Apologia della vita politica di F.-D. Guerrazzi

Part 31

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Comecchè dei fatti che seguono occorra traccia nei Giornali posteriori al 14 febbraio, io gli riporto perchè appartengono ad epoca anteriore. Il Circolo fiorentino, avvisando i modi di cacciare il Granduca da Porto Santo Stefano, delibera: «Quindi fu trattato dei mezzi di scacciare il Despota dall'ultimo suo nido di Santo Stefano, e di avviare spedizioni popolari da tutte le città del presente Stato provvisorio, a fare una crociata verso quel punto, e percorrere il Paese affine d'infiammarlo e muoverlo tutto per la santa causa; _e fu proposto che Firenze desse cominciamento a queste patrie spedizioni coll'inviare intanto 1000 uomini a Siena, italiani e repubblicani_.»[312]

I Lombardi, uomini intendenti assai delle faccende politiche, a quanto il Governo in quei giorni operava costretto, non si acquietavano punto; non pareva loro che ei desse sicurezza di compimento finale; nulla per essi era fatto, se con la decadenza del Principe e la proclamata Repubblica non si varcava il Rubicone; appunto come adesso per l'Accusa è nulla non averlo passato, ed avere impedito che altri lo passasse! Ma la Emigrazione Lombarda, è da credersi che dei suoi interessi intendesse meglio nel febbraio del 1849 che non l'Accusa nel gennaio del 1851; quindi, mentre questa reputa lo accaduto fra l'_8_ e il _14 febbraio_ completo elemento di colpa, quella rampogna non lo contare niente, e dai sei giorni, cioè dal _9 febbraio_ in poi, cercare invano negli atti del Governo eseguito quanto essa era venuta ordinando. Finora dunque stetti in mano a Faziosi? — E ardite giudicare voi? Guardi tutto il Paese, e consideri se sono io, o se sono i miei Giudici quelli che devono essere giudicati.

«Questa è la condotta, questa è la missione che vi è tracciata, o cittadini del Governo Provvisorio? Adempitela, adempitela, per Dio! prima che i giorni fuggano, e con essi l'occasione e l'entusiasmo e la forza. Non siam noi sorti nel nome della Italiana Costituente, nel nome del dogma della sovranità nazionale? L'agitazione lunga non fu desiderio di unità, sforzo a ravvicinarsi delle diverse membra della Italia divisa?

«Ebbene, che più tardare si doveva ad attuare questo principio di legalità incontestata, a convocare i Rappresentanti della Toscana alla nazionale Assemblea di Roma, e dichiararci solidarii e indivisibili della nuova vita proclamata dal Campidoglio? Perchè se tutte le fatiche della nostra Rivoluzione han per fine ultimo la compenetrazione ed unificazione assoluta di tutto il Paese che Appennin parte e l'Alpe e il mare circonda, perchè forti di questa missione salvatrice e italiana che vi fu confidata, non realizzare, non tradurre voi medesimi in fatto questo voto infallibile e universale? Ora che la legge d'oggi ha proclamato il principio della unità italiana, consacrandolo nella convocazione dei Deputati alla Costituente, perchè non lo iniziate e preparate nel fatto, proclamando l'_Unione con Roma_?

«La legittimità del mandato da accordarsi ai rappresentanti italiani non avea bisogno della giustificazione di nessun atto precedente di provinciale pretesa sovranità. I Governi delle diverse provincie non hanno altro incarico che, proclamato il principio, assicurarne l'esercizio nella libertà e verità più intera: i Governi non possono che pubblicare una legge elettorale, la quale emana dal potere esecutivo ad essi provvisoriamente delegato. Imperocchè non fa d'uopo di nessuna legge per decretare il diritto che ha l'Italia di essere sovrana di sè stessa.

«Voi dunque siete nella più stretta legalità, o cittadini del Governo Provvisorio, promulgando voi stessi la legge che chiami il Popolo a nominare i suoi mandatarii alla Costituente Italiana. E voi dovevate farlo, noi ne abbiamo ferma convinzione, voi lo dovevate sotto pena di apparire fiacchi e derisi in faccia a tutti coloro che vi hanno sfidato all'attuazione della vostra dottrina, in faccia a tutti quelli che, credenti in essa, vi hanno promesso il concorso della propria opera e delle proprie simpatie. Voi lo dovevate, perchè tra Leopoldo e l'Italia non è possibile l'alternativa, e la decisione s'impone invincibile da sè stessa.

