello ufficio dell'Ambasciata inglese. «Facciamo presto, chè non ci arrivi la seconda» raccomandai da capo; e sorressi i pericolanti e li condussi in casa, facendo quello che tra gente di cuore si costuma. Fornetti fu accolto dai miei familiari, che lo conoscevano _ab antiquo_, come un parente di casa. Allora seppi l'altro chiamarsi Lenzoni, ed essere figlio della illustre Donna, che tanto fu pia alla memoria di Giovanni Boccaccio, di cui gl'ingrati concittadini ignorano perfino il sepolcro; e quantunque io poco sia uso a dimostrarlo, mi sentii tutto commosso della pietà di questo dabben figlio, che si preoccupava meno del pericolo passato e della tremenda agitazione presente, che dell'angoscia della Madre sua, se per sorte le fosse giunta notizia del caso, corrotta, come suole, od aggravata dalla fama.

Non potendo consentire che uscisse, lo consigliai a scrivere, e la lettera pervenne celere, quanto l'amore del figlio e l'ansietà materna potevano desiderare. Nel partire, ordinai ai miei di casa li tenessero sollevati; rinforzassero internamente le porte, e non aprissero, badassero bene, a nessuno, se non udivano la mia voce. La folla brontolando si sciolse, non però in modo che per buona pezza della serata qualche capannello dei più pertinaci non rimanesse a imprecare e a minacciare. A notte fitta, Ottavio Lenzoni venne pel fratello, e a lui, ricevute e risposte convenevoli parole, liberamente lo affidai: Fornelli poi, quando tempo mi parve, attaccata la carrozza, non senza calde raccomandazioni di pensare a sua madre, e astenersi da commettere sè stesso a pericolo di vita, feci accompagnare alla sua dimora.

Questi esempii mi è parso dovere addurre per dimostrare a quanto sottile capello stia sovente raccomandata la vita degli uomini, e la sicurezza pubblica, e più per fare conoscere quali espedienti fossero i miei per tutelare la città e i cittadini: ora io ammaestrato dall'amara esperienza del vivere fra gli uomini, comprendo benissimo che il secolo ingrato il benefizio ricevuto dimentichi, ed anche che acerbo lo sopporti; ma ricavare dal benefizio argomenti per nuocere a colui che lo fece, oh! questo è orribile; — io per me non dubito punto bandire al mondo, che chi tale costuma, avvelena la virtù nelle sue divine sorgenti.

E, orribile, orribile a pensarsi, in questo modo appunto adoperò l'Accusa! — Se sia vero qui si manifesta. — La mia Difesa allegava la violenza irresistibile sopra di me esercitata, la necessità di cedere in parte per la comune salvezza, il molto bene mercè mia procurato a vantaggio dei cittadini, contenendo o reprimendo le turbe tumultuanti; e i Giudici, questi fatti accogliendo, ecco in qual modo gli avvelenano: Appunto perchè il prevenuto Guerrazzi riuscì più volte, COME RACCONTA, a contenere e a reprimere le turbe tumultuanti, in benefizio dei cittadini, questo a chiara prova dimostra che a posta sua poteva governarle; e se le poteva governare, ciò significa ancora che egli non ha dovuto sperimentarle violente!![524]

Voi lo vedeste come talvolta mi riuscisse contenere le turbe tumultuanti.... mettendo in repentaglio la mia vita per salvare l'altrui. Signore! Quanto era meglio che io fossi morto, chè adesso non mi sentirei amareggiata l'anima, per le tante infamie che ascolto!

Ond'è che ritornando al mio ragionamento, dichiaro, che rimaneva il terzo espediente, il quale consisteva nella restaurazione del Principato Costituzionale operata dal suffragio universale. Questo mi parve non pure possibile, ma onorato partito, e lo coltivai con ogni studio, al doppio fine d'impedire che il Paese rimanesse stravolto dal turbine repubblicano, e di predisporlo a giudicare pacatamente quello che fosse da seguitarsi o da aborrirsi.

Se i Rivoluzionarii si fossero trovato a petto il Parlamento toscano senza autorità, privo di mandato, sia a continuare un sistema che più non era, sia ad apparecchiare cose nuove; tra sè discorde; già intimato a disciogliersi, anzi sciolto; senza fede in sè; in parte repugnante, e in parte persuaso di essere inabilitato ad adunarsi; per poco che uomo, non dirò intenda di politica, ma goda di quel comune discorso della mente di cui qui tra noi vediamo dotati gli uomini più meccanici, conosce come cotesto ostacolo ad altro non avrebbe servito, che a irritare gli animi dei Settarii, i quali camminandogli sul corpo avrebbero di slancio proclamata la Repubblica.

