Apologia della vita politica di F.-D. Guerrazzi

Part 40

Chapter 403,507 wordsPublic domain

A Cesare De Laugier mi legava amicizia antica; e veramente la meritava, come quello che dell'onore italiano si mostrò tenerissimo sempre. Di questo fanno fede le opere che, con lungo studio, dettò sopra i gesti degli Italiani in Ispagna e in Russia (dove i nostri soldati combatterono per le glorie di un Popolo, a cui, almeno per ora, non piacque porre la gratitudine nel novero delle virtù che gli fanno corona), e il desiderio di accendere dalle scene, scuola vecchia di vizio e di viltà, con drammi guerreschi la mente dei giovani alla milizia. Egli procurò rendere popolare in Toscana la storia dei fatti di arme pei quali suonò onorato il nome degli esuli italiani su le remote spiaggie di Montevideo; e primo scrisse erudimenti per la milizia cittadina, ahimè! staccata acerba dall'albero dove avrebbe maturato rigogliosa e salutare. Per queste e per altre cagioni erami caro Laugier: egli pertanto scrivendomi, con lodi che mi parvero troppe, intorno al Decreto del 9 febbraio sul giuramento delle milizie, ammoniva mal consiglio essere stato quello di sciogliere le milizie dal giuramento, però che, già troppo inferme, per lo sciogliersi anche di cotesto vincolo sarebbonsi per avventura sbandate; i soldati avere già balenato con pessimi segni, più tardi avrebbe saputo ridurli al fine commessogli; lasciassi fare a lui, che egli gli avrebbe col tempo ridotti. Così egli scriveva a me; quello che al Ministro della Guerra scrivesse, ignoro; questo chiariranno gli Archivii del Ministero. Io gli rispondeva dandogli ragione, ed esponendogli come il Decreto fosse stato impresso nel _Monitore_ senza la mia firma, anzi contro il mio consenso. Potrei io invitare Cesare De Laugier, a nome della verità, di ritornarmi, almeno in copia certificata conforme, la mia lettera? Diligente conservatore delle sue carte io so il Generale, ed egli in parte la citò nella sua relazione da Sarzana: giustizia vuole si conosca intera.

Della improvvisa mossa del Generale De Laugier tanto maggiormente io mi ebbi a restare sorpreso, in quanto che nel giorno stesso in cui egli muoveva con le sue forze contro lo interno del Paese, nel 17 febbraio, mandava al Ministro della Guerra: «Tenere bene le frontiere guardate; dove occorresse, farebbe il suo dovere di soldato.»[444]

Ora questa amicizia con Cesare De Laugier mi tornava funesta; tale non gli fu, nè gli sarebbe mai stata la mia; i miei avversarii cominciarono a susurrare prima, e poi dire alla scoperta al Popolo febbricitante: «Ora vi siete chiariti? Non vel presagivamo noi? Sotto i governativi languori non covava la trama? Guerrazzi del traditore Laugier è amico antico; in ogni occasione tolse sempre le sue parti, così a Livorno come qui a Firenze, e sempre; seco lui tiene corrispondenza segreta; per certo di questa infamia egli era a parte, forse macchinata e condotta da lui. Quest'uomo non si mostrò propenso alla Repubblica mai; ed ora chi è che l'avversa? Forse non egli solo? Perchè, con quale intento le insorge egli contro? Chi non è con me, è contro me; e questo, io vo' che sappiate, ha detto tale che non può fallare. Che cosa significa questa tenerezza di conservare intatti i regii ostelli? Ha paura che noi li guastiamo? E di ciò a lui che ha da calere? Quali pensieri del Rosso sono questi suoi? Non sono eglino roba nostra? e se li guastiamo, dovrà egli risarcirli a sue spese? Inoltre, noi sappiamo, e ve ne abbiamo avvertito le mille volte, che il Guerrazzi se la intende di lunga mano col Ministro Gioberti per farci venire i Piemontesi in casa. Quel benedetto Montanelli, piuttosto che chiamare intorno a sè il Guerrazzi, faceva meglio a mettersi l'esca accesa negli orecchi. Ancora, udite, e questa è prova espressa contro la quale non ci è da ripetere; noi sappiamo il Guerrazzi avere mandato tutti i suoi bauli a Livorno, e con essi la famiglia, tranne il nipote e un familiare rimasto ammalato; ora che cosa significa fare bauli? — Significa che l'uomo si apparecchia a viaggiare: egli dunque tenta fuggire; egli fugge; egli è traditore.»

