Apologia della vita politica di F.-D. Guerrazzi
Part 29
Io mi ricordo avere letto nei Giornali dei tempi certo discorso, o lettera di Giuseppe Mazzini ai suoi amici di Roma, nella quale gli ammoniva non volersi partire di Toscana, prima di avere conseguíto il suo intento. Ora (e spero che l'Accusa non mi vorrà smentire almeno in questo), io affermo che il concetto mazziniano fosse repubblicano.[276] — L'Accusa avverte, che la presenza del Principe in Toscana era pruno negli occhi ai Rivoluzionarii.[277] Qui dentro, Romani, che la Unione con Roma e la Repubblica agognavano; qui Lombardi, che nella Repubblica vedevano l'unica via per ritornare alla patria, ai domestici focolari, e alle gioie di famiglia; qui il lombardo signor Maestri, Inviato straordinario romano, forte del soccorso del Circolo, il quale, come il signor Rusconi si esprime, _lottava quotidianamente_ per portare via di assalto la Unione con Roma. All'Accusa sembra che tutti questi elementi qui condensati _escludano perfino la possibilità_, che io mi trovassi nei primi giorni costretto a consentire quelle cose a cui non trovavo riparo, nè con la forza, nè con la opinione, nè con lo ingegno.
Che Dio benedica l'Accusa! Se si confronteranno i varii Dispacci scritti nel giorno 8 febbraio, dalla forma stessa del linguaggio, chiunque imparziale consideri, argomenterà la maggiore o minore coazione, che in quel momento pativo. Infatti nei Dispacci telegrafici scritti a dettatura sotto la immediata pressione, tu leggi d'_ingratitudine_ e di _nera perfidia_: nel Dispaccio scritto al Governatore di Portoferraio si dice, che il Governo _non può_ permettere al Granduca di rimanere in una parte della Toscana; che la sua presenza _potrebbe_ causare perturbazione, e _forse guerra civile_; la _cacciata_ diventa _invito_ di assentarsi.
Qui per avventura si obietterà: — e non potevate mandare contr'ordine segreto al Governatore di Livorno? — In qual modo spedirlo perchè giungesse a tempo? Per telegrafo forse? Allo Ufficio di Livorno era preposto tale, che prima di recapitare i Dispacci al Governo ne faceva copia alla Fazione. Tentai rimuoverlo, ma il Popolo tumultuante volle stesse fermo in Livorno; di vero egli serviva meglio lui, che il Governo. — Potevate mandare le lettere per la posta. — E chi se ne fidava? — Per messo particolare. — Non era agevole sottrarmi, nei primi giorni, alla incessante sorveglianza; e avrei trovato chi avesse voluto incaricarsene? E trovatolo, in quale estremo pericolo non avventurava lui con me stesso? Adesso non doveva trattenermi il medesimo dubbio, che in buon punto mi persuase a resistere alle sollecitazioni del Colonnello Reghini a Livorno? Più tardi, e quando credei poterlo fare senza danno, mandai persona a Livorno a chiarire i miei amici delle mie intenzioni, ma allora era impossibile. Pure via, tutto questo doveva arrischiarsi in negozio sì grave; arrisichiamo.... perchè? Per far pervenire il Dispaccio in mano di gente che lo avrebbero letto in piazza, alla presenza del Popolo!
