Apologia della vita politica di F.-D. Guerrazzi
Part 37
Ben fastidiosa prefica è quella che imprende a cantare l'esequie all'uomo che non è anche morto! Il giorno dopo questo Giornale, riavutosi, raccomanda al Governo la sicurezza dei cittadini, l'ordine della città; ma considerando la desolazione predicata nel giorno diciotto, non si sa come avesse il coraggio di farlo da vero; molto più che con rugiadosa insinuazione andava sussurrando, che il Governo non aveva preso parte ostensibile negli avvenimenti del 18 febbraio, tirando per così dire l'orecchio al sospetto, affinchè dubitasse che egli forse ve l'aveva presa segreta facendo fuoco nell'orcio. Il qual contegno quanto in sì estremo pericolo fosse, non dirò onesto, ma savio, lascerò che altri consideri.
«Ieri mattina giunse in Firenze una numerosa Deputazione dei Circoli di Livorno, con bandiere, cartelli e berretto rosso. Alle ore due ebbe luogo un banchetto pubblico sotto gli Ufizii, dato dal Circolo popolare ai Livornesi, ed ai Volontarii che sono inscritti per difendere la Patria. Alle ore sei, il Niccolini di Roma, Presidente del Circolo popolare, proclamò la Repubblica sotto la Loggia dell'Orgagna a nome del Popolo Fiorentino. Sulla sera fu piantato l'Albero della Libertà sulla Piazza del Popolo. — Nella sera suonavano a distesa tutte le campane delle chiese, e si sparavano fucili in segno di gioia. — Il Governo Provvisorio non ha preso parte alcuna, _almeno ostensibilmente_, a questi diversi atti. — In tanta incertezza di avvenimenti ed in tanto pericolo, noi non possiamo far altro che raccomandare a chi tiene il Governo di provvedere alla sicurezza pubblica, ed a tutti gli onesti cittadini di adoperarsi per mantenere l'ordine nella città.»[414]
Il Popolano del 19 febbraio accusa il Governo _di frode_, quasi le promesse fatte ieri non volesse più mantenere oggi:
«Oggi noi pubblichiamo un documento e un articolo intorno ad un fatto che forse, fra qualche anno, a chi non ha la chiave che schiude i misteri di Stato, apparirà enigma indecifrabile.
«L'articolo che togliamo dalla _Costituente Italiana_ è lo esatto ragguaglio di quanto ieri accadeva sulla Piazza del Popolo di Firenze e dentro il Palazzo della Signoria.
«Il documento è un Proclama che va sfornito di taluni adempimenti di voti nostri e del Popolo, di cui cotesti fatti eran promessa, di cui le misure iniziate dal Governo eran garanzia, ma va per altro arricchito da una grata e lieta novella, cosicchè lo acquisto per l'una parte compensa la mancanza che appare dall'altro lato.
«Mancanza è, e per la _Costituente_ (giornale) e per noi, _la proclamazione definitiva della Unione Repubblicana_, che il Governo aveva detto di rimettere allo indomani (cioè oggi), _affinchè avesse luogo con quella solennità e in quello apparato di forza che esige un atto nazionale_.» (Sono parole della _Costituente_.)
«Acquisto prezioso si è la certezza pervenuta nel corso della notte al Governo, che stolta e infame invenzione del traditore De Laugier era la nuova starsi pronti 20,000 Piemontesi ad invader la Toscana, per riporre l'ultimo Leopoldo sopra un trono cui volontariamente egli aveva rinunciato fuggendo e lasciando senza timone la nave sdrucita dello Stato.
«I Piemontesi protestavano solennemente contro la taccia che dar gli voleva _l'uomo del 29 maggio_ di satelliti di tirannia, di degeneri Italiani, di uomini che per passività di obbedienza fosser pronti a mostrarsi fratricidi; e insanguinare la sacra terra d'Italia di italiano sangue. I Piemontesi protestavano, giammai voler porre ostacolo al riordinamento della Toscana, e intendere lasciarla libera di reggersi secondo la forma politica che più fosse per piacerle: volerci Toscani fratelli e compagni nella guerra contro il comune nemico — l'Austriaco: ma giammai volerci nemici e combattenti sovra limiti di provincia che un dì o l'altro debbono esser totalmente remossi, per dar luogo ad un solo e potente Stato: — la Italia Una e Repubblicana.
