Apologia della vita politica di F.-D. Guerrazzi
Part 38
Qui fra noi mancava l'Assemblea. La eletta con l'antica legge elettorale, oltre all'essere stata disciolta per volere del Popolo, nè si sarebbe attentata di adunarsi, e se adunata, avrebbe fornito materia allo infuriare della moltitudine, che pure si voleva attutire. Ora io ho veduto che per placare il toro, non gli si agita mica davanti gli occhi la bandiera vermiglia che odia, e trema; ed è eziandio così da avvertirsi, come da evitarsi che le prime offese chiamino le seconde; imperciocchè la vittoria insuperbisca, e quello che ti riesce ottenere dalla paura, che poca o molta accompagna sempre la prima esperienza della forza, invano chiederai dopo la prova riuscita prosperosa per coloro che intendi reprimere. Però di questo a suo luogo più copiosamente. Intanto reggeva il Governo Provvisorio; per sua natura debole; sostenitore degli ufficiali governativi piuttosto, che sostenuto da quelli. A questo gli ufficiali tutti, a questo i cittadini, amorevoli o no, pongano mente, poichè all'Accusa non preme badarvi: che il Governo Provvisorio potè salvare uomini e cose, fondato appunto sul transitorio, che gli serviva di pretesto a non imprendere mutamenti; — uscendo nel definitivo per impeto di passioni rivoluzionarie, pensate un po' voi dove vi avrebbe balestrato cotesto turbine. La Fazione violenta riusciva a sforzarmi in molte cose, non in tutte, nè nella suprema in ispecie, presso cui le altre erano nulla: di qui l'agonia di volere ad ogni patto imposta la Repubblica a tumulto, e di qui, trovatomi oppositore e custode dei diritti dell'universo Popolo, il proponimento palese in molti, segreto in taluno, di sostituire al Governo Provvisorio un Governo che la desiderata Repubblica proclamasse.
In Francia la stampa della Opposizione, spaventata, tace; dei tipi e dei torchj si spoglia, e ai propagatori delle opinioni rivoluzionarie si donano: qui pure alla stampa, nemica della violenza, voleva imporsi silenzio.
In Francia i Rivoluzionarii intendono impadronirsi di quella facoltà, la quale mentre dura la tempesta degli sconvolgimenti politici non merita più essere chiamata Giustizia, e neppure diritto di punire, ma sì piuttosto potenza di mal fare, conciossiachè, ottimamente avverte il Thiers,[425] arrestare e perseguitare i supposti nemici formi per i Faziosi principalissima e ambitissima libidine. — Quale e quanta poi sia la tristizia e la rabbia delle persecuzioni politiche, non importa discorrere! — Donde nascesse la prima radice dei Tribunali rivoluzionarii di Francia, insieme con gli altri Storici lo dichiara Luigi Blanc: «La mollezza e la esitanza dei Poteri governativi da una parte, e dall'altra il sospetto e la paura fanno nascere la prima idea del Tribunale rivoluzionario. Dupont di Nemours fu che il propose; e per questo modo dalle mani di un Consigliere di Parlamento furono poste le basi del Tribunale rivoluzionario.»[426]
La Storia, non senza che le tremi nella destra lo stilo, registra nelle sue tavole, come a sbramare le rabbie della scapigliata licenza e del bilioso assolutismo non fecero mai difetto uomini tristi; i quali comecchè vestissero toga nè nome di Magistrati meritarono, nè Magistrati furono; come per vetro traverso a loro si vedeva il carnefice. E che cosa importarono quei luridi scartafacci curialeschi, martirio della ragione umana, e scuola di calunnia? Chi ingannarono? Dio forse, o la coscienza propria, o gli uomini? Ah! nessuno, nessuno ingannarono; avrebbero operato più presto e più lealmente, a prendere una pietra e mettersi ad affilare il taglio della mannaia. Deve essere profonda davvero la satanica voluttà di abbracciare il male, e dirgli: «Tu sei il mio bene!» se la vendetta umana spesso, e la divina sempre, il disprezzo presente, la esecrazione dei posteri, e le visioni della notte e i terrori del giorno, non bastarono a rattenere dal truce mestiere. Ahimè! Che importa che Fouquier-Tinville, giudice carnefice della tirannide libertina, muoia come Ciro nel sangue che ha versato? Che giova che Jefferies, giudice carnefice della tirannide regia, spiri ammaccato dai colpi come un lupo? La morte loro non richiamerà dal sepolcro l'illustre Bailly, la egregia Madama Roland, le pie Granut e Lady Lisle, e Cornish innocentissimo. Io non ardisco interrogarlo, — ma è ben profondo, ben soverchiante la ragione nostra, il consiglio — per cui vedemmo per le Storie la nequissima stirpe di cotesti due togati carnefici rinnovellarsi copiosa, mentre fu scarsa quella di Papiniano che osò guardare in volto Caracalla, e dirgli: «essere più facile commettere il fratricidio che scusarlo.»
