Apologia della vita politica di F.-D. Guerrazzi
Part 3
La Storia male si accomoda sempre con le Accuse; e forse, anche ad uomini che accusatori per indole e per instituto non sieno, riesce, per non dire impossibile, male agevole assai dettare storie contemporanee, chè la passione guida la mano a chi tiene la penna, e versa nel calamaio i suoi colori, e troppo spesso la rabbia: — comunque sia favellerò, per quanto possa, imparziale. — Varii sono i sistemi immaginati intorno alle origini della Società; ma o tu vogli credere (ed è questa la più dannata ipotesi) che un violento avendo legato per forza o per inganno i suoi simili abbia detto loro: io non vi sciorrò se prima non promettete servirmi; o si reputi più dirittamente, che gli uomini convenendo in sociale consorzio abbiano pattuito cedere tanta parte di naturale libertà quanta era necessaria al vivere civile: fatto sta, che torna nell'uomo irrevocabile il desiderio di rivendicare la sua alienata libertà, o perchè la Società gliel'abbia sottratta tutta, o perchè, come sembra più consentaneo al vero, gliene abbia tolta troppa. Carissima è poi la libertà nella estimazione di coloro che la dispensano, e di quelli che la ricevono, conciossiachè i primi sogliono concederla o per cuore magnanimo, o per molta paura, e i secondi l'accolgono con allegrezza, che talora è delirio. Invano la libertà viene duramente respinta, perseguitata, e sepolta; essa vive anche nei sepolcri, e, quando vengono i tempi, rompe la lapide, e torna a chiedere la sua giustizia. Lord Brougham l'ha paragonata alla Sibilla di Tarquinio, la quale quante volte era ributtata, altrettante tornava offrendo numero di libri più scarso, prezzo maggiore. La libertà gira perpetuamente pel mondo: poserà ella mai? Questo non so: solo io conosco, che dove ella non trovi la compagnia della religione, dei costumi onesti, del temperato vivere, e della concordia fraterna, passa senza fermarsi, o breve soggiorna. La libertà poi non arriva come ladro notturno, ma invia davanti a sè nunzii precursori a prepararle la stanza per potersi presentare pacata col saluto su i labbri: _la pace sia con voi_; ma la gente che l'odia, invece di accogliere i nunzii festosamente, mostra loro il viso dell'arme, li perseguita come _liberali_, — più tardi come _demagoghi_, — più tardi ancora come _rossi_, e gli uccide, o gl'imprigiona. Intanto la libertà sopraggiunge, e non trovando albergo apparecchiato ad ospitarla, si ferma dove si trova, e prende più che non bisogna, donde poi nascono disordini, e perturbamenti grandissimi attribuiti alla sua presenza, mentre da un lato hassene ad incolpare la incauta trascuraggine dei suoi avversarii, e dall'altro le giunterie dei _trecconi_ e degli _zingani_, che in difetto dei veri e buoni rappresentanti della libertà, cacciati in prigione, ne usurpano il titolo di gestori di negozii. Giuseppe II e Leopoldo I, imperatori (ai tempi che corrono lasciati mordere poco meno che per eretici), furono prudenti reggitori dei popoli, e gli avrebbero condotti, a prova di arte, a lido amico di libertà duratura, se la Francia non era. Sia detto senza ira come senza disprezzo, la Libertà di questa nobilissima nazione, che si vanta _battistrada_ dei Popoli, troppo spesso porta in mano una torcia che incendia, invece di fiaccola che illumini il cammino; precipitando negli orrori del 93, spaventò Principi, sbigottì Popoli; sè stessa spossò nei delirii di sangue, e rifinita cadde fra le braccia di Napoleone che la uccise con uno amplesso da soldato. Napoleone barattò alla Francia la sua libertà in tanta moneta falsa di gloria bugiarda; però, che egli imprendesse la perpetua guerra in benefizio della umanità, poco è da credersi; la monarchia universale di Carlo Magno, di Carlo V, e di Filippo II, nella vasta mente mulinava, o piuttosto il sospetto che i Francesi quietando, la libertà smarrita cominciassero a desiderare. Intanto i Popoli, distinguendo a prova i vizii degli uomini dalla bontà della dottrina, tornarono ad amare i benefizii della onesta libertà, e ad infastidire il superbo giogo del soldato imperiale. I Principi vennero fomentando con sommo studio siffatti umori dei Popoli, e gli adoperarono come leva potentissima a sovvertire la buonapartiana onnipotenza; nè la tirannide di Napoleone, nè la libertà dei Popoli essi amavano; però la prima allora maggiormente temevano. Sortito il fine desiderato, le promesse fatte ricusarono mantenere. Di qui, e unicamente di qui, la lotta talora violenta, più spesso di parola, eterna di desiderio, fra governanti e governati. I Governi si logorarono nella contesa, e l'aborrita pianta stancava le braccia a tagliare piuttosto che ella si stancasse a mettere fronde; e sradicarsi non si poteva, nè si può. La passione, compagna infallibile di principii perseguitati, sorgeva a fare più veemente il cordoglio. Da per tutto alla fine straripò torrente, che mena in volta sassi e fango; rovina dei luoghi coltivali.
