Apologia della vita politica di F.-D. Guerrazzi
Part 46
1a Procedura. — Per tumulto suscitato a Cortona, sotto pretesto di mancanza di pane, e di rincaro del sale; _uno degl'imputati fu condannato a un anno di casa di forza; e un altro a sei mesi._
2a Procedura. — Per ispionaggio, e ragguagli menzogneri a carico della Colonna mobile, allo scopo di commuovere a offesa di lei gli uomini del contado; _rimandato per incompetenza_.
3a Procedura..... — interrotta per la mutazione del Governo.[519]
E qui finisce tutto. — Come tutto? E i multati dove sono? — Non vi sono. — E gli Aretini passati dalle soldatesche palle, dove giacciono essi? — In nessun luogo; sono tutti vivi. — Ma se i Giudici del Decreto del 10 giugno 1850 hanno scritto, e stampato, che la Legge Stataria del 23 marzo 1849 _non rimase lettera morta_![520] — Che volete che io vi dica? andatelo a domandare a cotesti Giudici benedetti, che cosa abbiano inteso significare: in quanto a me, me ne lavo le mani.
«Con decreto de' 7 aprile successivo, emanato dal Guerrazzi nella qualità di Capo del Potere Esecutivo, questa Legge fu estesa a tutte le Terre, Borghi e Villaggi del Granducato.» — Così prosegue l'Accusa.
E questo è _falso_. Io non estesi la Legge del 23 marzo a tutte le campagne del Granducato _assolutamente_, ma sì _condizionalmente_ a quelle terre, borgate o campagne, dove _sotto mentiti pretesti si commettono attentati contro la tranquillità pubblica, e la sicurezza delle persone_. Costretto, per pubblica salute, a firmare Legge da me perpetuamente aborrita, posi diligentissima cura a ben dichiarare come io piegassi a farlo, unicamente in vista di delitti comuni:
«Il Capo del Potere Esecutivo provvisorio toscano:
«Quando il Governo ritirò la Legge del 22 febbraio p. p., sperò che la benignità sua non sarebbe scambiata con la debolezza, e fosse tornata proficua al Paese la virtù del perdono. Ora poichè, sotto mentiti pretesti, in alcune campagne e borgate si commettono attentati contro la tranquillità pubblica, e la sicurezza delle persone, il Rappresentante del Potere Esecutivo toscano, per conseguire lo intento dichiarato nella sua Notificazione del 1º aprile corrente,
«Decreta quanto appresso:
«Art. 1º La Legge Stataria del 23 marzo 1849, attivata per il Compartimento di Arezzo, e la Commissione Militare con essa istituita, _saranno_ applicate in tutte le Terre, Borghi e Villaggi dello Stato, _in cui si verificassero gli attentati disordini definiti allo Art. IV di detta Legge_.
«Art. 2º. Tosto che per Rapporti o per altre notizie, pervenute al Ministero dello Interno, si abbia cognizione di qualche fatto della indole surriferita, la Terra, il Borgo, Comunello o Villaggio in cui sia accaduto, verrà subito militarmente occupato dalla Colonna mobile.
«Art. 3º Le spese della occupazione, una volta che sia stata ordinata, saranno sempre e in qualunque caso sopportate dalla Comunità, Borgo, Comunello o Villaggio, che vi avranno dato causa, salvo ad essi il diritto di rivalsa contro gli autori dei disordini, coerentemente alle disposizioni espresse nell'Art. 3º della Legge anzidetta.
«Art. 4º Il Ministro Segretario di Stato ec.
«GUERRAZZI.»
Vediamo quale fosse questa mia Notificazione del primo aprile:
«Toscani! — Finchè l'Assemblea Costituente toscana non abbia deliberato le sorti politiche del Paese, il _Rappresentante_ del Potere Esecutivo, volendo non essere minore della fiducia in lui riposta dal Popolo, dichiara ch'egli procederà severissimo contro _ogni attentato o d'individui o di partiti, diretto contro la quiete e sicurezza pubbliche, e la indipendenza che deve restare inviolata al voto dell'Assemblea_.» — Vedi _Monitore_ del 2 aprile.
