Apologia della vita politica di F.-D. Guerrazzi
Part 45
G. MONTANELLI. F. D. GUERRAZZI. G. MAZZONI.
L'aura popolare, che mi tornava favorevole, soffocate per ora le calunnie di tradimento, mi dava animo ad avventurare siffatti linguaggio e partito, cogliendo ogni occasione perchè lo spirito pubblico, sicuro di non rimanere per prepotenza soverchiato, prendesse coraggio a manifestarsi liberamente.
A Livorno i provvedimenti praticati partorirono buono effetto, nonostante che il Circolo non avesse tralasciato di spedirvi suoi mandatarii, come si ricava dagli stessi Documenti dell'Accusa, e dai Giornali del tempo;[508] e così a Pisa,[509] e così a Lucca.[510]
E badate, che per trattenere il nuovo turbine, erano mestieri gagliardi partiti davvero, imperciocchè più accese che mai venivano da Roma le ingiunzioni e le istanze, che la Repubblica di assalto si conquistasse; e il Farini, che talora (ma rado, una volta su mille a farla grassa) imbrocca nel segno, penso che a ragione dica, come Giuseppe Mazzini desse a Roma sollecita opera per costringere la Toscana a quella unificazione, a cui è vero che ella non si voleva piegare, ma a cui, parimente è vero, si sarebbe lasciata piegare per oscitanza, se altri non le infondeva sentimenti di dignità, per disporre almeno co' voti e liberamente dei proprii destini.[511]
Se a inestimabile furore si accendessero le menti degli Arrabbiati, lascio pensare a chi legge: si assembrarono, urlarono, minacciarono, protestarono. Quanto fu stampato in proposito riuscirebbe a riportarsi fastidioso; basti saperne questo, che il Circolo di Firenze nel 27 febbraio, in solenne adunanza, decretò la seguente protesta, la quale dai Giornali del tempo venne riportata, e con quali chiose Dio ve lo dica per me:
«PROTESTA.
«_Il Circolo del Popolo di Firenze_
«Abbenchè persuaso di esser forte, per la opinione generale del Paese che si _è ormai pronunziata, colla adesione di tutti i Circoli e di gran parte dei Municipii, per la immediata Unione con Roma, e la proclamazione della Repubblica_; sicuro perciò che starebbe pienissimamente in esso il mandare ad effetto con ogni successo la propria deliberazione; — tuttavolta mosso da maggiore carità di patria, senza cambiare le proprie convinzioni, e _pronto a far render conto al Governo_, davanti alle Assemblee, del proprio operato, _dichiara di astenersi dalla dimostrazione annunziata pel 1º marzo, e ciò per_ remuovere anco il più lontano probabile di farsi cagione di quella guerra civile, alla quale ne sfida il Governo col suo Manifesto di questo giorno: ma nello astenersene _protesta_ solennemente contro il Manifesto istesso, inaudito nella istoria di ogni rivoluzione. Imperocchè _se la Legge Stataria si è veduta applicata dai Governi assoluti contro i liberali, — giammai si vide un Governo libero e democratico applicare leggi eccezionali contro uomini dello stesso Partito, che vogliono la cosa istessa che il Governo dice volere_.
«Il Circolo decreta che la presente Protesta, stata approvata per acclamazione, sia fatta immediatamente di pubblica ragione.
«Firenze, 27 febbraio 1849.»
Ora io domando ai miei Accusatori e Giudici: doveva io lasciare che questi agitatori per violenza operassero quanto stava in cima dei loro desiderii? Sì, o no? Accusatori e Giudici comparsi fin qui, su via, parlate: — avvertite però, che, rispondendo affermativamente, voi vi trovate a concordare co' più arrabbiati Faziosi, però che anch'essi acerbamente mi mordessero, appunto come fate voi, per non averli lasciati operare. E che Dio vi perdoni, Accusatori e Giudici comparsi fin qui, quale altro spettacolo avete fino ad ora apprestato alle genti, oltre quello di farvi vedere scalmanati e ciechi, affaticarvi di su e di giù a raccogliere tutte le male erbe in due campi diversi, ma del pari faziosi, nemici a morte, ma ugualmente anarchici, sia che mentiscano larva di Repubblica, o principesca? Non è fra questi poli, che deve oscillare l'anima dei Giudici, nè in altri poli qualunque; bensì stare ferma alla vibrazione delle scosse politiche le quali spesso cambiano, sempre si acquietano.
