Apologia della vita politica di F.-D. Guerrazzi

Part 36

Chapter 363,487 wordsPublic domain

Dove io indirizzassi la parola ai benevoli soltanto, mi sarebbe avviso procedere a modo di storico, risparmiando loro il tedio di leggere una serie di allegazioni non sempre piacenti, qualche volta tristissime; ma essendo io accusato, e favellando ad uomini che meco certo non vogliono fare a fidanza, è pur mestieri che io vada piuttosto compilando documenti, che dettando storie. Per ora mi aiuto con le notizie che mi somministrano taluni libri e giornali e qualche persona dabbene a cui duole questo mio strazio, e il Volume dell'Accusa a cui questo mio strazio punto non duole; anzi le piace. Quando mi saranno consegnati gli Archivii, potrò confermare lo esposto ed ampliarlo a maggiore edificazione dei cultori della giustizia; nonostante, anche quello che mi è venuto fatto raccogliere basterà al mio assunto presso gli onesti: e forse, o io erro a partito, ce ne sarà di avanzo.

Continuando pertanto la Dimostrazione storica impresa nelle precedenti pagine, metterò prima di tutto un Proclama che fu diffuso a migliaia di esemplari. Di questa sorta pubblicazioni avrebbe potuto adunare l'Accusa copia bene altramente abbondevole; contentiamoci di quello che ci dà. A caval donato non riguardiamo in bocca. Dallo stile e dai modi parmi fattura lombarda; in molte guise, e, per la temperie, efficacissime, egli intende provocare la Unione della Toscana allo Stato Romano:

«Popoli di Toscana!

«Nella lunga e travagliata vita delle Nazioni Dio suscita un pensiero che debbe rinnovarle; quei Popoli che non l'intendono e lasciano trascorrere il tempo prefisso, soscrivono di per sè la loro sentenza di morte politica e civile.

«Toscani! Ora noi ci troviamo in questa condizione. Colui che per molti anni tenemmo a Principe, l'uomo che la intera Toscana a furia di affettuose dimostranze s'ingegnò di persuadere a farsi iniziatore della nostra nazionalità, è fuggito; fuggito non per lasciare una terra che ne lo cacciava, ma sì per farsi simulacro di guerra civile, per infiammare tutte le malvagie passioni che il senno del Popolo aveva saputo spengere; fuggito per disgregare gli animi, sperando, a cotesto modo, di sostituire alla suprema guerra di principio la guerra de' fratelli.

«E fuggendo, esso ha fronte di scrivere che in ciò obbediva alla sua coscienza. Questa gli acconsentiva pure di sottoscrivere liberamente al Programma del Ministero Guerrazzi-Montanelli e alla Legge fondamentale per la Costituente; lo raffreddava in altri tempi, allorchè la intera Toscana, credendo alla possibile colleganza fra i suoi interessi e quelli del Principe, chiedeva la Guardia Nazionale, e con la sola forza dell'affetto lo poneva sulla via di fortificare il suo potere. Ma allorchè le libere istituzioni, per la logica conseguenza, gli mostrarono come bisognasse romper guerra allo straniero, allorchè, per comunione di dolori, Italia chiese di tornar Nazione, la coscienza di quest'uomo si ribellava, gli permetteva di dire e disdire, ed anzi gl'imponeva di farsi segnacolo di dissidii civili. Dal Porto di Santo Stefano cotesta sua coscienza attende che batta l'ora della nostra sventura.

«Toscani! Facciamo per modo che esso attenda invano. Il nostro maraviglioso passato, il nostro senno, la nostra dignità c'ispirino; maestri di civiltà in altri tempi, mostriamo all'Europa che le libere tradizioni vivono intiere negli animi nostri, che in noi non vi ha ira di parte, ma sì febbre di riscatto nazionale, e che se fummo infelici e divisi per le congiurate previsioni di Principi, liberi ora, sapremo volere e tornar grandi. Considerate di qual sorte sia la coscienza di quest'uomo. Essa gl'impone ora di lasciare così gli amici come i nemici in balía della incertezza; lo forza di aderirsi allo scomunicatore di Gaeta e di assistere dalla lunga alle soffiate vampe di Empoli; lo mette d'accordo coi consigli dell'Austria che ne concertava la fuga, e lo fa rinnegare il proprio Popolo, la propria parola. Circondato da arme, e vinto da interessi stranieri, quest'uomo si confida di seminar paure, di suscitare stragi e rapine nel suo nome. Disperato per la prevalenza d'un principio, esso si appiglia ad una fazione ingannata, specola sulla ignoranza dei Popoli della campagna, e pone così il suggello al proprio decadimento. Nell'ora della fuga i Principi tutti si somigliano, e interamente si palesano: e questa è opera di Dio.