Nè il ciclo infelice di questo avvicendarsi di successi sembra completo fin qui, mercè i consigli di una gente improvvida, che non comprende, come la fede mancata assai più nuoccia alla causa delle Monarchie, che le grida insensate pel socialismo. «Quando la buona fede fosse bandita da tutta la terra, dovrebbe ricoverarsi nel cuore dei Re,» il senno antico ammaestrò; la quale sentenza io non so bene se più corrisponda co' precetti della morale, o con quelli della politica (seppure questa distinzione può farsi), comecchè sappia, che con entrambi necessariamente la lealtà si mantenga.
VI.
Agitazione in Toscana.
Ma inopportuno ragionamento sarebbe qui discorrere le vicende di Europa; mi ristringo in più modesto confine; parlo di Toscana.
La lunga amministrazione precedente al Ministero Ridolfi aveva, da una parte, aumentato fra noi universale disgusto: delle cause non tratto, nè mi gioverebbe trattarle: accenno un fatto, che male può revocarsi in dubbio: dall'altra, si disfacevano nel disprezzo e nell'odio gli agenti dell'autorità, utili in Istato che goda la pubblica opinione, necessarii negli Stati che dalla pubblica opinione si scompagnano, perchè, se essi difettano di credito e di forza, chi gli sosterrà? Certo la forza poco dura; ma finchè dura, costringe. Così il Popolo, un giorno commosso dal medesimo impulso (e a torto si affaticano qui a rintracciare instigazioni di sètte), prese a imprigionare e a manomettere tutti gli ufficiali superiori e subalterni della Polizia. Io non assumo di certo la difesa della vecchia Polizia: troppo bene conosco che i Governi la nutrivano e l'accarezzavano allora, come si sopportano i gatti in casa, per prendere i topi: oggi poi, mi dicono, che non è più così; _amen_! — ma nel giorno che il Popolo incomincia a fare da sè, mi sembra che pel Governo sia finita, là dove egli non sappia adoperare i mezzi acconci pel restauro della smarrita autorità. Nè si obietti, che in Inghilterra costrinsero Giovanni Senza-terra a segnare la magna carta, e nonostante la Monarchia si resse; conciossiachè non il Popolo, ma i baroni gli usarono violenza, pei quali, quanto importava circoscrivere l'autorità regia per estendere il proprio dominio, altrettanto poi premeva conservarla in piede, come quella che era fondamento dell'ordine feudale. E di vero, indi a poco, qui fra noi, ebbero a cansarsi tutte o la massima parte delle Autorità governative partecipi della medesima animavversione. Allora corse un plauso generale, ed io udii battere le palme con gli altri a Magistrati gravissimi, che mi avevano garbo del folle che menava trionfo nel contemplare lo incendio di casa sua. Il Governo non osò difendere (e nemmeno lo avrebbe potuto) la Polizia, e la lasciò, come la mignatta, morire dentro al sangue ch'ella aveva succhiato. Così rimase in un subito disarmato di forza per farsi rispettare, e soli avanzarono i partiti di sapienza e di conciliante composizione, i quali si reputarono allora, e tuttavia dovrebbero reputarsi, meglio alla toscana civiltà convenevoli. Però che la mente che considera quanto sia arduo revocare gli uomini dalla naturale ferocia alla mansuetudine, e quanto, per lo contrario, facile farli trascorrere ai bestiali istinti, trema ogni volta che vede gittare a piene mani la semenza dell'odio nei cuori che Cristo destinava ad amarsi.
