Apologia della vita politica di F.-D. Guerrazzi

Part 34

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In tutto questo negozio io procedeva d'accordo col Generale, parendomi fosse pur giunta occasione di potere alla fine allontanare Carlo Pigli da Livorno, e precidere i disegni di coloro che agognavano alla estrema demagogia. — Invano il Colonnello Reghini scrive, averlo voluto libero il Popolo livornese, e accompagnato dal Governatore, e da parecchi Uffiziali della Guardia Nazionale, fra plausi e banda essere stato condotto al Palazzo Governativo; invano _dichiara, per questo modo adempirsi l'ordine del Governo che lo voleva fino da ieri l'altro posto in libertà, ordine non ancora eseguito per timore di collisioni, non tutti i Circoli andando d'accordo nella mia liberazione_;[365] invano informa per via telegrafica il Ministro della guerra: «Sono in libertà per acclamazione popolare e generalissima. La mia confusione è grande: vorrei dimostrare al Popolo la mia gratitudine, al Governo la mia devozione; supplico la di lei ministeriale autorità, essermi interpetre, come lo è stato, a mio sommo vantaggio, il signor Governatore Pigli.»[366]

Io ben conobbi cotesta essere mala toppa allo strappato, e conoscevo a prova di che cosa sapessero cotesti Dispacci imposti dai presenti, e da loro prima letti, e poi mandati; però nel 13 marzo 1849, allo intento di superare le resistenze, conforto il Generale D'Apice a tenere il fermo nel domandato congedo: finalmente nel Consiglio le provvidenze da me proposte si mettono a partito, e si vincono; allora senza porre tempo fra mezzo, nel giorno 13 marzo, alla ora prima pomeridiana, mando per telegrafo a Livorno: «Il Governo invita il Governatore di Livorno a venire in giornata a Firenze, per conferire insieme su cose importantissime.»[367] Arrivato a Firenze alle _7 pomeridiane_, alle 9 si ordina al Colonnello Costa-Reghini: «È pregato a portarsi domani col primo treno a Firenze. Il Generale D'Apice lo vedrà appena arrivato;»[368] e alquante ore trascorse, di nuovo, alle _3 antimeridiane del giorno 14 marzo_, intímo a La Cecilia la partenza immediata, sotto minaccia, che avremmo lo indugio per tradita amicizia, come già in altro luogo opportuno fu debitamente notato.

A ben comprendere quanta industria fosse posta da me per indebolire la parte che strascinava il Paese alla demagogia, e quanta difficoltà incontrassi nella perigliosa impresa, prezzo della opera è sospendere alquanto questo racconto, e continuare quello che spetta alla Guardia Municipale.

La Guardia Municipale corrotta e governata da taluni che trovavano il proprio conto a mostrarsi smaniosi libertini, mercè la diligenza fatta, viene a Firenze, ed è stanziata a Santa Maria Novella. Qui noi attendevamo a mandare ad esecuzione il disegno di cui già tenni proposito, allorchè, avendolo i più audaci subodorato, si ribellano con minaccie di morte: ordinai si trasportassero due cannoni, e al Quartiere, intimati prima i pacifici a separarsi dai rivoltosi, si appuntassero. Però essi non ne aspettarono la vista, e più che di passo trassero alla Porta San Frediano incamminandosi verso Livorno, dove tolleravansi o di leggieri erano scusati. Il Dispaccio del 10 marzo così ammonisce il Governatore: «Accade un fatto gravissimo che dev'essere ad ogni costo, intenda bene, ad ogni costo represso. _Una parte_ della Municipale di Livorno si è ribellata. Prima, nel Convento di Santa Maria Novella, aveva fatto mostra di difendersi; poi è uscita da Porta San Frediano, e non si sa dove siasi diretta. Verrà forse a Livorno. Prenda, con la massima segretezza e con vigore, le misure onde venga arrestata. Si concerti con _Frisiani_ e con altri Ufficiali di testa. L'avviso a tempo, onde a tempo provveda. Non intende il Governo mezzi termini nè pietà. Se mostriamo mollezza per la Guardia Municipale, è finita: _invece di difensori avremo un branco di assassini_.»[369] Il Maggiore Frisiani raggiunge le Guardie ribellate a Pisa, con ordine di tradurle da capo a Firenze sotto scorta; si sottomettono, ma implorano andare a Livorno, _e non tornare alla Capitale presso il Governo Provvisorio_. Frisiani non si reputando facultato (come invero non era) ad arbitrare, viene per ordini.[370] Le Guardie promettono aspettarne arrestate il ritorno; i Maggiori Frisiani e Magagnini mallevano per loro; fa lo stesso Mastacchi; se non che le Guardie, mutato consiglio, dai Quartieri di San Martino si recano, nella sera del giorno 12 marzo, alla Stazione della strada ferrata, e quivi _per amore o per forza intendono volere essere trasportate a Livorno_.[371] Il Governo, sentinella perduta dell'ordine, alacremente commette al Governatore: «L'arrivo dei Municipali a Livorno è fatto gravissimo, e tale da cimentare la pubblica sicurezza. _Se forza non rimane alla Legge, il Governo è d'uopo che si dimetta, e con esso cadano tutti i funzionarii pubblici per dare luogo ad uomini facinorosi che condurrebbero a irreparabile ruina il Paese_.[372] È necessario pertanto che cotesti ribelli sieno per forza o per arte arrestati e disarmati. Procurate con ogni mezzo che ciò si ottenga, il Governo penserà in giornata a darvi le istruzioni in proposito. Se in un corpo, che tutto deve imporre con la forza morale, si lasciano introdurre germi d'immorale dissoluzione, io non so più qual forza resti al Governo per fare eseguire le Leggi; qual tutela resti al Popolo della propria sicurezza. Uno esempio è necessario. I cinquanta militi municipali venuti costà non appartengono più al corpo. Restituite con un atto di coraggio la fiducia che deesi avere dal Popolo nella Guardia Municipale, e che le mancherebbe, qualora questi sciagurati, indegni di appartenervi, andassero anche questa volta impuniti. I Maggiori Magagnini, il Frisiani, e il Mastacchi hanno cimentato la loro parola in questo affare. Agiscano; chè altrimenti ne va del loro onore. Ogni buon Livornese deve vergognarsi di convivere nelle stesse cerchia e di chiamarsi concittadino di uomini così indisciplinati e ribelli come sono cotesti Municipali.»[373] La pubblica indignazione levandosi a danno loro, altri non potè assumerne le parti di protettore e avvocato; figli di predilezione erano essi, ma sul momento fu mestieri abbandonarli, bensì con fiducia poterli restaurare dello smacco largamente ed in breve. Il Governatore, verso le ore due pomeridiane del giorno 13, annunzia i Municipali disarmati essere stati tradotti in Fortezza; «chiedere intanto essere autorizzato a inviarli a Pisa per essere ivi custoditi e giudicati; implora _molta indulgenza e sollecita_, non senza però il più ampio apparato di Giustizia.»[374] Fu il richiamarlo risposta. La Fazione sentendosi percossa, prorompe in aperte minaccie; Pigli torna a Livorno; una parte del Popolo tumultua, e intende impedirne la partenza;[375] ma egli ormai privato del comando, increscioso a molti per le sue avventate parole, a parecchi ancora dei suoi partigiani caduto novellamente in fastidio pel non degno abbandono del Colonnello Reghini, comprende essere migliore partito per lui abbandonare Livorno riducendosi a Firenze: quello che vi venisse a fare lo dichiarano i Documenti officiali dell'Accusa; egli venne a osteggiare il Governo, nelle Assemblee e fuori, istando ardentissimo perchè la Repubblica e la Unione con Roma si proclamassero.

Nel giorno _14 marzo_ stavano radunati nella mia stanza i signori Montanelli, Mazzoni, Pigli, Reghini, e D'Apice, a cui Reghini su la prima giunta aveva esposto per filo e per segno com'erano andate le cose. Io invitai il Colonnello a contestarle in presenza al Governatore; ma egli, si peritasse per gentilezza, o per altro motivo, si andava tuttavia schermendo: allora lo confortai a favellare senza ritegno; poichè la sua sentenza adesso suonava diversa dalla manifestata testè.... nella stessa mattina al suo Superiore. Egli, fattosi animo, confessava essere stato abbandonato pur troppo alla furia popolare dal signor Pigli, e nel venire tratto giù per le scale avere creduto arrivata la estrema ora per lui. Il Pigli si scusava affermando avere adempito a quanto era in potestà sua di fare. Congedati il Generale e il Colonnello, gli palesai aperto non lo potere più oltre conservare in Livorno; e siccome i miei Colleghi assentivano al detto, egli si piegò a dimettersi ponendo innanzi certe sue pretensioni di pecunia, le quali lasciai che altri regolasse con lui, contento ch'egli dal governo di Livorno ad ogni modo cessasse.

La Guardia Municipale ebbe a venire in Firenze e sottomettersi; a Livorno proposi una Commissione governativa composta dei signori Fabbri, Pappudoff, e Manganaro.[376] Certo, Luigi Fabbri fu soldato prestantissimo, e dei primi della guerra della Indipendenza; e spesso (chè spessissime volte col fine di bene inculcarlo nella mente degl'ignavi ascoltatori ei lo disse) con l'orgoglio che ogni concittadino sente in cuore pei forti detti e pei generosi gesti dei suoi compatriotti, lo udii, e ben mille altri meco lo udirono ripetere le parole con le quali, tutto infiammato, usciva nella Seduta del 23 gennaio 1849: «Tra questi v'è un uomo, e sono io, che, all'istante nel quale fu dichiarata la guerra, prese le armi, e, senza diffondersi in vane parole o in semplici grida sulle pubbliche piazze, o in esagerati concetti per istrappare l'applauso dal sentire generoso del Popolo, ha pugnato nella guerra della Indipendenza, ed ha affrontato la morte; e non solo ha affrontato la morte lasciando teneri figli ed amata consorte, ma adesso dichiara, in presenza a tutto questo onorevole Consesso, che ritornando le armi nostre su i campi lombardi, sarà pronto di nuovo a cingere la spada.»[377] — Ma non per questo nè allora nè poi fu Repubblicano il Fabbri, e, se ne avesse bisogno, gliene potrei far fede; e il signor Pappudoff nemmeno, comecchè amico delle oneste libertà. In quanto a Giorgio Manganaro, basti dirne questo: che la parte faziosa lo ebbe ad oltraggiare con la brutta minaccia: «_Devi fare come il Pigli, o ti butteremo dalla finestra_.»[378]

Tutte queste cose io volli dire seguitatamente, affinchè si comprendesse come, amici Pigli e La Cecilia una volta, meco una volta concordi per sostenere e promuovere gl'interessi del Principato Costituzionale toscano,[379] poco oltre l'8 febbraio, acconsentendo ad altre persuasioni, gli avessi prima segreti, poi alla scoperta avversarii. Da Firenze in prima si estorcono commissioni onde al Governatore di Livorno sia fatta abilità di eseguire, con nome e credito governativi, ufficii contrarii alla mente del Governo; a suo arbitrio estenderli; a norma degli ordini di tale che in quei giorni troppo più di me poteva, ed era obbedito, applicarli; indi a breve, nemmeno gli ordini si aspettano o si cercano; e già in Livorno spunta costituito il Governo, che, passandomi sul corpo, si augura la Repubblica, la Unione con Roma, e la Decadenza del Principe proclamate. Così vedremo con quanta diligenza e pertinace volere da una parte, difficoltà e pericolo dall'altra, pervenni di mano in mano a contenere la Setta, che dello intero Popolo toscano piccola parte, ma prepotente di audacia e di gagliardía, mentre attende cupidissima a sospingere il Paese nella Repubblica, non si accorge precipitarlo fra gli orrori rivoluzionarii nell'anarchia.

Secondo l'ordine dell'Accusa succede la lettera scritta nello stesso giorno _14 febbraio_ a Tommaso Paoli, consigliere della Prefettura di Pisa, la quale, comecchè dettata nelle condizioni medesime di tempo e di luogo, forza è che si giustifichi con le ragioni addotte in proposito del Dispaccio al Governatore Carlo Pigli. E dove si ricerchi argutamente la materia, tu vedi in cotesta lettera espressa la traccia di pressura attuale. Invero, ricordisi quanto nel § della _Dimostrazione_ provai con la testimonianza dei Giornali, voglio dire le Deputazioni dei Circoli una succedentesi all'altra nel giorno 13 febbraio, e con quanta mansuetudine oggimai è manifesto, _per essere ragguagliate di quanto sapeva e operava_; e allora si comprenderà come, per ischermirmi dall'accusa di negligenza (e insinuavasi tradimento), rimproverato, rimprovero di essere lasciato privo di novità. Ancora: il linguaggio che correva su per le bocche degli uomini in quei tempi, ed usavasi nelle scritture, nelle petizioni dei Circoli, ed in quel punto si favellava dalle persone che mi stavano al fianco, forza è che trapassi nel Dispaccio, siccome nel Dispaccio dell'8 febbraio fecero passaggio le parole: «il Principe è decaduto;» e oggimai per mille documenti è provato com'io questa decadenza conflittassi e impedissi. Finalmente, quantunque commosso dalla presenta perturbazione, bene ordino radunarsi uomini, ma parte inviarsi a Lucca, e parte tenerne _a disposizione_ del Governatore di Livorno, il quale a sua volta aveva a dipendere dal Generale D'Apice, come fu dimostrato di sopra.

Ora l'Accusa (ma di siffatti studii non si occupano le Accuse) se avesse desiderato chiarirsi, poteva mettere a parallelo degli atti che incolpa, altri atti che pure ella raccolse nel suo Volume, e confrontando avrebbe acquistato la conferma (dove facesse mestieri) della patita coazione. E innanzi tratto io pongo il Dispaccio mandato allo stesso Consigliere Paoli, dove lo avviso della infermità sopraggiuntami, ed in bel modo lo conforto a procedere prudentemente e con temperanza grandissima, a impedire ingiurie ed offese, a rendere amabile la libertà proteggendo tutti, e conservando il diritto ordine fecondatore del vivere civile.[380] — Di molto maggiore importanza apparisce l'altro Dispaccio del pari indirizzato al Consigliere Paoli:

«A BUONO INTENDITORE POCHE PAROLE. — Armatevi — armatevi — armatevi. — Esaltate i soldati; — NON ABBIAMO BISOGNO DEL GIURAMENTO, — ma pure se lo prestano meglio che mai.

«Bisogna che diate forza al Partito democratico di Lucca.

«NON SI PRECIPITI NULLA IN QUANTO A REPUBBLICA.

«_1º Perchè tutta Toscana ha da esprimere il suo voto._

«_2º Perchè Francia e Inghilterra, stando così, proteggono da invasione straniera_; — se no, abbassano le armi, e abbandonano il Paese: giudizio dunque. _Partecipi agli amici, non che al Prefetto, se crede_.»

E sapete voi quando io dettava cotesto Dispaccio? Il 13 FEBBRAIO 1849 nelle ore pomeridiane, e per tal modo poco tempo innanzi che per me si scrivesse il Dispaccio incriminato. Voi lo vedete adunque: intorno al giuramento non metto sollecitazione veruna, anzi dichiaro non averne bisogno; raccomando impedirsi la Repubblica; ammonisco intorno ai pericoli non mica transeunti, bensì permanenti, e tali da non iscomparire da un giorno all'altro dove sconsigliatamente si proclamasse; tra siffatte disposizioni dell'animo mio manifestate nel _13_ febbraio, ponete le strette e le violenze, che in parte vennero raccolte nel § della _Dimostrazione_; e si abbiano anche i più diffidenti prova non dubbia della sofferta pressura. Le discrepanze, o meglio le contradizioni fra il Dispaccio del _13_ e l'altro del _14_ febbraio, somministrerebbero di leggieri materia a lungo discorso: io però amo il lettore di per sè stesso le senta, piuttosto che andargliele ad una ad una enumerando partitamente io.

Per quanto in queste angustie mi è dato, ricorderò alcuni pochi atti, onde il paragone sempre più riesca convincente. Nel giorno _8 di febbraio 1849_, instituisco una Commissione, perchè provveda alla custodia dei mobili tutti appartenenti al Granduca, ond'egli (se la fama mi porge il vero) ebbe a dire a Sir Carlo Hamilton, delle cose sue non avere perduto la più piccola; nel _9_, alla domanda (ed era minaccia): «nasce dubbio nel _Pubblico_, che la proclamazione del Governo Provvisorio Toscano abbia fatto cessare le attribuzioni dei pubblici funzionarii,» rispondo sollecito dopo _pochi minuti_: «il dubbio non è fondato; stieno al posto; chè il mandato dura finchè non sia revocato.»[381] Chiunque attende a mutare forma di Governo, non ne conserva la organizzazione e gli ufficiali; ma quella immediatamente disfa, questi licenzia. Nel _10_, riavutomi alcun poco dallo sbigottimento, malgrado la decadenza del Principe proclamata dal Popolo l'_8 febbraio_, e malgrado che io pure fossi costretto a scrivere quella parola in quel giorno, annunzio:

«Cittadini. — Abbandonato il Paese a sè stesso, noi fummo dal Parlamento toscano e dal Popolo eletti custodi della pubblica sicurezza. Fermo proponimento nostro è mantenerla, e difenderla. I Cittadini cui preme la Patria si stringano intorno a noi. Chiunque con fatti o detti attenta alla salute pubblica, commette scandali, ed eccita la guerra civile, sarà considerato traditore della Patria, e come tale punito. — Firenze, _10 febbraio 1849_.»

Il giorno seguente, osando di più, il Governo dichiara: suo primo dovere consistere nel mantenere la pubblica sicurezza; in quanto alle sorti toscane, aversi queste a decidere dalla intera Nazione col mezzo dei suoi Deputati; rispetterebbe allora il Governo le volontà del Popolo sovrano: — con le quali sentenze davo ad intendere senza ambage, che tutto quanto era stato deliberato da parte del Popolo a Firenze io riteneva per irrito, e come a cosa di nessun valore ricusavo sottopormi: la universa Toscana, debitamente interrogata, disponesse di sè:

«Dopo che la Toscana fu priva di uno dei tre Poteri dello Stato, fu eletto dal Popolo, e confermato dal libero voto delle Assemblee, un Governo Provvisorio. Primo ed ultimo dei doveri di questo doveva essere la tutela dell'ordine pubblico. A tanto dovere non mancherà mai questo Governo, finchè gli bastino tutte le sue cure, e tutto sè stesso.

«Ai Toscani poi tutto il diritto, e il dovere insieme di decretare la forma che ha da prendere lo Stato. _Quando i Deputati eletti liberamente per universale suffragio avranno espresso la volontà loro, il Governo Provvisorio darà primo lo esempio della più perfetta obbedienza ai voleri del Popolo Sovrano_. — Firenze _11 febbraio_.»[382]

Finalmente il giorno _14 di febbraio_, il giorno stesso del Dispaccio incriminato, faceva scrivere dal Segretario Marmocchi al Governatore di Portoferraio: «SA PERALTRO CHE SE IL PRINCIPE È PARTITO, NON È DECADUTO.»[383]

Nel giorno _10 febbraio_, considerando la miseria a cui la partenza del Principe riduceva i suoi familiari, e compiacendo ai desiderii di lui, decreto:

«Tutti i Cittadini che fin qui appartenevano al servizio del Principe, riceveranno provvisoriamente la loro pensione a carico della Depositeria Generale, finchè il Governo non abbia trovato il modo di sistemarli convenientemente.»

Nel giorno _11 febbraio_, così imponendo i proconsolari ordini della Setta, decreto, che il regio Palazzo della Crocetta sia destinato ad ospedale degl'Invalidi; più tardi, si è veduto, i novelli Municipali vanno di proprio arbitrio a rinnuovare ai Custodi la minaccia dei veterani di Augusto ai possessori degli agri italici: _veteres migrate coloni_; ma segretamente dispongo non s'innuovi.[384] Nel giorno _11 febbraio_, ricercato il Governo dal Governatore di Livorno, se i soldati mossi da quella città per Firenze avessero a proclamare la Repubblica, risponde: chiamarsi pel mantenimento dell'ordine, non già per dimostrazioni politiche, le quali dovevano all'opposto con ogni studio prevenirsi.[385] E qui mi sia concesso notare, onde si conosca quanta sia stata la umanità mia, e la cura indefessa, perchè nefande discordie tra la famiglia toscana non insorgessero, o insorte appena posassero, la esortazione rivolta nel medesimo giorno al Governatore Pigli: «Si raccomanda la buona condotta passando per Empoli. Si rammentino, che gli Empolesi, momentaneamente traviati, sono fratelli.»[386]

Nè, quantunque poco faccia alla materia in questo punto discorsa, io mi asterrò da riportare un Dispaccio telegrafico da me dettato il _16 febbraio_, relativo ai Veliti. — O voi non degni soldati di questo corpo onorevole, e da me onorato, che veniste a inacerbirmi il carcere di San Giorgio dicendomi improperii sotto le cieche finestre, o minacciando traverso le porte, io non voglio rammentarvi, che per me, assentendo ai desiderii vostri, dagl'ingratissimi ufficii di Polizia foste rilevati; e neppure, che sopra ogni altra milizia Toscana otteneste prerogative, e soldo; queste cose accennerebbero, per avventura, a provocare la vostra riconoscenza; ed io ve ne dispenso. Leggete, vi scongiuro, più che con gli occhi col cuore, il mio Dispaccio del _16 febbraio_, ed imparate che cosa sieno amore di cittadino e carità di Cristiano. — Avvertito, da Pontedera, come alcuni Veliti per timore di minaccia fuggissero via, così gravemente ammoniva:

«Invece di accomodare, arruffate. Qui i Livornesi hanno fatto pace co' Veliti; a Pontedera gli minacciano; sicchè questi fuggono. I Veliti sono il miglior corpo che abbiamo. Bisogna che voi gli richiamiate, e subito fate pace, e sincera. Con questi modi prevedo guai grandi. Siamo tutti fratelli; se non l'amore, ci stringa il pericolo comune.»[387]

Quando lo insulto si posa sopra le labbra del soldato, il valore leva le tende dall'anima sua.

Correva il giorno 12 febbraio, quando una moltitudine di Popolo, traendo a furia su la Piazza del Granduca, si accinse a piantare l'Albero della Libertà, e con infiniti schiamazzi chiedeva il Governo, affinchè l'atto approvasse, e lodasse. Mi presentai solo, e solo mi attentai a contrastarlo, e lo chiamai prepotenza diretta a costringere gli altri Toscani, i quali _forse_ lo avrebbero consentito, ma non erano presenti per farlo: appartenere al libero voto di tutto il Popolo toscano, radunato in Assemblea il 15 del futuro marzo, _decidere su la forma del Governo_.[388] — Quale concepisse rancore la Fazione assai dimostrammo, e più dimostreremo, se Dio ci aiuta; però nonostante le mie parole, tornava più tardi, e lo volle piantato sotto i miei occhi, quasi in dispregio di me. Siete chiariti adesso, che nè sempre, nè tutto quello che desiderava non fatto, mi riusciva impedire? L'Accusa impenitente sussurra: _lustre per parere_; opere volpine per istare apparecchiato ai successi futuri. Sta bene; ma egli è forza convenire, che mentre provvedevo alle probabilità future, correvo temerario il pericolo di rimanere oppresso nelle contenzioni presenti: e questo io non vorrei rinfacciare l'Accusa per non avere fatto, ma vorrei, che un cotal poco più onesta ella fosse nel darmi merito per averlo fatto io.

Nè meno importa allegare in mia difesa il Decreto dei Commissarii da inviarsi nelle Provincie, che compilato dal sig. Mordini, firmai il _14 febbraio_, avvegnachè in esso non si faccia pur motto di Repubblica, nè di altro attenente a forma di Governo, bensì di risvegliare i sensi generosi della Nazione, mettere a profitto i mezzi sparsi in tutto il Paese, facilitare il fornimento delle Guardie Nazionali, lo scriversi dei Volontarii alla milizia; raccogliere insomma in uomini, in bestie, in danari, e in arnesi, quel più che la diligenza loro avesse potuto ottenere dai Municipii toscani.

Ora tutte queste paionmi prove evidentissime della mia reluttanza a operare cosa che tornasse ostile al Principato Costituzionale, però che da me pendesse unicamente consumarne l'abolizione; e se questa allora e poi contrastai, stupido concetto è pretendere, che al punto stesso io la provocassi e volessi.

Nè pentere e volere insieme puossi, Per la contraddizion che nol consente. (DANTE, _Purg._, III.)

Lo dice anche il Diavolo, ch'è pure il Procuratore Regio nell'altro mondo!