«Cacciato non da noi, ma dalle sue fallaci promesse e dai fatti arcani e dai vincoli di sangue che l'uniscono all'Austriaco, Leopoldo di Lorena non intende il Popolo nè l'Italia. Toscani, mostriamo ad esso che la Libertà, l'Ordine, le Leggi non s'incarnano in un uomo, non riposano sopra una volontà. Il Principe può andarsene, ma il Popolo rimane, e con esso il sentimento della propria dignità e de' suoi diritti. Col Principe adunque gli errori del passato, con noi le salde speranze di un riposato futuro, la gloria del combattuto presente.

«I Martiri di Curtatone, il fiore più eletto della giovine Toscana non debbono essere caduti indarno. Se non giovarono alla causa dei Principi, essi tuttavia rimangono sacri a quella più schietta de' Popoli. Percossi in terra tornata a servitù, attendono che la Toscana con sapiente ardimento raccolga il frutto del loro sacrifizio. Fortifichiamo i nostri liberi ordinamenti politici, acciocchè l'Europa li rispetti e vegga in essi la unanime volontà di un Popolo al quale tutte le classi hanno diritto e debito di appartenere, il saldo proposito di una Nazione ridesta. Imperocchè le Potenze non si attentano di combattere i Popoli che vegliano concordi, ma sì quelli che, divisi in fazioni, guastano il concetto nazionale. Ricordiamo che la guerra civile è il più valido aiuto alla oppressione straniera, che i Potenti la soffiano, che i Principi la incitano. Essa è la loro arma, quindi non può esser mai quella dei Popoli.

«E poichè la veneranda Roma, scossa la vergogna secolare, impaura i nostri eterni nemici col supremo grido di libertà, e li fa maravigliare del suo senno; adoperiamoci per metterci in grado di partecipare all'ineffabile amplesso. Affrettiamo senza esorbitanza l'adempimento delle nostre promesse; smessa ogni gara di Municipio, le città sorelle della Toscana aiutino la impresa, e stretti in una benedetta comunanza d'interessi e d'intendimenti, vegga il nimico d'Italia che i Popoli non si vincono quando fra essi riescono ad intendersi.

«Firenze 15 febbraio 1849.»

Il Governo Provvisorio attendeva a chiamare la gioventù alle armi; i Circoli, nello scopo di soverchiare il Governo, ecco si recano in mano questo mezzo di forza per adoperarlo contro me, o piuttosto a vantaggio dei loro disegni. Una cosa essi promettono, un'altra ne fanno: danno ad intendere, _a cui ci voleva credere_, avere decretato spedire in Provincia Commissarii onde prestare opera vantaggiosa al Governo in questo negozio, per cui ottengono che il Ministro dello Interno lasci stampare sul Giornale Ufficiale una specie di avviso concepito così: «Il Circolo del Popolo di Firenze, nelle gravi circostanze nelle quali è costituita la Patria, ha decretato inviarsi in tutte le Provincie dei Commissarii muniti di apposita credenziale per organizzare Circoli, per eccitare lo spirito pubblico, per promuovere il più generale armamento delle popolazioni in difesa della Patria. Restano perciò invitati tutti i buoni cittadini di accoglierli ed aiutarli nella sacra loro missione.» — (_Monitore_, 17 febbraio 1849.)

E per inspirare maggiore fiducia al Governo scopertamente si affaticano a questo ufficio: «_Ieri_ il Circolo del Popolo teneva una pubblica seduta in Piazza, sotto alla Loggia de' Lanzi, ad oggetto di eccitare questa popolazione _ad accorrere in gran numero alla difesa della Patria, facendosi inscrivere nei ruoli dei Volontarii aperti a quest'uopo dal Governo Provvisorio toscano_. Un numero considerevole di cittadini assisteva all'adunanza ec.» — (Supplem. al _Nazionale_, 17 febbraio 1849.)