Deh! Non fate le meraviglie se il Popolo armeggiasse in siffatta guisa; per avventura abbaca con miglior senno o con più coscienza la gente che tira salario a posta per ragionare? Almeno il Popolo dice le sue sciocchezze _gratis_.

E badate, queste voci, comecchè triste, pure avevano in sè qualche fondamento di vero, consistendo appunto la calunnia nell'arte di mescere il vero col falso. Vera la relazione antica col De Laugier; vero il mio pronto sostenerlo in parecchie occasioni tanto in Livorno che in Firenze; a Livorno, in ispecie, quando nelle feste del settembre 1847 la milizia uscì fuori armata, mentre, per quanto si asseriva, egli aveva promesso mandarla fuori senz'armi, e non era vero; a Firenze, quando mi mandò un suo segretario affinchè mi adoperassi a fare approvare la sua condotta al Consiglio Generale, la quale venne amplissimamente approvata; vero lo invio delle valigie e di tutta la famiglia a Livorno, tranne il nipote che meco venne a Massa; vero che, temendo prossimi i tempi, dai quali la mia anima rifugge, avrei preferito morire nel tentativo di fuga, che vivere in terra insanguinata.[445] Stampavasi in Piemonte, e pubblicamente dicevasi, avere io domandato lo intervento delle milizie piemontesi a Vincenzo Gioberti; ed era vero all'opposto avergli scritto, a mediazione dell'amico Pasquale Berghini, lettere ortatorie onde nol consentisse: nonostante per siffatto modo si dilatò la voce, che io ebbi a smentirla nel _Monitore_ del 13 marzo 1849: «Brevi parole e schiette. Da Torino mi giungono notizie che il signor Vincenzo Gioberti va susurrando avere io domandato lo intervento piemontese. Dove ciò fosse vero, dovrei dichiarare il signor Gioberti mentitore, e gli raccomanderei a rammentarsi che gli uomini pubblici devono cadere con dignità. Però, in questi tempi copiosi di vani romori, _spero che le notizie pervenutemi ritengano appunto siffatta natura_. Nonostante giovi ad ogni buon fine questa mia dichiarazione.»

Nel _Messaggere Torinese_ del 14 marzo si leggeva: «Vediamo con piacere le imprecazioni (del Gioberti contro di me), perchè i nuovi fautori del Gioberti si affannavano in Piemonte a sparger voce che il toscano intervento fosse concertato col Guerrazzi, voce che, per quanto combattuta dagli amici del prigioniero di Portoferraio, andava acquistandosi qualche credito.»

Nè già si creda che fossero nuove queste notizie; al contrario, esse avevano incominciato a circolare fino dal novembre 1848, come occorre nel Nº 30 novembre del _Monitore_: «Nel _Corriere Mercantile_ del 28, sotto la rubrica di Genova 27 novembre, si legge, che in quella mattina partirono sul Vapore _San Giorgio_ 350 soldati delle riserve piemontesi chiamati in Toscana, a quanto si dice, dal Ministro Guerrazzi.»

E fu smentito; ma la calunnia è un'acqua torba, che, per chiarire che si faccia, lascia sempre la posatura in fondo; almeno così insegna Don Basilio, nell'arte del calunniare professore solenne.

Alla fine il Popolo sconvolto si avventò con le sue ondate contro i gradini del Palazzo Vecchio, fremendo ed urlando: «Il Guerrazzi fugge — è fuggito — è traditore.»

Hanno mai provato i miei Giudici il Popolo quando viene in siffatto arnese a visitarvi a casa? — Se lo avessero provato, se anche veduto, o se almeno fattoselo raccontare, io quasi quasi mi persuado che non avrebbero scritto la coazione poca, o nulla, o esclusa dai primi atti _co' quali, e ne' quali_, ec., come in altra parte fu detto.