Ed ecco perchè, vedendo approssimarsi il turbine, per quattro giorni mantenni la Legge Stataria; nè vi voleva meno, imperciocchè in quei giorni la Toscana fosse minacciata da invasione estera, da guerra civile, e da reazioni interne;[512] e appena mi parve, almeno pel momento, allontanarsi, instai onde venisse revocata. Lo universale mi reputò della Legge annullatore, e questa opinione, nel modo che ho chiarito qui sopra, fu vera. Se vuolsi sapere quello che i miei stessi avversarii pensassero in cotesta occasione, può leggersi nella _Nazione_, Giornale piemontese al Governo toscano infestissimo: «Il Governo toscano, che aveva per ridicola inspirazione pubblicata la Legge Stataria, ora l'ha ritirata, ed io credo _per volontà del Guerrazzi_; il quale si sarebbe approfittato dell'assenza di M. per farlo» (e questo non era vero). « — Giacchè, dovete pur saperlo, Guerrazzi _è per singolarità il più assennato, e il più moderato dei nostri padroni_.» — (_Alba_, 14 marzo 1849. — Dalla _Nazione_, Nº 56, 7 marzo.)
_Le mani erano di Esaù, la voce di Giacobbe_; di Torino la stampa, lo scritto di Toscana; infatti apparteneva a certo Professore _fior di senno_ della Università di Pisa, che a me non importa rammentare, e a lui io credo molto meno. Io poi ho voluto coteste parole citare, unicamente in prova della opinione universale, e parmi non demeritata, della mia temperanza. In quanto alla singolarità, che accenna lo Scrittore, dimostra una cosa sola, ed è quanto sia temerario, per non dire disonesto, giudicare un uomo, non ultimo finalmente del vostro Paese, o senza conoscerlo, o con la itterizia delle vostre passioni addosso. Poveri infermi, il giallo non istà negli obbietti che guardate, egli vi sta proprio negli occhi, — forse nel cuore; e allora la vostra malattia sarebbe senza rimedio, — la quale cosa io non vi auguro.[513]
E non per iattanza vana, ma per difesa di me troppo a torto oltraggiato, io rammenterò come a quei tempi gli uomini che le opinioni loro facevano pubbliche col _Conciliatore_, i gravi mali deplorando, non sapevano, non dirò quale apportare, ma neppure quale avvertire rimedio; e verso di me si volgevano confortandomi ad operare, secondo che esperienza di storie veniva suggerendomi; se non che in cotesti casi abbaruffati il senno cade vinto e il coraggio, i consigli generali non valgono; ed anche fossero comparsi speciali, a cui consiglia non duole il corpo; ed altro è dire: fa; ed altro è fare; e la favola del sonaglio, che i topi deliberarono in collegio di appiccare al gatto, ce lo insegna _ab antiquo_. Intanto la stupenda audacia della Fazione repubblicana persuadeva gli uomini del _Conciliatore_, essere qualunque partito per attraversarla intempestivo od esiziale; oggimai a reverire in pace l'altare della Libertà rassegnavansi; unicamente a mani giunte supplicavano ad inalzare a canto a quello l'altare della virtù; le quali parole, ridotte in casereccia favella, significavano, che, per quanto amore portavo a Dio, dalle passioni fanatiche prima, poi dalle violenti, e alla fine dalle cupide le persone loro, e i poderi, e le case tutelassi. Ed io di cuore mi consacrava alla impresa, e certo per volontà non mancai al debito mio; ho fatto quanto la mia natura dentro me mi concedeva, e quanto fuori la veemenza degli accidenti mi consentiva. Se voi credevate fare meglio, dovevate dirmelo allora, e venire a provare a quei tempi; ma voi invece me pregaste, in me confidaste, chè di fare voi lo esperimento mi parevate vaghi come i cani delle mazze. — Perchè dunque mi avete tradito, e poi sempre e sempre calunniato; anzi, a quanti vennero a dirmi _raca_ traverso i fori del mio sepolcro con aperte palme applaudito? Parvi esemplare questo? Parvi virtuoso? La coscienza è il Pubblico Ministero di Dio; e le sue accuse, non contaminate da infelici passioni, suonano sempre giuste; — voi interrogatela, intanto che io riporto le vostre parole:
«..... Le passioni non hanno più freno; l'interesse è l'unico motore della più parte delle azioni, e l'uomo sale imperturbato i gradini dell'ignominia, come una volta avrebbe salito quelli della virtù.... Questi mali dei tempi nostri notiamo liberamente aiutando il ragionamento col paragone dei tempi antichi, non a sfogo d'ire private, ma sibbene a pubblico insegnamento. _Quali rimedii fossero buoni a ripararvi, male sapremmo indicare_, sebbene di rimedii sia urgenza, se vuolsi trarre un qualche utile frutto dai mutamenti dello Stato. Chi tiene oggi il Governo della Toscana conosce al pari di noi questi mali; e scrivendo sulle virtù degli Avi, non risparmiò il flagello di Nemesi alla codardia dei nipoti degeneri. _Operi dunque come lo consigliano conoscenza di tempi ed esperienza di Storia_. Noi non facciamo altro voto, se non quello di _vedere inalzato l'altare della virtù accanto a quello della libertà, onde abbiano culto ambedue_, quale si conviene a vergini Dee, che amano pellegrinare sorelle fra le sventure e le follie degli uomini.» — (_Conciliatore_, 28 febbraio 1849.)
«Il Circolo Popolare di Firenze aveva intimato il Popolo a proclamare la Repubblica oggi 1º marzo. Il Governo Provvisorio fece allora intendere al Circolo, come unicamente all'Assemblea, che tra pochi giorni sarà convocata, sia riserbato il votare liberamente una forma di stabile Governo: la Repubblica proclamata senza consiglio deliberato, non potere avere nè autorità per sè, nè reputazione all'estero.
«Il Circolo, peraltro, non si appagava di queste ragioni, e persisteva nel primo proponimento. Allora il Governo pubblicò un Proclama, nel quale _applicava contro chiunque avesse turbato con violenze la quiete pubblica il rigore delle Leggi Statarie_. Il Circolo protestò contro il Governo; ma in pari tempo promise astenersi da ogni manifestazione.
«_Così terminò questo incidente, che poteva avere gravi e dolorose conseguenze, e la giornata di oggi sembra riuscire tranquilla_.»
In questo modo il _Conciliatore_ del 1º marzo 1849, Giornale di quella tenerezza per me che tutti conoscono, racconta il motivo pel quale di quattro giorni protrassi la durata della Legge Stataria.
Avvertite cosa, che la impronta Accusa non bada: io voglio dire come la Legge Stataria fosse spada a due tagli, e guardasse a tenere in rispetto ogni maniera di gente, qualunque partito professasse, o piuttosto fingesse, la quale con sedizioso attentato la vita e la proprietà dei cittadini, o in altro modo l'ordine pubblico sovvertisse; nè questo è già un mio ingegnoso trovato, conciossiachè ricevesse manifesto commento dal fatto, dell'averla io quattro interi giorni protratta per contenere la rivoluzione minacciata nel 1º marzo 1849.
E quando il Ministro dello Interno propose, e il Presidente del Governo accettò di richiamarla in vigore, io volli, che meno comparisse il concetto politico, e più fosse messo in rilievo il _sociale_; e di vero, nei _Considerandi_, unicamente si appella a _tranquillità pubblica turbata da fatti, che formano brutto contrasto con l'ordine pubblico generalmente mantenuto in Toscana_; e meglio si definisce nello Articolo IV, per moto reazionario che cosa s'intenda. Ai caratteri che deve presentare, io penso che nessun cittadino mai potrebbe astenersi da contribuire con tutte le forze a comprimerlo: «Moto reazionario,» si dice, «è quello il quale per le cause onde procede, e pel fine cui è diretto, e pel suo materiale carattere, possa ritenersi attentato contro il Governo, o contro l'ordine stabilito, o contro la pubblica tranquillità.» Nè qui rimasi, chè quantunque a me non ispettasse in cotesti giorni la Presidenza del Governo, che veniva esercitata da Giuseppe Montanelli, pure volli conoscere i nomi degli uomini deputati a comporre la Commissione preposta alla esecuzione della Legge, e non resi il foglio finchè non seppi che erano tutti probi e miti; tali insomma da corrispondere alle intenzioni del Governo.