Ma il Giornale che si annunziava _Monitore del Circolo di Firenze_, se poi gradito banditore o mal gradito io non so, il segreto fine subito dopo palesava: «La pronta Unione con Roma fu argomento principale, anche ieri sera, alla discussione nel Circolo. E questa volta fu coronato da un voto. Il Circolo decise, a unanimità, di spedire 25 Commissarii, cinque per compartimento dello Stato Provvisorio, per invitare tutti i Circoli, corpi morali e Guardie Nazionali ad esprimere i voti, o mandare deputati a Firenze, per chiedere al Governo Provvisorio la solenne dichiarazione di unirsi a Roma.» — (_Popolano_, 17 febbraio 1849.)

Per questi indizii, e più per gli avvisi tanto ufficiali come amichevoli, io ottimamente comprendeva quale bufera stesse per iscoppiare. Con molta industria, di lunga mano, si erano indettati i Circoli provinciali col Circolo fiorentino d'inviare a Firenze, pel giorno 18 di febbraio, gente più accesa in forma di Deputazioni, affinchè forzassero il Governo a dichiarare la Repubblica.

«Circolo politico popolare di Barga.

«Cittadino.

«Con deliberazione di questo Circolo nell'adunanza straordinaria del 16 corrente fu creata, alla unanimità ed acclamazione, una Commissione nei cittadini Avv. C. B., Avv. D. C., Dott. A. M., affinchè nel giorno di domenica, 18 stante, si presenti a cotesto Circolo del Popolo, e, di concerto con quello, domandi, a nome del Popolo di Barga, al Governo Provvisorio toscano la immediata unificazione e fusione con la Repubblica Romana, senza attendere l'apertura delle Camere.

«Ha fiducia questo Circolo che accetterete di buon grado un tale incarico, essendo ben noti i vostri sentimenti politici, democratici, italiani.

«Salute e fratellanza.

«Dalla residenza del Circolo Popolare, li 16 febbraio 1849.

«Al Cittadino Avv. C. B., Firenze.

«Il VICE-PRESIDENTE.»[406]

Da Lucca il Prefetto avverte il Governo nel 17 febbraio:

«Il Prefetto di Lucca al Ministro dello Interno.

«Alle ore tre e mezzo pomeridiane, dal Circolo politico di questa città è stata inviata al Governo Provvisorio una Deputazione il di cui mandato si è di manifestargli il desiderio della unificazione dello Stato Toscano a quello di Roma. La Deputazione è composta degli appresso cittadini. (Seguono i nomi.)

«Il Prefetto LANDI.»[407]

Il Governatore di Livorno, il medesimo giorno, manda:

«Poco fa ha avuto luogo una dimostrazione numerosissima, con cartelli e bandiere, per chiedere la pronta Unione con Roma. Sono stato costretto a parlare. Ho promesso d'informare il Governo, e, senza promettere niente, mi sono limitato a lodare la Repubblica Romana. Credo di sapere che domani si portino costà deputazioni di tutti i Circoli per chiedere quanto sopra.

«17 febbraio 1849.

«PIGLI.»[408]

E quando mai l'Accusa desiderasse imparare se manifestazioni siffatte avessero o no potenza per costringere, può considerarlo da sè stessa, leggendone il racconto nel _Corriere Livornese_ del 17 febbraio 1849: «Al mezzogiorno il Popolo, muovendo da tutte le Associazioni Parrocchiali con bandiere e cartelli esprimenti i suoi alti desiderj, si è diretto sulla Piazza del Popolo, da dove con le bande musicali ha poi mosso verso il Palazzo del Municipio. Immensa era la folla; e le grida di _viva la Repubblica Italiana, viva l'immediata Unione con Roma, viva la guerra_, riempivano l'aria; giunta la moltitudine in Piazza Grande, ha fatto sosta presso la Comunità, ove si è recata una Deputazione. Il _Gonfaloniere ha esternato ai deputati, confortanti e ragionate parole, le quali poi ha ripetute al Popolo festante dalla terrazza, ricambiate coi più fragorosi evviva_. La folla ha voluto poi salutare l'egregio cittadino Governatore, che ha dette al Popolo calde e generose parole. Quindi la moltitudine pacificamente si è sciolta, nel pensiero di riunirsi dimani alla Capitale coi fratelli di tutta la Provincia Toscana e concorrere uniti a compiere un atto, al quale oggi sono più che mai rivolti tutti i nostri pensieri, come àncora della salvezza d'Italia.