«Ed altra notizia, ella pure aggraditissima e inaspettata, era lo appoggio e l'amicizia di una grande e formidabile potenza, alla cui ombra è oggi lecito alla Repubblica della Italia Centrale il metter salde radici e con minor precipitazione che non li avvenimenti minacciati dall'imminente avvenire ci facessero ieri parere indispensabile.
«In grazia di tali rassicuranti novelle, noi consentiamo a subire in santa pace quella specie (ci si perdoni la inconvenienza della espressione) di giuoco di bussolotti accaduto fra ieri ed oggi nel Palazzo della Signoria.
«Ad onta di tutto ciò, ad onta di sentirci coll'animo più libero, e colla mente meno angustiata da funesti pensieri, noi non cessiamo però, nè cesseremo giammai, dal deplorare i danni del _provvisorio_, dallo invocarne il pronto e definitivo termine. Noi non cessiamo nè cesseremo di deplorare, come una perpetua e feconda sorgente di discordia e di guerra civile, la presenza di Leopoldo di Austria in Toscana.»
L'aria dintorno diventa densa, e infuocata; già si scrivono e già si leggono parole somiglievoli alle grosse goccie di pioggia precorritrici della tempesta; e tempesta di sangue temevasi: nel Popolano del 21 febbraio si dichiara, che la seguente scrittura era dettata fino dal giorno 19:
«La grande tela ordita dai Principi è compiuta. Tocca ora ai Popoli il metterla in brani colla punta delle loro baionette e colla mitraglia dei loro cannoni.
«La condotta dei Regnanti Italiani si svela oggimai ed apparisce nella sua piena luce.
«Pio IX, Carlo Alberto, Re Bomba e Leopoldo d'Austria van perfettamente d'accordo, e congiurano ad un sol fine, ad operare dietro un solo impulso, in un medesimo momento.
«Se sulla infamia e sul tradimento di tutti costoro restasse alcun dubbio in qualche credula mente, basterebbe a dissiparlo il vedere, il riflettere come contemporaneamente Radetzky occupi Ferrara, Re Bomba ingrossi le sue truppe ai confini romani, Carlo Alberto le sue spedisca in gran furia a quei di Toscana, e Pio IX, senz'armi e senza eserciti, per far qualcosa, fulmini nuove proteste colla affiochita sua voce dalle spiaggie di Gaeta.
«Noi siamo lieti, grandemente lieti di questa potente congiura, perocchè essa è il segnale del definitivo scioglimento della grande questione italiana.
«Noi siamo lieti, grandemente lieti nello udire che i Tedeschi sono vicini; e a noi par quasi sentire il nitrito dei loro feroci destrieri, già ci par vedere lo sperpero delle campagne e la fuga de' nobili signori ch'eransi iti a rintanare nei loro aristocratici covi per congiurare contro la patria e contro la libertà.
«Nobili infami!... A che cosa vi sarà valso il congiurare, e il seminare reazioni, divisioni, disordini? il far gridare: _Viva il Tedesco, Viva Leopoldo II_?
«Oh vedrete, vedrete, insensati quanto iniqui, se il vostro Leopoldo II vi salverà lo scrigno dall'artiglio croato; vedrete, vedrete, codardi, se vi varrà plaudirne lo arrivo per risparmiare le vostre figlie all'oltraggio, i vostri campi e le vostre ville al saccheggio, le vostre fortune al forzato tributo!...
«Noi siamo lieti, grandemente lieti, che l'ora della strage, l'ora del sangue sia venuta: ora vedremo, per Dio, quanti siamo d'Italiani in Italia, ora ci conteremo tutti, e il sangue dei traditori bagnerà, insiem con quello del Tedesco, le nostre vie che han d'uopo di un battesimo di sangue acciò lavarne l'onta delle passate ignominie per i corsi romorosi, per le sciocche dimostrazioni, per le festose processioni; per avere, insomma, sostenuto tanti e tanti anni i passi oziosi e lenti di tanti e tanti cittadini inerti, baloccheggianti, perduti dietro puerili vaneggiamenti, immersi in discussioni ozjose, parolaj senza fatti e senza azioni.