Ai Giudici del Decreto del 10 luglio 1850 basta l'animo di affermare: «Che tutto ciò fu fatto per comprimere la _reazione_, la quale _in sostanza altro non era, che un desiderio di restaurazione_.»
Ho avuto luogo di notarlo altra volta: io pendo incerto se ingiurino più profondamente le offese o le difese dei Magistrati, i quali dettero opera fin qui a questa scandalosa procedura; fatto sta, che esorbitanti suonano coteste parole, ed io, e quanti facciano studio del Principato Costituzionale, dobbiamo considerarle non meno alla dignità della Corona, che al Paese, vituperevoli. E poichè mi accorgo che qui tra noi pochi fanno la parte loro, a me piace e giova fare la mia, protestando altamente dal profondo del carcere per la dignità della mia Patria e del Principato Costituzionale, contro tanto disonesta sentenza.
Da simili proposizioni due conseguenze sono da trarsi, ed è la prima, che male giudicherà di me chiunque ritenga l'enormezze dell'Agro Aretino atti devoti alla causa del Principato Costituzionale; la seconda, che nefando desiderio, e degno della universa riprovazione è quello, che perduti uomini, ossa di trucidati e ceneri di case arse ammucchiando, vi piantassero sopra la bandiera dello assolutismo. — Lo so, per ventura pochi, e nondimeno per onta della civiltà nostra anche troppi, vivono uomini fra noi a cui basterebbe il cuore di mostrare l'ossuario dello Agro Aretino, come la Svizzera addita adesso con orgoglio l'ossuario di Morat, e non solo lo pensano, ma in isvergognate pagine lo scrivono.... Ah! stracci la coscienza pubblica coteste pagine, testimonianza di giorni di lutto per la nostra Patria.... le arda, e le disperda, perchè davvero mai ceneri più esecrabili furono gittate in balía dei venti.
Perchè non avete raccontato i fatti che condussero il Governo a decretare la Legge Stataria per le Campagne Aretine? Eranvi ignoti forse? No, voi gli sapete. Forse ne andavano smarrite le traccie? No, si trovano negli Archivii ministeriali, e voi ad una ad una avete sfogliate le carte (che adesso presumete contendere a me), assistente uno ufficiale del Ministero. Bene io leggeva cotesti miserandi Rapporti, per cui tutto sconfortato, _al tocco dopo la mezzanotte_ dei 24 marzo 1849, mandava per Dispaccio telegrafico al Governo di Livorno:
«_La campagna di Arezzo è in preda al brigantaggio e allo assassinio. I Pulicianesi hanno dato l'assalto a Castiglion Fiorentino. Vedete s'è tempo adesso di dimostrazioni_.[514]»
Quello che non avete fatto voi (e ve ne correva santissimo il dovere) farò io, o piuttosto lascerò che faccia Adriano Mari, non avvocato ma storico diligente, e rimesso così, che alla sua narrazione potremmo piuttosto aggiungere alcuni tratti più dolorosi (dalla quale parte io volentieri mi assolvo), che emendarla come esagerata:
«Riandate colla mente i fatti che precederono la emanazione di quelle Leggi. L'assalto di Prato e la morte degli aggressori sotto le mura di quella città, l'incendio delle Stazioni della strada ferrata, le aggressioni e le offese ai tranquilli cittadini sulle pubbliche vie, gl'insulti alle Guardie Nazionali, la violazione del domicilio e gli oltraggi ad onorevoli magistrati ed a pubblici officiali, erano fatti criminosi, che non uscivano dalla categoria dei veri e proprii _delitti comuni_. E quando nella repressione di tali eccessi avete la _causa proporzionata_, lo scopo _certo_ e _immediato_, come _andare sospettando_ uno scopo supposto e remoto? Come è lecito argomentare per via di congetture un'altra intenzione, e ciò per _trovare rei_ di alto tradimento? Gl'incendii delle Stazioni, gli oltraggi alla Guardia Nazionale, le violenze, le rapine, erano forse espansioni d'affetto al Principe, e di attaccamento al Governo Costituzionale? I moti di Puliciano e Laterina non erano diretti a impedire la decretata _mobilizzazione della Guardia Civica_? Gli abitanti di Castiglion-Fiorentino, qualunque fosse la loro opinione politica, non presero tutti le armi a respingere l'assalto dato dagl'insorgenti? Non temevano tutti che si rinnuovassero i tristi avvenimenti del 1799, e le esorbitanze commesse al grido di — _Viva Maria_, — per cui nell'Agro Aretino quella sacra invocazione divenne quasi sinonimo di violenza e rapina?
