Apologia della vita politica di F.-D. Guerrazzi
Part 28
L'Accusa stessa, poichè ha posto che i Circoli, _coadiuvati dalle furiose declamazioni della stampa, presero a presentare petizioni per la cacciata del Principe_, perchè m'imputa questi fatti? Perchè, come ha proceduto con altri meno di me pressurati, non mi scusa per quello che non mi riuscì impedire, e non mi ricompensa di una parola che non sia disprezzo per quanto operai? L'Accusa non può, e non lo tenta, attenuare il carattere della forza rivoluzionaria, adesso che nel pieno suo impeto punta sopra di me. La ritenga pertanto, com'ella medesima la qualificava, _audace, impronta, sprezzante di ogni autorità, che leva il furore a virtù, la moderazione a delitto_; la ritenga, com'ella stessa ce la racconta, _cospirante in Toscana, anzi per tutta Italia, a rovesciare Monarchia e Statuto; in agguato di opportunità per invadere ogni cosa; opportunità che le venne offerta nello allontanamento del Granduca da Siena_; la ritenga, come ella dice, _ferocemente esultante per la strage di un Ministro reputato contumace ai voleri del Popolo_: e tanto, se giusta, avrebbe dovuto bastarmi presso di lei.
Ma l'Atto di Accusa trova che gli eccitamenti, le improntitudini e l'esigenze (e si guarda di pronunziare violenze, perchè quando si volta a me la Fazione cangia natura) furono adoperate, a coartarmi _dopo_ l'8 febbraio, e, senza precisare il tempo in cui ripresero, crede potere affermare in coscienza che non intervennero nel giorno 8, nè durante lo spazio necessario a commettere gli atti che, a suo parere, costituiscono il delitto di lesa maestà. In più parti di questa Memoria a chiara prova dimostrai lo assurdo di siffatto supposto: aggiungansi nuovi fatti e nuove considerazioni. L'Accusa stessa confessa che il Circolo, nel giorno 8, si costituiva _in permanenza armato_: e se meglio avesse voluto cercare pei Documenti da lei medesima raccolti, avrebbe trovato che il Circolo fiorentino si era costituito _in permanenza_ fino dal 5, ed aveva creato una Commissione, per mantenersi in corrispondenza continua col Ministero.[260] È naturale pertanto che non se ne stesse con le mani alla cintola; che, se non dormiva il 5, molto meno si addormentasse l'8 febbraio, ma sì attendesse alacre e ardente a conseguire lo estremo suo fine. Ritenuto quello che dicono i Giudici del Decreto del 7 gennaio 1851, che fosse nelle _ferme intenzioni della Rivoluzione procacciare ad ogni costo la partenza del Principe dalla Toscana_, non può razionalmente negarsi che questi conati urgessero più veementi al primo scoppio che dopo. — Io leggo talora che _mancano prove_ della coartazione; tale altra, che anzi la coartazione _è esclusa_; finalmente che le _prove ci sono_, ma non bastevoli. Questo linguaggio non solo perplesso, ma contradittorio, dei Documenti dell'Accusa, mentre gli scredita tutti, mi toglie abilità di conoscere lo stato della procedura; dacchè ognuno comprende che tra il provare poco e lo escludere la contrarietà è grande, come fra la luce e le tenebre. Non sarà privo di ammaestramento, e forse somministrerà subietto di amare riflessioni, esaminare per lo appunto il progresso in peggio degli Atti della Accusa.
Il Decreto del 10 giugno 1850 _andante_: «Attesochè, _comunque il processo manifesti avere il Guerrazzi fatto sforzo_ di contenere in questa parte le sfrenate voglie della Demagogia (Processo a c. 69, 767, 2220, 2245, 2418.; Som. a c. 2498, 2510, 2513, 2615, 2761), ciò non pertanto, a perimere ogni elemento di civile imputazione, converrebbe giungere a provare _luminosamente_ che _tutti_ gli atti ostili, dei quali si fece autore, furono influenzati da una forza tale da impedire il retto uso della ragione e della libertà, almeno riguardo alla esecuzione dei malvagi disegni che inspiravano, e da coartarlo a non abbandonare quella posizione che poteva strascinarlo al delitto, ec. ec. ec.»