* * * * *
«Si fondano in cannoni le campane, si spoglino le chiese dei vani ori e dei male spesi argenti: si reclutino, marcino, combattano e frati e monaci e preti, come in altri paesi fu fatto; si costringa i contadini a marciare per la difesa comune, e i recalcitranti si pongano dinanzi ai cannoni o ci servano di mitraglia ai nemici: ogni pezzo di ferro, ogni pezzo di bastone sia messo a profitto: ai pali si aggiunga una ferrea punta, e servano ad armar lancieri: si riempiano pure le carceri, purchè si vuoti di nemici lo interno dello Stato. In quanto a noi, ne facciamo sacramento a Dio ed alla Patria, appena la campana del Popolo suonerà a stormo, getteremo a terra la penna, e, impugnando il fucile, sdegneremo riprenderla finchè l'ultimo dei Tedeschi non abbia sgombrato l'Italia, — finchè l'Italia non sia più un nome, ma una nazione libera e vincitrice.
«E se questo momento sarà domani, i lettori nostri si tengano per avvertiti, — il nostro Giornale non apparirà che col riapparire del vittorioso vessillo repubblicano fralle mura della redenta Firenze.
«Queste nostre parole erano scritte 24 ore innanzi degli avvenimenti di ieri sera.»
Più cauta in parole, ma di partiti violenti punto meno bramosa, la _Costituente_ del 21 febbraio predicava:
«Cittadini del Governo Provvisorio di Toscana. — Il Paese è minacciato, l'Italia ci domanda soccorso; voi pure avete un debito da adempire, un debito grave e solenne verso la gran madre comune. Gridammo armi ed armati, gridammo denari, energia, impeto di rivoluzione, e di patria carità ardente ed efficace; or come fummo ascoltati?
«Battete a dritta ed a manca, _sospingete, sforzate_. Le risorse vi sono, la buona volontà vi corrisponda; l'ardimento dei più vi sorregge; camminate adunque, camminate adunque, camminate liberi e forti. _I ricchi paghino il proprio debito di oro_, come il Popolo generoso offre il proprio sangue; non ismarritevi nell'inestricabile labirinto di minute preoccupazioni, ma seguite la via larga delle misure vaste e risolute. I giorni passano, i giorni sono preziosi e numerati; — che non trascorrano più lungamente senza frutto! —
* * * * *
«Debbe (il Governo) agire fortemente a reprimere qualunque rinnovazione di minaccie così inique, qualunque possibilità e principio di tumulti. Versiamo in circostanze straordinarie, in mezzo a pericoli supremi; — si adoprino misure straordinarie, mezzi supremi. — L'esempio di Romagna non è da disprezzarsi: si proclami la Legge Eccezionale; essa emana dalla legge normale della salute della patria.
«Debbe agire fortemente, per raccogliere denaro, subito e molto. _Prenderlo dov'è, senza troppa esitanza_, poichè ogni altra trafila finanziera non corrisponde alla gravezza istantanea del bisogno. Ori e argenti di tutti, prestito forzato. I Croati a Ferrara, mentre porgono l'esempio, danno stimolo a tutti a concorrere per non subire con vergogna e paura una simile sorte.
«E soldati, per Dio! soldati vogliamo. La Guardia Nazionale riorganizzata si offre, anela forse a una mobilizzazione. Ma per questo ha bisogno di esser educata, di avere quel corredo di istituzioni e di armi speciali che possano farla entrare in campagna; si provveda a tutto questo, — si incominci almeno a provvedere. Poi fa d'uopo anche pensare alle armi, di cui vi ha visibile scarsezza. Noi siam ben lontani dall'avere in pronto i mezzi per l'armamento universale del Popolo, qual è nella nostra mente, e qual è _forse_ nel pensiero dello stesso Governo; si procurino dunque le armi, e possibilmente da Venezia, o altrove, nel minore spazio di tempo che può essere concesso. _Armi, soldati e danaro_: è la nostra parola d'ordine, il nostro grido giornaliero, il ritornello incessante a cui siamo legati per coscienza. _Armi, soldati, danaro; Unione con Roma di diritto e di fatto immediata_, è il nostro programma, il codice della nostra politica nelle circostanze presenti. Noi lo verremo sempre ripetendo e insegnando, ec.»[415]
Per questi successi ed eccitamenti, Toscana agitavasi tutta. Il Governatore Pigli, non curata la condizione apposta dal Governo al proclama della Repubblica, la bandisce assolutamente:
«La Repubblica è proclamata. Il Popolo è Re. — Guai a chi tentasse strapparti lo scettro pagato per lunghi secoli con le lacrime, e il sangue, e le opere della più sublime virtù, della quale ti conserverai, ne sono certo, indefettibil campione.