Intanto, è vero che una frotta di furiosi intronava le orecchie gridando: «Bisogna cacciare il Granduca; Portoferraio sta per diventare la Terceyra di Toscana; di là muoveranno trame, cospirazioni e guerra civile: egli è evidente: qui non vi ha mestiero indugio; bisogna provvedere, e subito; scrivasi al Governatore di Livorno, a quello di Portoferraio; da tutta Toscana si muovano gente. Il Popolo comanda questo e questo altro, e vuole essere obbedito, e subito: ora non hanno luogo discorsi, e guai a chi esita.» Lo sguardo torvo, lo scrollare minatorio del capo, le pugna percosse sopra la tavola non si rammentano; tacere allora, e obbedire, fu la mia parte, senza potere nemmeno fare osservare la inanità degli ordini. Nè meno insensata parevami la lettera, ch'ebbi a mostrare scritta, al Governatore di Portoferraio, con minaccia di destituzione; avvegnadio se il Principe fosse sbarcato, protetto da quattro legni da guerra, non il Granduca era in potestà del Governatore, ma il Governatore del Granduca; e supposto che il Governatore si mantenesse parziale al Principe, la minaccia di destituzione avrebbe destato la sua ilarità.[278]
§ 2. _Dimostrazione._
Aveva pensato in prima di porre a piè di pagina a guisa di note, e per ordine di data, i fatti narrati quotidianamente dai Giornali, onde confutare lo strano concetto dell'Accusa, che la violenza dei Faziosi mi lasciasse libero di operare tutti gli atti _nei quali e pei quali_ venne a consumarsi la perduellione: ma considerando come questo partito genererebbe confusione e stanchezza, mi è parso bene raccoglierli tutti in un punto, affinchè servano come di Appendice al paragrafo della Spedizione all'Elba, e d'Introduzione a quella di Porto Santo Stefano. Però vuolsi avvertire una cosa, che molti fatti non occorrono rammentati dai Giornali, avvegnadio le violenze, i soprusi e le soperchierie non si raccontino; e rifletterne un'altra, che nei primi giorni i Faziosi, troppo più occupati a operare che a scrivere, nè tempo avevano nè modo di registrare per lo appuntino i gesti loro: sicchè operavano più, scrivevano meno. A questo, in parte, devono avere supplito i testimoni uditi dall'Accusa, e meglio suppliranno questi stessi più diligentemente ricercati, e i nuovi che saprà addurre la Difesa.
Nel giorno _8 febbraio_ abbiamo dai testimoni, ricercati dalla stessa Accusa, che il Niccolini, eccitando la gente a unirsi a lui per mandare a fine i suoi disegni, affermava: «ostare io solo.... ma!...» Ancora: che poco prima, o poco dopo di quel giorno stesso, ad altro testimone Niccolini medesimo confidava: «trovare resistenza in me.... ma che mi avrebbero messo giudizio.»
Ora dai Documenti dell'Accusa resulta che il Circolo di Firenze stette in permanenza fino dal _5 febbraio_ 1849. (pag. 193.) E questa permanenza venne di nuovo decretata, e con più rigore mantenuta nel giorno 8, nè il _20 febbraio_ era per anche sospesa. «Il Circolo... sempre in permanenza _fino dal dì_ 8 corrente.» — (_Popolano_ del 20 febbraio 1849.) — Che cosa potessero i Circoli non importa ripetere.
Della sospettosa Polizia del Circolo l'Accusa stessa raccolse prova, e la citerò più tardi; intanto osservate come fino dal declinare del gennaio egli procedesse a investigare sottilmente le cose, e le persone: «Il Circolo del Popolo nella sua seduta ordinaria del 28 gennaio deliberò di stabilire una inchiesta su i fatti avvenuti la notte del 27, e nominò una commissione composta di cinque membri del Circolo, a cui dirittamente furono porti i più estesi e precisi ragguagli intorno agli avvenimenti in discorso.» — (_Frusta Repubblicana_, 1 febbraio 1849.)
Quello che il Partito trionfante faceva e ordinava al Governo che facesse, si ricava dalla _Costituente Italiana_ del 9 febbraio, organo, come sappiamo, della Emigrazione armata, fra gli accesi accesissima a precipitare lo Stato a Repubblica, per le ragioni chiarite in più parti di questa Apologia. «Non lasciate ricadere il Paese in un fatale letargo, non lasciate ch'ei si addormenti. Agitatelo, tenetene sempre desta e viva la vita! In ogni momento colla parola, colla presenza, cogli atti mantenetevi innanzi alla sua attenzione, ponetevi con esso in continua, incessante comunicazione di spiriti e di idee! Che da tutto e dovunque il Popolo conosca ch'ei non versa nelle condizioni ordinarie, bensì tra vicende agitate e pericolose, e anzichè cullarlo con facili lusinghe, gridategli sempre: all'erta! all'erta! Rammentatevi l'artefice che ha bisogno di aver sempre rovente il ferro per foggiarlo secondo la propria intenzione. Solo in questa intimità tra il Popolo e voi, solo dentro a _quest'aura di rivoluzione_ e di entusiasmo sono possibili le forti cose, a operare le quali oggi voi foste chiamati.» Padroni di tutto, è da credersi che non si rimanessero ai soli consigli commessi alle pagine infiammate del loro Giornale, ma sì alle parole aggiungessero lo esempio.