«Il Popolo, nel suo desiderio, si spinge innanzi alle lente e tranquille deliberazioni; esso attesta altamente le sue simpatie, vuol rompere le barriere municipali che lo dividono, e domanda con grido irresistibile universale: _Unione con Roma_. L'entusiasmo cresce e si propaga come generosa manifestazione del nuovo spirito italiano; questo voto incarnato nella convinzione di tutti, diventa istintivo, urgente bisogno. L'_Unione con Roma_ è già in tutti i cuori, è già un fatto compiuto, una rivoluzione vittoriosa; al Governo Provvisorio di Toscana forse non resta che consacrare questo fatto, e, accettandolo, farsi interprete del pensiero comune. Ma al di sopra di questo movimento inconsapevole delle masse vi ha l'intelligente e sovrana Rappresentanza Nazionale. L'_Unione con Roma_, l'obbietto di questa commozione viva ed infiammata, non può essere che espressione temporanea del voto dei Popoli toscani, che essi sommettono docili e reverenti alla sentenza della Italiana Assemblea.

«Sei giorni sono trascorsi dacchè Leopoldo è fuggito, la Toscana libera, il Governo investito della suprema dittatura.... L'entusiasmo, cagion prima ed unica dei miracoli, si diffondeva, affratellando gli animi, preparando la forza.... _sei giorni sono trascorsi_, e noi cercavamo indarno negli atti del Governo quella coscienza delle grandi misure, quell'impeto d'azione che dalla prima ora della sua esistenza gli avevamo inculcato.»[313]

Le mura di Firenze, nei giorni _14 e 15 febbraio_, andavano coperte di questo avviso, che i Circoli bolognesi mandavano ai Toscani:

«Fratelli Toscani!

«Il senno, l'ordine e l'energia che nel momento il più difficile della vita de' popoli voi dimostraste, ci hanno compresi di tanta maraviglia ed in uno di tanto entusiasmo, che non potemmo frenare più a lungo l'impeto dei nostri affetti, e palesarvi quanta sia la stima e quanto l'amore che a voi possentemente ci legano.

«Fratelli! Se Leopoldo di Lorena vi abbandonava vilmente, il Dio, proteggitore de' Popoli, vi rimaneva e rimane a tutela; e, senza dubbio, un Nume misericordioso è coll'Italia nostra, perocchè è piuttosto unico che singolare l'esempio di genti, a cui tolto ogni freno di governo, siensi nullameno comportate con così alta sapienza da esterrefare perfino i più avversi e increduli al loro valore, al loro progresso.

«Roma e Firenze subirono le medesime crisi; Roma e Firenze le attraversarono del pari impavide; Roma e Firenze si stringono fraternamente la mano associandosi ad un medesimo destino: adunque onore a Roma, onore a Firenze!

«Fratelli! concordia e perseveranza, speme nel futuro, attività e non avventatezza, e trionferemo de' nostri nemici.

«Prepariamoci alla pugna; e il primo nostro pensiero sia il riscatto delle misere terre lombardo-venete che piovono sangue, e della infelice Napoli che risuona lugubre di gemiti e di catene.

«Già le Aquile latine dispiegano i loro vanni sul Campidoglio; già la spada di Ferruccio ruota sul capo dei tiranni: il Dio delle vendette sarà colla Italia nel giorno della lotta finale, ed Italia si erigerà alla perfine in Nazione.

«La Costituente Italiana giudichi del nostro futuro. Viva la Costituente Italiana!»[314]

Eccitamento a muovere contro il Granduca: «Guardatevi un po' in seno. Il male più grave, quello che per ora fa d'uopo estirpare, per ora sta lì, e non altrove. Lì sta Leopoldo d'Austria, e finchè esso sta in Toscana non vi può stare ordine, nè regime, nè libertà stabile e vera.