«Popolo, compi i tuoi gloriosi destini! Pensa, che la tua capitale è Roma, che la tua patria è la Italia; chi ti conferisce lo imperio è il tuo diritto! Chi ti consacra è Dio. Viva l'Italia. Viva la Repubblica.
«Livorno, 19 febbraio 1849. — C. PIGLI.»
E senza neppure consultare il Governo, nella ebbrezza del trionfo, ed ormai considerandosi dei Capi, o prossimo a diventarlo, della bandita Repubblica, ecco istituire un giorno di feriato, con tutte le sue sequele; al quale scopo è necessaria una legge, che per certo non istà nelle attribuzioni di un Governatore promulgare.
«Cittadini!
«Per festeggiare il presente memorabile giorno, viene disposto che il medesimo a tutti gli effetti di ragione debba considerarsi come feriato solenne, e che non si possa quindi procedere al protesto delle cambiali, ed altri recapiti mercantili.
«Livorno, 19 febbraio 1849.
«C. PIGLI.»
E in altro Proclama affermava:
«La Repubblica è stata proclamata ieri in Firenze con l'adesione del Governo, _il quale ha bensì impegnato quella città_ a dare in questo stesso giorno 2000 uomini.»[416]
Questo non era vero. Il Governo aveva mandato: «La Repubblica è stata proclamata. _Il Governo l'ha accettata a patto, che il Popolo fiorentino dia per domani 2000 uomini armati_.»[417]
Ma al Pigli, ed ai suoi nuovi amici, importava far credere diversamente. Su l'ora della mezzanotte _le Deputazioni_, forse unite in gran parte, e certo indettate con i partigiani di Firenze, piuttosto stizzite che vinte, volendo sgarare chela Repubblica andasse innanzi ad ogni modo, con bande, gridi e schiamazzo infinito, destano la città, e abbindolati i cittadini piantano l'Albero della Libertà, e proclamano la Repubblica.
«Tutto era calma e tranquillità per la fiducia degli uomini che reggevano il Governo: quando alla mezza notte il ritorno improvviso delle Deputazioni da Firenze spargeva la lieta novella della proclamazione della Repubblica in Toscana, dell'adesione di quei Tribuni generosi alle volontà manifeste di un Popolo ivi raccolto da tutte le Provincie. Livorno sebbene a quell'ora tarda prendeva immediatamente un aspetto festivo: bande musicali percorrevano le vie, ed il Popolo acclamava con mille evviva a quell'atto solenne d'italiana rigenerazione. Un Albero della Libertà contornato di bandiere tricolori era piantato come per incanto nel mezzo della piazza, fra il suono a festa di tutte le campane e le grida alla Repubblica, a Roma, a Venezia, a Sicilia, a tutti i fratelli d'Italia: il nuovo sole sorgeva ad illuminare il più gran fatto nel nostro risorgimento.»[418]
Il Governatore di Livorno intanto, come colui che guarda per vedere se il tiro ha colto nel segno, scrive a ore tre pomeridiane del 19 febbraio al Ministro dello Interno:
«Qui è stata fatta una solenne manifestazione per festeggiare la Repubblica _Toscana_. Oggi alle quattro si canterà il _Te Deum_. È necessario bensì smentire immediatamente una voce, che comincia a circolare _intorno la dimissione del Guerrazzi_ e del Montanelli, e la istallazione al Governo di soggetti che non sarebbero graditi. È di assoluta necessità pronta risposta.»[419]
Che cosa fu risposto? L'Accusa dagli Archivii Governativi ha tolto quello che le piacque, poi chiudendoli si è posta la chiave in tasca, e ha detto a me che li voleva esaminare per conto mio: «Concedertelo non dipende da me, figliuolo; e quando dipendesse da me, tu devi indovinare prima, o rammentare quello che contengono, ed esporne il contenuto: allora giudicherò io quali delle carte possono fare al caso tuo, e quali no; lasciati governare da me, rimettiti nelle mie braccia: vieni, addormentati sul mio seno; se le mie mammelle contenessero latte, te le porgerei a poppare. Ad ogni modo, avendo me per tutrice, sto per dire che tu se' nato vestito, io provvedo a tutto, e credi che lo _todo lo que hazo, lo hazo per to bien_.» Tenerissima Accusa!