Se nel primo giorno il Circolo fiorentino facesse forza, e poi, uditelo un po' dal Giornale che ne registrava gli atti e i concetti: «Armi al Circolo del Popolo, legione sacra che stette sempre al primo posto ogni qualvolta occorse combattere i nemici del Paese, ogni qualvolta occorse _spingere la bilancia delle nostre sorti che pendeva incerta_....»[279] I vecchi consigli di _violentare_ il Governo praticavansi. —
Voi desumete prova che nei primi giorni non mi era dato oppormi apertamente in nulla, dal rimprovero che mi muovono, il 15 febbraio, «di non volere dichiarare la Repubblica, perchè la Repubblica bandisce decaduto Leopoldo, e di ostare alla Unione con Roma per amore della autonomia toscana, della quale _dieci giorni indietro vi mostravate poco curante_.» Il giorno 8 mostrarsi poco curante era tutto quel più, ed anche non senza molto pericolo, che potesse farsi.[280]
«Voi non volete dichiarare Repubblica, perchè la Repubblica dichiara decaduto Leopoldo, e la decadenza di Leopoldo porterebbe intervento, invasione, abbassamento di stemmi inglesi e francesi, e tutte le diavolerie immaginabili.
Voi non volete per ora l'Unione con Roma, perchè l'Unione con Roma ci toglie l'autonomia toscana, di cui oggi vi mostrate tanto passionati, _quando dieci giorni fa ve ne mostravate non curanti_; e la distruzione di autonomia importando infrazione dei trattati di Vienna, importerebbe anch'essa intervento austriaco, invasione straniera e tutta la solita litania. Ma dunque che cosa volete?» — (_Frusta repubblicana_, 15 febbraio 1849)
Gli Emigrati Lombardi amaramente mi rampognavano nel _14 febbraio_, che da _sei_ giorni io non adémpia le grandi misure nè adoperi lo impeto di azione che mi avevano _inculcato dalla prima ora della mia chiamata al governo_. Consigli di gente armata, accesa di passione politica, smaniosa di ricuperare la Patria, convinta profondamente che per altra via non vi si ritorni, che sieno, dacchè l'Accusa non vuol capire, capite voi tutti che leggete queste pagine, e vedete con quanta giustizia di me si faccia lo _strazio disonesto_.
«_Sei giorni sono trascorsi_, e noi cercavamo indarno negli Atti del Governo quella coscienza delle grandi misure, quello impeto di azione, che _dalla prima ora della sua esistenza gli avevamo inculcato_.» — (_Costituente Italiana_ del 16 febbraio 1849.)
E se l'Accusa volesse sapere quali ammonimenti mi dessero i Settarii, e come facessero a fidanza, e se mi lasciassero libero, altro non ha che fare, che leggere queste poche righe: «Fino dall'8 febbraio abbiamo detto agli uomini che le speranze del Popolo avevano inalzato al Governo: noi vi richiederemo conto strettissimo _giorno per giorno, ora per ora, della opera vostra, e un minuto sprecato, è una colpa; e noi conteremo i vostri minuti_.»[281] Vero è bene che chi scriveva dichiarava essersene astenuto, e in quanto a sè forse non profferiva bugia; però lo aveva fatto fare dalle Deputazioni incessanti dei Circoli, e dagli Assembramenti popolari.
E se all'Accusa prendesse così per genio vaghezza di conoscere quale potere i Giornali e i Circoli si fossero arrogato sul Governo, può, a tempo avanzato, vederlo in queste parole: «Noi però abbiamo conservato sopra _tutti i vostri atti_ un diritto e un dovere; il _dovere_ di vegliare su di _voi_; il _diritto_ di _provvedere a noi_, se voi stessi nol fate.»[282]
Oda un po' l'Accusa che cosa il Circolo del Popolo, onnipotente, allora, intendesse istituita fino dal 10 febbraio; e neghi che se io non ero, ella avrebbe veduto il Tribunale rivoluzionario, e feroce, e insensato, e spietato, come.... come vediamo essere tutti i Tribunali nei giorni dell'ira di Dio.