Io vorrei sapere un po' che cosa provoca la rampogna dell'Accusa in questo mio Decreto. Il provvedimento in sè stesso? o il modo col quale venne adoperato? o il fine politico? o le conseguenze che ha partorito? Se non si distingue, male s'incolpa, e peggio possiamo difenderci. Chi ama pescare nel torbo, contamina le acque; io vo' che si chiariscano. Supposto che all'Accusa fastidisca il provvedimento in sè stesso, dirò, che quando la salute della Società venga minacciata da pericolo estremo, furono i partiti straordinarii adoperati sempre, ed anche lodati; a patto però che il pericolo sia vero, non mentito per arte, o sognato per paura, e le misure eccezionali durino poco, si applichino con discrezione, e soprattutto si ponga mente a questo, che invece di rimediare ai mali umori, non gl'intristiscano e rendano per ira concentrata, e per profondo odio, insanabili. Di provvisioni straordinarie, pensai che nello aprile del 1849 potesse correre da un punto all'altro necessità per cause comuni, e per cause politiche. Per cause comuni, — perchè sbigottito io considerava il corpo sociale propendere a disciogliersi con inestimabile celerità; e se mi opponessero che altri pure pervenne a tenerlo fermo senza siffatti rimedii, io prima di tutto risponderei, dubitare assai che questo siasi ottenuto in modo sicuro, perchè il proverbio insegna, che le case salde non si puntellano, e di puntelli io qui ne vedo molti, anzi troppi; e poi a reggerlo vi furono adoperate forze, le quali erano state per altro uso disposte; ancora, che fu fatto uso di forze da ogni previsione nostra lontane; e finalmente non somministrare a confortarci motivo i delitti comuni dal 1848 in poi cresciuti di due terzi, con giusto timore che qui il mal progresso non sia per fermarsi. Rispetto a cause politiche, — perchè la esperienza dimostra che da un lato i Partiti vinti, prima di morire, ordinariamente prorompono in atti disperati e feroci; i vittoriosi, per consueto, in atti superbi e bestiali. In quanto al modo col quale la Legge Stataria venne applicata, ho già chiarito come non abbia fatto piangere nessuno; onde quando ogni altra lode mi venga a mancare, io non avrò perduto la gloria, che avventurandomi nelle vicende politiche desiderai conservarmi illesa, e che a Pericle moribondo parve doversi anteporre ad ogni altra, intendo dire, di non avere messo per colpa mia in gramaglia nessuno.[521] Se poi si volesse biasimarne il fine, a meno che non si pretenda che io dovessi rimanermi come Nerone a cantare su la torre, mentre andava a fuoco e a fiamma il Paese, io non so con quanto o senno o coscienza mi vogliano riprendere; e per quello che concerne il fine politico, è di evidenza intuitiva che la Legge del 7 aprile fosse arme apparecchiata contro l'estreme violenze dei Faziosi. Invero, se l'Assemblea io sapeva che stesse per deliberare la Repubblica, quali timori erano questi miei? Non cadevano paure, imperciocchè i Faziosi ne avrebbero acceso i falò, e levate al cielo le grida. I sospetti non versavano, nè potevano versare, che su questo: o che i Deputati a dare il voto per la restaurazione si peritassero, o che per improntitudine di Partito la deliberazione dell'Assemblea si volesse a forza, come minacciavano, cancellare.
Intorno alle conseguenze rammento, che la Corte Regia di Lucca col Decreto del 4 giugno non solo si astenne da improbarle come delittuose, ma come prudenti le commendò. Nè per me volendosi, o potendosi addurre ragioni che valessero oltre quelle contenute nel Decreto allegato, torno, come ogni buon cittadino deve fare, a piangere amaramente su lo spettacolo, che nello stesso paese, — sotto le leggi medesime, — a breve distanza, — nella causa medesima, — giudicando lo adempimento della stessa misura, — ciò che per alcuni Giudici fu argomento di lode, per altri possa esserlo, non dico di biasimo, ma (ed empie di orrore!) di capitalissima accusa.