«La sera, nel Teatro Rossini, vi fu adunanza del Circolo Nazionale e di tutte le Associazioni Parrocchiali della città. Il concorso fu straordinario; la platea, i palchi, l'orchestra ed il palco scenico rigurgitavano di Popolo. Fu discusso intorno allo inviare domenica (dimani) al Governo Provvisorio una Deputazione di tutti i Circoli, del Municipio, della Guardia Nazionale e di Popolo, per dimandargli la immediata unificazione della Toscana con la Repubblica Romana; e la deliberazione in proposito avvenne tra le assordanti ripetute e generali grida di _viva la Repubblica, viva l'Unione immediata con Roma repubblicana_.

«Fu deliberata pure per l'indomani una solenne dimostrazione al nostro Municipio, onde invitarlo a concorrere per parte sua ad appoggiare le dimande del Popolo.»

Io riporto, senza farvi osservazioni, le storie dei Partigiani della Repubblica; in breve ne rileverò gli errori, che artatamente essi v'insinuavano. Venne il giorno 18; e quale egli fosse, uditelo ora descritto dalla _Costituente Italiana_, Giornale compilato da scrittori lombardi, i quali, per adoperare la penna, posavano un momento la spada: «Ogni giorno, ogni ora il Popolo chiede sollecito al Governo la parola che sanzioni e che compia la sua rivoluzione, che dia un significato a _questa agitazione perenne_, la quale è desiderio, bisogno di vita italiana: esso sventola innanzi al viso dei suoi rappresentanti la bandiera della patria, e mostra loro la nappa di unione, onde scrivasi il patto fraterno, si tolgano i confini segnati colla spada, si decretino i nostri destini. — E quest'_oggi anche Livorno, Pisa, Lucca e altre città toscane avevano inviate le loro Deputazioni, affinchè il Governo, rafforzato innanzi ad una Rappresentanza Toscana_, potesse coscienziosamente rispondere ai voti comuni, e il Paese passasse nella tranquillità di una determinata situazione.

«_Un programma del generale Laugier_ palesava vie più la necessità della Unione immediata. Vedevasi, per esso, come Leopoldo restasse ancora a Porto Santo Stefano con una speranza nel cuore, con un pensiero alla bella Firenze e al magnifico Pitti, con un piè sulla nave che lo tragga lungi dai popoli che lo sdegnano, e l'altro sulla terra ove fu re. — Vedevasi come, esso Laugier, nel di lui nome, innalzasse il vessillo della ribellione, e si preparasse a marciare su Palazzo Vecchio, Zucchi del Granduca, spacciandosi avanguardia di 20 mila Piemontesi, Spagnuoli della Toscana; _quindi maggiore la necessità di gettare un fatto compiuto in faccia a queste speranze_, di opporre a questi tentativi una forte posizione militare.

«Recavansi le Deputazioni accennate, unitamente a una rappresentanza fiorentina, unitamente ai Volontarii accorsi all'appello della Patria, _per presentare un'altra volta al Governo la volontà del Paese_. Chiedeva tempo il Governo a rispondere, fino dopo il banchetto che imbandivasi dal Circolo del Popolo alle Deputazioni delle Provincie e ai Volontarii, fra le Loggie del Palazzo degli Ufizii. — Bello ed utile pensiero degli uomini del Circolo di adunare questi prodi al desco fraterno, di mostrare ai cittadini i primogeniti della Patria, di offrir loro questo tributo di affetto e di riconoscenza, questo plauso universale. — Era uno spettacolo gaio, commovente, questo convito modesto, ove officiali e soldati si alternavano i bicchieri, ove ai _Viva la Repubblica_ succedevano i cantici della libertà, ove, nella fratellanza della città repubblicana, si iniziava l'intima domestichezza del campo! — E Francesco Ferruccio impalmava la bandiera tricolore, e portava il _berretto frigio_ sul capo;» — (Ah! Francesco Ferruccio si copriva il capo di celata di ferro, non già di berretto frigio; e quando minacciava il nemico, beveva un sorso di vino in piedi, ed anche Dio glielo annacquava![409]) — «era il connubio della Repubblica del Savonarola colla moderna Repubblica nell'ultimo martire repubblicano caduto sul campo.

«Finito il banchetto presentavansi sotto la Loggia dell'Orgagna il presidente del Circolo del Popolo, del Comitato Italiano, e _Giuseppe Mazzini_ venerato apostolo di libertà. — Parlava Mazzini; e provato come le nazioni nei momenti supremi non si salvino che per audacia ed _abnegazione_, chiedeva se volessero proclamare l'Unione con Roma e la Repubblica, e votarsi tutti alla difesa delle frontiere. Un grido di approvazione copriva la voce dell'oratore, e le bandiere di tutta Toscana ondeggiavano salutando la Repubblica Italiana. _Allora leggevasi una formula di Decreto col quale era stabilita l'Unione a Roma; era proclamata la Repubblica; nominando frattanto un Comitato di difesa composto di Guerrazzi, Montanelli e Zannetti_, coll'aggiunta di una Commissione di altri benemeriti cittadini, _dichiarando definitivamente decaduto Leopoldo Austriaco, e traditore della patria il generale Laugier_. Ad ogni parola interminate acclamazioni, ovazioni sincere, ed in fine la richiesta che _tutto subito si presentasse all'accettazione del Governo Provvisorio_. — Il Governo _ricevette con giubilo_ le attestazioni di fiducia, dichiarò che la voce del Popolo interpretava il cuore anche de' suoi rappresentanti, e ch'esso aderiva ai voti e alla volontà sì costantemente e generalmente manifestati; che però la proclamazione definitiva dell'Unione Repubblicana rimetterla all'indomani, _affinchè avesse luogo con quella solennità e in quell'apparato di forza che esige un atto nazionale_.» — (Questo era falso, ma la menzogna è necessità nei Faziosi.) — «L'ebbrezza del Popolo fu quale l'abbiamo conosciuta nei primi giorni di questa rivoluzione; a un tratto s'illuminarono le vie, suonarono a festa le campane, e Firenze echeggiò dei canti di guerra. Il Popolo _volle innalzato l'Albero_ della giovine Libertà, a simbolo di quella libertà che palpita nei nostri petti, a promessa di quella libertà che pianteremo nelle nostre istituzioni.»[410]

Il _Popolano, fidus Achates_, del pari nel foglio del 20 febbraio 1849: «A ore 2 pomeridiane i Volontarii, già riuniti presso il Circolo, mossero con bandiere e tamburi, unitamente a molti socj, _Deputazioni e gran folla di Popolo ec_.

«Finite le mense fra la letizia e i cantici, cominciossi a gridare: _La Repubblica_; e poi, convenuta la maggior parte del Popolo sulla Piazza del Popolo, gli oratori, fra' quali _primeggiò Giuseppe Mazzini_, cominciarono ad arringarlo. Ivi, innanzi al grande uditorio del Popolo, quanto la gran piazza ne poteva capire, _fu proclamata la Repubblica e la riunione con Roma_, e lette varie risoluzioni che il Popolo approvò. _Tutto ciò in risposta e dopo pubblica lettura del bugiardo proclama di Cesare De Laugier_. Non mancò chi promise di subito pubblicare la biografia di tanto infame, degno imitatore di Zucchi. Quindi _da una Deputazione furono portate le risoluzioni al Governo Provvisorio_, come esprimenti il desiderio di tante migliaia di Popolo e di tante Deputazioni. _Il Governo Provvisorio gridò, come sempre, i voti del Popolo, confermò la ridicola ribellione del Lorenese Laugier, e disse che il Popolo mostrasse di volere difendere la Repubblica con dare 2,000 reclute per la mattina seguente_.

«Nella serata, in mezzo al generale tripudio fu innalzato l'Albero della Libertà con bandiera in cima, sulla Piazza del Popolo, tutto all'intorno illuminata dalla gioia dei cittadini.»

E già nel foglio antecedente del 19 febbraio 1849, per meglio imprimere la memoria del fatto nella mente del Popolo, aveva raccontato: «18-19 febbraio. — Ieri aveva luogo sotto le Loggie degli Ufizii un grande banchetto pei Volontarii ascrittisi nei ruoli aperti nel Palazzo dei Priori e al Circolo del Popolo.