E gli urli mi percossero nella mia stanza, dove stavo di corpo infermo, e della mente peggio, però che quel contendere ogni momento la fama e la vita, è tale martirio che logora viscere di bronzo. Qui non vi era tempo da perdere. Se il Popolo tornava imperversando nell'ostello già violato, mi lacerava di certo; risolvei, per subita ispirazione, andare contro lui. Presi (nè so bene il perchè, non potendo l'uomo negl'improvvisi moti dell'animo rendere ragione a sè stesso dell'operato) uno squadrone, e correndo giù per le scale mi presentai al Popolo dicendo: «Chi è che mi accusa di tradimento? Io non fuggo, chi ha cuore mi seguiti.»[446]

Il Popolo brontolando si acquietò alquanto; ed ecco come mi trovai sospinto a partire per Lucca. Così i Francesi sospetti, nella prima Rivoluzione, riparavano al campo per sottrarre il capo alle parigine stragi.

E avvertite che appena uscito da Firenze, o sia che per le relazioni dello _Inquisitore_, che mi avevano messo al fianco, della mia fede dubitassero, o sia che per sospetto spontaneo le consuete ubbie riassumessero; fatto sta, che allo improvviso mi giunse dietro per staffetta il richiamo: al quale, non senza sdegno, rispondendo io per via telegrafica da Lucca il 22 febbraio 1849 diceva: «_Non posso partire di qua senza vergogna, e_ SENZA CHE MI SI DICANO LE RAGIONI DELLA CHIAMATA.»[447] L'Accusa fra i suoi Documenti riporta un conto dell'oste Bordò pel Niccolini, e da cotesto conto appunto si conosce ch'egli meco non venisse, nè io meco lo conducessi, imperciocchè se fosse stato del mio seguito nei miei quartieri e non altrove avrebbe albergato, alla mia mensa, e non a quella dell'oste, seduto.[448] L'Accusa, inoltre, cita ricavandone motivo a mio danno l'espressioni contenute nel Dispaccio spedito da Massa il 23 febbraio 1849, le quali dichiarano: «_Ho servito fedelmente, e lo dico con franchezza, il Principe Costituzionale: servirò con uguale fedeltà il Popolo, non ne dubitate._»[449] Queste parole testimoniano aperto com'io venuto in sospetto m'ingegnassi inspirare la fede che meritavo; come ai miei stessi Colleghi, che di me, non pur gli atti, i pensieri conoscevano, la mia devozione religiosa agli interessi del Principato Costituzionale contestassi, e finalmente, e di ciò mi onoro, che con zelo e sagrifizio pari mi sarei, siccome invero mi sono, consacrato agl'interessi del Popolo, per liberarlo a un punto dagli scellerati furori degli anarchici, e dei reazionarii.

Ma i Giudici appongono: tutto questo è nulla; il Guerrazzi aveva detto non avere paura, dunque non la doveva avere, e poteva resistere al Popolo in tutto e per tutto.... A simili opposizioni, le quali riesce giudicare impossibile se patiscano maggiore il difetto di discernimento, o quello della riconoscenza, comecchè grandissimi entrambi questi mancamenti appariscano, io mi sono confessato e mi confesso stremo di difesa.