Qui sembra che prove ve ne sieno, ma non per _tutti_ gli atti; come se la violenza politica che nasce da un Popolo in rivoluzione, sempre in atto, o in potenza, presente, e sempre delirante, sospettosa e furiosa, sia di natura transitoria, e instantanea, uguale alla violenza ordinaria che può usarsi da uno o più individui contro lo individuo; e come se non torni lo stesso aver la mano di un uomo sul collo, o udire il ruggito delle moltitudini giù in piazza.
Il Decreto del 7 gennaio 1851 _crescendo_: «Considerando — che comunque il Processo dimostri che il Guerrazzi, una volta salito al Supremo Potere, si adoperò, _in qualche circostanza_, a distogliere _le più accese voglie_ della Demagogia; — ciò non pertanto _il complesso degli atti autorizzava a ritenere che tutto ciò egli facesse per tenere fermo nelle sue mani il Potere di che, per modi riprovevoli, era giunto a impossessarsi_; — e in ogni ipotesi, a perimere la civile imputazione degli atti criminosi dei quali certamente fu autore, dovrebbe esso provare _luminosamente_...» e segue come nel primo Decreto.
«Considerando che molti sono i fatti allegati dal Guerrazzi per far sentire il predominio assoluto e costante sopra di lui della Fazione; _ma oltrechè questi fatti non sono d'importanza_ da stabilire una violenza irresistibile e continuata, il Processo somministra altri fatti, dai quali emerge _la influenza personale su le turbe tumultuanti_! — essendosi notato ch'egli dichiarò non _averne timore_! (pei Giudici di cotesto Decreto _timore e paura_ sono tutta una cosa!) ed essendo egli riuscito, _come racconta_, a contenerle e comprimerle a vantaggio di privati cittadini....»
Qui i miei sforzi spariscono, e, in certo modo, si neutralizzano in virtù dei prodigiosi ragionamenti del Decreto.
Ora ecco l'Atto dell'Accusa del 29 gennaio 1851 _che dà la stretta_: «Ma la violenza coattiva, sia allo Individuo, sia al Collegio, non è provata, e _resta anzi esclusa in quei primi giorni, e da quei primi atti NEI QUALI E CO' QUALI venne o consumarsi il delitto_. Le posteriori improntitudini, insistenze, esigenze ec.» — E qui non solo vi sono piccole prove, non solo cessano o si neutralizzano le prove, ma vi sono prove in contrario. Davvero in questo modo io non ho veduto giuocare nè anche agli aliossi, non che con anime che pensano e sentono, e delle umane miserie profondamente si contristano.
Ben dovrebb'esser la tua man più pia, Se state fossimo anime di serpi.