Ora primo ammaestramento di prudenza nelle popolari commozioni, è rimuovere le cause, che, contribuendo ad inacerbirle, non sono poi capaci a reprimerle. Per lo contrario trovando i Repubblicani convocata l'Assemblea per decidere liberissima la forma del Governo secondo i canoni predicati da loro, rodevano un morso fabbricato dalle proprie mani, e poco giovava ricalcitrare. Cotesto era guado che non si poteva saltare senza lasciarvi cadere nel mezzo la reputazione di probità, privi della quale non solo i Partiti, ma i Governi eziandio si disfanno irreparabilmente. — Nella parte finale di questa scrittura sarà chiarito come anco in Inghilterra non fu trovato espediente migliore a restaurare il Principato Costituzionale del libero Parlamento. Vincenzo Gioberti ministro del Piemonte, scrivendo nel 28 gennaio 1849 al Ministro Muzzarelli di Roma, gli proponeva operare in guisa che l'Assemblea Costituente romana decretasse in genere i diritti costituzionali di Pio IX, e quindi con una Commissione eletta dal Papa questi diritti si determinassero. Proposta di simile natura presso noi non avrebbe incontrato alcuna delle difficoltà, alle quali per avventura poteva andare soggetta nell'Assemblea Romana; imperciocchè in Toscana nulla era a definirsi, e bastava ritornare al posto.[525]

L'Accusa ritiene, che l'Assemblea Costituente toscana dovesse per necessità d'instituto procedere avversa al Principato Costituzionale; e, come si vede, l'Accusa s'inganna. Questo inganno nasce da difetto d'istruzione politica, però che appunto le Assemblee Costituenti, essendo chiamate a dare forma di reggimento allo Stato, non possono in prevenzione escluderne veruna; questo inoltre si fa manifesto con lo esempio del consiglio di Vincenzo Gioberti, il quale per certo si sarebbe astenuto da darlo alla Costituente Romana, se Costituente per necessità significasse decadenza del Principato; anzi la prima Costituente in Francia, di cui tutti i Partiti, non esclusi i _Legittimisti_, si onorano, nel 1789 compose lo Statuto costituzionale; finalmente questo inganno resulta eziandio dal confronto della opinione dell'Accusa col testo della Legge del 6 marzo, che contiene la norma della discussione e della deliberazione commesse all'Assemblea _Costituente Toscana_: «_SE, e COME Toscana dovesse unirsi con Roma_.»

Il mio concetto, che, come ho mostrato, era promosso dallo stesso Partito Costituzionale moderato, ebbe plauso ancora fra i Repubblicani onesti; per la quale cosa anche lo scisma della parte contribuì a farmi tenere fermo. In breve si vedrà con quale e quanta forza urgentissimamente stringessero i Repubblicani più accesi a impedire la convocazione dell'Assemblea Costituente, deridendola, screditandola, e con ogni arte di astuzia, di ragionamento e di violenza, perseguitandola. Già di questo toccai altrove quanto basterebbe a persuadere ogni uomo onestamente discreto; ma io devo ricordarmi come da me si pretendano prove _limpidissime_ e _fulminanti_....

«Che Costituente o non Costituente?» andavano vociferando gli smaniosi Settarii. «La Repubblica non ha mestieri di essere proclamata; ella lo fu, e dai Popoli tutti; ed anche non ce n'era bisogno, perchè è necessario forse un Decreto onde il Sole si levi da Oriente, e spanda la sua luce su tutto il creato?[526] No, Signori; adesso fa di mestiero la Legge per inviare i Deputati all'Assemblea Romana, e basta. Opporsi a questo è resistenza ai comandi del Popolo. Fin dall'8 febbraio nel cuore e nel _grido_ di tutti fu la Repubblica; in quello stesso giorno decretata solennemente, dalla Toscana tutta confermata; ora per dirsi repubblicano il Popolo dovrà aspettare la licenza dei suoi mandatarii, dei suoi sottoposti?» Queste e più intemperanti cose dicevano; ma vedendo che facevano poco frutto, come altrove accennai, ecco proporre nuova istanza. «Il Governo dichiari dunque la decadenza di Leopoldo, e proclamando il principio di Repubblica e di Unione _riservi all'Assemblea Nazionale la sanzione dell'opera_. Ancora una volta lo ricordiamo al Governo Provvisorio di Toscana, le oscillazioni non sono più possibili, _il Popolo non le vuole_.»[527] Ed anche a questo colpo insidioso fu riparato.

Di questo può andare sicura l'Accusa, che non sorse voglia, non palpito del Partito Repubblicano, che la stampa non raccogliesse; e non manifestazione che come ordine da eseguire subito, — senza esitanza, — non fosse presentata dai Circoli, dai Petizionarii, ed anche dai singoli cittadini.