E qui non pure tra noi si pretendeva che il Governo instituisse Tribunali rivoluzionarii; ma i Faziosi, già già diventati Governo da per sè stessi, siffatti Tribunali creavano, i loro Giudici carnefici eleggevano, uno esercito di mille cagnotti ad accompagnarli disegnavano. Il Governo Provvisorio queste infamie impediva, e, fingendo adempire egli alle sformate voglie della Fazione, mutava in comune salvezza quello che nelle mani altrui sarebbe stato esizio universale. Lo impugnate voi? Su, vengano innanzi le vedove che abbiamo fatto, escano fuori gli orfani per causa nostra, e ci pongano accusa. La pena più lunga, che fu applicata dal Romanelli, questo nuovo Carrier del contado aretino, non arriva al terzo della nostra carcere di custodia!
In Francia, a Parigi segnatamente, spaventavano le persone, solite a trovarsi in tutte le Capitali, per costume depravate, d'istinto feroci, per abitudine di trambusto fatte convulse, perpetuamente oscillanti fra lo ergastolo e la taverna; tanto più rese terribili adesso, che sciagurati predicatori le ammaestravano a colorire le inique passioni con la politica. — Fra noi terribili erano gli scherani nostri, e non pochi, ma non sì, che, come in numero, in ferocia non venissero superati da quelli che ci mandava la vicina Romagna, cui pure adesso con molta fatica contiene grossa mano di armati, vigilanti ai confini.
Vedete in Francia uomini improvidi del domani, non aborrire accendere oggi uno incendio, che non sapranno più spegnere, e dal quale eglino stessi rimarranno a posta loro distrutti; e Cammillo Desmoulins, stracciando lo ingegno bellissimo, gittarne i brani al Popolo feroce, per vie più inferocirlo. «Abbiamo uno esercito, egli diceva, latente sì, ma ordinato e in procinto. Nè causa al mondo fu della nostra più sacra per combattere; nè premio maggiore destinato alla vittoria. Quarantamila palazzi, case, castelli, due quinti delle terre di Francia, ecco il bottino di guerra. Chi presumeva conquistare sarà conquistato, chi vincere vinto. Il Popolo andrà mondato dagli stranieri, e dai mali cittadini; e tutti quelli che il bene proprio al bene comune preferiscono, saranno sterminati.»