«Che mi parlate voi d'austriaco intervento ai confini, quando l'intervento austriaco è sempre in casa?...»[315]

Nella citazione che segue leggiamo cose che male ci basterebbe l'animo compendiare; solo io prego chi legge ad avvertire la favella ebbra di superbia e di minaccia, foriera della rivoluzione, che già si spera trionfante, e la urgenza dei provvedimenti proposti da mandarsi ad esecuzione. Il Popolo in armi aveva ad ordinare, il Governo ad obbedire. Ecco, il dado è tratto; adesso staremo a vedere se meco si salva la civiltà, o se, me sopraffatto, la Rivoluzione allaga con la sua barbarie. — O voi, uomini di ordine, nudriti sempre dallo Stato, promossi alle cariche, insigniti di onori, voi osate domandarmi perchè io non fuggiva? Rispondete piuttosto a vostra posta voi: Perchè non vi stringevate animosi intorno a me per salvare la Patria e per impedire la decadenza del Principe? Perchè, dite, me lasciaste solo a lottare contro tanto sforzo rivoluzionario? Amici del Principe voi? Ah! voi lo abbandonaste allora; e voi adesso, con persecuzione che egli non vi comanda, che invano sperate gli possa essere accetta, senza verità, senza convinzione, senza coscienza, non dettando carte, ma tendendo agguati, con gelato furore, con l'astio della ingratitudine, con passioni malnate, che enumerare è ribrezzo, avventandovi contro cui dovreste rispettare, voi, — se dipendesse da voi, — lo rendereste odioso e crudele.... Ah! la pazienza ha un confine, e perdonate, o miei compatriotti, questo sfogo a chi si sente da ventotto mesi avvelenare il sangue più puro del suo cuore dai morsi di schifosi scorpioni.

«Salviamo la Patria, cittadini del Governo Provvisorio!... E per salvarla incominciamo dal proclamare in diritto, dal consumare in fatto la decadenza della Famiglia di Lorena dal trono di Toscana. Questa decadenza, _questo diritto, questo fatto, se ne persuadano i Toscani, non è ancora consumato_.

«Cittadini del Governo Provvisorio, grande errore voi commetteste nel trascurare di proclamare il regime repubblicano e la Unione immediata con Roma _il giorno stesso_ in che saliste al Potere. Cotesta vostra diffidenza nel senno e nella virtù del Popolo vi ha _ora reso impotenti_ a salvarlo, giacchè ora a lui fa d'uopo _salvarsi da sè stesso_, proclamando ciò che voi, _per ritegno o per paura_, trascuraste di proclamare.

«_E il Popolo si salverà, il Popolo salverà la Patria_!

«Senza attendere la convocazione di troppo remota e lontana della toscana Assemblea Costituente, i rappresentanti di tutti i Circoli toscani, quelli dei principali Municipii, quelli della Guardia Cittadina e di qualunque altro corpo morale e politico toscano, accorreranno solleciti in Firenze allo invito che loro sarà mosso dal Circolo del Popolo. Quivi _essi faranno di gran cuore_ ciò che voi non faceste, e _il Circolo del Popolo_ avrà la gloria di avere, _per la seconda volta_, salvato la Patria pericolante....

«Il Popolo provveda alla salute della Patria, _scacciando il tiranno_.

«Il Governo provveda per parte sua, _a riparare in parte al grave fallo_ commesso, richiamando nella Capitale sotto severe comminatorie tutti li aristocratici che se ne allontanarono allo allontanarsene di Leopoldo: — e ove essi ricusino, _a gravi imposte sieno condannati, le quali, sparse nel Popolo bisognoso, lo riconfortino e lo aiutino a durare nella quiete e nell'ordine necessario in sì gravi momenti_. Sia _dal Popolo_ cacciata dall'ultimo suo nido _la belva boema_, e così appaia manifesta la volontà popolare anche in questo: e tutti i pretesti vengano rimossi ad una restaurazione principesca, che sarebbe distruzione di ogni conquista della democrazia.

«_Cacciata di Leopoldo d'Austria, per opera del Popolo_.

«Unione immediata con Roma, e promulgazione della Repubblica per opera dei suoi rappresentanti.

«Questi sono i provvedimenti, cui è indispensabile il compiere _entro il giro di poche ore_.

«Governo, all'opera! Popolo, alle armi!»[316]

Io ripeto, e lo ripeterò dieci volte e cento, che sono privo di Documenti officiali: pare a me, e parrà a tutti coloro che hanno senso di giustizia, atrocissima cosa essere, che mi si domandi conto dell'operato e mi si neghi la via di mostrare le ragioni dell'operato; e tanto più empirà il rifiuto di ribrezzo, quante volte si pensi che l'Accusa con mille occhi e con mille mani ha svolto, letto e riletto negli Archivii del Governo, per ricavarne argomento al suo assunto; e a me, ridotto ai miei soli occhi infermi, si ricusi desumerne quel tanto che valga a giustificarmi: e poi con serena fronte ardiscono dirmi: — difenditi! — E confidano, che altri creda la difesa concessa liberissima!