«Più di 1,000 erano i banchettanti. E il Popolo tutto prese parte al convito.

«_Intanto giungevano le Deputazioni dei Circoli di Livorno, di Lucca e di altre principali città toscane._

«Udivasi la nuova della defezione del generale De Laugier, ed _unanime fremito suscitavasi in ognuno, unanime imprecazione contro il traditore della Patria_.

«_Il Circolo del Popolo di Firenze decretava una sentenza di cui più oltre diamo il contesto_.[411]

«Intanto lo spirito pubblico animavasi ognor più: gran numero di Livornesi, uniti al Popolo fiorentino, al Circolo del Popolo ed agli altri Circoli, convenivano nel concetto esser venuto il giorno del solenne riscatto, nè potersi più oltre indugiare l'atto formale di Unione alla Repubblica di Roma.

«_La Repubblica veniva così proclamata e di diritto e di fatto in Toscana_.

«Fino da ieri sera, _l'Albero della Libertà era piantato sulla Piazza del Popolo e salutato da rumorose salve di applausi e dal suono di tutte le campane di Firenze_. Grandi processioni di Popolo festeggiante, con faci e cantici patriottici, percorsero per tutta notte la città.

«Invitavansi intanto i Volontarii inscritti a recarsi, alle 8, nella mattina del 19, sulla Piazza del Popolo per partire immediatamente alla volta dei confini.»

Il _Nazionale_, non amico mio, pure narrando i casi della giornata del 18, sovveniva allo sforzo del Governo:

«Oggi fino a ora tarda della sera, _Firenze_ ha risuonato di suoni e canti, e sulla piazza che ora si chiama del Popolo ha stazionato continuamente un folto gruppo di persone a udire discorsi e proposizioni che si facevano dalla Loggia dell'Orgagna. — Fu letto un Proclama del generale Laugier, comandante la truppa ai confini di Massa e Carrara. — Il Proclama in nome del Granduca esortava i Toscani a tornare all'obbedienza; prometteva amnistia generale, quelli eccettuati che prendessero le armi dopo la promulgazione del Proclama. — _A grida generali si dichiara il Laugier traditore della patria_. — Sulla sera in faccia al Palazzo Vecchio _era piantato l'Albero della Libertà_. — Noi siamo avversi a ogni sorta di violenza, da qualunque parte si eserciti. — Noi c'inchiniamo alla sovranità del Popolo tuttoquanto chiamato a libere elezioni; da sè medesimo crei la sua rappresentanza, alla quale confidi le sue volontà, e la cura di provvedere allo eseguimento.»[412]

E meglio ancora nel numero del 19:

«Il principio di autorità fu rappresentato sinora dalla dinastia; la dinastia lo ha abbandonato; il Popolo deve raccoglierlo e con la sua libera volontà ricostruirlo. Ma noi, rispettando sempre i suoi decreti, non lo loderemmo se lasciasse forzarsi la mano, e si acquietasse a premature determinazioni uscite dai clamori incomposti della piazza: non lo loderemmo se tornasse ad affidare le sue sorti alle dinastie, che sono un fatto transitorio e perituro, senza prima circondarsi di forti e inespugnabili guarentigie. — Il Popolo sappia con ordine e dignità esercitare la libertà, che gli tornò piena ed intera, ec.»

Intanto che cosa faceva il _Conciliatore_? Appesa l'arpa al salice _super flumina Babilonis_ piangeva; e nello incendio, che consumava il Paese, salilo in pulpito gravemente ammoniva i Popoli dicendo: il fuoco scotta; e se sarete bruciati, io non so proprio che farci.

«Ai tempi che corrono, il cercare rimedj adeguati alla gravità del male, sarebbe impresa soverchiante le forze umane. Pio IX forse lo poteva, iniziando i nuovi moti pubblici col principio religioso. Ma oggi sventuratamente anche questo salutare freno è tolto, e la corrente straripa a sua posta, secondo gl'impeti delle acque che già ruppero ogni argine. — Però noi contempliamo dolenti questo crescere continuo di rovine, questo stravolgimento d'intelligenze ognora più terribile.»[413]