Io ignoro il deposto dei testimoni; vi furono, vi hanno ad essere, e mostreranno quanto singolare sia la nuova infermità trovata dall'Accusa della _intermittenza rivoluzionaria_. Ridotto ai miei soli ricordi, rammento che la Fazione dichiarò essersi arrogata il diritto di vigilare «fino dal 5 febbraio ogni mia azione, d'interpellarmi con la stampa, co' Circoli e co' petizionarii, di chiamarmi a severo rendimento di conto ogni giorno, ogni ora, ogni minuto.»[261]
Il Circolo nella sua protesta liberamente espose, che la decadenza del Principe e l'abolizione della monarchia _fino dall'8 febbraio era stata nel voto, e nel grido_ di tutti.[262] Dai Giornali si ricava, come nel giorno 13 il Circolo mi mandasse una Deputazione per informarsi _di quanto io sapeva, e di quanto operava_.[263] Il Governo è dichiarato impotente a salvare il Popolo; s'egli non si muove alla cacciata del Principe, il Popolo _farà da sè_.[264] Il Circolo fiorentino propone spedire armati da tutta la Toscana contro il Granduca: Firenze si dispone _a mandare 1000 uomini_.[265]
A tutto questo si aggiungano uomini _sempre al mio fianco armati, fino dal giorno otto febbraio_, nell'anticamera e pei corridoj, sicchè si rendeva difficile il passare; più _spessi nei primi giorni_, che dopo; _commissarii_ dalla città, _commissarii_ dalle Provincie;[266] _individui_ ancora, che con brusca cera, così nelle sale, come per le vie, senza distinzione, di giorno o di notte mi fermavano, e m'interpellavano. Con gli scarsi Documenti che ho per le mani, mostrai pocanzi, essere state rammentate le deputazioni dei Circoli di Livorno, Arezzo, Prato e Pistoia: ho mostrato gli eccitamenti alle Provincie di accorrere per coartare il Governo, ma prima passassero nell'aula del Circolo fiorentino, per dare e ricevere conforto, per concertare istruzioni; ho esposto le lagnanze amare, le minaccie e le accuse contro il Governo, perchè per lo appuntino, e subito, non obbedisse; fu detto delle trame contro di me, della dichiarazione di tradurmi in giudizio, dell'aperta rampogna di traditore, della strage più e più volte minacciata. Quello, che Popolo e soldati facessero nei primi giorni del febbraio, esaminatelo nei Giornali del tempo.
E tutto questo pare poco alla Accusa! Di triplice acciaio deve avere ricinto il petto l'Accusa! Cotesto suo non è umano coraggio, o almeno di cotesti uomini antidiluviani, che potevano dire: «Col leone lottai mentre era fanciullo, e sebbene scherzassi, egli fuggì ruggendo dalle mie mani co' denti rotti.»[267]
Io trovo prova di quanto affermo in certo tentativo avventurato dal signor Marmocchi, per allontanare da sè il nugolo delle moleste deputazioni, e il nugolo più tristo degli sciagurati, che o per malizia propria, o aizzati da altri, accorrevano delatori di sospetti per istrascinare il Governo nelle vie rivoluzionarie, e porre le mani addosso ai designati cittadini.
«Firenze, 28 febbraio 1849. — Il Ministro dello Interno rende noto, ch'egli non riceve deputazioni di verun Circolo, od altro corpo morale, se non sono munite di speciale mandato in iscritto, che indichi chi le spedisce, e l'oggetto della missione.»[268]
Imperciocchè gente nefanda, nefande cose voleva; e, parve che ordinandole scritte, il pudore dovesse trattenere da porle in discussione, e ridarle in iscrittura. L'Accusa ha da essermi cortese di questo, che ordinando nel 28 febbraio cessassero, ciò significa che avevano incominciato innanzi; e se il Circolo, anzi i Circoli fino dall'8 febbraio si costituirono _in permanenza_ per invigilare e dominare il Governo, dica nella sua coscienza chi legge, con quale verità si possano asserire queste tre cose a un punto, — che non ci sono prove, — che ve ne sono, ma non bastevoli, — che ci sono prove che escludono l'allegata violenza. Come queste tre cose possano stare insieme, non bisogna domandarlo a me; a me tocca udirle, e commentarle co' mesti giorni di carcere troppo più che bienne; e' vuolsi chiederne ai Magistrati, che le seppero accozzare insieme.
E come le referite cose precederono il 28 febbraio 1849, così lo susseguirono, non essendo mai riuscito di allontanare dal Governo le fervide istanze e i più fervidi petenti, per conseguire lo scopo che stava in cima di ogni loro pensiero.