L'Accusa ha scritto (e mi giova insistervi sopra): — che cosa ha fatto il Guerrazzi? Al più, al più, egli ha impedito che la Repubblica si proclamasse fino alla convocazione dell'Assemblea Costituente toscana. — Davvero? Ebbene, ricordati che io ti ho domandato, e torno a domandarti adesso: sai tu che cosa si desidera per ricondurre le menti deliranti nel diritto cammino? Sai tu quello, che in simili condizioni riesce ordinariamente ad ottenersi impossibile? — Ed io, poichè, tu Accusa, non sai o t'infingi non sapere rispondere, rispondendo per te dirò, e lo dirò con un uomo di Stato, Storico e Pubblicista di grande celebrità: _La tranquillità, onde ogni uomo esamini con calma, e adoperi il suo giudizio a considerare quella che a sè e al suo Paese convenga_.[528] Ora la convocazione dell'Assemblea partoriva appunto questo bene; per essa si acquistava il tempo necessario, affinchè gli animi accesi, riposati dall'agitazione che gli affaticava, ponderassero quanto fosse da evitarsi, e quanto da seguirsi; gli spiriti costituzionali, che sbigottiti non ardivano mostrarsi, si ravvivassero; con varie pratiche i più tormentosi perturbatori, sia che gli spingesse zelo focoso di convinzione o freddo calcolo di pescare nel torbido, si allontanassero; il Paese insomma risensasse, si riscuotesse, e recuperando le sue tradizioni smarrite, i suoi costumi, le sue voglie, la sua maniera di sentire e di essere, ritornasse nella carreggiata donde una scossa improvvisa lo aveva sbalzato.

La mia condotta fu semplice; nè penso essermi mostrato impenetrabile come la Sfinge a Edipo: non consentii alla parte repubblicana, nè alla Unione con Roma, per convincimento, desunto da fatti e da giudizii, che la Toscana all'una cosa repugnasse e all'altra. Per me, terrò sempre così disonesto, come insensato, precipitare per forza o per inganno i Popoli colà dove si mostrano repugnanti ad andare; e se i Partiti senza fede, di cui oggi è infelice instituto scrivere carte in contumelia altrui, comprenderanno alfine, come si possa professare opinione discorde dalla loro senza essere per questo traditore o codardo, penso che faranno meglio i fatti loro; — ma predicando ai Partiti, prédico al deserto.

Il Procuratore _regio_ della Repubblica, signor Rusconi, scrive: «Che essendo mancato il Governo, il Paese aveva diritto di essere governato, di provvedere alla propria conservazione,»[529] — e qui sta bene; — «_egli era necessario_ ricorrere a quella fonte, che solo legittima ogni Governo, interrogando il voto popolare. Un'Assemblea Costituente a suffragio universale eletta, era la resoluzione più sensata che potesse adottarsi;»[530] — e questo è anche meglio. — Ora vorrei sapere un po' dal signor Rusconi perchè, se questo andava bene per Roma, non dovesse andare del pari bene per la Toscana? Forse i Toscani non hanno diritto per essere consultati prima di disporre di sè, o non hanno intelligenza per giudicare? Per quale motivo ci vuole egli ridotti nella condizione dei minori, o dei maniaci? In Roma le deliberazioni avevano a prendersi gravemente nell'Assemblea eletta dal voto universale; qui, a furia di Popolo, anzi di una frazione di Popolo. A Roma, perchè conoscevate gli umori della Nazione favorevoli ai disegni vostri, gli rispettaste; qui, perchè li dubitaste contrarii, bisognava contentarci degli schiamazzi; e chi esitava, si doveva _eccitare_; chi repugnava, _atterrire_; anzi, diffamandolo come traditore, esporre alla cieca ira delle moltitudini furibonde. E qui cesso, che più lungo discorso discrezione non consente.

Il signor de Larochejaquelin, realista purissimo, rispondendo nel 30 agosto 1850 alla Circolare del signor Barthélemy, ammonisce: «Non essere, come altri crede, l'appello alla Nazione un atto rivoluzionario: all'opposto, deve reputarsi invito alla medesima, perchè nella sua sovranità finisca l'era delle rivoluzioni.» Alla quale opinione si accosta anche il signor De Montalembert, che a quanto mostra non pare che si possa mettere fra i Repubblicani! — I Costituzionali, comecchè moderati, non discordano; e lo abbiamo veduto nel consiglio del _Conciliatore_.

Ma oltre che non se ne potesse fare a meno per le ragioni copiosamente discorse, varie considerazioni speciali vie più confortarònmi di ricorrere al voto universale.