Non pertanto ridotto in tali angustie, ecco io ho spigolato, in campo che non è mio, prove che bastano per ismentire l'Accusa. Signore! ma perchè muovermi addosso con tante arti per farmi comparire colpevole? O come potè affermare l'Accusa, che non occorrono prove di coartazione nei primi giorni successivi all'infausto otto febbraio? Come sostenere, che all'opposto si trovano prove che ogni violenza escludono? Come la mano le resse scrivere, che alla decadenza del Principe, e alla proclamazione della Repubblica io non mi opposi, tranne che dopo la notizia della disfatta di Novara? Perchè l'Accusa dei testimoni cita quelli, che reputa dannosi, e scarta i favorevoli ricercati dalla Procedura? O a che mira l'Accusa? A qual mai fine tende? Per conto di cui ella lavora? Pel Principe no... dunque per cui? — Io tremo investigare... io raccapriccio indovinare per conto di chi lavora l'Accusa. — Certo questo pervertimento nello ufficio del Custode della Legge svela una infermità profonda nel corpo sociale, conciossiachè i Magistrati oggimai nulla più abbiano ad invidiare ai Sacerdoti di Teute.

Importa poi intorno alle allegazioni di questa parte dell'Apologia avvertire, che alcune narrano fatti i quali non si possono revocare in dubbio, corrette in qua e in là di qualche inesattezza; altre parlano di dottrine, d'impulsi, e di provvidenze da prendersi. In quanto esse emanano dalla _Costituente_ o dai _Circoli_, facilmente s'intende che equivalevano ad ordini da eseguirsi senza fiatare, però che venissero appoggiate con le armi da gente accesissima e disposta al mettere a sbaraglio la vita, pure di riconquistare la patria, e le paterne case, e tutto quanto all'uomo è più dolce quaggiù: in quanto si partono poi da altri Giornali, si consideri che se non coartavano direttamente, tanto più comparivano terribili suscitando sospetti, infiammando ire, e spingendo la plebe cieca a disfarsi con qualunque mezzi, e i violenti accettatissimi, del Governo costituito. Un po' più tardi mostrerò a prova come io fossi in grido di traditore, posto segno alla rabbia del Popolo.

§ 3. _Spedizione al Porto Santo Stefano._

Delle cose fin qui discorse sommerò unicamente quelle che allo scopo di questo paragrafo si riferiscono. Nei giorni antecedenti al quattordici febbraio fu chiarito come due cose si facessero: 1a _eccitamenti_ urgentissimi al Popolo e al Governo; 2a _coazione_ a quest'ultimo, affinchè intorno al dimorare del Principe nel Porto Santo Stefano senza indugio alcuno provvedesse. Accusavasi il Governo ora di non avere seguíto il Granduca a Siena; ora di esserselo lasciato fuggire dalle mani; per ultimo, il Governo _nemico espresso_ del Popolo predicavano, e fu qualificato perfino uguale a quelli con cui allora tenevamo guerra: nemici in Toscana, non fuori, dicevano, dovevansi cercare, finchè ci fermava stanza il Principe. Ma quello che mi pareva troppo più grave era lo eccitamento quotidiano, o piuttosto continuo, impresso al Popolo per ispingersi in massa contro Porto Santo Stefano; erano gli apparecchi dei Circoli a chiara prova raccolti non pure _fuori_ del Governo, ma _contro_ il Governo. Ben poco intendimento ci vuole a conoscere la opera indefessa dei Circoli per usurpare l'autorità e adoperarla in concetti diversi ai governativi, anzi in danno manifesto di quelli.

