Apologia della vita politica di F.-D. Guerrazzi
Part 44
Dai quali fatti deduco, ed il dedurlo è lieve, non avere punto bisogno le milizie toscane delle mie insinuazioni per dichiararsi favorevoli al Governo Provvisorio; recandomi inerme e solo in compagnia del Montanelli, non potere usare violenza alla milizia, ma all'opposto essere in facoltà della milizia ritenerci prigioni; gli Uffiziali delle tre armi, onoratissima gente, se le mie parole non fossero state ristrette in questa formula: «Qui non si tratta altro che di difendere la Patria, e questo di voi altri soldati è dovere supremo. In quanto al Principe o forma di Governo, dipenderà deciderne all'Assemblea _toscana_ eletta con suffragio universale. Voi pure, soldati, darete il voto alla persona, o persone, che penserete più acconcie a sostenere il vostro voto;» (se, dico, così da una parte e dall'altra non fosse stato detto ed inteso), è da credersi che da me, inerme, in mezzo a loro, dentro Fortezza chiusa, avrebbero con equo animo ascoltato proposizioni di tradimento? Può egli supporsi, che essi avrebbero mandato spontanei, senza che nessuno gliela chiedesse, padroni del Castello assoluti, la protesta del 12 febbraio contro una parte della milizia, se i sensi manifestati da questa fossero stati tutti affetto, tutti spiranti benevolenza e devozione al Principe? Avrebbero eglino pregato il Governo a rendere pubblica la dichiarazione di non concordare co' sentimenti espressi da una parte della milizia? — No, ripeto, qui non si trattava tradire nessuno, lo intenda bene l'Accusa, sibbene tutelare la Patria fino al voto dell'Assemblea: — no, le grida dei pochi soldati non suonavano devozione, ma sì piuttosto impazienza di servizio militare, e cupidità di recuperare le _masse_ perdute.
Adesso esamino se le milizie laugeriane potessero essere per opera mia corrotte, o spaventate da me. Le milizie dopo le rotte sogliono rilassare la disciplina; questo noi vedemmo accadere anche negli eserciti incliti per militari ordinamenti, come a mo' di esempio quelli di Napoleone; le nostre milizie, dicasi con rammarico, non avevano mai avuto il pregio della disciplina, e per maggiore stroppio erano state vinte. Non è mio studio trattare qui dei modi di comporre ed istruire lo esercito in Toscana; basti dire, ch'eglino erano tali, da produrre effetti pessimi, e li partorirono. Gli Ufficiali disprezzavano i soldati a un punto, e temevano; i soldati avevano a vile gli Ufficiali, e gli odiavano; non fu spettacolo capace di rassodare la disciplina davvero la mutua detrazione. Il Generale Laugier, preso da impeto, coperse di obbrobrio a Valleggio gli Ufficiali, al cospetto dei soldati. Per avventura poteva avere ragione di concepire amarezza inestimabile contro gl'imbelli, ma si ha da confessare eziandio, che il modo tenuto tagliò alla radice la disciplina. Cotesti Ufficiali non potevano più durare al comando. Non importa che io dica come occorressero nobili eccezioni, e non poche, e queste al confronto quanto da un lato facevano risaltare la bontà dei soldati virtuosi, così dall'altro svelavano come il male fosse profondo pur troppo. Che cosa, di rovina in rovina, diventasse il nostro esercito sarà bello tacere, imperciocchè dopo la vergogna vediamo avanzare una strage nefandissima dalla quale il pensiero inorridito rifugge.[487] Io narrai come la massima parte dei soldati raccolti in Castello di San Giovanni Battista, indifferente ad ogni sentimento, urlasse: «_Vogliamo andarcene! La massa! La massa!_» La soldatesca laugeriana, uguale in tutto a questa, non aveva in bocca gridi diversi.