Però di queste tre Leggi, la prima non mi riguarda, e non fu mandata mai ad esecuzione; e mantenuta da me per impedire che per prepotenza di Faziosi, la forma Repubblicana, la decadenza del Principe, e la Unione con Roma s'imponessero, dispersa appena cotesta bufera fu da me abrogata; la seconda, comunque da me non firmata, intesi che alla repressione di delitti comuni di pessima indole principalmente mirasse, non avvertita la maschera sotto la quale presumevano andare impuniti; la terza accenna a delitti comuni, e si propone per iscopo di assicurare la libera votazione dell'Assemblea nel vitale partito, _se e come Toscana avesse ad unirsi con Roma_.
XXVII.
Intorno all'Accusa della soppressione del Consiglio generale Toscano, e della mutata forma delle Elezioni.
Il Parlamento fu soppresso dal partito prevalente, col Decreto promulgato nel giorno otto febbraio sotto le Loggie dell'Orgagna alla presenza del Popolo, come nelle pagine che venni in altra parte di questo scritto dettando fu largamente provato.
Lo soppresse la stampa repubblicana furiosissima e incalzante. Torniamo a gittare uno sguardo sopra _nuovi documenti_ di quella, e vediamo se davanti un tanto percuotere di ariete, quando anco altro non fosse stato, avrebbe potuto il Parlamento sostenersi.
«La Costituzione e lo Statuto scompaiono col Principe disertore: noi ricorderemo ai Deputati della Toscana, ch'eglino, come Consiglio deliberativo, hanno compiuto l'opera loro...... Il Senato, grottesca parodia della ciarliera Camera dei Pari di Francia, violatrice della Costituzione, di ogni mandato, di ogni sovranità; il Senato, autorità unicamente fittizia, più non esiste in Toscana; egli altro non era che una superfetazione del potere reale;[522] questo caduto, il maggiorasco dell'Aristocrazia già cadente ha perduto ogni nerbo di vita, anzi ogni vitalità costituzionale e deliberativa. Il nostro Senato, come quello di Francia, rimarrà rimembranza più o meno ridicola, più o meno riprovevole, secondo gli effetti che resulteranno dalle ultime sue sbadigliate elucubrazioni. Il Senato, figlio accarezzato dello Statuto, è _sepolto con lui_.» — (_Alba_ del 9 febbraio 1849.)
«Oggi gridiamo francamente al Governo di Toscana, ai Democratici di Toscana, quello che _il Popolo in questi dì domandò ai suoi reggitori_, quello che scrisse su le mura di tutte le vie di Firenze: _Unione con Roma! Uno Stato solo di Toscana con Roma._
«Dare indietro — sarebbe tradimento, apostasia; sarebbe un volere sepolta la fede combattuta da tanti dolori sotto le bandiere della prima vittoria.
«L'Assemblea Toscana _è disciolta_.» — (_Alba_, 11 febbraio 1849.)
Il _Nazionale_ del 10 febbraio 1849, più mite nelle frasi ma non meno assoluto nel concetto, così si esprime riguardo alla Camera:
«I rimedii e gli ordinamenti che potevano attendersi da mature deliberazioni delle Assemblee Legislative, ora necessitano subito. Le Assemblee stesse nè _giuridicamente_ nè _decorosamente_ possono continuare ad esistere: quando il Governo credesse utile od opportuno di circondarsi di Assemblee deliberanti, dalla sua stessa indole _sarebbe costretto a interrogare la volontà del Paese per mezzo del suffragio universale_.»
E la _Costituente Italiana_ del 9 febbraio parla così più dittatorialmente al Governo Provvisorio:
«Innanzi a tutto ei deve sgombrarsi la strada, concentrare in sè tutta la vita del Popolo, rompere nettamente in faccia agli avanzi di un'epoca che ormai è rinnegata. _Il Consiglio generale dei Deputati è instituzione tale che, dopo il fatto d'oggi, non ha più corso_....; è inutile ordigno che, senza aggiungere forza, vizia il carattere e lo spirito della rivoluzione.»