Proseguendo a trattare il doloroso tema, esporrò altre prove speciali in proposito, che sono venuto estraendo dai Documenti stessi dell'Accusa.... prugnole acerbe e scarse date dalle spine della siepe! — E qui si consideri la mia miseria, e si giudichi se è cosa non dico consentanea a giustizia, ma ai sentimenti primi di umanità, che dalla officina del nemico io abbia a prendere quelle sole armi ch'ella crede potermi concedere della difesa. — Le difese si compongono di fatti; ma se mi togliete il mezzo di poterli rintracciare, ordinare e accompagnare dei necessarii commenti, si rende manifesto che la difesa è negata. Le cose sono come elle sono, non quali si vorrebbero fare apparire, quantunque verso me neanche le apparenze si abbia voluto adoperare: avvilire e opprimere fu il truce programma di chi mi perseguita; miserabili furono i conati nell'uno intento e nell'altro; ma il secondo sta in loro potere, il primo no. Intanto rimarrà, e me ne dolgo, come uno sfregio in faccia alla civiltà toscana la memoria dello avermi posto senza pudore a canto di assassini e di ladri.... Ma io ho bisogno di mantenermi pacato; quindi, tronca a mezzo ogni amara considerazione, riprendo lo interrotto lavoro.

Nel _Corriere Livornese_ del 12 febbraio trovo un documento in data dell'8-9-10 febbraio, dal quale si ricava che il Circolo Grossetano «adunatosi per urgenza, inviò una Commissione all'Alberese per invitare il Granduca a ridursi in Grosseto, nel caso si fosse allontanato da Siena per timore di Partiti, dove avrebbe goduto perfetta tranquillità, e consigliarlo al tempo stesso a tornare alla Capitale. La Commissione giunse all'Alberese dopo la partenza di S. A. per Santo Stefano, e allora colà si diresse. La Commissione di ritorno a Grosseto dichiara non avere potuto rilevare la intenzione del Principe di restare o di partire, e non sapere se a quella ora si fosse o no imbarcato. Il Circolo avvertito _che si trattava di fuga, manda sollecitamente al Comitato di pubblica sicurezza di Grosseto due petizioni, richiedendo con la prima una continua vigilanza della persona del Principe, onde sapere se partiva, per dove, e con quali intenzioni; — con la seconda venisse stabilita una continua corrispondenza col Governo centrale di Firenze_. — Il Circolo popolare avendo fondati sospetti che nei reali Presidii si tenti uno sbarco per una reazione, e verificato che tutto il littorale, non che i Forti di Porto Ercole, Santo Stefano e Palmanuova, sieno sprovvisti della guarnigione necessaria, — fu stabilito dirigersi al Comitato di pubblica sicurezza, affinchè di concerto con le Autorità governative _stabilisca il pronto armamento del littorale, e dei Forti dei reali Presidii_.»

Nel giorno _dieci febbraio_ troppo più fiera notizia mi perviene da Livorno: i Deputati Grossetani essersi collegati con quei di Orbetello, Porto Ercole, Magliano, Talamone, e di altri luoghi, e tutti insieme avere deliberato, il Principe non _potesse_ nè _dovesse partire, al Vapore di prendere il largo s'intimasse, la reale famiglia a Monte Filippo si sostenesse_.[317]

Alle ore 3 del giorno 11 febbraio, da Grosseto scrivono a Livorno: «L'attitudine di Grosseto è imponente per reprimere qualunque reazione da chiunque e da qualunque parte si manifestasse. Il voto dei patriotti, che tanti ne albergano qui, quanti in una grande città, è la indipendenza d'Italia. Il già Principe trovasi a Santo Stefano; tenta il vile di fare suscitare la guerra civile: è impossibile. La Maremma non sarà la _Vandea_, nè l'antica _Valdichiana. La Maremma, e specialmente Grosseto, darà esempio luminosissimo di amore per la Italia_: lo vedrete. Si _attendono_ truppe per terra e per mare all'oggetto di snidare quel covo di uccelli rapaci dal Porto Santo Stefano.»[318]

E quattro ore prima, dallo stesso Porto Santo Stefano, mandavano: «Questo codardo Principe ex-Granduca di Toscana ha impedito al Pretore di pubblicare i Proclami del Governo Provvisorio, ed ha minacciato il paese con dire, che ha a sua disposizione cento pezzi di cannone. Egli tenta di far nascere la reazione, ma non ci riuscirà, per Dio! Questo è il tempo di fargli conoscere qual destino serbi la Italia ai Principi traditori come lui.... _Noi confidiamo nel soccorso dei nostri fratelli di Grosseto, e nel Governo Provvisorio_.»[319]

Intorno alle disposizioni delle genti maremmane, possiamo ricavarne conoscenza dalla lettera pubblicata dall'Accusa a pagine 833: «_Gli animi sono ardenti, e vogliono finirla una volta per sempre con un ex-Principe traditore_;»[320] e dall'altra pubblicata a cura dell'Accusa medesima a pagine 835 del volume citato: «_Presto presto la Maremma si leverà come un solo uomo contro chi ha vilmente tradito la Italia_.»