Oltre le ragioni a me speciali, stranissima (e potrei dire stupida) cosa è supporre che uomini di carne avessero potenza di resistere a tutto, in mezzo a così orribile trambusto, e rifiutare la sanzione al Plebiscito, che Laugier traditore della Patria dichiarava, mentre io riusciva a evitare l'altro relativo alla decadenza del Principe, e al bando della Repubblica. Stranissima e stupidissima cosa è supporre, che il Governo potesse astenersi da ordinare una Spedizione, che Popolo armato, e gente accorsa da più parti, non che di Toscana, d'Italia, imperiosamente imponevano. Qui non sovveniva ripiego di sorta; non si potevano opporre qui le teorie dai Repubblicani predicate, nè le promesse dai medesimi fatte poco anzi; non giovava addurre la necessità di consultare il Popolo; bisognava ed era prudente obbedire, avvegnachè, se per una maggiore resistenza avessero rotto l'ultimo freno, che cosa mai sarebbe accaduto di me? Dichiarato traditore, sarei stato messo in brani a furia di Popolo. — Questo c'importa poco, avvertiranno i miei Accusatori; ed io dirò: in fede di Dio voi parlate discretamente, perchè davvero trovarmi straziato dal Popolo, o da voi, potrebbe parere lo stesso, dove non pensassi che il Popolo si ravvede sempre, e piange, e voi non vi ravvedete, nè piangete mai; ma se non per pietà altrui, per voi medesimi almeno avrebbe dovuto premervi, che il Paese non venisse in balía di chi esaltava per santo qualunque partito, per istrascinare il Paese alla Repubblica, e danari dov'erano voleva arraffare, e dei sacri argenti spogliare le Chiese, e tribunali rivoluzionarii istituire, e rivoluzionarii eserciti disegnare, e impiegati sospetti e traditori non pure destituire, ma ammazzare:[450] avrebbe dovuto, sciagurati, premervi che lo Stato non cadesse nelle mani di chi esultava nella _prossima strage_, il sangue con aperte narici quasi bestia feroce fiutava, le strade con un battesimo di sangue cittadino intendeva purificare. E sì, e sì, che queste cose con le proprie mani avete raccolto, e co' vostri occhi avete letto come i Faziosi cospirassero a imporre _silenzio perpetuo_ agli avversarii loro; e sì che avete provato, come già voi stessi di contumelie e improperii vituperassero, e con più disonesto attentato manomettessero. Ora io vi domando, perchè dal nuovo pericolo percossi vi rivolgeste a noi, e ci chiedeste protezione? Se voi estimaste che la mala turba fosse aizzata per noi, o con qual senno o consiglio a noi vi raccomandaste? Voi mi credeste custode allora della civiltà toscana; e voi credeste, che avrei voluto e potuto difenderla. Ditemi, non vi difendemmo noi? Si tacque forse la nostra voce? A procurare tostano castigo dei colpevoli non fummo solleciti noi? Noi dalla rivoluzione vi difendemmo; come mi avete difeso voi dalla reazione? Io non parlo di altri; parlo di voi, i nomi dei quali ho letto sotto i Decreti e le Requisitorie compilate fin qui; e a voi rivolgendomi dico, che per onore vostro avreste dovuto continuare a credere oggi come credeste allora, e che me in voi stessi avreste dovuto rispettare.

§ 4. _L'Accusa non sa leggere._

Il Decreto della Camera di Accuse del 7 gennaio 1851, firmato da _Giuseppe Orsini_, _Giovan Battista Aiazzi_ e _Luigi Pieri_, il quale ne fu _relatore_ o _compilatore_, come si abbia a chiamare, a pag. 88, § 32, dice in questa maniera:

«Il De Laugier con Decreto del giorno successivo (18 febbraio 1849), _firmato dal Guerrazzi e dal Mordini_, fu posto fuori della Legge come Traditore della Patria, e vennero dichiarati ribelli i soldati che l'obbedivano.»

Nel Volume che serve di fondamento all'Accusa, a pag. 838, cotesto Decreto occorre riportato, e dice in quest'altra:

«Il Governo Provvisorio toscano

«Considerando, che il Conte De Laugier col suo Proclama del 17 corrente si è fatto eccitatore della guerra civile;

«Considerando, che il Governo Provvisorio toscano legittimamente costituito dal Popolo mancherebbe a sè stesso, e al debito che egli ha di tutelare la vita e gli averi dei cittadini, se non facesse alla colpa succedere immediatamente la pena; ha decretato e decreta:

«Art. 1. Il Conte De Laugier è dichiarato traditore della Patria, e come tale posto fuori della legge.

«Art. 2. I soldati tumultuanti sono dichiarati ribelli.

«Art. 3. I bassi uffiziali, che rimarranno fedeli terranno il posto immediatamente superiore a loro, occupato dagli uffiziali traditori.

«Il Ministro Segretario di Stato pel Dipartimento della Guerra è incaricato della esecuzione del presente Decreto.

«Dato in Firenze questo dì diciotto febbraio milleottocento quarantanove.