E non solo la stampa repubblicana, ma quella eziandio che si chiamava conservatrice, e si diceva ed era organo di frazione notabile e più moderata del Partito Costituzionale, si univa a provocare lo scioglimento del Consiglio. E questa testimonianza io consegno alla Storia, perchè, giudicando delle azioni umane, ne faccia tesoro. «Oggi peraltro che un Governo Provvisorio è instituito, mal sappiamo intendere che resti a farsi dai Rappresentanti. Senza parlare delle cessate ragioni del loro mandato, giacchè in tempi di crisi politiche _necessariamente rovina ogni giuridico fondamento al Potere_, inutile affatto ci sembra oggi ogni loro azione. Però il Governo disciolga la Camera, e col principio accettato del suffragio universale faccia nuovo appello al Paese, _o i Deputati provvederanno al loro decoro con una volontaria dimissione_.» — (_Conciliatore_ del 9 febbraio 1849.) — Nè già una volta sola, ma subito il giorno dopo magistralmente, secondo il consueto: «a questo pensi il Governo _sorto dalla necessità del momento_, onde non compromettere (_sic_) inutilmente la tranquillità del Paese, _che nuovamente consultato col suffragio universale ha un modo legittimo di manifestare la sua volontà su la normale costituzione dello Stato_.» — (_Conciliatore_ del 12 febbraio 1849.)
Pertanto, senza discrepanza, universale urgeva allora la opinione pubblica per lo scioglimento del Consiglio.
Forse taluno opporrà: — E che ti faceva quello che quivi si bisbigliava? Dovevi lasciar dire le genti, e stare fermo come torre. La stampa è stampa, nè ha virtù di prendere pel collo un Ministro. — Anche in tempi ordinarii, la stampa è forza tale a cui sembra piuttosto l'opporci efficace di quello che sia.
Vostro saver non ha contrasto a lei; Ella provvede, giudica e persegue Suo regno.
Ed io allego la stampa come organo di Partito trionfante; sicchè vedete che poco riparo le poteva fare la gente. Gli uomini politici vengono mossi non solo dalla pressione presente, bensì ancora dal presagio degli umori che i partiti presi siano capaci a generare. I signori Fitz James, Dreux Brezé, De la Tour du Pin, Montauban, e Mortemart, svisceratissimi del ramo maggiore di Casa Borbona, si accostarono al trono di Luigi Filippo dichiarando solennemente nello agosto del 1830, questo avere operato non già per diffalta di fede, a cui gentil sangue di Francia non faceva mai mancamento, bensì per salvare la Patria dall'anarchia apparecchiata a divorare, e da tale pensiero essersi trovati costretti con irresistibile violenza.
Il Parlamento, siccome il _Conciliatore_ accenna, cessava per necessità delle vicende accadute, perocchè mancassero la ragione del mandato, e il modo di esercitarlo: la _ragione_, non potendo estendersi, secondo la indole di qualsivoglia altro mandato, a cose nè espressamente nè virtualmente contemplate; il _modo_, essendo venuta meno la facoltà di operare co' Poteri indicati nello Statuto. Nella guisa stessa che cadeva il Ministero per l'assenza della Corona, cadeva il Parlamento, e con loro tutta la macchina governativa. Il Parlamento, giusta le regole di Diritto Costituzionale, a cagione di questo successo non aveva neanche bisogno di pronunzia per disciogliersi; era cessato _ipso jure et facto_; e, dirittamente avverte l'organo che si vantava del Partito moderato, il _Conciliatore_, non si sapeva comprendere nè in virtù di quale fondamento giuridico, nè a qual fine continuasse a sedere.
Il Parlamento ancora si disfece da sè stesso quando nella seduta dell'otto febbraio, secondo che a suo luogo ho fatto conoscere, taluno dei suoi membri dichiarò, che, eletto il Governo Provvisorio, intendeva cessati i suoi poteri; tale altro sostenne mancare perfino di facoltà per eleggerlo; parecchi finalmente si astennero da votare, o votarono come semplici cittadini. Come dunque mantenere in vita un corpo che _da sè stesso esibiva la sua fede di morte_?
Il Parlamento disfece sè stesso quando molti Deputati si assentarono, dimostrando col fatto che non volevano prendere parte alle deliberazioni.
Con quale senno o consiglio l'Accusa rimprovera avere sciolto il Parlamento, quando lo ritiene esposto a violenze estreme?
Un poco di buona fede anche per me: i Romani privavano dell'acqua e del fuoco i proscritti, ma non ho mai inteso dire che i Romani, o Popolo altro qualunque, privassero alcuno della buona fede; dunque se l'Accusa non mi vuole privare della buona fede, e va persuasa di quanto scrive, o come può ella credere che il Parlamento avrebbe voluto o potuto adunarsi dopo la giornata dell'8 febbraio?