Da Pisa il Prefetto Martini, a ore 1 pomeridiana, avvisa il Ministro dello Interno, per via telegrafica:
«Il Popolo è adunato numeroso volendo proclamare la Repubblica, sia _vera_ o _falsa_ la notizia che lo stesso è avvenuto a Firenze. _Molti cittadini s'interesseranno per trattenere questo atto_, ma ormai pare inevitabile. Batte la generale. Si dice fatto altrettanto a Livorno, quindi la mossa di Pisa.»[420]
Il tenore di questo Dispaccio dimostra chiaro, che il Prefetto Martini, corrispondendo alle istruzioni del Governo, s'ingegnava con altri a parare quel colpo, ma che disperava venirne a capo.
A Siena già nel giorno 20 febbraio, erano tutti Repubblicani per convinzione o per paura.[421]
Grosseto nel 20 febbraio bandiva anch'essa la Repubblica, e piantava l'Albero.[422] Partito appena S. A. da Porto Santo Stefano, fu nel giorno 22 di febbraio salutata la Repubblica.[423]
Intanto in Firenze si agitava segreta la cospirazione, che scoppiò nella notte del 21 febbraio 1849; infaustissima fu quella notte, ma più infausto giorno le poteva tenere dietro. Il _Monitore_ ne dava ragguaglio nella guisa che già fu detto a pagine 279-282 di questa Apologia.
Ho esposto altrove, e con documenti provato, come Giuseppe Montanelli facesse opera veramente cristiana salvando dal furore del Popolo la gente arrestata, e come in tanto stremo il Governo con provvido consiglio ricorresse al Circolo medesimo, impegnandolo a mandare taluno dei suoi concionatori tanto efficaci a rimescolare le moltitudini, perchè inspirasse loro sensi di carità e di mansuetudine. Se poi mi domandassero perchè io affermi essere stato cotesto savio consiglio, mi parrebbe dovere rispondere, che gli uomini i quali non sieno del tutto perduti ordinariamente s'ingegnano mostrarsi meritevoli della fiducia, che in essi viene riposta, e quantunque ai giorni nostri i traditori non sieno appesi, e molto meno s'impicchino da sè, pure quel brutto nome di Scariotte a nessuno accomoda. Così Lamartine condotto dal medesimo concetto, che animò (ne sono convinto) i miei Colleghi, creava la _Guardia mobile_ a Parigi togliendo al disordine le forze per conservare l'ordine: egli se ne loda, e credo, che in questa parte abbia ragione.[424]
E qui faccio tregua con le citazioni, osservando, che se lo edifizio non riuscì come avrei desiderato completo, non è mia la colpa; però desiderando, piuttosto che sperando, non essere tratto a compirlo, basterà quello che fu detto per somministrare notizia dei tempi; imperciocchè
Ogni erba si conosce per lo seme.
Ora io voglio un poco confrontare questi nostri successi con altri, i quali, a un punto più celebri e più terribili, hanno dato al mondo una lezione di spavento.
§ 2. _Confronto storico._
Nel 1792 erano in Francia uomini infiammati nei cerebri dai vapori delle speculazioni astratte, i quali reputando, che il male degli uomini derivasse non già dalle ree passioni che gli agitano, bensì dalla forma della Società, come se non fossero essi e le opere loro che gli hanno ridotti nello stato in cui sono, drizzarono la mente a capovolgerla di cima in fondo. Però non tutti accordavano su i fini, nè penso, come allora, in futuro saranno per accordarsi giammai; e questo è sommo bene. Alcuni di loro intendevano, mercè le riforme politiche, arrivare alle sociali; altri alla rovescia, nè tutti volevano trascorrere fino al punto di abolire la fede di Dio; e quelli che pur volevano cassato Dio, più che altro sembravano Titani ciechi brancolanti in cerca di scogli per avventarli contro il cielo; e negli scritti e nei ragionamenti loro manifestavano piuttosto la convulsione della rabbia, che un discorso considerato della mente. Spettava ai giorni nostri sopportare la vista di uomini, che lontani dai ravvolgimenti politici, con la pacatezza del filosofo, e la soavità dell'uomo dabbene, si affaticano a dimostrarti per filo e per segno, che tu non sarai felice mai là dove tutta questa macchina morale, civile, religiosa e politica, non vada in fascio. Certo, chi dette simile impulso ai moti rivoluzionarii del tempo, sortì grande la potenza dello ingegno. Lo spirito del male lo deve avere baciato proprio su la fronte dicendogli: tu sei il figliuolo della mia predilezione. La grande maggiorità dei diseredati, che forma la base della piramide sociale, gl'infiniti figliuoli della Natura, che dalla madre loro credono essere stati benedetti con uno schiaffo, poco si commuovono per Repubblica o per Monarchia; imbestiati dal miserabile costume i grossolani appetiti è forza gratificare dapprima; più tardi verranno i bisogni dello spirito, e il desiderio di razionale reggimento, tanto più duraturo quanto meglio gli uomini saranno ad apprezzarlo capaci. Lasciamo che questo avviso assai si rassomigli a quello di dar fuoco alla casa, nella speranza che ci venga rifabbricata più bella; egli è certo che per isconvolgere la Società non si poteva inventare leva più pericolosa, nè più sicura di questa. — Noi vediamo ordinariamente i Partiti intenti a distruggere, venire a capo dei concetti disegni per due precipui motivi: primo, perchè su le mosse vanno di accordo, quantunque più tardi pieghino chi a destra, e chi a sinistra, chi di loro vuole trascorrere, e chi stare fermo; tuttavolta siffatte discrepanze lo Stato già sconvolto rendono infermissimo: secondo, perchè l'assalto procede sempre più fervido della difesa, nè lo assalito può in un punto da tante parti salvarsi, e l'assalto gli sopraggiunge addosso continuo, impreveduto, e difficilmente prevedibile. Un rimedio ci è, o almeno, se non basta questo, agli altri è inutile pensare; ma lo vedo respinto, però che come tutti i farmachi sappia un po' di ostico a cui ha il gusto avvezzato a malsani dolciumi. Gli umori rivoluzionarii tengono della natura di quelle infermità, che, per ispogliarle del maligno, bisogna inocularle. Il reggimento costituzionale, da senno praticato, sarebbe la vaccina salutare; ma tanto è, le vecchie balie non ne vogliono sapere, e gli armano contro tutti gli errori per questa volta non popolari, ma signorili; intanto il male cova, e a tempo debito se non ucciderà il fanciullo, te lo lascerà concio, che Dio ve lo dica per me.
Le grandi Assemblee di rado trascendono ad enormezze, o, se pure irrompono in quelle, durano poco; e là dove per istituto si ragiona, se qualche volta la passione accieca, anche a tastoni, la via diritta smarrita io ho veduto ritrovare sempre; però i Rivoluzionarii di professione le Assemblee e i Poteri costituiti detestano, o se gli sopportano, vogliono ad ogni patto dominarli. I Rivoluzionarii in Francia avevano, a vero dire, seguito grande nell'Assemblea legislativa in virtù dei Deputati che per sedere sopra i più eccelsi scanni si chiamavano Montanari, e per la pressione delle conventicole; e nonostante questo, non pareva loro essere sicuri a bastanza, ove del tutto non la riducevano in servitù. Se l'Assemblea voleva vivere, doveva rassegnarsi, ed essere nelle costoro mani quasi un suggello, per legalizzare le immanità che si accingevano a commettere. Così, per siffatto disegno, la Comune accanto all'Assemblea a poco a poco diventò Governo; in seguito più che Governo. Nel Palazzo Municipale si radunarono i più violenti; di là spaventarono, quivi usurparono, là ordirono in segreto quanto in palese non avrebbero mai osato, non che fare, dire.