«G. MAZZONI «Presidente del Governo Provvisorio toscano.

«Per il Ministro Segretario di Stato pel Dipartimento della Guerra,

«Il Ministro Segretario di Stato pel Dipartimento degli Affari Esteri, A. MORDINI.»

Fui indiscreto io, se a giudicare di me pretesi Giudici che sapessero leggere? — Tremendi diritti mi somministrerebbe la Difesa, ma carità di Patria mi prega che io chiuda in cuore il giustissimo sdegno, e mi taccia.

§ 5. _Della lettera del 19 febbraio 1849 indirizzata al Pretore del Porto Santo Stefano._

La Requisitoria del Regio Procuratore generale, a pag. 126, afferma essere stata questa lettera dal signor Marmocchi composta sopra _minuta_ o _appunto_ del Guerrazzi. Il Decreto della Camera di Accuse, a pag. 87, aggiunge, che per essa lettera _non si deponeva punto il pensiero della cacciata del Principe_. Ecco la lettera:

«Cittadino Prefetto.

«I provvedimenti da voi adottati, dopo le notizie delle quali avete informato questo Ministero col foglio vostro in data del 17 stante, non possono non rimanere pienamente approvati. — Noi corriamo alla frontiera dalla parte di Massa. Colà urge il pericolo. _Leopoldo penso che attenda a fuggire._ Voi intanto mandate a Orbetello, Massa, S. Filippo, e Rocca S. Caterina. Il Pretore di San Stefano si porti dal Granduca, e gli dica, che il Governo, eletto dalla Assemblea e dal Popolo, gli partecipa che la reazione non può avere luogo; che la sua presenza ecciterà, come ha eccitato, qualche facinoroso al delitto; che è indegno di Principe _cospirare_ a _turbare_ l'ordine, che dice _raccomandare_. La Nazione giudicherà di Lui come Sovrano. Il Pretore faccia il suo dovere; se non può farlo, _protesti all'Ammiraglio, che con la minaccia dei cannoni inglesi s'impedisce il Magistrato ad eseguire gli ordini del Governo_. E vi saluto.

«Li 19 febbraio 1849.»

Prima di tutto, come possa da uomo di mente sana conservarsi il concetto di _cacciare via tale_, ch'ei pensa _in procinto di partire_, è per vero dire uno dei tanti prodigi di ragionamento, che l'Accusa ci abituò ad ammirare senza insegnarci, almeno per ora, ad intendere. Io poi ho serbata a questa sede del discorso la lettera del _19 febbraio_, perchè l'attenzione del lettore si fermi a considerare il tempo e lo stato delle cose in cui fu dettata.

Ora è da sapersi come il signor Gustavo Mancini con Dispaccio del _12 febbraio 1849_, in assenza del Prefetto di Grosseto, domandasse le istruzioni, e come dopo _cinque_ giorni il Prefetto medesimo, non le vedendo comparire, per averle insistesse. Dunque da ciò si rende manifesto, come io da ben _sette_ giorni mi andassi indugiando a rispondere intorno al Granduca, però che scrivere spontaneo cosa che gli tornasse spiacente io non voleva, e cosa che a me e ad altrui nuocesse io non poteva. Giunto a Firenze nel giorno _18 febbraio_ il Dispaccio nel _17_ mandato da Grosseto, che instava, affinchè al Pretore del Porto San Stefano le istruzioni domandate fino dal _12_ del mese stesso si mandassero, il signor Marmocchi, il quale esercitava allora l'ufficio di Ministro dello Interno, meco per certo ne avrà conferito, e con altrui. Nel Volume dei Documenti occorrono di mio carattere due scritti relativi a questa lettera: il primo veramente è appunto come per ordinario ponevo nel margine dei Dispacci, contenente il concetto della risposta, che si doveva fare; il secondo è copia precisa della lettera mandata.