«Nel vero, io domando agli onesti di qualunque Partito: — Se una turba forsennata vi avesse aggrediti nel vostro domicilio, vilipesi e malmenati, siccome accadde ad alcuni gonfalonieri non d'altro rei che di aver presso loro i ruoli della Guardia Nazionale; se vi avesse minacciato di morte non per altra cagione, che per avere in qualità di pubblici funzionarii eseguite incumbenze inerenti al vostro ufficio, siccome occorse al cancelliere Bandini, e al medico fiscale dottor Sebastiano Fabroni; se fosse rimasto ucciso o ferito un parente, un amico vostro, costretto suo malgrado a partecipare a un tumulto e a dare l'assalto a una Terra, come fecero _con sacca e scuri_[515] sotto le mura di Castiglion-Fiorentino; se dentro quella Terra, ingiustamente aggredita, abitato avessero le vostre famiglie; se là fossero state le cose vostre più care: avreste o no desiderato di essere soccorsi e protetti dal _Governo di fatto_ con mezzi validi e proporzionati? E, se a tempi e cose eccezionali occorrevano eccezionali provvedimenti, avreste voi desiderato che la forza inviata al ristabilimento dell'ordine fosse abbandonata a sè stessa, o piuttosto guidata da una suprema autorità che ne vigilasse la disciplina, ne frenasse e riparasse immediatamente le intemperanze e gli arbitrii? Avreste voi desiderato, che questa autorità spettasse, anzichè ad uomo fazioso, a cittadino onesto e specchiato?... Chi è veramente imparziale, torni col pensiero a quei tempi, a quei luoghi; interroghi il suo cuore, e pronunzi.
«Laonde non può cader dubbio sulla _necessità_ di quelle misure eccezionali. Nè i meno discreti vorranno rimproverare il Romanelli di avere opinato come il _Conciliatore_, che sosteneva i principii di onesta e moderata libertà; e che tuttavia col nome di _Statuto_ continua a difendere a palmo a palmo il terreno delle istituzioni liberali.» — «[516]Qualunque possano essere (diceva in quei tempi il _Conciliatore_) le divergenze nelle idee e negli affetti, che sempre, ed ora più che mai, in questa disgraziata Italia sono stati occasione di discordie e di debolezze, vi sono due punti nei quali è d'uopo intenderci e convenire, cioè:
«Il bisogno di salvare la dignità del Paese da qualunque specie di prepotenza straniera;
«_Il bisogno di salvare l'ordine interno dai danni dell'anarchia, qualunque sia la bandiera a cui nome si volesse provocarla_.