E qui tra noi si urlava: «I danari si piglino dove si trovano, le Chiese dei sacri arredi si saccheggino, a viva forza i signori si spoglino, e le spoglie si dividano fra il Popolo, caparra e saggio di più abbondante raccolta.» E' furono giorni pieni di pericolo cotesti; e chiunque comprende quanto efficace maestro sia il bisogno, e quanto la cupidigia docile scolara, ne andrà persuaso di leggieri. I miei Colleghi furono stretti a mettere una Legge nel 22 febbraio, con la quale fu ordinato ai benestanti ripatriassero; dove no, sarebbero multati: ma nessuno fu multato, e vagarono quanto seppero e vollero; — testimone Don Tommaso Corsini. Questi eccitamenti non avendo trovato in Francia nel Governo quei supremi contrasti che in Firenze trovarono, bensì plauso ed istigazioni, ecco in breve spazio di tempo in quali fatali rovine fu visto precipitare quel nobilissimo Stato. — Parte di Popolo ardeva i castelli, ne decapitava i padroni; le mozze teste fitte sopra le picche, trionfo infame, portava in processione per le strade; dai braccioli di ferro dei lampioni pendevano cittadini impiccati; e l'altra parte del Popolo plaudiva e urlava; qualche volta ancora, tratto argomento di arguzia dalla nefanda tragedia, rideva. Desmoulins, furente di rabbia rivoluzionaria, assumeva il titolo di _Procuratore Generale del Lampione_.
Oppressione antica nel reame di Francia, governativi errori, insolenze patrizie e abusi universali, di lunga mano apparecchiarono il bisogno di riforme; peregrini intelletti somministrarono argomenti e favella al gemere lungo del Popolo; forse il Principe cedeva, ma i Privilegiati non vollero, meno teneri della Monarchia che di sè stessi, ed invidiosi che questa, sviluppandosi da loro, senza loro durasse. Tutto lo edifizio monarchico e feudale doveva salvarsi o perire, e ciò parve amore, e veramente fu astio; ma così amano sempre i Partiti: — próstrati a terra, e adorami; io ti darò i regni della terra. — Satani sempre, e a tutti; anche a Gesù! — Di qui ebbero origine, da un canto, le trappolerie, gl'inganni, e le slealtà, poi le mene segrete, al fine le scoperte opposizioni; e dall'altro, rancori, rabbie, pretensioni quotidianamente crescenti, e il subentrare continuo dello impeto della passione ai nobili discorsi del pensiero; poi, aumentando lo scambievole odio, si venne alle ingiurie; il trapasso all'offesa fu breve; quegli ebbero ricorso alle forze ordinate del dispotismo, questi alle forze scomposte dell'anarchia; i primi, se avessero vinto, avrebbero ucciso la Libertà stringendole il collo; i secondi, vincendo, la condussero a morte aprendole le vene. Il sospetto non chiuse più occhio, e la vigilia infiammò il sangue del Popolo; e siccome quanti più scalini scendiamo per la scala della ingiustizia, sempre più copiosi troviamo i motivi di offendere, al sospetto, alla miseria, alla cupidità, al furore ecco accompagnarsi la paura; fra i cattivi consiglieri, pessimo: — la paura, Ciclope acciecato, che di tutto teme, anche dei camposanti, però che il vento che zufola per le croci le metta spavento; onde impreca alle croci, e vorrebbe anch'esse sepolte. Pareva che ormai la ferocia degli uomini avesse toccato il fondo del suo inferno, e non era niente; l'ultima furia e la più truce di tutte dormiva sempre. Negli ultimi giorni di agosto 1792, si sparge la voce in Parigi, i Prussiani, espugnato Longwy, accostarsi a Verdun. Male davvero conosce la natura delle rivoluzioni chi pensa che siffatte novelle giovino ad abbattere gli animi esaltati; la rabbia vedemmo allora diventare delirio, e destarsi e stendere le braccia insanguinate la furia delle vendette. Il sospetto cerca le cospirazioni pronte a scoppiare, spesso le immagina, qualche volta le trova, la paura l'esagera, e nella propria sua ombra teme il sicario; la minaccia esterna inasprisce, facendo, per così dire, rientrare nella massa del sangue la infiammazione della cute, e un grido sussurrato di orecchio in orecchio a voce sommessa, come si costuma ai funerali, dice: «Siamo traditi, il _pericolo delle armi_ sta lontano, e non è quello che ci _stringa più urgente_; il pericolo sta qui nei nemici che abbiamo in casa. I Generali alla frontiera badano ai Prussiani, noi qui dentro dobbiamo badare agli aristocratici cospiranti sempre contro la Libertà.[427] La causa della rivoluzione potrà salvarsi, se accorriamo tutti ai confini; ma lasciandoci dietro le nostre famiglie abbandonate, i nostri nemici le trucideranno; dunque è necessità mettere mano al sangue: forse la causa della rivoluzione soccomberà, dunque vendichiamoci anticipatamente della temuta disfatta sopra questi aborriti, che dispererebbero la nostra agonia con gl'insulti del trionfo; sia che vinciamo, sia che perdiamo, bisogna far sangue.»