«Un Comitato straordinario di Salute Pubblica sia immediatamente instituito. Sieno uomini provati a libertà, ad energia di cuore e di mente; abbiano pieni i poteri; sia rapido, estremo il giudizio: vigilino a vicenda il giorno e la notte; dispongano sempre di forze determinate e sicure. Sia lor cura scuoprire le fila intricate e lunghissime della reazione; e scoperte, con lo esempio della pena prevengano colpe e pene ulteriori. _Tutto ciò noi domandiamo al Governo Provvisorio di Toscana, — lo domandiamo col linguaggio della necessità, con la coscienza ferma del diritto, con la volontà irremovibile del Popolo libero_.» — (_Popolano_ dell'11 febbraio 1849.)
E che la Unione con Roma, e per conseguenza, la Monarchia abolita, il Principe decaduto, la Repubblica proclamata, fossero non pure desiderii o voti, ma _ordini imposti dalla Fazione trionfante, fino dal giorno otto febbraio_, voi lo vedete a prova. «La Unione con Roma era per noi condizione della esistenza del Governo Provvisorio fino dal giorno _otto_ febbraio; fino dal giorno in cui il Popolo restituito nel pieno possesso dei suoi diritti _rovesciava per sempre un ordine di cose impossibile ormai_.» — (_Alba_, 25 febbraio 1849.)
«Ieri abbiam detto al Governo Provvisorio di Toscana diritti e doveri. — Con franchezza gli abbiamo accennati: diremo con franchezza se verranno compiti. — Una verità oggi ripetiamo, una suprema verità: — il tempo preme, fate tesoro del tempo.
«Abbiam detto ieri _uniti con Roma_, — oggi diciamo _immediatamente uniti_. I bisogni vincano le forme. — Cittadini! quando vi abbiamo affidati poteri assoluti, abbiamo ad essi posto il suggello di una _condizione: l'Unione con Roma_: avete accettati gli uni, avete dunque accettata l'altra; compitela.
«Gli avvenimenti mutarono. La Repubblica Romana è proclamata. A voi incombe inviare tosto un plenipotenziario che rechi il saluto e l'omaggio di Toscana alla gloriosa sorella. A quest'ora l'avrete fatto: se no, perchè il ritardo?
«L'Unione con Roma fu decretata, acclamata dal Popolo: restano a stabilirla nodi di legalità: stringeteli.
«Trentasette Deputati erano già destinati alla Costituente nazionale. Questi si raccolgano prima in Costituente Toscana, — compiano la volontà del Popolo, sanzionino il patto di _Unione_, costituiscano lo Stato della _Italia Centrale_. Poi vadano a Roma rappresentanti nostri alla Costituente Italiana, e dal Campidoglio dettino a noi i decreti, comunichino a noi le speranze e i bisogni.
«Ciò vi domanda il Popolo, — ciò _vuole il Popolo_. Poichè se dai bisogni, dalle speranze e dai fatti fu il tempo prevenuto, l'opera deve eguagliarlo non solo, ma superarlo eziandio. Meglio con l'opera d'oggi affrettare il domani, anzichè affaticarci a ricostruire sui frantumi di ieri.»[283]
E badate, che nè soli, nè più temibili erano i Lombardi, condotti in parte dallo stesso Ministero Capponi, ma Napoletani, Romani, e Romagnuoli crescevano l'ansietà, e la paura. Fino dall'_8 febbraio_ la Fazione organizzò una Legione _Romana_; nel _12_ del medesimo mese ne apparecchiò un'altra; il Popolo anch'esso si armò: «Questa sera una _nuova_ Legione di Romani sta organizzandosi per offerire i suoi servigi al Governo. Anche il Circolo del Popolo sta _ordinandosi in legione armata, per mettersi a disposizione delle autorità_.» E mettersi a disposizione del Governo significava: attendesse a fare a modo del Partito Repubblicano; se no, guai!
Che cosa si proponesse fino dall'_8 febbraio 1849_, e che cosa _gridasse_ tutto il Circolo del Popolo in permanenza, lo si legge nel Nº 16 febbraio del _Popolano_: «Nell'adunanza di ieri sera il Circolo del Popolo fu invitato da un socio a _ripetere con solenne dichiarazione quello che fino dal dì 8 febbraio era stato nel cuore e nel grido di tutti_: la decadenza del Despota, e l'abolizione della Monarchia.»
«Qual bisogno ha oggi la Toscana di rimettere ad una Assemblea la decisione di un voto, il quale _fu già deciso dal Popolo?_... Il Popolo ha già deciso di essere unito con Roma, e Roma ha proclamato la Repubblica _il giorno stesso di tale decisione_.» — (_Popolano_ del 15 febbraio 1849.)