I. La notizia di _fatto_ della propensione del Paese al Governo Costituzionale. — Assunto al Ministero, persuadendomi che il primo dovere del Ministro consistesse nel bene applicarsi a conoscere gli umori dei Popoli, ordinai, come in altra parte ho accennato, a tutte le Autorità governative ed ai Gonfalonieri, mi rimettessero circostanziate informazioni su lo stato religioso, morale, politico ed economico dei Popoli da loro amministrati. Raccolti i Rapporti a diligenza del Segretario signor Allegretti, furono disposti in quadri sinottici; e da questi venne a resultare, come la grandissima maggioranza del Popolo Toscano alle libertà costituzionali stesse contenta. Anche questi libri e questi Rapporti domando, affinchè si conosca da quali motivi io fossi condotto nel consultare il voto universale del Popolo.

II. L'opinione stessa di S. A. — Quando nel primo colloquio, che io ebbi l'onore di tenere col Principe, io gli feci lealmente avvertire, _che la Costituente, nel modo che dal medesimo era stata accettata, poteva esporlo a perdere la Corona, e che però la materia meritava considerarsi due volte_; il Principe rispose: _averci pensato, ed essersi anche a questo disposto, purchè fosse per benefizio del suo Popolo_; ma poco dopo soggiunse: — _però io non temo la prova; la mia famiglia ha beneficato la Toscana; io mi sono ingegnato, per quanto era in me, imitare gli esempii paterni, onde io non dubito che, consultato il voto del Popolo, sia per riuscirmi favorevole. — E questo credo ancora io_, soggiunsi, _ma mi è parso onesto avvertirlo_.

Onde io piena la mente di queste parole, commesso a dettare il Discorso della Corona per l'apertura del Parlamento, che avvenne nel 10 gennaio 1849, scrissi con mano franca (come quella, che consentiva al sentimento del cuore) la sentenza, la quale pronunziata poi dai regii labbri empì di applausi e di esultanza la sala: «_quando mi assentiste il titolo di Padre io di lieto animo lo accettai, perchè veramente mi sento affetto paterno per gli uomini, che sempre mi studiai, e studio governare con amore. Se i presenti, e se i posteri mi confermeranno il titolo di Padre del mio Popolo, sarà questa la più gloriosa ricompensa, che abbia, mai saputo desiderare il Principe vostro_.»[531] E il _Conciliatore_ dell'11 gennaio così commentava: «Queste semplici parole avranno un'eco nel cuore di tutti i Toscani, e non saranno infeconde, perchè tutti sanno non esser queste una frase officiale; e gli applausi, che scoppiarono unanimi appena furono udite dalla bocca di un Principe, che non ha mai mentito, erano una conferma del vero, ed un omaggio alla virtù.»

III. La opinione di uomini per eccellenza conservatori. — Favellando talvolta dell'esito probabile del voto universale con persone versate nei pubblici negozii, e segnatamente col signor Senatore Fenzi, ricordo come questi mi affermasse che il Paese consultato si sarebbe per certo chiarito propizio al Principato Costituzionale.

IV. Lo esperimento fattone dal Governo Costituzionale di Carlo Alberto in Lombardia, dove, malgrado i supremi sforzi di parte repubblicana, lo vedemmo uscire, con mirabile concordia, secondo al Principato Costituzionale.

V. Le necessità, le dottrine e le promesse, create, bandite e profferte dai Ministri, che furono a un punto becchini del Governo Assoluto e pronubi del Costituzionale, dinanzi a tutto il mondo. Mi porga docili le sue orecchie l'Accusa, e ascolti leggere certo Decreto pubblicato qui in Firenze:

«Noi Leopoldo Secondo ec.

«_Al cessare dei Ducali Governi di Modena e di Parma_, i Popoli della Lunigiana, i quali, con _tanto dolore scambievole_, eransi veduti separare dal Granducato, manifestarono incontinente la volontà loro di ricongiungersi ad uno Stato cui tante _care memorie_ li collegavano.

«Eguale desiderio dimostravano altresì le popolazioni degli Stati di Massa e Carrara, della Garfagnana e degli ex-feudi di Lunigiana; le quali _per la geografica loro condizione, per i commercii, per le industrie del vivere e per le affezioni_ furono mai sempre avvezze a considerare sè stesse come congiunte alla prossima Toscana.

«Di questo comun sentimento delle suddette popolazioni si fecero interpreti _varii Governi Provvisorii che si erano costituiti_ in quelle Città e Terre, e a cui si volsero perchè fosse accolto l'universale loro proposito di essere aggregate al Granducato.

«Ma parve a Noi _riceverle solamente in protezione e in tutela_, non consentendo l'animo nostro ad una formale aggregazione, consapevoli, come Noi siamo, che ampliare lo Stato non è per Noi altro che accrescere la gravezza dei doveri, l'adempimento dei quali fu sempre l'unica ambizione nostra; _e non volendo per modo alcuno preoccupare quel generale ordinamento delle italiane cose, che insieme provvegga al comun bene della Nazione, e al particolare delle famiglie di che essa è composta_.