No; il Parlamento, per le regole costituzionali, a cagione dell'assenza della Corona, era cessato; egli non poteva esercitare altramente il suo ufficio, privo di mandato per istarsi al fianco di Governo impreveduto: e questo in diritto; — in fatto, non voleva più adunarsi quando parte dei suoi membri disertava le sedute; non poteva più adunarsi, quando dal suo seno sorgevano voci ad ammonirlo della sua incapacità a perdurare; quando il Popolo lo aveva soppresso, e incalzava per la Unione con Roma; quando la opinione universale gli urlava negli orecchi ch'era morto, e che dirittamente pensò quando, con le sue proprie gambe, andò a farsi sotterrare.
Cause irresistibili erano queste per confermare il Decreto di scioglimento, il quale non ebbe altra virtù che constatare un fatto oggi mai compíto dalla mancanza di uno dei tre Poteri costituzionali, e per la volontà del Partito trionfante.
Inoltre, l'uomo di Stato che o per volontà propria, o per prepotenza di casi, si pone a capo di un moto rivoluzionario per contenerlo e dirigerlo, non può mica fare come Diogene, il quale pretendeva entrare in teatro quando gli altri tutti ne uscivano. Senno e potenza consistono nello allentare il moto deviandolo a poco a poco: ora, senza il Decreto che il Parlamento scioglieva e chiamava il Paese a deliberare intorno alle sue sorti, non si sarebbe potuto in verun modo resistere alla veemenza del Popolo, il quale instava per la Unione con Roma, e per la decadenza del Principe.
E quello che merita considerazione maggiore si è, che senza questa provvidenza non si potevano, a mio parere, aprire le porte del ritorno al Granduca. Ragioniamo, e vediamo se il mio concetto è giusto.
Poichè la Corona, abbandonando il Governo, aveva lasciato il Paese senza autorità, e il Partito Repubblicano, valendosi della occasione, aveva preso il disopra; tre soli modi occorrevano a ristabilire il Governo Costituzionale. Questi modi erano: 1º Armi straniere; 2º Accidente interno; 3º Consenso universale.
Che si avesse ricorso ad armi straniere, non era pensiero che potesse cadermi nella mente; e neppure, io m'induco a credere, in quella dell'Accusa: e dov'ella, ai giorni che corrono, il contrario mi dicesse e giurasse, io la terrei spergiura. Infatti, due volte abbiamo veduto ai tempi nostri il mondo armato ricondurre i Borboni in Francia, e il mondo armato non bastò due volte a dare loro stabile fondamento, però che il Popolo mantenne sempre vivo quel dolore nell'anima di sopportare il regno come un giogo di umiliazione impostogli nel giorno della sventura dalla superbia straniera; per la quale cosa, il tempo, invece di lenirlo, lo inciprignì per modo che poi ne uscirono quegli effetti, che, pessimi pel Principato, neppure pei Popoli si possono dire lieti. Nè questo esempio è singolare nella Storia. In Inghilterra il voto del libero Parlamento aperse durevoli e prosperose a Carlo II Stuardo le porte del ritorno al soglio paterno; mentre Giacomo II, suo fratello, sovvenuto dalle armi di Francia, non ricuperò il trono, e perdè irrevocabilmente lo amore degl'Inglesi.[523] Quando le armi straniere muovono ad aiutarti, di rado avviene che nol facciano per solo comodo proprio; quando anche vi si conducano un poco per benefizio tuo, nonostante il comodo loro sarà sempre troppo la maggior parte: per la quale cosa esse ti tengono subietto, e ti tolgono la riputazione di poterti reggere da te; onde per necessità ti poni in perpetua tutela altrui. Da un lato acquisti fama e atteggiamento di debole, dall'altro perdi la confidenza, perchè tu stesso mostri non ti volere o non ti potere fidare; ed è il primo dannoso, il secondo senza rimedio. Ad ogni modo, senza che io vi spenda intorno altre parole, la chiamata delle armi straniere dagli uomini politici è reputata infelice consiglio negli Stati grandi, pessimo nei piccoli. Solo può giustificarla la disperazione di ogni altro partito; ma a questo estremo non eravamo noi, e sarà dimostrato in appresso. E poi, mi rimane in cuore una speranza che consigli spontanei non abbiano fatto repudiare la sapienza comune e le tradizioni avite; nè a farmela deporre mi costringe la opposta apparenza, imperciocchè io conosca a prova quanto empia sia la virtù della necessità politica, e solo menti affatto plebee possono giudicarla arte fraudolenta di privato interesse.