Nello scritto che ho citato sopra, impresso nel _Risorgimento_, egli stesso, il Generale Laugier, dichiara che nel 16 febbraio: «aumentava la diserzione e la indisciplina nelle truppe; mancava il danaro per pagarle.» Più oltre: «Moltissimi ordini di previdenze militari non sono eseguiti.» Ancora: «Truppe e cavalli non avevano preso nutrimento; compagnie senza cappotto; mancano fieno e biada; cavalleggieri privi di portamantelli. — A Montemagno _ordino strattagemmi guerreschi_, che non furono eseguiti con diversi pretesti.» — «Le truppe, egli aggiunge, erano piene di entusiasmo, _non però quelli_, fra queste, _che temevano di pericolare il proprio sostentamento, e famiglia_.» A cui coteste parole accennassero, di lieve si comprende, imperciocchè i soldati semplici non abbiano famiglia, nè il soldo loro sia tale da farli paurosi di perderlo. Convoca gli Uffiziali e propone loro o ritirarsi in Piemonte, o far testa a Fosdinovo: rigettano l'uno e l'altro partito; vogliono capitolare. — A un tratto gli giunge notizia del campo di Porta in piena rivolta; — «ai soldati essere stato assicurato (egli continua) averli io traditi, e fuggito in Piemonte. Gli esorto a ricondursi all'ordine, e seguirmi a Fosdinovo, ma rifiutano ostinatamente gridando: _A casa! La paga! La massa!_ — Il Colonnello Reghini e molti Ufficiali assistevano impassibili a quella brutalissima scena. Coloro stessi che io reputai più fidi, mi avevano abbandonato. Volli che il Commissario di Guerra Pozzi mi mostrasse la cassa; negava: la pretesi; costretto, aprì; eranvi poche centinaia di lire; l'obbligai a consegnarle al Capitano Traditi, e ne feci ricevuta. — Ordinai all'artiglieria, alla cavalleria, ai buoni soldati, seguirmi a Fosdinovo. _Gli Uffiziali_ non mossero. — Cercai coloro che formavano parte del mio Quartiere Generale, ed avevano oggetti per me necessarii, che avevo loro affidati al momento della partenza: non potei mai trovarli! — Mi fermai all'Avenza con la speranza di vedermi, se non altro, raggiunto da quelli che mi avevano le mille volte giurato non volere la loro dalla mia sorte dividere, o almeno restituirmi quello che avevo loro affidato. Inutile!»
Riuscirebbe difficile, per non dire impossibile, ritrarre con tinte più scure la indisciplina soldatesca, nè questa poteva essere opera del momento, sibbene derivata da origine remota; e come si vede, poco, anzi nulla, desumeva da opinioni politiche, ma tutto da voglia di ridursi a poltroneggiare a casa co' danari della _massa_. Nè dicasi che questo portento di disordine nascesse dal mio Proclama del 22 febbraio 1849, però che óstino due ragioni, una più forte dell'altra; la prima, perchè cotesto Proclama non fu impresso, nè pubblicato; la seconda, perchè innanzi che io muovessi da Lucca, De Laugier, deliberato a partirsi, mandava l'ultimo addio ai _Popoli della Versilia_. E queste mi paiono ragioni, che anche dall'Accusa si potrebbero capire.
I soldati toscani un po' per colpa dei successi, e moltissimo per quella degli uomini, erano ormai ridotti a tale, che, qualunque mutamento in loro accadesse, non poteva essere che in meglio. Don Mariano D'Ayala, personaggio di quella rettitudine che tutto il mondo sa, si dimise dal Ministero della Guerra, sgomento di riuscire a condurre la milizia a termine ragionevole di disciplina.[488] Quello che il Generale D'Apice ne pensasse, può ricavarsi da questi brevi cenni, contenuti nella lettera del 27 febbraio 1849, pubblicata nei Documenti dell'Accusa a pag. 72: — «Alla mia entrata in Massa, vi trovai il Caos; ed ho dovuto mandare le truppe di Laugier ad organizzarsi altrove, per dopo richiamarle. — Una compagnia italiana dovei spedire a Firenze, per evitare la dissoluzione di quel corpo, _conseguenza della indisciplina della truppa, della quale io non ho colpa. — Gli Uffiziali_ del mio Stato Maggiore sono animati del migliore spirito, e pieni di zelo e di attività. _Cosa farà la truppa? Lo ignoro_.»
Il Ministro della Guerra, Colonnello Tommi, malgrado i suoi sforzi lodevolissimi, non venne a capo di nulla; ond'è che giustamente commosso, uscì col seguente Ordine del Giorno, che ben dimostra quale e quanta fosse la disperazione del male, atteso i rimedii gagliardi, ch'egli si proponeva adoperare:
«Uffiziali, Sotto-Uffiziali, Soldati!
«La giustizia non può sostenere più a lungo la indisciplina che disfà l'armata. Ogni mite consiglio, ogni mezzano temperamento sarebbe una ingiuria alla Patria, che versa in tanto rischio, da esigere come dal cittadino ogni sagrifizio estremo, così dal soldato ogni prova più estrema di valore. Nè il valore può essere disgiunto dall'ordine, che solo costituisce la forza degli eserciti; e l'ordine è calpestato da voi. Fiacchezza nei comandi, ribellione nelle compagnie, soldati faziosi, inobbedienti, disertori; ecco il miserando spettacolo che la Toscana ha dinanzi ogni giorno. E la Toscana non può soffrirlo, noi non vogliamo, voi nol dovete, ove pensiate uno istante alla ignominia vostra e del vostro Paese. Su dunque, sentite per voi stessi una volta riverenza di uomo, ed amore di soldato; e trattenete con contegno migliore la mano della Giustizia, che pende inesorabile sopra di voi. Noi l'amministreremo senza pietà, poichè la pietà sarebbe così per voi estrema rovina, come per noi incancellabile vergogna.»
Se non che a guasto antico male si ripara con parole; e le minaccie, e i rigori stessi, tornano inefficaci nella estrema corruzione; sicchè il meglio è disfare, ed a questo partito penso che si sieno attenuti; ma tanto basti allo increscioso argomento di dimostrare come le milizie del Generale Laugier e le toscane tutte fossero di per sè e da gran tempo corrotte.
Prima però che io mi parta dallo ingrato soggetto promosso dalla suprema indiscretezza dell'Accusa, e da me assunto per necessità di difesa, abbiano meritata lode i generosi soldati che si mostrarono degni di fortuna, non di causa migliore; — con grato animo io la profferisco loro, e desidero ch'essi non l'abbiano meno accetta, perchè venga dalla parte di un prigioniero.
§ 10. _Perchè il Generale Laugier si partisse da Massa._
Apparisce chiaro del pari, che non per me il Generale De Laugier fosse costretto ad allontanarsi. Due vie egli aveva per riuscire alla impresa: o una forza irresistibile e materiale, o un consenso universale di Popolo. Per la prima aveva mestieri del soccorso piemontese, per la seconda no. La seconda era scevra da conflitto sanguinoso, e da guerra civile; la prima difficilmente, imperciocchè le armi allora non erano poche in Toscana, terribile il furore della gente armata, e la concitazione di parte del Popolo maravigliosa; ed una volta venute a riscontro le due schiere, l'una avrebbe voluto andare innanzi, e l'altra spingere indietro, la quale cosa come possa definirsi senza zuffa tra uomini che tengono le armi in pugno, e si reputano nemici, io non so vedere. Ad ogni modo questo partito venne meno, col rifiuto o con la disdetta dello intervento piemontese.[489] Avanzava l'altro; ma non correva la stagione opportuna, nè poteva farlo riuscire De Laugier, come ho notato poco anzi: questo doveva partirsi dal centro ed estendersi alla periferia: alla rovescia, senza molto polso di armi, non vedemmo mai riuscire simili moti, perchè hanno sembianza di aggressione, e trovano i Popoli indifferenti o contrarii; nè ricorrere alla forza diventa meno incomodo a cui l'adopera che a quello contro cui si adopera, conciossiachè per esempii quotidiani rimanga chiarito come quegli che usa la forza si trova sempre, per vicenda di casi, tratto più in là che non voleva; e sostenuto da gente cupida, e spesso anche pessima, almeno in parte, ch'è del pari pericoloso accettare o ricusare, comincia co' consigli proprii e termina sempre o quasi sempre con gli altrui: per le quali cose, trovandosi debole suo malgrado, è costretto ad abbracciare partiti violenti, e, posto ormai sul pendio, bisogna che vada.... e vada tuttavia — prima di passo, e poi di corsa a precipizio. Il tempo pertanto non era opportuno; e il modo anche meno: ritornerò fra poco su questo argomento. Frattanto giovi notare come De Laugier, incontrate appunto le popolazioni indifferenti o avverse, depose giù dall'anima la impresa avventata prima assai che io mi muovessi da Firenze. Di vero, la mia partenza fu il 20 febbraio, ed egli ci racconta nella sua Relazione del 1º marzo, che _nel 17 già era solo; non secondato che da pochi, contrariato segretamente dalle autorità politiche e governative, in niun luogo aveva appoggio, meno in lui solo_.[490] Viareggio non si mostrava disposta a contrastare co' Livornesi, essendo fra loro dimestichezza grande a cagione dei commerci;[491] più tardi protestò apertamente contro De Laugier.[492] Pietrasanta non si commosse,[493] Lucca e Massa mormoravano contro di lui.[494] Carrara gl'insorgeva nemica, Camaiore ci accoglieva festosa; soldati Piemontesi non venivano; i suoi per fame, per difetto di paga, per indisciplina, sbandavansi; tutto questo basta, e ce n'è di avanzo, per fare capitare male un disegno importuno. Ma in conferma del vero, stiamoci agli stessi laugeriani Proclami. Nel _21 febbraio_, appena entrato io a Lucca, egli così avvisava i Pietrasantini.
«Pietrasantini!
«Io voleva sostenere i diritti di Leopoldo Secondo mio legittimo Sovrano; le popolazioni non hanno corrisposto; siamo pochi, e perciò mi ritiro, perchè mi ripugna di versare il sangue cittadino.»
Nelle prime ore del giorno 22 febbraio mi pervenne nelle mani questo altro:
«Popoli della Versilia!
«Voleste risparmiar l'_orrore di una guerra abbominevole_, io vi aderisco; nessuno desidera versare il sangue cittadino, meno dell'_Italianissimo_ Generale De Laugier.»
Veramente nella sua Relazione datata 1º marzo, Sarzana, copiosa d'inesattezze, egli c'insegna come nel 21 febbraio fosse _deciso andare a Lucca_, e nella notte ritirandosi avesse _ordinato a Montemagno strattagemmi guerreschi_; e se non condusse a fine il primo proponimento, e' fu perchè le milizie nol vollero, o nol poterono seguitare; il secondo (che non mi sembra diretto a risparmiare sangue) gli fallì, perchè _sotto diversi pretesti non venne eseguito_. — Che che di ciò sia, il Generale Laugier nelle prime ore del giorno 23 partiva per Sarzana. — A me si presentò la Deputazione Massese in Pietrasanta, nel giorno 23 febbraio, verso le ore 2 p. m.[495]
Da tutto questo, se non erro, mi sembra provato: che io a Lucca andai per sottrarmi a presentissimo pericolo; nel concetto di allontanare dalla città in momenti di esasperazione gente arrabbiata; per rendere innocua la Spedizione, la quale, senza me e contro me, con offese e con morti sarebbesi fatta; e rimane chiarito eziandio, come non paure d'incendii o di saccheggio io incutessi, ma parole civilissime e cristiane favellassi, perdono a tutti concedessi, i soldati del Generale Laugier non corrompessi (poichè tanto, più guasti di quello ch'erano non si potessero fare, nè pervenisse a loro il mio Proclama; anzi prima che io lo scrivessi, si fossero, molto per colpa loro, moltissimo per colpa di chi li lasciò senza paga e senza pane, sbandati); Laugier non costringessi a partire, come quello che i Piemontesi non vollero soccorrere, le popolazioni seguitare, i soldati obbedire; finalmente che in tutto quel successo io non favorii la Repubblica, anzi neppure la rammentai nei pubblici Atti, malgrado i focosi eccitamenti degli uomini mandati dalla Fazione repubblicana a sorvegliarmi; e che pei fatti e per le ragioni politiche io ritenni, e doveva ritenere, la mossa del Generale Laugier, operata senza il consentimento del Principe, contraria agl'interessi della Patria.
Che mal consiglio fosse cotesto, e capace di sobbissare il Paese con la guerra civile, universalmente, crederono, ed io allora credei, e credo ancora. I Popoli se ne commossero prima, e se ne rallegrarono poi come di lutto domestico evitato. Santissimi Vescovi ne resero, _spontanei, grazie solenni a Dio_!
XXVI.
Leggi Statarie.
Il Decreto del 10 giugno 1850 espone, che la Legge Stataria del 22 febbraio 1849 ben fu firmata dai signori Mazzoni, Romanelli e Mordini, — e dal Guerrazzi, il 2 marzo, abrogata, — ma in conseguenza della protesta del Municipio fiorentino contro questo _eccezionale e riprovato_ sistema di Procedura. Gli altri Documenti dell'Accusa quasi litteralmente concordano.
Certo io non nego, anzi con grato animo ricordo avere io conferito sovente, intorno alle condizioni della Patria, col signore Ubaldino Peruzzi, il quale, cedendo alle mie istanze e a quelle di persone a lui amiche, accettò la carica di Gonfaloniere di Firenze che, me proponente, S. A. gli commise. Lo reputai allora uomo probo e di ottima mente, e non ho motivo per ricredermi adesso della concepita opinione. Veramente i suoi consigli, come meritavano, accettavo; i soccorsi suoi e del Municipio, che gli aveva _promessi leali_, mi davano animo a durare nella opera perigliosa di tenere ordinato il Paese;[496] ma della Protesta del Municipio non seppi niente, come quella che fu presentata nel 24 febbraio, quando stavo lontano da Firenze, dove tornai il giorno 26 del medesimo mese.[497] Dai Documenti dell'Accusa si ricavano due cose: che la Deliberazione Municipale intorno alla Legge Stataria non era pubblicata in virtù di altra Deliberazione Municipale; e che quantunque simile sospensione si decretasse per la promessa ottenuta dal Governo di revocarla il giorno dopo, pure nè il Governo credè conveniente revocare la Legge, nè il Municipio pubblicare la Protesta.[498] Dunque _non è vero_, che indotto io dalle Municipali Proteste la Legge Stataria abolissi.
È vero soltanto, come nel primo marzo, il Cavaliere Ubaldino favellando meco intorno alle ragioni della Legge del 22 febbraio, io venni di mano in mano esponendogli i motivi pei quali non l'aveva per anche abrogata: — siffatte Leggi, di leggieri io consentiva, avere a durare poco, e piuttosto per incutere terrore, che per mandarle ad effetto; ed oggimai per me la Legge del 22 il suo effetto avere partorito in Firenze. Allora egli mi diè contezza delle Deliberazioni Municipali, e sempre persistendo nella censura della Legge, e raccomandandone la revoca, si persuase dei pericoli imminenti dai quali doveva difendere il Governo Provvisorio lo Stato, sicchè promise _fare opera che il Municipio aggiornasse la pubblicazione delle sue rimostranze_.
Però, nonostante che le promesse il Cavaliere Ubaldino adempisse (Ubaldino Peruzzi, Gonfaloniere di Firenze, sapeva allora, e non dubito che saprebbe anche adesso mantenere le sue promesse, perchè onorato) intorno allo aggiornamento,[499] — convocati i Colleghi dimostrava loro, che io di cotesta Legge non sapeva che farmi; e siccome taluno sembrava tentennare, io gli domandai: «Se avrebbe sostenuto, egli Toscano, che soldatesche palle rompessero il petto ad uomini toscani?» Alla quale interrogazione avendo con subita vivezza ed atto di orrore risposto di no, allora io soggiunsi: «Dunque in nome di Dio togliamola via.» E il 2 marzo l'abrogai, malgrado che nel giorno stesso mi pervenisse la lettera del signor Gonfaloniere Peruzzi, con la quale mi assicurava che il Municipio consentiva ad aggiornare la pubblicazione delle sue Deliberazioni. Quindi anche qui erra l'Accusa, governata dal destino nemico, che non le concede imberciarne pure una; ed è vero che io toglieva la Legge giusto in quel punto, che in certo modo il Municipio non si opponeva a farla durare.
Si ritenga pertanto, che fino al 2 marzo non solo dissuasi, ma volli che la Legge Stataria durasse; e che nel 2 marzo, nonostante che paresse a taluno aversi a mantenere, io instai ed ottenni di farla cessare. Ora dirò le ragioni per le quali non l'abrogai al mio primo giungere a Firenze.