Dalla parte del Vaticano soffiava un vento, che non pure in Toscana, ma in Italia, in Europa, anzi, per tutto il mondo, alzava le menti a incredibile aspettativa. Allora _uomini_, che io voglio credere inspirati da puro amore di patria, allo scopo di condurre Toscana a migliore governo, e alle riforme troppo ritardate, _impresero a far circolare_ per le vene del Popolo stampe clandestine eccitatrici a desiderarle, ed a chiederle.
La Legge sopra la stampa si promulgava: egli è evidente, che il Popolo minuto, il quale poco legge o punto, non poteva poi fare le stimate per cosiffatta Legge: nonostante _invitato_ ad applaudire, si rese _allo invito_, ed applause. Coloro, che primi lo invitarono, per certo a fine di bene, non avvertirono come sia più agevole sprigionare i venti dall'otre di Ulisse, che ricacciarveli dentro, e come, _appellato_ il Popolo una volta in piazza ad _approvare_, bisognava sopportarlo quando _spontaneo avrebbe disapprovato più tardi_. Fu in quel tempo, che considerando io come il Popolo ricevuto cotesto impulso non si sarebbe rimasto soddisfatto alla Legge della stampa, ma avrebbe richiesto cose maggiori mano a mano che gliene fosse venuto il desiderio; nè essere senza grandissimo pericolo per l'Autorità esporsi a lasciarsi svellere ora questa concessione, ora quell'altra, imperciocchè, così operando, il potere non acquista il merito del pronto concedere, e il Popolo si educa a crescere più intemperante nelle domande; fu, dico, in quel tempo ed in questo concetto, che dettai il libro _Del Principe e del Popolo_, il quale prima di stampare sottoposi allo esame di Magistrato per altezza di mente distinto, e fu tenuto allora non indegno dei casi consigliere discreto di quelli ai quali m'indirizzavo, presago poi delle sopravvenute vicende. Era mio conforto al Governo ritirarsi indietro dallo immediato contatto del Popolo minuto, concedendo subito quanto reputava prudente, riacquistare credito, e temprato per nuova opinione, prendere tempo a ricostruire gli arnesi necessarii di Governo. Questo non volle fare il Ministero; lasciò che gli eventi lo strascinassero legato dietro il carro. Di qui gratitudine poca, esitanza a concedere crescente, su le labbra concordia, in cuore sospetto.
Gli _agitatori_, i quali dapprima non furono i _demagoghi_, chè questi vennero in fondo, ma sì uomini chiari per fama, e per condizione cospicui, ottennero le riforme da loro reputate sufficienti. Giusta il costume antico di quelli che commuovono le moltitudini, pretesero allora, ch'esse posassero; contenti loro, contenti tutti. Il Popolo minuto, poco soddisfatto della Legge sopra la stampa perchè non legge, nè della Guardia Civica perchè n'era escluso, _continuò ad agitarsi per conto proprio_.
Giuseppe Mazzoni deputato, con molta verità accennava a questo con le parole profferite nella Seduta del Consiglio Generale toscano del 16 ottobre 1848: «Però le agitazioni anteriori al settembre dell'anno passato, le quali non _si disapprovavano nemmeno da certi alti personaggi_, furono generalmente riguardate come politiche necessità; e s'esse non erano, l'antica Babele della Polizia non sarebbe espugnata, e le libertà dello Statuto, che tutti stimiamo carissime, sarebbero tuttora un sogno.»[6]
Io però non dubito punto affermare, che i Toscani di natura contentabile, acquistate le libertà costituzionali, sarebbonsi tenuti soddisfatti, se anche sopra di loro non fosse passato il vento che sconvolse l'Europa intera dal Mediterraneo al Baltico, dall'Atlantico al Mar Nero, e minacciò portar via, come la polvere di una strada maestra, i troni di Vienna, di Berlino, di Roma, di gran parte della Germania, e d'Italia, nella guisa stessa che disperse quello di Francia; ed in ispecie poi il prossimo incendio di Sicilia, di Milano, e di Venezia, la guerra della Indipendenza prima, poi i disastri della guerra.
Per la rivoluzione di Francia si diffuse la idea della Repubblica, e parecchi fra noi presero a coltivarla, non perchè ve ne fosse bisogno, ma per fare qualche cosa; e poi corre sciaguratamente nelle contrade nostre antico il vezzo di ricavare dalla Francia pensieri e voglie, e begli e fatti i vestiti. Le moltitudini rimasero un cotal poco spruzzate di _comunismo_ e di _socialismo_, di cui però non conobbero le dottrine, e giova che le ignorino. Imprudenti, a mio parere, suonarono le parole del Lamartine nel suo Manifesto alla Europa, affermando essere la Repubblica il punto estremo dove giunge la civiltà di un Popolo per mezzo di reggimenti costituzionali, imperciocchè somministrassero a molti motivo di non posare, finchè non avessero toccato il vertice, e nei Principi mettessero sospetto di confidarsi intieri sopra una via sdrucciolevole; nè lo avere raccomandato, com'egli fece, ai Popoli i quali non fossero peranche giunti alla maturità dei Francesi, rimanessero indietro ad ammaestrarsi, assicurava punto, avvegnadio facesse comprendere ai Principi, che potevano sperare tregua, pace non mai. E come imprudenti, se male non mi appongo, furono coteste parole non vere, però che nella Inghilterra le libertà costituzionali durino dal 19 giugno 1214 in poi, nè mostrino per ora di volere cessare, e la Repubblica v'ebbe vita brevissima dal 1649 al 1660; per la quale cosa evidentemente apparisce, come nella formula costituzionale i destini dei popoli possano quietarsi, almeno per tempo lunghissimo.[7] Nè danno minore, io penso, ci ridondò dal proclamare che fece il Lamartine, non avrebbe sofferto in pace la Francia, che alcuna Potenza si fosse mossa contro i Popoli rivendicantisi in libertà; imperciocchè questa sicurezza rese baldanzose a insorgere nazioni, le quali forse diversamente ci avrebbero pensato due volte. So bene, che non si ha sperare che un Popolo metta in avventura la propria libertà per sovvenire all'altrui; ma mi sembra, ed è disonesto, spingere i creduli nel pericolo con promesse, che non si vogliono mantenere. Quante volte accadde rivoluzione in Francia, tante i Francesi eccitarono a sollevarsi Popoli confinanti per metterli come sentinelle perdute fra loro e le Potenze settentrionali di Europa; passata poi la burrasca, con ingenerosa politica dichiararono non potere sopportare, che i Popoli insorti si facciano gagliardi, onde i negozii politici non si complichino, i commerci loro non iscemino, l'autorità non diminuisca, ed abbiano a dividere con molti quella potenza, che gli Stati, quantunque liberissimi, attendono possedere in pochi. Questo vedemmo praticare dalla Monarchia Costituzionale di Francia del 1830, questo aspettavamo vedere dalla Repubblica, e lo vedemmo. Lamartine stesso, autore del Manifesto alla Europa, nella sua Storia della Rivoluzione del 1848 ci ammonisce essere cosa contraria agl'interessi di Francia acconsentire che qui in Italia si componga uno Stato potente. Politica di Enrico IV e del successore Richelieu, fu mantenere Italia e Germania deboli, epperò divise. Da Richelieu in poi, sembra agli uomini di Stato francesi, che nè sia mutato nulla, nè nulla sia da mutarsi, e poi si vantano non pure amanti, ma promotori del progresso. Da questo tengansi avvertiti i corrivi ad abbandonarsi alle lusinghe francesi. Di Lamartine ho parlato; mi sono taciuto degli altri, perchè temeva che lo inchiostro nero mi diventasse sopra la carta rosso per la vergogna. Intanto in Germania di Francia non curano, e in Italia così bene si adopera, che essa vi perde ogni giorno autorità, vi acquista odio. Molti mali ci vennero dalla Monarchia francese, ma spettava alla Repubblica, dopo avere sospinte le voglie dei Popoli oltre ai confini del giusto, affaticarsi ardentemente a spengere anche i sospiri della libertà. Qui vi è progresso d'iniquità, e nessuno può impugnarlo. Ma questo non è tema da svolgersi qui; a me basti avere indicato, che la rivoluzione francese fu causa di commovimento in Toscana.
Le rivoluzioni lombarda e veneta nei petti già infiammati raddoppiarono l'ardore della guerra. Fra tutte le nobili imprese nobilissima, fra le sante santissima, la guerra della Indipendenza. I Germani, discendenti generosi dello antico Ermano, certo non condannano in altrui i sensi che gli han resi nelle pagine della storia immortali. Seme di guerra perpetua è dominio di Popolo sopra un altro Popolo: allora la necessità rende il dominatore ingiusto, il soggetto violento; la pace, togliendo, si perde: la storia è lì con le sue tavole di bronzo per insegnare come le conquiste costino troppo più del guadagno che procacciano, e all'ultimo si perdono: una sola maniera ci presenta la storia capace di occupare permanentemente il paese vinto, ed è la conquista normanna. I vincitori si fermano nella Inghilterra, e a mano a mano distruggendo gli Anglo-sassoni, si sostituiscono al Popolo disperso. In altro modo non pare che si possa; però che neppure i Romani durassero a tenere la rapina del mondo, nè i Longobardi la Italia, nè i Saraceni la Spagna, nè i Greci l'Asia, e degli altri popoli conquistatori chi vivrà loderà il fine. Nonostante, se come Italiani a noi riusciva impossibile rifuggire dalla guerra, come Toscani ci appariva piena di eventi dubbiosi. Vincendo Austria, era da aspettarci la sorte che ci è capitata addosso: vincendo Piemonte, poteva forse credersi che saremmo stati assorbiti.
A compimento di rovina sopraggiunsero i disastri della guerra italiana. Nella sventura l'uomo diventa maligno. I Lombardi, e con essi parecchi Italiani, dubitarono della fede di Carlo Alberto; di tradimento sospettarono; inaspriti pensarono non aversi a riporre speranza nel Principato. Napoli, mormoravano, ritirare i soldati dal campo, Toscana procedere con fiacchi provvedimenti, Torino farsi rompere in battaglia a disegno. Mostruosa opinione era questa ultima, eppure propagata, e creduta nei ciechi impeti di passione smaniosa. Allora ottenne seguito nell'universale il disegno d'invertire il concetto politico: _invece di giungere per mezzo della guerra allo assetto federativo della Italia, vollero con la istituzione dell'unica Repubblica arrivare al conseguimento della Indipendenza._
Qui pertanto in Toscana convennero infiniti Lombardi, e li premeva cocente la cura di ricuperare la patria diletta; cagione legittima ad ogni più arrisicato consiglio. Nè si creda, che facinorosi essi fossero: all'opposto erano uomini distinti per dottrina, per natali, e per ricchezze, benvoluti come fratelli, come infelici compianti, da per tutto ammirati a modo di magnanimi propugnatori delle patrie libertà. La Emigrazione lombarda dimorava in Firenze come corpo organizzato sotto il governo di un _Consiglio dirigente_;[8] possedeva pubblicisti, ingegneri, e ufficiali superiori del Genio; fondò un Giornale _La Costituente_, e lo pubblicava, come si diceva, a scapito; divenne padrona di parecchi altri, che indirizzava al medesimo fine; acquistò aderenze, partigiani, ed amici; finalmente propose armare ed armò compagnie di Bersaglieri.[9] E' fu forza accettare la offerta concepita in termini dittatoriali, e accomodarsi a comprare un padrone, secondo ch'è fama gridasse Diogene, esposto in vendita sul mercato; per l'appunto come al Ministero Capponi fu mestieri arruolare _720 prodi componenti la legione della Indipendenza Italiana_, e più se ne venivano;[10] e, trapassando a cose maggiori, come fu mestieri a Carlo Alberto condurre generali a modo altrui, rompere lo armistizio inopportunamente, e combattere battaglia intempestiva.
Alla Emigrazione lombarda aggiungi parecchi uomini calati giù dalla vicina Romagna, gente manesca, arrisicata molto, alle baruffe avvezza, ed al sangue, Siciliani, Napoletani, Polacchi, ed altri cultori ardentissimi di sconfinata libertà; privi di patria, cupidi di ricuperarla.