I Giornali andavano propagando: «Leopoldo d'Austria non ebbe vergogna di dire alla Deputazione del Circolo popolare di Grosseto — che _Egli in questi ultimi tempi aveva ricevuto molti dispiaceri dai Grossetani_. Quando la Commissione in adunanza solenne riferiva tali parole, il Popolo fremeva d'indignazione, e decretava fino d'allora che lo ex-Granduca era uno dei membri della Camarilla di Gaeta.»[321]

Dal Porto Santo Stefano, asilo periglioso del Granduca, ai Circoli corrispondenti scrivevano: «Sarebbe necessario, che il Governo adottasse pronta ed energica risoluzione, tentando un colpo ardito in quel nido di reali vipere, onde cacciarle lungi dalle nostre terre.»[322]

E perchè alla richiesta tenesse dietro lo effetto, muovevansi da Grosseto Deputazioni a Firenze, le quali ingrossate da quanti Faziosi stanziavano qui, armate di prepotenza e di audacia in virtù degli erudimenti del Circolo fiorentino, venivano a costringermi con ineluttabile pressura. Chi sia, che revochi al pensiero quale e quanta fosse la veemenza dei partigiani a cotesti giorni, e la Toscana fin dentro le viscere commossa da speranza, da terrore, e da furore di mettere le mani nel sangue, non reputerà esagerate le tinte colle quali ce li dipinge il Decreto del 10 giugno 1850.

Narrava taluno di Grosseto, il _16 febbraio_, come: «La deputazione inviata al Governo Provvisorio...... fosse tornata con le più liete assicurazioni per parte del Governo, che la Maremma _sarebbe coadiuvata nei suoi generosi sforzi di patriottismo con tutti i mezzi_. — Molti egregi Maremmani si uniranno al D'Apice, e lo seguiranno nella sua importante missione.»[323] Ed altra testimonianza di queste Deputazioni ce la porge il _Corriere Livornese_ del _23 febbraio_: «Il Circolo popolare (di Grosseto) ha tenuto la sua seduta straordinaria per udire la relazione dei Deputati cittadini.... di ritorno dall'Assemblea tenuta dal Circolo Popolare di Firenze il 18!....»

Già fu chiarito a prova, i Circoli fatti omai governo distinto, e aspirando a diventare il solo, corrispondere inquieti e sospettosi fra loro; non pertanto occorre traccia nei Giornali del tempo come in questa occasione più operosi che mai si restringessero a operare.

Il Circolo di Orbetello, l'altro di Grosseto, corrispondono non pure col Circolo centrale di Firenze, ma con quello ancora di Livorno.

A comprendere la tremenda attività del Partito, che urgeva stringentissimo a prendere immediati provvedimenti, importa riferire parte della corrispondenza dei Circoli. Nessun Governo mai si auguri trovarsi tanto bene servito come i Circoli erano: io poi sovente all'oscuro di tutto; sicchè venendo a me i più impronti faccendieri di quello, smaniosi per notizie più fresche, e trovatomi ignaro perfino di quelle ch'essi sapevano, trascorrevano in rampogne acerbe di colpevole negligenza, e di peggio.

Da Santo Stefano, nel giorno _8 febbraio_, all'_Alba_ e agli altri Giornali mandano: _a ore 2 p. m._, l'arrivo del Granduca con parte della sua famiglia, e dei signori Sproni e Conticelli, su di una barca peschereccia partita da Talamone a mezzogiorno.

_A ore 4 e ½_, arrivo della Granduchessa col resto della famiglia. Albergo in casa _Sordini_, magazziniere del sale e tabacco. Sospetti di fuga.

_Ore 8 e 9 p. m._, arrivo di due _staffette con dispacci_.

_9 febbraio, 9 ore p. m._, arrivo della fregata inglese.

Da altra corrispondenza pervennero ai Circoli i minimi particolari, come: L'aspirante inglese posto a guardia del Granduca; la tristezza dei membri componenti la R. Famiglia; il cibarsi di S. A. di alcune gallette navigando da Talamone; l'arrivo di carrozze, equipaggi, segretarii e servi.