Il Circolo di Firenze annunziava[500] avere spedito Commissarii nelle Provincie onde eccitare i Popoli ad accorrere alla Capitale, per _mandare ad effetto_ la proclamazione della Repubblica, _già decretata dal Popolo fino dal 18 febbraio, ed accettata dai Circoli e dai Municipii toscani_; in altri termini, a compire una rivoluzione per rovesciare il Governo Provvisorio, e sostituirvene altro di loro fattura. Già fino dal 23 febbraio comparivano indizii di vicina tempesta, e il _Nazionale_ gli aveva notati.[501]
Nel 27 febbraio due Compagnie, una del Battaglione Italiano, l'altra di Volontarii Lucchesi, e molta mano di Popolo, si fanno ai quartieri della Cavalleria a Pisa, e menano i soldati a percorrere le vie della città, acclamando alla Repubblica.[502] Da Lucca muoveva una Deputazione a Firenze, per costringere il Governo a proclamare la Repubblica, e unirsi a Roma, a seconda di quanto venne annunziato col N. 465 dell'_Alba_.[503] Notabilissimo poi è il rapporto del Consigliere di Prefettura Ciofi, il quale dimostra quali e quante sottili astuzie adoperassero gli Arrabbiati, insinuando perfino essere desiderio del Governo di parere sforzato _ad abbandonare la via della legalità, e procedere con la rivoluzione_; sicchè anche Siena veniva da cima in fondo rimescolata, per violentare il Governo, e dichiararsi per la Repubblica.[504] Fra i Documenti dell'Accusa
occorre lettera del Circolo popolare di Vicchio al Circolo del Popolo di Firenze, colla quale si lamenta, che il ritardo di posta abbia impedito di mandare gente al convegno in Firenze, su la Piazza del Popolo, per proclamare la Repubblica, e la Unione con Roma.[505] A Pisa, invece di scemare, il furore cresce di giorno in giorno, e si vuole ad ogni costo piantare l'Albero, e costringere l'Arcivescovo a cantare il _Te Deum_.[506]
Per siffatti successi in parte accaduti, e in parte facili a presagirsi, il Partito Costituzionale con ardentissimi voti mi chiamava a Firenze; e i Faziosi, che prima avevano veduto la mia partenza con sospetto, mandatemi le spie dietro, e finalmente smaniando di paura, si erano ingegnati a farmi richiamare appena mosso; ora non volevano che io ritornassi; anzi, mentre il Partito Costituzionale mi proseguiva di lode,[507] eglino decretarono, e su pei canti appiccarono i cedoloni, che il Popolo non mi venisse incontro, o mi accogliesse freddamente. Di vero, non s'ingannavano; imperciocchè, appena giunto a Firenze, chiamato dal Popolo con altissime grida a mostrarmi, uscii sul poggiuolo del Palazzo, dove arringando dissi, — che il Popolo non porgesse ascolto ai falsi amici; sarebbe stata tirannide, non libertà, imporre a forza e a tumulto alla Patria una forma di reggimento per la quale tutto il Popolo toscano aveva diritto di pronunziare il suo voto; la Legge si rispettasse, il Decreto dell'Assemblea eletta col suffragio universale si attendesse. Nè i Giornali del Partito tacquero il male concepito dispetto, chè l'_Alba_ nel suo Nº del 27 febbraio 1849 biasimando stampava: — «ma il Popolo sa quando e perchè applaudire, e ciò ne dimostrano tanto gli evviva agli eccitamenti patriottici dello illustre Cittadino, _quanto il silenzio profondo con cui venne accolta la dichiarazione di lui circa al ritardo nel proclamare la Repubblica, e nello unirsi con Roma_.» — E nella guisa che riportai a pag. 192 di questa Apologia, ammonii gravemente il Prefetto di Pisa e il Governatore di Livorno, con Dispaccio telegrafico del 27 febbraio delle ore 5 pom.
E subito dopo, il Governo pubblicava in Firenze il Proclama, che nel Volume dei Documenti si legge stampato alle pagine 573 e 851:
«Toscani!
«Il Governo Provvisorio ha convocato l'Assemblea Toscana, e i Deputati alla Costituente Italiana, col voto di tutto il Popolo Toscano, affinchè decidano intorno alle sorti del nostro Paese: questo fatto, assunto di faccia a tutta la Nazione, deve essere e sarà mantenuto.
«I principii dei componenti il Governo attuale sono bastantemente noti, per non rimanere dubbii sopra il partito che essi prenderanno nell'Assemblea Toscana, e nella Costituente Italiana.
«Il Governo intende che sia interpellato il voto del Popolo, e si deliberi intorno cosa di tanto momento con maturità di consiglio e libertà di scelta.
«Chiunque presumesse trascinare violentemente la Patria, e con manifesta tirannide, fino di ora è considerato traditore della Patria, per essere giudicato a norma della Legge del 22 febbraio 1849.
«Al Governo fu commessa dal Popolo e dalla Assemblea Toscana la custodia della Libertà e la difesa dei diritti popolari; egli intende e vuole governare in benefizio della Libertà e del Popolo, e combattere la tirannide sotto qualsivoglia aspetto si presenti.
«Firenze, 27 febbraio 1849.»