E fino da Roma venivano le congratulazioni al Giornalismo toscano per avere _insistito_ presso il Governo Provvisorio affinchè indissolubilmente si unisse con Roma. Altrove notammo, e qui giovi ripetere, Giornalismo di partito trionfante, che sia; e che cosa importassero le parole e le insistenze della Emigrazione Lombarda organizzata a corpo militare, e del Circolo armato.
Di buon grado riproduciamo le seguenti osservazioni del Giornale romano l'_Epoca_ intorno alla pronta Unione della Toscana agli Stati Romani:
«Noi facciamo plauso al Giornalismo liberale di Toscana, il _quale fin dal giorno di partenza del Granduca Leopoldo insistè presso il Governo Provvisorio, perchè si unisse subitamente e indissolubilmente col Governo della Costituente Romana. E questo fatto, se così vogliam chiamarlo, questo diritto, se meglio intendiamo di esprimerlo, era implicito nel mandato consegnato dal Popolo ai tre rappresentanti del Governo Provvisorio medesimo_....
«La Toscana in qual senso potrebbe ella adunare la sua Costituente? O a meglio dire, cosa potrebbe decidere questa Costituente che nel fatto non sia già deciso? O ella sceglie il Governo di Roma per effettuare la sua Unione; ed allora una parola, un atto fraterno non basta nei momenti attuali di tanta vitalità? O ella recede dalla Repubblica.... e in qual modo tanto trionfo avrebbe ottenuto colà il principio democratico?
«No, non è possibile giammai. La Toscana è democratica, è repubblicana, e non da adesso. Lo è per tradizioni, lo è per sentimento. — Coraggio, uomini del potere! Tempo è di unione e di concordia _una_. Affrettando la fusione dei popoli delle due famiglie, voi affretterete la _Costituente italiana e la Guerra_.» — (La _Costituente Italiana_, 19 febbraio 1849.)
In quel medesimo giorno istituiscono Circoli parrocchiali per agire di concerto col Circolo generale: «E per accendere lo spirito pubblico, fu notato non essere via migliore che istituire subito, in ogni Parrocchia, Circoli parrocchiali da agire tutti di concerto col Circolo generale del Popolo fiorentino.»[284] Sicchè nel giorno 10 poterono armarsi i Faziosi in centurie per _istimolarmi_, dicevano essi; ma in fatti per dominare tiranni. «La mattina di sabato (10) fu vero scopo d'eseguire immediatamente la ordinata classazione in centurie e decurie, e _di stimolare il Governo a volere lo armamento dei patriotti italiani_. Fin d'allora fu aperto nel suo seno un corpo di guardia fisso, ove furono tenute esposte note di soscrizione per tutti i patriotti che, nei pericoli della patria, volessero impugnare le armi. Il sabato sera il Circolo era diviso in due parti: _una parte discuteva, l'altra era sotto le armi_.... Il Circolo e il corpo di guardia _non si sono più chiusi. L'azione del Circolo ha dato un moto alla popolazione_, che oggi è accorsa in folla a sottoporsi alle armi per sicurezza dell'ordine pubblico.... Tutti i Fiorentini in armonia hanno oggi mostrato che il Popolo poteva sfidare qualunque pericolo.»[285]
La continua guardia, la indefessa pressura si prova dai Documenti stessi dell'Accusa: «Fino dal _5 febbraio_ il Circolo fiorentino si è costituito in permanenza, ed ha creato una Commissione perchè _stia in continua corrispondenza col Ministero_.»[286] — Gl'inquisitori non si staccavano mai dal fianco, ordinavano, investigavano, riferivano, sospettosi sempre, pronti all'accusa.