Lo appunto dichiara: «Le istruzioni furono date. Se S. A. ama, come dice, il Paese, repugna alla dignità e lealtà sue rimanere in parte ove serve di bandiera alla guerra civile. Rammenti, che la situazione attuale del Paese fu creata da lui, non già dal _suo Popolo_ innocentissimo.»[451]

La copia della lettera del _19 febbraio_ suona in diversa guisa: «Approvansi i suoi provvedimenti. Noi corriamo alla frontiera dalla parte di Massa. Colà urge il pericolo. Leopoldo penso che attenda a fuggire. Mandi a Orbetello, a Massa, San Filippo, e Rocca Santa Caterina. Il Pretore di Santo Stefano si porti dal Granduca, e gli dica, che il Governo, eletto dalle Assemblee e dal Popolo, gli partecipa che la reazione non può avere luogo; che la sua presenza ecciterà, come ha eccitato, qualche facinoroso al delitto; che è indegno di Principe cospirare a turbare l'ordine, che dice raccomandare. La nazione giudicherà di lui come Sovrano. Il Pretore faccia il suo dovere; se non può farlo protesti all'Ammiraglio, che con la minaccia dei cannoni inglesi s'impedisce il Magistrato ad eseguire gli ordini del Governo.»[452]

Ora parmi chiaro, che meco conferendo e con altri il Ministro dello Interno ricevesse commissione di comporre il Dispaccio dietro le traccie dello appunto trascritto sopra la lettera del signor Mancini del _12_. Questo naturalmente successe nelle prime ore del giorno _18_, dopo lo arrivo della posta. I casi avvenuti in cotesta fiera giornata, le ardenti accuse mosse contro il Governo di avere con negligenza colpevole somministrato motivo alla guerra civile, e la necessità di difenderci all'uopo da persone, che si erano arrogate il diritto di sorvegliare i nostri atti, i nostri moti di ora in ora, e perfino di minuto in minuto, persuasero di certo alla svegliata prudenza del signor Marmocchi di mettere nel Dispaccio parole più colorite, e provvedimenti, che nè allora seppi, e neppure adesso so che cosa mai potessero importare. Lascio, come anche ora che scrivo, frugando nella mia mente, Rocca Santa Caterina che sia, del pari ignoro; bensì chiunque abbia intelletto di stile, di leggieri comprende, che la copia della lettera del 19 non è mio dettato.[453] Interrogato il Ministro circa il Dispaccio trasmesso, io, secondo ch'egli mi veniva dicendo, scrissi su i margini della lettera del signor Prefetto, onde potere mostrare ai miei _Inquisitori_ come le istruzioni fossero date, e quali: molto più, che difetto nel mandarle vi era, ed aveva mestieri schermirmi da giusto rimprovero d'inerzia.

Arrogi quello che soventi volte ho dichiarato, non correre nè potere correre allora stagione opportuna a restaurare il Principato Costituzionale pochi giorni dopo che egli lasciava il campo, senza fare neppure le viste di resistere a parte repubblicana. Ella è follia espressa pretendere quiete il giorno seguente alla rivoluzione. La Inghilterra, che stette ferma all'urto della rivoluzione francese del 1830, pure, a giudizio di Lord Melbourne, durò per bene quattro anni a tentennare.[454] Nè questo è tutto: distraendo in altra parte le forze che tenevo apparecchiate col Generale D'Apice per impedire tumultuarie aggressioni contro Porto Santo Stefano, molte e gravi fortune potevano accadere alle quali importava grandemente ovviare. Come le terre di Maremma ardessero tutte, abbiamo veduto; certo La Cecilia le descrive diverse, ma altri dissente da lui; varii i giudizii secondo le impressioni; bensì il fatto dimostra che meglio i secondi opinassero, dacchè per le città e terre di Maremma, non annuente il Governo, vollero proclamare la Repubblica, e la proclamarono; e al Porto Santo Stefano eziandio, appena ebbe quinci rimossi i piedi il Granduca.

Pertanto considerando maturamente la qualità dei successi, i tempi fortunosi, i pericoli, la inanità, anzi il danno espresso di rimontare contro pelo la corrente quando strascina più rapida, e la sicurezza di riuscire dando tempo al tempo, e modo di riaversi con la quiete consigliera di giusti partiti ai Toscani tutti, costituzionali ed anche esaltati, io per me, se avessi tuttavia seduto nei Consigli della Corona, le avrei detto: