Apologia della vita politica di F.-D. Guerrazzi

Part 39

Chapter 393,517 wordsPublic domain

Leggi, Accusa, il grave De Barante, e t'insegnerà come anche in Francia la sete del sangue a poco a poco si sparse, e a poco a poco crebbe; saprai che nello esordio della strage dei prigioni della Badía gli ammazzatori se giungevano ai cinquanta non li passavano; vedrai come alieni molti di costoro da così immani delitti, al cessare del delirio che gli aveva invasi, presi da malinconia, agitati da visioni notturne, diventassero matti; udrai come uno armaiolo, detenuto nel carcere della _Conciergerie_, al quale i sicarii fecero patto salvargli la vita se gli aiutava a scannare, accettasse, ma, dato il primo colpo, gittasse via il ferro micidiale, e gridato con quanta voce aveva in gola: «Uccidetemi; io eleggo essere piuttosto vittima che carnefice!» cadesse trafitto martire della sua umanità;[435] e se ne avrai voglia, apprenderai «come dato una volta il segno, e prevalsa la idea che bisogna sacrificare vite per la salute dello Stato, tutto si disponga a questo atroce fine con incredibile agevolezza. Ognuno opera senza repugnanza, e senza rimorso; la gente vi si abitua nel modo stesso che il magistrato a condannare, il chirurgo a vedere gl'infermi patire sotto i suoi arnesi, il generale a spingere ventimila uomini alla morte. Viene composto un fiero linguaggio corrispondente alle opere; e perfino si trovano motteggi e lepidezze per esprimere idee di sangue. Ciascuno corre strascinato, intronato dal moto universale; e furono visti uomini, i quali nel giorno innanzi si occupavano pacifici di arti o di commercio, trattenersi con la medesima facilità di distruzione e di morte.»[436] Sicchè per queste e per altre notizie, tu, se ne avrai talento, potrai, o Accusa, conoscere come un Popolo lieto, giocondo, amabile, ai sensi di carità di leggieri inchinevole, religioso così che mediamente ebbe nome di cristianissimo, mutato, in breve giro di tempo, genio e costume, vincesse d'immanità assai le più feroci belve, e rinnegasse non solo i riti religiosi, non solo lo Dio dei suoi Padri, ma tutto Dio, e facendo l'anima morta col corpo, operasse da bruto. Veramente ogni Popolo presenta una sua speciale fisonomia; però andrebbe errato di molto colui che presumesse in queste nostre parti occidentali tanto un Popolo dall'altro diverso che, sottoposti entrambi al medesimo impulso, uno dall'altro, agendo, differisse; questo starebbe contro il naturale ordine delle cose e contro la esperienza quotidiana. Nelle medesime condizioni di civiltà tanto più si livellano i pensieri, gli appetiti e gl'impeti, che anche in condizioni differenti gli abbiamo veduti procedere a un di presso uguali. Così, a modo di esempio, nella peste di Milano del 1630 il Popolo ebbe fede alla presenza degli untori, e furono processati e morti, imperciocchè quale infamia, qual tirannide e quale errore patirono penuria di _Giudici_ per sentenziare, di Carnefici per _giustiziare_? E nella moría del Cholera chi di noi non rammenta avere udito gente, e non mica di piccola levatura, bensì di ordinario discorso dotata, affermare che uomini perversi, toccando con arnesi imbrattati, il mortale morbo trasfondevano? — E mentre questi successi accadevano sotto i miei occhi a Livorno, non leggevamo di cittadini dabbene precipitati dalla credula plebe parigina nei pozzi, perchè temuti manipolatori di veleni _cholerici_?

Qui, come in Francia, sconfortate le moltitudini e indifferenti, e ce lo racconta la stessa Accusa;[437] qui la forza pubblica inerte; qui sciolti i vincoli politici, rilassati i religiosi; qui insomma poteva a buon diritto ripetersi quello che Garat Ministro dello Interno diceva all'Assemblea: «Enormezze incomportabili in Parigi quotidianamente commettonsi, e temesi peggio. La forza pubblica rimane spettatrice inoperosa, e si scusa adducendo difetto di ordini: intanto, prima che gli ordini arrivino, i perversi ragunano il Popolo, lo infiammano, lo strascinano, e il male cresce irrimediabile.»

No, — senza supremo di Dio benefizio, a cui prima dobbiamo grazie infinite, e l'opera di me, fatto segno di vituperevole guerra, Toscana piangerebbe adesso giorni funesti quanto quelli che nel 1792 successero in Francia.[438] Questa è la mia gloria, e nessuno me la può tôrre. Se in secolo meno tristo io fossi nato, se fra gente più generosa vivessi, tradotto innanzi al Tribunale avrei detto: «in questo giorno, e in questa ora le furie rivoluzionarie invadevano la Patria nostra, traendo seco i mali, che fanno piangere un secolo. Dio aiutando, a me fu dato salvare la Patria. Popolo e Giudici, che facciamo noi qui? Andiamo in Chiesa a rendere grazie a Dio pel ricevuto benefizio.»

Queste sono reminiscenze pagane; oggi i cristiani più civili farebbero condurre Cicerone alle Murate, a starsi in compagnia con Cetego e con Lentulo.

§ 3. _Stato in che mi trovo ridotto nei giorni 18, 19, 20._

Vedevo imminente formarsi la tempesta, e attendendo fra tanto pericolo a preservarne lo Stato, il quale era da temersi che ne andasse sommerso, pensai in primo luogo occupare le menti col rumore dello apparecchio delle armi, poi nel negozio delle elezioni. Consideravo così tra me, che scemando i motivi dello ardore, e frastagliandolo in tanti scopi diversi, poteva sperarsi che quel fattizio impeto per la Repubblica quietasse. In simile intento nel giorno 17 febbraio, con data del 16, era bandito questo Proclama, e col Proclama provvedimenti relativi allo scopo del Proclama consentivo, e ordinavo.

«Toscani!

«La nostra bella contrada si disfà, se quanti hanno cuore italiano non sorgono animosi a salvarla.

«Bande di facinorosi col pretesto della fuga di Leopoldo II, ed anche senza pretesto irrompono al saccheggio e allo incendio. Il Governo ha represso gli scellerati, e saranno puniti.

«Alcuni soldati figli di questa terra a noi dilettissima, abbandonavano le bandiere, e con sacrilegio maggiore disertavano i confini alla fede del sacramento loro affidati. Una cosa sola conforta l'animo travaglialo, ed è questa, che i più, pentiti, sono ritornati. Possa in breve un battesimo di fuoco reintegrarli nella pienezza dell'onore, che non doveva mai rimanere offeso.

«Ora corre il momento solenne. Momento di eterna infamia o di eterno onore. Non sapremo noi spargere altro che lamenti codardi, e lacrime vane? Vorremo noi offrire di nuovo lo spettacolo allo straniero di una emigrazione troppo spesso derisa?

«No, i mali sono grandi, ma non minori alla costanza del buon Cittadino. Non è mai lecito disperare della salute della Patria.

«Coraggio! La Legge intorno ai Volontarii fu pubblicata; breve lo ingaggio, di un anno e un giorno; la ricompensa giusta, l'onore grandissimo.

«Non più parole, ma fatti. Se trentamila Toscani volontarii non corrono alle armi, chi è quaggiù che ardirà parlare di Libertà? Se il Popolo sarà pari alle sue promesse, il Governo non mancherà al suo dovere.

«Egli saprà vincere l'anarchia interna, egli si difenderà aggredito dalle invasioni straniere: farà quanto Dio e la coscienza gli impongono.

«Rammentinsi i tepidi e gl'infingardi e gl'inerti, che a tale siamo noi che restare è peggiore che andare, e che il partito più fecondo di mali sta nel non far nulla.

«Voi vi ritirate nelle vostre case, sciagurati! Chi ve le salverà dallo incendio? Voi nascondete il vostro denaro e lo negate alla voce della Patria! Chi vi difenderà se lo avrete a dare sotto al bastone croato? Voi pervertite il cuore dei campagnuoli e li dissuadete dalla guerra! Chi preserverà i colti dalle scorrerie dei cavalli nemici?

«Non ci credete? Guardate la Lombardia, e vedrete se questa è verità.

«Firenze, li 16 febbraio 1849.»

Mirava ad attirare le menti commosse verso l'elezioni la Circolare ai Prefetti, pubblicata nello stesso giorno 17 febbraio.

«_Circolare del Governo Provvisorio Toscano ai Gonfalonieri._

«Signor Gonfaloniere.

«Il primo pensiero del Governo Provvisorio, appena si trovò chiamato ad assumere in momenti così supremi le redini dello Stato, fu quello di circondarsi di un'Assemblea Nazionale, onde la volontà del Popolo avesse tutto il suo peso nel Governo del Paese.

«Così fosse stato nell'umana potenza, come era nel desiderio dei Cittadini che governano, improvvisare all'istante un'Assemblea Nazionale! Ma volendo far tutto che era umanamente possibile per affrettarne la convocazione, fu dettato un Regolamento nel quale, piuttosto che a giorni, ad ore, vennero misurate le operazioni elettorali.

«Infatti per la preparazione, formazione, correzione e pubblicazione delle liste, fu imposta una sollecitudine per la quale si richiede tanta alacrità nei Parrochi e nelle Autorità Municipali, che solo la gravità dei tempi fa sperare secondata da tutti. Le ulteriori operazioni fino alla convocazione delle Assemblee Elettorali, e le successive, fino alla proclamazione dei Deputati di che parla l'Articolo 39 del Regolamento de' 13 corrente, sono così compendiate nel tempo che il Governo le ordinò, non senza tema che fossero giudicate impraticabili. Non si ebbe riguardo a sacrificare il ricorso, che in tempi ordinarii non avrebbe potuto negarsi, contro le risoluzioni dei Prefetti in domande di rettificazione di liste; e per le trasmissioni di carte da luogo a luogo, si fece conto che le Autorità interessate non avrebbero profittato dei modi di ordinaria corrispondenza comunque spedita, ma avrebbero, come debbono usare, mezzi al tutto straordinarii di più celere comunicazione.

«Signor Gonfaloniere! all'Autorità Comunale, a Voi, è specialmente affidata l'esecuzione del Decreto Elettorale: da Voi specialmente dipende che il 15 marzo tutti gli Eletti del Popolo sieno in solenne convegno attorno al Governo Provvisorio. Gli indugi toscani non sieno più che una memoria. Pensate che il Paese vi guarda ed attende. Studiate in precedenza tutto il meccanismo del Regolamento, onde non vi sorprenda dubbio nel momento dell'azione: e quando sentiate bisogno di alcuna dilucidazione, chiedetene per tempo ai Prefetti, a Noi.

«Le operazioni elettorali sono una catena. Se un anello non corrisponde, la macchina si ferma. E la macchina deve andare a ogni costo.

«Li 16 febbraio 1849.»

Sembra che il sospetto di trovarsi prevenuti, consigliasse i Congiurati ad anticipare, non aspettando che da tutti i paesi, come avevano disegnato, giungessero genti a Firenze. Verso le ore sei pomeridiane del 17 febbraio, ecco arrivarmi da Livorno questo Dispaccio.

«Pigli a Guerrazzi.

«Poco fa ha avuto luogo una dimostrazione numerosissima con cartelli e bandiere, per chiedere la pronta Unione con Roma. Sono stato costretto a parlare. Ho promesso informare il Governo senza promettere niente; mi sono limitato a lodare la Repubblica Romana. _Credo sapere_ che domani si porteranno costà Deputazioni di tutti i Circoli, per chiedere quanto sopra.»[439]

Accorto da qual parte spirava il vento, e avendo oggimai conosciuto, che del Governatore non mi poteva fidare, spedisco senza mettere tempo fra mezzo il mio familiare Roberto Ulacco, e credo averlo fatto accompagnare da Emilio Torelli con lettere urgentissime pel signor Dottore Antonio Mangini, persona a me aderente, e preposta ai miei negozii in Livorno; con queste lettere gli commetteva, che col Gonfaloniere si accontasse, e palesatogli il mio concetto, facessero opera insieme presso gli amici, affinchè il disegno dei partigiani della Repubblica non avesse seguito. Spediti i messaggeri, per mezzo del telegrafo ammoniva il Gonfaloniere in questa sentenza:

«Il Presidente del Governo Provvisorio al Gonfaloniere di Livorno.

«Il Dottore Mangini a questa ora deve avere una nota del concetto del Governo. Dovrebbe fare un Proclama. Se non lo ha fatto, sollecitalo. La condizione nostra è piena di pericolo. Il Paese sta sopra un filo di rasoio. Quello che importa, è, che corrano alle armi. L'anno e un giorno è una formula; assicura che lo ingaggio sarà per un anno fisso. Qua abbiamo mille Volontarii, — domani speransi duemila. Livorno sarà minore di Firenze. Vergogna, vergogna.

«Febbraio 17, ore 10, min. 20 pom.»[440]

Questo pericolo nostro, o piuttosto mio, consisteva nel presagio d'impotenza a resistere allo sforzo repubblicano; l'oscillazione del Paese sul filo del rasoio riguardava la quasi sicurezza, che, attesa la inerzia dei più, sarebbe stato stravolto dalla Fazione audacissima. Consultato adesso da me il signore Mangini intorno ai fatti di cui fu parte, risponde nella guisa che sarà esposta fra poco. Importa intanto considerare, come, dalle carte raccolte nel Volume dell'Accusa resultando la notizia data al signor Dottore Mangini del mio concetto intorno ai successi del tempo, il suo possesso di una mia nota per compilarvi sopra un Proclama, e la raccomandata conferenza in proposito col signor Gonfaloniere di Livorno, nè l'uno nè l'altro sia stato su questo punto ricercato; però se importava considerarlo, non deve recare maraviglia alcuna, dopo averlo considerato. L'Accusa, che nel suo ufficio ravvisa un duello da combattere, s'ingegna con tutte le arti a facilitarsi e ad assicurarsi la vittoria.

_La gran bontà dei cavalieri antiqui_ stava bene appunto fra i cavalieri antiqui; gli Accusatori di siffatte cortesie non sanno o non curano; e' vogliono sgarire ad ogni modo; e a questo scopo intendendo essi, quanto offende raccolgono, da quanto difende aborriscono.

Non racconto novelle, ma cose che io stesso vidi. Fu già un uomo di cervello balzano, a cui venne in testa di fare raccolta di cornici; empito che n'ebbe un magazzino, cangiata voglia, si dette a comprare quadri e ad accomodarli dentro di quelle. Ora accadeva sovente che i quadri non capissero nelle cornici, di che il buono uomo punto si turbava, ma tagliato quel tanto che sopravanzava ce li faceva entrare di santa ragione. Così tagliò fin quasi ai ginocchi un quadro giudicato di Rubens, che rappresentava il caso della coppa di Giuseppe rinvenuta nel sacco di Beniamino, il quale, rimasto nella mia Patria, rende perpetua testimonianza della barbarie dell'uomo. L'Accusa, non so se abbia comprata da altri, o se abbia fabbricata con le sue mani una cornice; fatto sta, che ha preso testimonianze e documenti, e ce gli ha provati; quei, che a parere suo c'incastravano, ella ve gli aggiustò con amore; a quelli che non v'incastravano ha tagliato inesorabilmente le gambe ribelli.

Ecco come scrive il Dottore Antonio Mangini: «Nel giorno successivo all'Adunanza del 16 febbraio, per mezzo di Roberto Ulacco, da lei specialmente ed appositamente inviato, ricevei una lettera urgentissima, nella quale accludendomi un lungo scritto tendente a dimostrare la inopportunità della Unione con Roma, e della proclamazione della Repubblica, mi commetteva lo pubblicassi a modo di Proclama, e per tal modo ne rendessi convinti i Circoli, e il Popolo di Livorno. Comunicai questo scritto al Dottore Mugnaini, a cui restò. Questo Proclama era intempestivo, perchè veniva dietro la deliberazione presa. Non ostante questo, il Dottore Mugnaini voleva servirsene nel miglior modo possibile. Immantinente conferii col Gonfaloniere Fabbri, il quale conobbe essere impossibile arrestare la opinione prevalente. Nulladimeno, mi promise intervenire la sera al Circolo, dove dovevano essere eletti i Membri componenti la Deputazione del Circolo Politico, che doveva partire per Firenze la domenica mattina successiva. Infatti il Fabbri intervenne al Circolo, ma indarno: non prese parola, perchè non vi fu discussione, essendo partito già preso; e indarno il Dottore Mugnaini volle opporsi, e con esso altri pochi. La domenica a Firenze avvenne quello che a tutti è noto. Interpellato oggi il Dottore Mugnaini per lettera, ha convenuto essere rimasto a lui quel Proclama, ma dichiara non averlo più trovato, e probabilmente essersi perduto fra moltissimi altri suoi fogli. Questi sono i fatti di cui sicuramente mi ricordo.»

Mentre ingrossano senza riparo le turbe nella Capitale per proclamare la Repubblica, e mentre qui stanno tali, di cui Europa armata anche adesso paventa, per condurle, ecco cadere, non come favilla no, ma come folgore sopra le polveri incendevoli, la notizia: il Generale De Laugier essersi dichiarato contro al Governo Provvisorio; abbandonata la custodia delle frontiere, muovere contro la Capitale; avere sostenuto il Delegato Regio Conte Staffetti; minacciare fucilazioni e stato di assedio; percorrere le vie con sembianti terribili, e finalmente avere pubblicato il seguente Proclama:

«Toscani!

«Il nostro amato Sovrano Costituzionale Leopoldo Secondo si degna avvertirmi:

«I. Non avere mai abbandonato la Toscana, perchè rimasto sempre in questi pochi giorni a Santo Stefano con Guardie d'onore inglesi.

«II. _Nell'allontanarsi da Siena aver nominato un Governo Provvisorio_.

«III. _Aver proibito alle Truppe di sciogliersi dal Giuramento_.

«IV. Essere Egli sempre _l'ardente amatore della Libertà e dell'Indipendenza Italiana_.

«V. Ordinarmi quindi richiamar tutti alla fedeltà e al dovere, ripristinare l'ordine e la quiete.

«_Le Truppe Piemontesi, in numero di 20,000 uomini, passare adesso le frontiere per sostenerlo_.

«VI. Essere conservati i gradi nella Milizia stanziale.

«VII. Perdono ed oblio per tutti, meno per quelli, che dopo questo Proclama tentassero di fare spargere una sol goccia di sangue cittadino.

«In Massa, li 17 febbraio 1849.

«Viva Leopoldo II Principe Costituzionale.

«Viva la Libertà.

«Viva la Indipendenza Italiana.

«_Il Generale_ — DE LAUGIER.»

Altre voci succedono mescolate, siccome avviene, di vero e di falso, esagerate dalla fama, dalla rabbia e dalla paura: il Generale levare di Lunigiana artiglierie e milizie; abbandonare la frontiera indifesa alle invasioni nemiche; avere stracciato gli avvisi del Governo Provvisorio, posta Pietrasanta in istato di assedio.[441] Concionatori su le piazze crescevano legna al fuoco; era da per tutto tremendo anelito e delirio furente; immensi urli gridavano traditore De Laugier, Repubblica, morte ai nemici del Popolo; i sospetti si arrestino, le porte chiudansi, le case si perquisiscano; se il Governo vuol fare queste cose lo soccorreranno, se si rifiuta lo metteranno in pezzi, e faranno da sè; e questo sarebbe il meglio, perchè ormai, e si era visto a prova, il Governo non sa camminare con passi rivoluzionarii, verso i nemici della Patria procede con indulgenza colpevole, tepido poi si mostra e incapace degli estremi partiti; e questi abbisognare adesso, e questi ad ogni modo volere. Più che mai ardenti e minacciosi tornavano ai rimproveri avventati contro me fino dai primi giorni di febbraio.[442]

In quel giorno i Settarii andavano insinuando malignamente parole mortali contro il Governo Provvisorio, o piuttosto contro di me: «già la _calunnia_ investe i nomi rispettabili dei componenti il Governo Provvisorio; già i reazionisti esitanti fino all'ultimo momento a mostrarsi a visiera alzata, susurrano iniquamente gli uomini del Governo nostro temporeggiare _per concerti fraudolenti col despota piemontese_, insinuano _volere essi conservare lo Stato allo austriaco Leopoldo_, e, senza compromettere sè stessi, lasciare che il loro Partito si comprometta, e si perda.»[443] Così fingevano compiangere i mali, che eglino stessi seminavano: lacrime di coccodrillo erano coteste. Ed in quel giorno G. B. Niccolini strillante come uccello del malo augurio, più spesso che mai avesse fatto, andava urlando dintorno: «Giù il Guerrazzi dalle finestre, e chiunque si oppone!» Incominciava per costui a diventare idea fissa quel mandarmi capovolto dai balconi del Palazzo; nonostante questa ed altre tali tenerezze, l'Accusa ritiene, che il Niccolini «continuò a godere, almeno per certo tempo, come in avanti, della confidenza e intimità dei Triumviri, _non escluso il Guerrazzi_!»

La fiumana, rotti gli argini, allaga; la Repubblica in mezzo a fremiti è bandita, il Principe si urla decaduto, chiamato a morte De Laugier, l'Albero... ma che parlo io di Albero? una foresta di Alberi sorge su per le piazze e pei crocicchi di Firenze; e non solo la Repubblica, la Decadenza del Granduca, la Unione immediata con Roma, e la morte del Generale De Laugier si urlano, ma si riducono in Plebisciti.

Dall'alto dei balconi del Palazzo Vecchio vedevamo quel mareggiare di teste in burrasca, e udivamo cotesto inferno di gridi, Sir Carlo Hamilton ed io; e lo interrogava dicendo: «Ora come potrò resistere? _Ah! fui gittato come uno schiavo alle fiere_.» Ed egli, fieramente turbato: «Cedete su tutto, ma salvate la vita e le sostanze dei cittadini.»

Quando il Popolo irruppe allagando camere e sale, ed io solo nel vano di una finestra (al salto periglioso eravamo vicini, e il caso di Baldaccio dell'Anguillara mi traversava la mente), con ragioni, con preghiere, con rimproveri, e finalmente con arguzia potei schermirmi da cotesti furiosi, dovevano venirmi a canto i Giudici. Allora avrebbero veduto e sentito se incitai i Popoli, o se con pertinace resistenza, che a Dio piacque benedire, li contenni. Allora avrebbero inteso quali fieri accenti scambiassi con Giuseppe Mazzini, _che delle parole dette a Livorno non voleva più sapere_, e la Repubblica pretendeva, e subito s'instituisse; i quali, comecchè pronunziati nello impeto della passione, non è bello nè onesto riferire. Se in quel giorno i Giudici e gli Accusatori che fin qui mi stettero schierati di contro fossero stati fra i difensori dell'ordine al fianco mio, il giorno 18 febbraio così si sarebbe loro scolpito nel cuore, che forse avrebbero sentito vergogna di affermare, che alla proclamazione della Repubblica mi opposi soltanto dopo la disfatta di Novara. Ma dei miei Giudici e dei miei Accusatori fin qui non fu istituto _difendere_, bensì _offendere_; e tutto il mondo, non dubitino, di ciò si è accorto da buona pezza di tempo. Però, se cotesti Giudici e cotesti Accusatori non vi erano, vi ero io, e vidi intorno a me, soldati dell'ordine, il Gonfaloniere Peruzzi, il Generale Zannetti e quello Adami che osarono processare, e Romanelli e Franchini che ardirono accusare, ed altri parecchi cittadini onoratissimi i quali con la vista e con la voce mi confortavano a durare cotesta lotta mortale.

L'Accusa, cui sembra poca cosa differire, può intanto conoscere che per essere state differite in quel giorno la decadenza del Principe e la proclamazione della Repubblica, nè allora nè poi furono atti compíti cotesti.

Sentiamo adesso come ha coraggio incolpare l'Accusa. Il Decreto del 10 giugno, e con poche varianti sul medesimo tema il Decreto del 7 gennaio, e l'Atto di Accusa del 29 gennaio 1851, sostengono, la Spedizione armata volta verso Lucca essere in _gran parte_ composta della gente straniera, la quale allora _infestava_ il Paese: guidandola io, avere incusso da per tutto paura d'incendio e di saccheggio alle campagne che la impresa del Laugier e la causa del Principe si fossero attentate a favorire: Laugier _da me con Decreto_ messo fuori della Legge, e da me _costretto_ a rifuggirsi, quasi solo, in Piemonte, _abbandonato_ dalle sue milizie per opera nostra spaventate e corrotte.