Apologia della vita politica di F.-D. Guerrazzi

Part 33

Chapter 333,487 wordsPublic domain

Ed ecco quanto egli aveva in mente proporre, e mi affermò avere proposto. Spontaneo, o, come credo piuttosto, di concerto con personaggi cospicui della città nostra, egli restringendosi meco mi confessava volere tentare l'animo dell'A. S. a deporre i fastidii del molesto Governo, rassegnandolo al suo reale Primogenito; e mi ricercava, nel caso che il suo consiglio venisse accolto, se avrebbe potuto ripromettersi la mia adesione. Io risposi quello che ora non dubito manifestare: parermi il Popolo troppo acceso adesso; essere di mestieri liberarlo prima dagli stimoli urgenti e incessanti; poi dargli tempo a riaversi dal delirio; per questi argomenti egli sarebbe tornato per certo alla devozione antica; in quanto a me, tranne la momentanea esaltazione, crederlo, _anzi saperlo_ bene affetto al Principato; la più parte dei Toscani desiderare le libertà costituzionali, e di queste chiamarsi contenta; per siffatta mia convinzione, confermata dai Rapporti officiali e da particolari notizie, potere egli ritenere per fermo, che avrei di buon grado aderito a tutto quanto tornasse _di vantaggio al Paese, onorevole per me_. Sir Carlo tornando mi riferiva bene avere del suo proponimento tenuto motto a S. A., ma, rinvenuto il terreno poco arrendevole, essersi trattenuto dallo insistervi sopra. Motivi di convenienza, che anche in mezzo ai pericoli e alle provocazioni della intemperantissima Accusa reputai mio dovere osservare, mi persuasero ad astenermi da esporre questi fatti, finchè Lord Giorgio Hamilton visse, e Sir Carlo dimorò in Firenze. Adesso poi che il Signore ha richiamato alla sua pace l'onorevole ed egregio Lord Giorgio, e Sir Carlo si condusse altrove, penso potere, senza offesa della delicatezza, manifestare simili trattati, e prego con fervorosa istanza il nobile Baronetto, dovunque si trovi, se mai gli perverranno nelle mani queste dolenti pagine, a rendere pubblica testimonianza in faccia della Europa se sieno i miei labbri mendaci, o se anche in questa parte esprimano la verità.[336]

Altro esempio, che il Governatore Pigli faceva da sè, lo troviamo nello avere pagato lire diecimila al Petracchi per la Spedizione a Portoferraio, senza ordine del Governo, anzi senza pure avvisarlo. Di vero, agevole cosa è comprendere come cotesta Spedizione per diffalta di danaro non avrebbe avuto luogo, e il Governatore per certo doveva avvertire, che non gli essendo provvisti i mezzi necessarii, non poteva mandarla ad esecuzione, nè le facoltà sue estendersi a disporre dei pubblici danari; e questo per lui potevasi avvertire subito per telegrafo, non già aspettare al 10 febbraio quando le cose erano fatte. — Così tra il mandare Dispacci, e rispondervi, sarebbe scorso tempo sufficiente a sedare gli spiriti accesi, persuaderli della inanità di cotesto moto, e indurli forse a desistere.[337]

Altro esempio dello arbitrario operare del Governatore Pigli ci viene offerto dalla Spedizione fatta dal medesimo, fino dall'_11_ febbraio, alla Isola del Giglio, della Spronara, per vigilare persone sospette, e pubblicare Proclami, della quale avvisa il Governo unicamente nel giorno tredici successivo;[338] e sì, che anche su questo, se per via telegrafica non poteva informarci intorno ai particolari delle cose, gli era agevole notificarcene la somma. Nel maggiore uopo ci lasciava per taluni giorni senza avviso delle operazioni che gl'importava palesarci ormai compíte, comecchè di altre per minuto ci ragguagliasse; ed egli medesimo il confessa: «La rapida e incessante successione degli eventi, e le cure che ne conseguitano, assorbono così il mio tempo da non lasciarmi agio a quell'ordinato e quotidiano ragguaglio che avevo impreso, e che riannoderò come prima mi sia concesso, limitandomi di presente a darle conto dei casi più gravi, e delle più importanti misure.»[339]

Il Rapporto del 14 febbraio incomincia con la protesta medesima: «Neppure oggi mi è dato riprendere la interrotta narrazione degli avvenimenti attuali, bastandomi appena il tempo e le forze di accennare di volo i più notevoli ed importanti.»[340]

L'Accusa sostiene che, ricusato dal Generale D'Apice il comando della Spedizione pel Porto Santo Stefano, il Governo lo confidava al Pigli, il quale tosto incamminò La Cecilia per la Maremma verso Porto Santo Stefano. Contradizioni, e peggio: nè l'una cosa, nè l'altra. La Cecilia per ordine del Governatore di Livorno, non già spedito dal Governo o da me, precede la Colonna Livornese, e va per mettersi a capo delle Guardie Nazionali della Maremma; poi fa una giravolta, pubblica Proclami, nessuno gli dà retta, e torna maledicendo ai Maremmani. Il Governatore non ebbe mai altra commissione, tranne quella di adunare gente scelta, e dipendere dagli ordini del Generale D'Apice. A D'Apice fu proposto il comando delle forze nel caso che si avesse dovuto spedirle a Grosseto; egli non accettò lo incarico, e _a nessuno altro venne conferito giammai_. Chi sostiene diversamente, a chiare note si sappia ch'ei calunnia, all'atroce intento di nuocere contro la verità manifesta. Infatti, quando ebbe questo ordine il Pigli, che l'Accusa fabbrica nella sua officina? prima, o dopo il _14_ febbraio? Prima no, conciossiachè pel Dispaccio incriminato del 14 la _gente scelta doveva apparecchiarsi, e dipendere_ dal Generale D'Apice, e per le prove superiormente addotte ne dipendeva; dopo nemmeno, dacchè, oltre il Dispaccio del 14, per frugare che abbia fatto, l'Accusa non ha potuto rinvenirne altro. Qui dunque si tratta, io lo ripeto, di calunnia, non già di accusa.[341]

Ma la presente materia merita di essere più sottilmente considerata, onde si faccia luce maggiore nella ragione degli uomini e dei tempi. Coloro che volevano strascinare il Paese al compimento della rivoluzione, sfiduciati d'incontrare nel Governo arrendevolezza, si volsero a quelli che meglio parvero disposti a secondarli; e fra questi venne lor fatto incontrare, più accesi degli altri, Carlo Pigli e La Cecilia; noi li vedremo collegati avversare il Governo, tentare ogni via di usurpare il Potere per promuovere la Repubblica, e per altra parte noteremo indirizzarsi a loro uomini perversi con orribili proposte. Alfine l'uno è deposto dall'ufficio, l'altro avviato fuori del Paese.

La Cecilia crebbe avverso a me: delle sue qualità morali non parlo, chè a me nulla è noto che onorevole non gli sia; favello dell'uomo politico. Io presto ebbi a conoscerlo irrequieto e dominato, più che da altro, da certo spirito torbido che lo agitava a fare e a disfare.[342] I Livornesi, i quali, più che altri non estima, aborrono i commuovimenti inani o pericolosi, spesso venivano o mandavano a lamentarsi meco di lui, e mi pregavano trovare modo ad accomiatarlo onestamente. La corrispondenza officiale ha da porgere di questo piena testimonianza; in suo difetto, ne occorre traccia nel _mio_ Dispaccio telegrafico al Governatore di Livorno del 19 novembre 1848: «I reclami contro La Cecilia crescono di momento in momento. Invitisi venire a Firenze per conferire col Ministero.» Egli prima mi tenne caro; quando poi mi conobbe avverso alla Repubblica, prese a inimicarmi con molta acerbezza nel _Corriere Livornese_ che tolse a dirigere: però nel _7 marzo_ stampa su l'_Alba_, Giornale devoto a parte repubblicana, essersi ritirato da cotesta Direzione per _la stupida servilità dei tipografi proprietarii del Giornale_. I tipografi gli rispondevano: «Non essersi già ritirato, ma averlo essi licenziato, e averne avuto motivo non dalla stupida servilità loro, ma dalle sue continue incoerenze, avendo fatto subire in breve tempo al Giornale cento variazioni e colori diversi: ora adulando il Governo in cose che nessuno lodò, anzi biasimò (come nel Discorso della Corona per l'apertura delle Camere!), ora _facendogli una opposizione alla quale la opinione pubblica ripugnava_.»[343] Mandato a Roma da Montanelli come Console toscano, in breve renunzia e torna in Livorno. Qui domina Pigli, e lo governa a suo senno: va, viene, capovolge ogni cosa; si accompagna a tutti i conati per istrascinare il Governo a proclamare la Repubblica, ed unirsi, senza indugio, con Roma. Quando mi verranno consegnate le carte della mia amministrazione, confido potere ordire più completa storia; — costretto a valermi delle carte dell'Accusa, a _nuocere copiose, a salvare parche_, mi si presenta nel primo di marzo 1849 un Dispaccio, dal quale si argomenta come La Cecilia si affaticasse a conseguire qualche grado superiore nello esercito, ed io rispondo: «Gli ufficiali delle milizie sono destinati, e La Cecilia guasterebbe ogni cosa. A Pistoia lo Ufficiale superiore sarà Melani colonnello, a San Marcello Razzetti maggiore; _non facciamo confusione_. Riguardo ai mezzi, bisogna regolare le cose in maniera _che lo impiego della fortuna pubblica si faccia rigorosamente, e possa darsene sempre esatto conto. Entrerà nelle previsioni del Governo mandare un quartier-mastro pagatore_.» Pigli risponde: La Cecilia non essere eletto _a comandare truppe, solo a precederle fino a Lucca, onde provvedere ai bisogni delle nostre colonne, e averlo inviato i Maggiori Guarducci e Petracchi; stasera o domattina aspettarsi reduce in Livorno_.[344] All'opposto ricaviamo dai Documenti che La Cecilia il Generale comandante le Milizie toscane non cura, molto meno il Governo, bensì col Governatore di Livorno unicamente corrisponde; in quel giorno stesso egli lo avvisa non avere trovato cavalli da treno, e fra le altre cose, che alle due partirà per Lucca. Un poco più tardi: _avere passato in rivista la compagnia di Pisa_, e, dopo altre notizie, domanda l'approvazione del Governatore.

Barli, comandante di Piazza a Pisa, per telegrafo avverte: essersi presentato il signor Colonnello La Cecilia _con una Circolare del Governatore di Livorno, che lo autorizza a presentarsi alle Autorità Civili e Militari, per essere assistito in ogni sua operazione a reclutare Volontarii, e cavalli per l'artiglieria nazionale_; avergli domandato quanta cavalleria fosse disponibile in questa Piazza; domandare istruzioni per non intralciare le operazioni di cotesto Dipartimento.[345]

Sicchè quanto fosse vero, che Petracchi e Guarducci avessero inviato la Cecilia, e non il Governatore, di qui apparisce espresso. Per queste notizie accorgendomi come ormai volesse stabilirsi un Governo di fatto Repubblicano a Livorno, di cui Pigli avesse ad essere la mente, e La Cecilia la spada, mando al Governatore:

«Lo invio del La Cecilia è uno dei _soliti spropositi_; domanda artiglieria, cavalleria, e altro da Pisa. Tu hai azione _dentro_ il tuo Dipartimento, _fuori_ no; non puoi farlo senza mandare sottosopra ogni cosa. Per Dio, così rovina la impresa. Dite il vostro bisogno. Dite come potete provvedere per voi, e come deve aiutarvi il Governo centrale. — Manderemo ufficiali a posta. Il Comandante di Pisa, come è naturale, non sa che fare. _Si richiami La Cecilia con bel garbo_.[346]

Pigli per gratificarsi i Volontarii livornesi, promette di propria autorità venti crazie al giorno di paga. Avverto, che questo negozio sconvolge da cima in fondo lo esercito, imperciocchè tutti pretendono paga uguale; per rimediare, suggerisco far credere che la differenza della paga ricevano dal Municipio; _scongiuro non prendano misure senza concerto nostro_; altrimenti, quando più la disciplina e la organizzazione abbisognano, ci casca addosso il caos.[347] La Cecilia, apprendendo che l'ordine del Pigli intorno alla cavalleria non verrà eseguito, gli scrive parole concitate contro il Governo superiore.[348] Pigli risponde insistendo non avere egli inviato La Cecilia... «Che debbo farci?» egli aggiungeva: «gl'imbarazzi sono molti!»[349] Questa parevami, ed era, duplicità manifesta. Da lunga pezza io era informato delle disposizioni di Carlo Pigli ostili al Governo, dello studio posto da lui a radunare un partito gagliardo in Livorno, della sua professione nuovamente repubblicana, del suo accontarsi co' più ardenti di cotesta parte, non meno che dello agitarsi perpetuo del La Cecilia. Certo mio parente, che di me, troppo spesso fiducioso più che non conviene, prendeva amorevole cura, sorprende e mi reca lettere, inviate da un Frugoni di Lerici, capitano di mare, e proprietario di bastimenti, a La Cecilia, con le quali gli proponeva alla ricisa di ammazzarmi come traditore, e surrogare lui a me, Pigli a Mazzoni come uomo inetto; si lasciasse Montanelli, finchè non si trovasse meglio. Dai Documenti raccolti per opera dell'Accusa resultano le prove di questi fatti, i quali vengono per altri riscontri confermati in processo. Spedito Marmocchi a Livorno a investigare le cose, così riferisce nel 5 marzo: «Non ho scritto fino ad ora, perchè ora solamente ho un concetto preciso delle cose in questa città. Ho sentito molte persone di opinione diversa. Vado per la diagonale e vado bene. La cosa principale per la quale sono qua è una ridicolezza. Pigli è lo stesso amico di prima, sincero e ardente. La differenza è nella salute, perchè io l'ho trovato veramente decaduto. Si regge mercè lo spirito, e considererebbe siccome gran favore la sua licenza, o almeno una gita di riposo nel suo paese per un mese. Bisogna dare un collocamento conveniente a La Cecilia. In tutti i modi, subito. Non ha il seguito che credete, no, _ma manca l'antica amicizia_, e di gran cuore se ne andrebbe. Quel di Lerici è un fatuo; non è nulla; vorrebbe vendere al Governo Provvisorio alcuni bastimenti, ecco la chiave di tutto. Il Popolo livornese è sempre eroico e grande; è anche moderato. _La Repubblica non è proclamata_. Siamo qui come a Firenze su questo proposito, con la differenza, _che Firenze è una selva di alberi, e qui non ve ne sono che tre o quattro soli_. Volete si tolgano di Piazza, e si portino in Chiesa fino al giorno che l'Assemblea decreti definitivamente la Repubblica? Livorno aderisce, e Firenze non sarebbe così docile. Vedete dunque che cosa è Livorno.»[350]

Il Rapporto del Marmocchi non poteva persuadermi: comunque vogliasi tenere in poco conto la vita, pure sentirti dire, che il disegno di ammazzarti è cosa da nulla, non garba ad un tratto; e il successo venne dimostrando, che Marmocchi per soverchio di dolcezza neanche nelle altre cose si era apposto al vero. Ad ogni modo risposi: non potere offerire altro ufficio, che di secondo segretario a Parigi; però poco dopo aggiungevo, _che se l'uomo meritava congedo, non capivo perchè si avesse a impiegare; ed avvertisse che la mansuetudine, quando è troppa, rovina_.[351] Marmocchi replica: La Cecilia accettare; egli essermi ancora molto amico, ma _disgraziato_; non potere dirmi tutto per telegrafo; venire La Cecilia a Firenze: pregarmi riceverlo, in considerazione della lunga amicizia; nessuno credere a tradimento; _quel di Lerici essere fatuo come lo scrittore della Frusta repubblicana_; la passata intrinsechezza con La Cecilia avrebbe fatto vedere con dolore la presente severità; esultare gli amici ch'egli partisse, ma non derelitto da me; bene altri nemici avere il Governo; _trovarsi chi traendo argomento dalla miseria corrompe la plebe; mi manderebbe nella notte uno di questi facinorosi incatenato a Firenze_.[352] Qualche ora più tardi nello stesso giorno, aggiungeva avere veduto il Gonfaloniere, il quale si rallegrava col Governo per la misura presa relativamente a La Cecilia, e la opinione pubblica commendarla.[353]

Nonostante scrissi per via telegrafica: «_desiderare non vederlo; fosse trattenuto, potendo, in Livorno_;»[354] pure egli venne, ed io lo accolsi con volto sereno e mente pacata; e dopo avergli posta davanti gli occhi la lettera del Frugoni, lo interrogai, che cosa avrebbe fatto nel caso mio. Rispose non essere in sua potestà impedire _allo stolto che favellasse secondo la sua stoltezza_; e siccome questa mi parve convenevole scusa, tacqui; non ugualmente bene poteva scolparsi intorno alla guerra mossa contro il Governo per istrascinarlo di viva forza alla Unione con Roma, e a proclamare la Repubblica, o rovesciarlo. «Orsù via, partiti di Toscana,» gli dissi. «e tutto è posto in oblio.» Partì per Livorno menando a lungo la partenza, finchè crescendo le manifestazioni di anarchia, aombrate dal pretesto della Repubblica nel 14 marzo, contemporaneamente al richiamo del Governatore a Firenze per via telegrafica, scrissi a Livorno: «S'inviti La Cecilia a partire _subito_, anche per terra, per Genova, _donde recarsi al suo destino_. Qualora non volesse appagare questi nostri desiderii, noi l'avremmo per tradita amicizia. Gli si partecipi il Dispaccio.»[355] Allora si condusse a Genova; e quivi si andò indugiando sotto vario colore, finchè i successi della guerra gli dettero campo di presentarsi come utile alla difesa del Paese.

Da Genova nel 27 marzo mi scrisse La Cecilia la lettera che leggiamo a pagine 222 dei Documenti dell'Accusa; in questa ei parla di errori commessi dai Comandanti piemontesi nella battaglia di Novara; poi propone due mezzi di difesa, di cui il primo sarebbe stato plausibile per quello che in tempi antichi e moderni ne hanno scritto peritissimi uomini di guerra; il secondo avventuroso e impossibile. Di questa lettera giova riportare la frase che accenna al pertinace proposito di fare sempre a suo modo: «Insomma se nulla si conclude qui tra oggi e domani, io torno; mi metterai in prigione, ma devo, ma voglio dividere le vostre sorti.»

_Non tali auxilio, nec defensoribus istis_ _Tempus eget! —_

La Cecilia non era uomo da dire le cose e non farle; piuttosto prima le compiva, poi le diceva. Di vero il giorno seguente eccolo a Massa, donde m'invia la lettera in data del 28 marzo 1849, nella quale si propongono tre progetti: il 1º contenuto in altra lettera, che io non ricordo, ove non fosse taluno degl'indicati nella lettera del 27; il 2º di seppellirci tutti sotto le rovine delle nostre città; il 3º di fare offrire la corona al figlio del Granduca; _questo ultimo mezzo repugna di molto_, egli scrive, _ma il Paese vorrà difendersi?_ E tanto basti per dimostrare come io provassi contrario La Cecilia nel periodo del Governo Provvisorio, da quando mi mostrai reluttante ad appagare i desiderii di parte repubblicana.

Ora continuo esponendo i fatti attinenti a Carlo Pigli Governatore di Livorno; diventato, più che capitano, mancipio della Fazione demagogica, ormai egli non ha più potenza di fare il bene e d'impedire il male. Cotesta egregia Patria di cima in fondo compariva guasta. Il Governo, assentendo ai consigli del signor Marmocchi, pensa scambiare la Guardia Municipale di Livorno con quella di Firenze; e chiamata qui la prima, purgarla e spartirla in altre compagnie. Inoltre, ai suggerimenti del Ministro della Guerra Tommi compiacendo, accorda che il primo Battaglione di Linea si spedisca a Livorno, e quivi si riordini mediante un campo da stabilirsi nelle campagne littorane.[356] Annunziando io queste provvidenze a Livorno, aggiungo: «Il Popolo attenda vigilante le disposizioni del Governo _ormai disposto a procedere con severa giustizia contro tutti i perturbatori, e nemici delle libertà, sia civili che militari_.»[357] Queste parole ai caporali della Fazione erano _savor di forte agrume_; nell'anarchia confidando, per soverchiare il Governo, ecco s'industriano a lavorarlo di straforo, mettendo male biette tra il Popolo. «Badate, dicevano, a non lasciare partire la Guardia Municipale Livornese, e sostituirla dalla Fiorentina, però che questa sia qua mandata per opprimere la libertà.»[358] In quanto al Battaglione di Linea avviato a Livorno, si guardassero dal Colonnello Reghini, a cui avevano commesso di trarre a palla sul Popolo, come già aveva fatto sul Popolo pistoiese.[359] Il Popolo si commuove, e circondato il Palazzo del Governatore in numero di 4,000 persone, domanda a morte il Colonnello; altri urlano che si cacci in carcere. «Il Governatore, narra il signor Reghini nel suo Rapporto, si addimostrò sgomento, varii dei suoi spaventati, perchè circuito il Palazzo, e l'anticamera invasa da turbe, che esaltate chiedevano la mia persona in loro possesso, e _i moderati gridavano venissi posto alle segrete_.[360] Ed io, ben contento di secondare la volontà del Popolo indignato (non so perchè), esortai ad essere dal Popolo stesso condotto in segrete, dove giunsi molto a stento: ma coadiuvato dai buoni che mi fecero corona, mi restò lontano lo stiletto, nè si ottenne di gettarmi a terra.» Io rimasi fieramente percosso per tanto vituperio, imperciocchè il Governatore dovesse nel suo Palazzo, come in asilo inviolabile, custodirlo, nè mai consentire, se non che calpestando il proprio petto, cotesti furibondi giungessero al petto del Colonnello. Avvertito per telegrafo, adoperando la destrezza persuasa dalla gravità dello accidente, senza intermissione rispondo: «Importa grandemente sia fatto il processo ai soldati di cotesto reggimento che si ribellarono. A ciò è necessario il Rapporto del Reghini. Bisogna mettere il Reghini in libertà onde faccia cotesto Rapporto. _Non accendasi il Popolo già acceso. Si lasci fare al Governo_; ha i suoi fini, e vuole essere libero per il bene della libertà. Dicasi al Reghini, che il Governo penserà a lui. Si risponda subito.»[361] Il giorno seguente, soccorrendo al mal capitato Colonnello, insisto: «Esatte informazioni ci persuadono a conservare Costa-Reghini; però non si vorrebbe urtare la Popolazione. Il Governo vorrebbe formare un campo in prossimità di Livorno, e quindi riordinare il reggimento. Reghini rimarrebbe a riorganizzarlo, e sembra essere adattatissimo per questo. _Procuri che la Popolazione applauda a questo progetto, e ci renda intesi dello effetto delle sue premure. Comprende la necessità della prestezza_.»[362]

Ancora nel medesimo giorno 10 marzo: «Intorno al Reghini, sarà collocato. Del reggimento sarà fatto un campo. Forza, tranquillità, coraggio e gravità; — e forse riusciremo.... forse, perchè i tempi ingrossano; e _disfacendo tutto, nulla si fabbrica_.»[363]

Il Generale D'Apice, giunto a Firenze, scriveva al Governo Provvisorio la seguente lettera, la quale non abbisogna di comento:

«Ieri al mio arrivo in questa città, seppi che il signor Costa-Reghini Colonnello del 1º Reggimento Infanteria di Linea, fu immeritamente insultato dal Popolo di Livorno, e poi vilmente abbandonato ai suoi persecutori, dalla prima Autorità costituita in quella città, dal Governatore, presso cui il detto signor Colonnello si era rifugiato. — Un tal fatto è talmente grave, che io lo considero come una vera offesa fatta allo esercito, che ho in questo momento l'onore di comandare. Come capo dunque di questo esercito, e nell'interesse del servizio, credo mio stretto dovere dirigermi alla giustizia del Governo, perchè un'ampia e pubblica soddisfazione sia data allo esercito, e al signor Colonnello Costa-Reghini, elevando questo al posto di Generale di Brigata, e dimettendo dal suo posto il signor Governatore di Livorno. Qualora il Governo non credesse a proposito di accedere alla mia richiesta, lo prego in risposta di volere degnarsi spedirmi la mia dimissione dal servizio.»[364]