VII.
Tumulti quando incominciassero.
Contro al vero manifesto è supposto dal Decreto, che l'agitazione apparisse sul declinare del 1848. Ufficio solenne di ogni storico è scrivere la verità, massime poi s'egli ordisca storie per gli effetti criminali. L'agitazione precede lo Statuto; crebbe dopo per le ragioni già discorse; finalmente diventò irresistibile quando il Principe partendo le lasciava libero il campo. Chi mi sa dire in qual giorno preciso fu rotta la guerra contro l'Austria? Se io non erro, incominciava, non declinava con l'anno 1848. — Crede egli il Decreto, che il Principe nostro adoperasse spontaneo il diritto che gli appartiene per l'Articolo 13 dello Statuto di dichiarare la guerra? No, egli nol crede. Taccio dei titoli dimessi, facile sacrifizio; ma non si renunziano spontaneamente gli affetti della propria famiglia, non le si muove nemico mentre ella versa nel massimo pericolo, non le si porge la spada per ferirla invece della mano per soccorrerla, non si distrugge un appoggio sicuro per andare in traccia di fortune minaccievoli, o per lo meno dubbiose. Prova ella è questa di agitazione veementissima contro la quale consiglio non vale; prova di forza, che strascinava, ineluttabile, conosciuta da quanti vivono al mondo: forza, che travolse antichi reami, e re, e Popoli come paglie davanti al turbine; alla quale, si pretende, che io solo potessi, dovessi, e in tutto, resistere, e sempre. Ora questa guerra, sopra ogni altra causa, fu motivo di sconvolgimento nel Popolo, così che fra i tumulti guerreschi, la confusione degli apparecchi, e gli animi concitati a tremenda febbre, tacevano le leggi, sbigottivano i Magistrati, disfacevasi lo Stato.
Io troppo bene mi accorgo che sorriderà la gente di questo mio affaticarmi a portare acqua al mare; ma poichè l'Accusa, contro la verità, nel fine riposto di sostenere che l'agitazione sorse nel declivo del 1848, per potermene dichiarare benignamente fomentatore, dissimula i fatti, importa restituirli alla genuina loro cronologia.
Nell'ottobre 1847 fu distrutta la Polizia. Il Municipio fiorentino, con la Notificazione del 28 ottobre 1847, deplora il fatto del giorno innanzi, suscitato dalla brutalità dello sbirro Paolini, e dichiara che il Popolo mutò un _nobile sentimento di compassione in atti violenti_.
Tumulto in Firenze per la occupazione e atroci atti commessi a Fivizzano. Popolo vuol correre in massa in Lunigiana. Il Ministro Ridolfi, coartato a scendere in piazza, promette che il Governo si farebbe rendere conto delle commesse iniquità. La _Patria_ dell'11 novembre 1847, per questa volta anch'essa trova «_che cotesti fatti atroci avevano commosso tutte le anime oneste_.»
Il Governo, costretto dalla volontà del Popolo, manda gente a Pietrasanta per cagione di Fivizzano. Compagnia di Granatieri, accolta dal Popolo ai cancelli della Fortezza, è scortata dal Popolo fuori di Porta. La _Patria_ nobilita il Popolo accorso, «quella parte di Popolo, che certuni male chiamano _minuta_, mentre è parte _operaia_, nè grossa o minuta come ogni altra parte di Popolo, il quale nome comprende tutti quanti, eccetto il Principe; la parte _operaia_ del Popolo spontaneamente empì le vie della Fortezza: altra gente pure accorse spontanea.» _Patria_, 15 novembre 1847.
Nel novembre del 1847, per la strage di un caporale, il Popolo a Livorno tumultua; vuole in sue mani lo uccisore per istracciarlo; il Delegato Zannetti è bistrattato; più tardi percosso, spinto in carcere, e cacciato via.
Sommosse popolari a Livorno nel mese di decembre successivo, di cui terrò altrove ragionamento.
La _Patria_ nel 18 gennaio 1848 annunzia: «che una forte agitazione, e _potente e irresistibile commuove tutta la Italia_.» E nel 23 dello stesso mese, alla ricisa bandisce: «_Toscana tutta quanta_ ha bisogno di essere riordinata _incominciando dal Governo_.»