«Predichiamo la concordia, perchè vi sono tali cose in questione, nelle quali nessuno potrebbe transigere, e per le quali è debito sacro a tutti accorrere alla difesa. Avremo sempre una parola di biasimo per chiunque si mostri indifferente ai mali della Patria; _protesteremo contro ogni specie di violenza da qualunque parte e per qualunque cagione essa muova_.» —
«Tuttavia supponete, che le insurrezioni di Puliciano e di Laterina tendessero a ristabilire il governo granducale. Ciò non è vero; ma supponete che dal processo apparisse. Potreste mai da questo argomentare, che fosse precisamente e univocamente contrario al ristabilimento di quel governo ciò che fu fatto per impedire e comprimere le insurrezioni tendenti a quello scopo? _Il fine_ non giustifica tutti i mezzi; a buon fine può essere inteso un _mezzo non buono_; e chi si oppone al _mezzo iniquo_ non è per questo che sia avverso al _fine buono_. Così l'opporsi alle parziali insurrezioni, e con esse alle violenze, alle rapine, e alla guerra civile, è referibile a ciò che il mezzo ha di cattivo in sè stesso; ed è abusiva interpretazione il supporre, che il Ministro facesse per avversione al _fine_ ciò che era diretto a frenare un _mezzo cattivo_.»[517]
Eh! male accorti e sciagurati che siete, i villani con la _scure_ e col _sacco_, a cui medita su le ragioni dei tempi, sono indizio pessimo di male profondo. — Quando le sole passioni di fanatismo religioso o di fanatismo politico ardono i petti mortali, copia di sangue allaga la terra; e se gl'imperversati mettono le mani nel bene degli altri, e' lo fanno meno per avvantaggiare sè, che per danneggiare altrui. Ora, difetto di provvidenze economiche, o motivo altro qualunque, che a me non giova in questo momento indagare, ha generato per le nostre campagne un nugolo di gente conosciuta col nome di pigionali, contadini senza podere, incerti del domani, assediati dalla dura necessità, corrotti dai vizii, come tutte le cose cattive fecondi, trascorridori del comunismo, a cui, più che altri non pensa e urgentissimamente, importa provvedere. Se io dica il vero, ecco, queste carceri infami, dove voi potete patire che io rimanga chiuso, ve ne fanno testimonianza; vedetele: esse traboccano di accusati, la più parte villani, e la più parte ladri. Dal 1848 già di due terzi crebbero i delitti. Il bilancio del Ministero di Giustizia e Grazia minaccia diventare il più grave di tutti, attesa la spesa delle carceri. Piena la prigione di Volterra, piena l'altra di San Gimignano; la nuova prigione aggiunta a questa mia si è empita con foga pari a quella con la quale la inclita gioventù nostra empirebbe la platea dei Teatri, quando si mostrasse in iscena o la Cerrito o la Taglioni, o quale altra femmina attaccata a paio di gambe più famose. Vedete voi: possedete abbondanza di ladri da empire le vostre carceri, senza avere bisogno di farvi morire con lenta tise i dabbene uomini; ma fate voi... poichè così vi giova... solo guardatevi da dire quello che non pensate, e soprattutto poi da stamparlo, onde la torma dei famelici non impari, che acclamando il nome di un Principe o di un Santo possa, non pure senza biasimo, ma con lode amplissima, professare religione e politica con l'accetta e col sacco!
Altri esponga le ragioni del diritto: io assentendo ad una voce che si confonde co' palpiti del mio cuore, vi dico che patria carità imponeva alla trista illuvie si ponesse o almeno si tentasse porre sollecito riparo. Nobilissime suonano in proposito le parole di Lionardo Romanelli; ed io le cito a causa di onore: «Non ha cuore di uomo il cittadino che rimane indifferente ai mali minacciati al proprio paese, e che, potendoli prevenire o mitigare, si astiene per basse paure, per umani rispetti, e per vile _egoismo_.»[518]
Ora poi è prezzo della opera udire le immanità del truculento Commissario. Quinci innanzi non si rammenteranno più gli annegamenti di Nantes, nè le lionesi stragi; la fama di Carrier, di Fouchè, di Lebon e di altri maladetti da Dio, si oscura: nacque in Toscana chi tutti questi leverà di nido. — Lionardo Romanelli con le istruzioni del Governo partiva; e quando gli fossero mancate, andava seco la sua anima veramente cristiana. Arrivato a Montevarchi, prima di tutto prescrive che non si facciano arresti irregolari senza gli ordini dei Pretori di San Giovanni e di Montevarchi; e poichè nonostante il suo comando, durante la notte, si sostengono alcuni, egli accorre e gli libera. Procedendo, ammonisce i soldati, che le opinioni rispettinsi, soltanto i tumulti e le violenze reprimansi; ordina sia ritenuto uno, colpevole di violenze commesse a Pergine e alla Pieve Presciana. Nel punto d'investire Puliciano, gli abitanti gli mandano deputati per pace, ed ei gli accoglie; alla erezione dell'Albero della Libertà in Puliciano contrasta; procura si catturino quattro, perchè designati come fautori della baruffa di Laterina da un ferito ch'ebbe a subire l'amputazione di un braccio.
La Commissione straordinaria ecco instituisce le sue procedure. — Per questa volta cadonmi le braccia; il _barbaro_ ed _eccezionale_ processo già già le sue vittime divora; voltatevi proprio ad Arezzo, per rabbrividire alla vista di strazii obliati in Toscana.