Riandate col pensiero le citazioni allegate nelle pagine precedenti, anzi aggiungetevi anche questa: «Per combattere il nemico straniero bisogna non _temere che il nemico interno c'insidii e ci minacci alle spalle_. La Fazione, non c'inganniamo, è numerosa, e potente. La coscienza della causa dà il debito, e il diritto della vittoria: _questo fa legittimo, e sacro ogni mezzo_;»[428] e vedete se la mossa del Laugier partoriva in Firenze i medesimi furori. Lascio la decadenza del Principe gridata a furia; lascio la Repubblica proclamata per _gittare_, come dicevano, un _fatto compíto_ davanti ai suoi nemici; non ricordo il bando di traditore posto addosso dalle turbe invelenite; ma, con ribrezzo, mi trovo costretto a rammentare la empia gioia della vicina strage, gli eccitamenti orribili a purgare con battesimo di sangue le strade della nostra città: e qui mi taccio, perchè nel ravvolgermi per queste memorie mi prende al cuore una tristezza infinita, che poco è più morte.
Confrontate il linguaggio, che qui si udiva, in Toscana, con quello, che costumavasi in Francia, e ditemi poi se i giorni del terrore vi paressero imminenti! «I motivi sono eglino puri? Il fine approfitta la Rivoluzione? Giova o no alla causa della libertà? — Ciò basta... Si deve parlare della Rivoluzione con rispetto, e dei provvedimenti rivoluzionarii co' riguardi che meritano. La Libertà è una vergine di cui è colpa sollevare il velo.»[429] Vedete se qui come in Francia proclamavasi la sentenza, ai Rivoluzionarii non pure spettare il diritto, ma incumbere il dovere di fare di ogni erba fascio per salvarsi: «empia massima e atroce, che somministra ai minacciati il diritto di combattere con armi pari, e distrugge lo Stato Sociale per surrogarvi la guerra.[430]»
Siffatti eccitamenti condussero in Francia le giornate del settembre. Che cosa pagherebbe mai la Francia per potere strappare coteste pagine dal volume della sua storia? Forse quelle che narrano dei gesti del Condé; e se non bastassero, ci aggiungerebbe le altre che parlano del Turena; e, se più si volesse, anche quelle di Napoleone; e finalmente quante altre mai favellano di gloria, purchè cotesto vituperio cessasse. Nè dovrebbe reputarsi troppo caro il riscatto, conciossiachè i Popoli s'infamino peggio pei fatti scellerati, che non si esaltino pei gloriosi.
Coloro che quelle immanità ordinarono non ne sentirono rimorso, almeno sul momento; all'opposto, le confessarono come provvidenza necessaria di Stato; e questo avviene quante volte, pervertito ogni senso morale, il cervello guasto dai sofismi pesa sul cuore come una lapide di sepolcro: quelli poi che l'eseguirono n'ebbero orrore; ed anche questo è ragione, perchè il Popolo traviato dalla passione chiude le orecchie alla voce della coscienza, ma per via di cavilli non sa strozzarla.