E chi nel febbraio del 1849 avremmo potuto chiamare? Per avventura gli Austriaci? Ma nè sì sollecite nè così infelici potevano presagirsi le sorti della guerra italiana; e in ogni caso, io non poteva prevedere davvero che s'invocassero per ausiliarii quelli che, salendo al Potere, trovavo, da tre Ministeri precedenti al mio, dichiarati nemici. Tradizionale correva per Toscana tutta la fama che uomini svisceratissimi della Monarchia e di senno antico, miei predecessori nel Ministero, avevano sempre avversato la introduzione di armi straniere in Patria, e di taluno si diceva eziandio che, piuttosto di consentirla, avesse scelto rassegnare la carica. Avremmo chiamato i Piemontesi? Rammentisi senza amarezza, e non per incolpare cotesti Popoli, speranza e decoro del nostro Paese, ma sì taluno di coloro che in quel tempo gli resse, come meschine cupidità, in mal punto messe in campo, facessero diffidare dei loro aiuti. Vorrei anche credere di leggieri quello che ci assicurava il Ministro piemontese, intendo dire, le molestie tutte non dipartirsi già dal Governo, ma sì dalla _trista genìa degli uomini zelanti_ che dimorava a Sarzana, se l'azione diretta del Governo nel negozio dell'Avenza non mi costringesse a dubitarne. — Comunque sia, Piemontesi o non Piemontesi, entrando su le nostre terre in sembianza ostile, diventavano stranieri; e questo non sarebbe stato bene per noi, nè per loro. Dunque, alle armi non domestiche, molto meno alle straniere, non dovevo immaginare che si volesse nè che fosse bisogno ricorrere. E qui mi si conceda che a mente tranquilla torni a lamentare la subitezza di Vincenzo Gioberti, peccato ordinario delle indoli generose; però che io gli scrivessi nel 21 febbraio la Nota referita nelle precedenti pagine proprio per porgergli l'addentellato onde trovar modo a comporre prudentemente le cose italiane ogni giorno più ardue; ed è da credersi che lo avremmo trovato. Piacque ai Cieli altrimenti!
Gli accidenti interni, o rivoluzioni condotte per forza, senza sangue non si operano; male, se le forze dei Partiti si equilibrano; peggio, se no. Feroce nel primo caso la guerra civile; nel secondo ferocissima e spietata: imperciocchè allora vi si unisca la paura; e di questo fu toccato altrove.
Nel caso nostro i Faziosi nell'8 febbraio, e quelli che, senza parteciparne le opinioni, pure aderivano a loro in quel momento di ebbrezza, _non parevano_ la minorità; ma sedato lo impeto, il Partito Costituzionale doveva riprendere il di sopra. E posto ancora che fossero i più deboli, rimane sempre vero, ch'essi, come più audaci e maneschi, dominavano lo Stato, e da un punto all'altro diventando Governo era da aspettarci che ponessero in pratica il principio di vincere ogni ostacolo con la forza, e col terrore mantenersi. Intanto la guerra civile si manifestava da ogni parte con orribili indizii. Credei, e credo davanti a Dio e davanti agli uomini, che il mio dovere m'imponesse impedire che i cittadini si sbranassero, e questo, secondo le mie forze, ho procurato fare, e fino all'ultimo ho fatto. Temperare i Partiti estremi onde non venissero al sangue, mi parve principale scopo della missione alla quale la Provvidenza mi aveva riservato. Se da un lato tentai reprimere i moti reazionarii e sovversivi la società, dall'altro prevenni persecuzioni, vendette, e gli _effetti trucissimi della paura_. Recuperare lo Stato col mezzo della guerra civile, torna lo stesso che incendiare la casa per rientrarvi.