Dal Circolo armato la città, in cotesti giorni, si perlustrava. «La perlustrazione della città non era neppure trascurata.»[287] e coteste armi sbigottimento e terrore nei cittadini incutevano, cosicchè al Governo, smarriti, si raccomandavano esigendo misure che avrebbero precipitato alla rovina, condizioni già piene di difficoltà, dalle quali, se prudenza e senno non giovavano a salvare, niente altro poteva. Pretesto a parecchi, motivo vero in molti di quel tremendo ribollire, era trovare modo efficace di combattere la guerra italiana; perciò tanto più arduo contrastarli, quanto meglio ne appariva lo scopo all'universale accettissimo; e nella seduta dell'11 febbraio, nel Circolo Popolare si dichiarava che: «.... la divisione dell'Italia avendo fatto finora il nostro infortunio, anche nell'ultima guerra di Lombardia contro gli Austriaci, la sola unione di tutte le forze italiane in un solo Governo, può scacciare il nemico straniero di seno alla patria. — I Principi non sono stati da tanto. L'Italia unita sola il potrà. — Nè a ciò poter recare impedimento, notavano alcuni degnissimi sacerdoti, le minaccianti scomuniche di Pio IX.»[288]
Nè il Circolo fiorentino si contentava, _fino dai primi giorni del febbraio_, raccogliere le proprie forze, ma eziandio riuniva quelle degli altri Circoli per _difendere l'ordine repubblicano_; il che agevolmente s'intende per imporre la Repubblica. «Il Circolo armato non potea fare a meno di ricercare agli altri Circoli, nel presente stato di cose, il numero di quelli Italiani, che, socii o non socii, fossero pronti a porgere il loro braccio alla _difesa dell'ordine repubblicano_. Il perchè fu ordinato di tosto scrivere in proposito.»[289]
E grande fu e penoso lo schermirsi dalle pretensioni di tôrre via i beni e i tesori sacri alle chiese, sopprimere gli ordini cavallereschi, e incamerarne la sostanza. Di ciò tu trovi traccia nei Giornali, fievolissimo eco di quanto a voce burbanzosamente ordinavano: «_Secolarizzati tutti i beni ecclesiastici_. Il monacume è tempo ormai che cessi da impinguarsi a spese della nazione.... Le chiese siano private di tutto il superfluo. Li antichi credenti onoravano Dio con altari di pietra e calici di legno, ec.
«_Soppressi tutti li ordini cavallereschi_, ed incamerarne i tesori.»[290]
E vedete com'era libero io, quando, _tutto giorno_, i rappresentanti della Emigrazione Lombarda venivano a _rammentarmi_ i loro proponimenti, e, le armi brandendo, mostravano come intendessero sostenerli: «Noi ci troviamo in momenti di supremo pericolo; non bisogna nè esitare nè oscillare sulla via che abbiamo eletta a percorrere, poichè _la nostra salute è sola nell'azione rapida e vigorosa. — Lo verremo tutto giorno rammentando agli uomini a cui è fidato reggere i destini della Patria_.
«La reazione tenta qua e là sollevare la testa; non rifugge da nissuna arte feroce e sovversiva, _da nessuna passione, per quantunque bassa e antisociale, per giungere al suo scopo_. Ella ha deciso riconquistare il potere fuggitole di mano _attraverso al caos della anarchia, attraverso alla guerra civile_: ella non rifuggirà dal comparirvi innanzi come vanguardia ed alleata alla invasione straniera.
«La reazione stimola i ciechi istinti delle popolazioni più ignare della campagna, mette in atto la molla segreta della superstizione, si rafforza della influenza dei vasti possessi, della colleganza con un clero che abusa il facile dominio delle coscienze. _Ella ha sospinto il Granduca a Siena, lo ha consigliato alla fuga_. Il Principe, docile alle sue insinuazioni, ha assunto di rappresentare la sua parte nel dramma sanguinoso della ricostruzione del dispotismo; ora tocca ai vecchi suoi sostenitori a sottentrare alla riscossa ed adempire alla propria.
«_Ma noi siamo preparati a riceverli e a rintuzzare_ convenientemente questa perfidia nuova, che lavora e cospira nel secreto, che getta i germi della divisione nel momento in cui l'Austriaco minaccia alle porte, che vuol renderci all'Austria, anzichè arrendersi a questa forza rinnovatrice e _irresistibile_, che avvia l'Italia verso un nuovo destino.
«Stoltezza troppa ci hanno supposta i nostri nemici, e semplicità inaudita, se credettero persuaderci causa vera della fuga di Leopoldo essere state le paure della sua timorata coscienza.»[291]
E già fino dal giorno _dieci febbraio_ 1849, se non adempio gli ordini imposti della fusione, mi si minaccia la vita: «In qualunque Governo è sacramento, ma in un Governo che fu decretato dal Popolo, _e che solo per suo volere sussiste e comanda, è condizione di vita, è necessità ineluttabile_. Nè si dee, nè si può dire — Domani — a chi oggi non ha da vivere. — Domani, o _non sarebbe più vivo lui, o nol sareste voi_.»[292]