E avvertite, che non per ordine dell'Assemblea, ma in onta sua, fu commessa la strage. I violenti l'avevano soverchiata instituendo Governo fuori del Governo, per quei tempi onnipotente quanto feroce. La Francia spaventata imparò lo eccidio del settembre per via di questa Circolare spedita dal Comitato di Salute Pubblica col sigillo del Ministro della Giustizia:
«Prevenuto che torme di Barbari si avanzavano contro la Francia, la Comune di Parigi usa diligenza ad informare i fratelli di tutti i Compartimenti come una parte degl'iniqui cospiratori detenuti nelle prigioni è rimasta spenta per virtù del Popolo. Comparve necessario questo atto di _giustizia_» (e sempre _giustizia_ rammentasi da coloro che meno vogliono e sanno adoperarla) «per contenere con la paura le legioni dei traditori chiuse dentro le mura, mentre stavamo in procinto di muovere contro il nemico; e il Comitato non dubita che il Popolo di Francia, dopo la serie dei tradimenti lunghissima la quale lo spinse su l'orlo dello abisso, si studierà imitare questo partito tanto vantaggioso quanto necessario, e dirà come il Parigino: — Noi correndo contro al nemico non lasceremo dietro a noi scellerati che scannino le nostre mogli ed i nostri figliuoli...!»
I posteri incolpano meritamente la memoria del Danton, come partecipe ed eccitatore di cotesti misfatti; ed è da credere che dove risolutamente vi si fosse opposto, forse gli sarebbe venuto fatto stornare tanta sciagura dalla Francia, tanta infamia dal suo capo; però che la voce del Magistrato sia autorevole a dissuadere le turbe da promiscue stragi, come da qualsivoglia altro atto di efferata barbarie, dalla quale per religione, per educazione e per naturale istinto esse repugnino: e bene ammonisce il signor De Barante nei frammenti citati, che il Danton, stimolando la plebe a insanguinarsi, non fece affatto prova di audacia, bensì di codardia, solita nei capi di parte, che, _per mantenersi in favore dei proprii soldati, alle voglie loro, quantunque disordinate, sempre vilissimamente acconsentono_.
E di vero il Danton invece di trattenere, ecco come spingeva la plebe: «Il dieci agosto ci ha divisi in Repubblicani e in Realisti: poco numerosi sono i primi, molto i secondi. In questa debolezza noi ci troviamo esposti a due fuochi; a quello dei nemici fuori, e all'altro dei realisti dentro,» e concludeva col truce attraversare della mano su la gola, e colle più truci parole: «Bisogna atterrire i realisti!»[431]
Così procedono i fomentatori della Rivoluzione, e non la trattengono, nè il proprio corpo in mezzo alla strada attraversano, affinchè il carro sanguinoso si arresti.
La sentenza gravissima del signor De Barante, da noi riportata poco anzi, ci porge occasione, confrontandola con certe parole dell'Accusa, a dimostrarne la manifesta stupidità. Costretta l'Accusa a confessare con amarezza inestimabile com'io mi fossi valoroso oppositore delle più _accese voglie_ della Demagogia, subito dopo, per cancellarne il merito, aggiunge che questo feci per conservare nelle mie mani il male acquistato potere.
Innanzi tratto la mia autorità, per sua natura transitoria, non poteva prorogarsi che per ispazio brevissimo di tempo, sia che l'Assemblea deliberasse la Repubblica, sia piuttosto che il Principato costituzionale restituisse; nel primo caso, è da credersi che non avrebbero scelto a governare la Repubblica, _tale che accusavano averla contrariata_; nel secondo, di questa pasta non si fanno Principi, e penso che non ci bisogni dimostrazione. Ancora: non qui in Toscana, ma a Roma, il Potere Esecutivo e i Ministri sarebbersi dovuti eleggere; onde se in me fosse stata vaghezza di durare al governo con la Repubblica, e commettermi alle sue fortune, insensata opera faceva travagliandomi ad avversarla in Toscana: lasciato quaggiù, come suol dirsi, sacco e radicchio, avrei dovuto prendere le mosse verso Roma, dove supremo seggio, più volte, mi avevano offerto, e l'ho provato altrove. — Per durare al potere, in virtù del beneplacito della moltitudine, signora assoluta delle cose, nuova arte c'insegna l'Accusa. — La Storia ci mostra come i vogliosi di dominare abbiano sempre piaggiato, non contrastato il Popolo; ma che cosa cale all'Accusa di Storia? Ella sa di dire sempre bene. Anche Cromvello e Napoleone, che furono così assoluti e si sentivano gagliardi su le armi, si gratificarono i Popoli con ogni maniera di lusingheria. Perpetuo aborrimento loro erano i corpi deliberativi; sicchè quando vollero dominare signori, Cromvello nell'aprile del 1653, invaso il Parlamento co' suoi soldati, ne cacciava a vituperio i Deputati, e chiusa la sala se ne ripose la chiave in tasca, ordinando che vi appiccassero un cartello che dicesse: «_Stanze da appigionare._»[432] Buonaparte, nel novembre del 1799, faceva saltare, a San Clodio, dalle finestre i Membri del Consiglio dei Cinquecento.[433] Io convocai l'Assemblea Costituente toscana, perchè delle sorti toscane statuisse nello spazio di tempo che mi fu dato più breve.
Adesso come, — esclamerà l'Accusa levando le mani al cielo, — con paziente animo può sopportarsi in bocca di questo bagnato e cimato prevenuto sì superbo vanto! Possono eglino questi agnelli toscani paragonarsi co' lupi parigini del 1792? Dove il coraggio, dove le mani sariensi trovate per far sangue? _A diversis non fit illatio._ Abbassa le mani, Accusa, e ascolta: già non sono io che queste cose penso essere state possibilissime qui; ma tu, che descrivi la Fazione con tali orribili colori, che se fosse stata composta di tanti diavoli scatenati dallo Inferno, non avresti saputo e forse nè anche voluto fare peggio.
Ma io metto, che fosse mansueta quanto una vergine, eppure anche di questa il buon Parini filosoficamente poetando insegnò:
«Ahi da lontana origine «Che occultamente noce «Anco la molle vergine «Può divenir feroce...» Oppure tu pretendi, o Accusa, la Fazione pusillanime e codarda? E per questo appunto la si doveva temere spietata. La virtù, che si esercita gagliardamente contro la resistenza, si arresta dinanzi al nemico supplichevole di mercede: ma la pusillanimità, per vantarsi, che anch'essa fu della festa, non potendo mostrarsi nella prima opera, si prende per sua parte la seconda, che è di sangue, e di strage. I macelli dopo le vittorie ordinariamente commettonsi dai bagaglioni, e dai saccardi, e la cagione delle immanità inaudite, per le quali le guerre civili diventano infami, consiste appunto in questo, che la plebe imbelle gavazza nel tuffare le braccia fino ai gomiti nel sangue e nel cincischiare un cadavere steso ai suoi piedi, sentendosi affatto di prodezza incapace:
_Et lupus, et turpes instant morientibus ursi,_ _Et quæcumque minor nobilitate fera est._
Narrano le Storie che Alessandro crudelissimo tiranno di Fere, mentre si deliziava a ordinare i veri strazii di tante infelici vittime, non poteva soffrire i finti di Andromaca e di Ecuba rappresentati sopra i teatri. L'Imperatore Maurizio essendo avvertito in sogno e per altri prognostici, che un Foca soldato in allora sconosciuto lo avrebbe messo a morte, interrogò il suo cognato Filippico intorno ai costumi, alla indole, e alle azioni dell'uomo, ed intendendo com'ei si fosse pauroso e codardo, ne concluse subito, ch'egli doveva essere ancora omicida e crudele.[434]