Nel giorno stesso, e nel medesimo _Monitore_, il Ministro dello Interno rende noto pubblicamente: «che i Rapporti di Polizia, che i privati cittadini si degnano trasmettere per il pubblico bene, sieno inviati invece ai rispettivi Prefetti, ai quali soltanto spetta questo incarico, perchè, mentre è compreso di gratitudine per le premure che in tal modo i Cittadini mostrano pel Governo, non potrebbe convenevolmente corrispondervi.»
Nè per questo cessarono le denunzie segrete, e le intimazioni ad arrestare i cittadini sospetti, che io con mille espedienti attesi ad eludere. I Rapporti di Polizia lo proveranno, e verrà dichiarato chi sieno coloro, che mi devono libertà, sicurezza; forse anche la vita. Di tanti mi basti allegarne uno, non per vana jattanza, molto meno per rimprovero, ma perchè di questo fatto si hanno a trovare negli Archivii le prove.
Spesse e insistenti Deputazioni del Circolo pretendevano che l'attuale Presidente del Consiglio dei Ministri signor Baldasseroni della pensione si privasse, e come cospiratore contro il Governo si traducesse in carcere. Stretto da tanta pressura, risposi stessero sicuri, avrei provveduto senz'altro. Rimasto solo col mio Segretario sig. Chiarini, lo interrogai intorno alla sua opinione, che a me non conviene riferire, perchè, trovandomi adesso ridotto in misero stato, parebbe viltà; basti che io la seppi tale da dovere esclamare: «Non sarà mai detto che io dia mano a perseguitare gente dabbene.» Però, onde oppormi con buon successo alla Fazione, scrissi lettere particolari al Prefetto Martini, onde segretamente s'informasse e con lealtà referisse. Di queste ricerche occorre traccia a pag. 501 dei Documenti dell'Accusa: «La persona spedita ieri a Usigliano di Palaia è tornata. Riferisce, che Baldasseroni è con la famiglia in villa Bertolla, e conduce vita ritirata, senza apparenza da ingerire sospetto di cospirazione. Domani con la posta dirò qualche cosa di più in particolare.» Non piacquero le notizie Martini; il Partito mandò suoi emissarii sul luogo a invigilare, è comecchè non ricavassero costrutto, pure tornarono ad assalirmi; onde io di nuovo mi rivolsi al Prefetto di Pisa; e questi sempre più confermando i suoi Rapporti, io mi adoperai così efficacemente, che giunsi a rimuovere cotesti arrabbiati dalla disonesta persecuzione. Le lettere responsive dell'ottimo signor Martini, tutte di suo carattere, furono, se non erro, dal Segretario Chiarini consegnate al Segretario Allegretti, affinchè le depositasse nello Archivio. — Il signor Barone Bettino Ricasoli volevasi ad ogni costo arrestato e processato; lui accusavano di cospirazione, eccitatore di sommosse, ricoglitore nel suo castello di Broglio di moschetti, e perfino di cannoni.[269] Questo signore aveva provato avverso, e però doveva essermi raccomandato maggiormente: almeno io penso, e sento così!.... Mandai persona a posta, fidata e discreta, e trovai che moschetti ne aveva, ma per la Guardia Civica, ed anche cannoni, ma di legno, innocente minaccia un giorno su i merli del Castello, adesso confinati in cantina, come vediamo tutto giorno accadere anche ad oggetti che cannoni di legno non sono, e lo hanno per bazza; e lui inconsapevole difesi da fastidii, e forse da gravi pericoli. Detenuto nel Forte San Giorgio per ordine della Commissione Governativa, di cui il Barone Ricasoli faceva parte, io volli contestargli questo fatto: pare che poco, anzi punto lo muovesse. Io ho reso bene per male, altri resero male per bene: certo i Signori della Commissione mi hanno fatto perdere tutto.... tutto, tranne la fama: essi poi non hanno perduto nulla!.... Ma io aveva promesso allegare uno esempio solo, e ne ho citati due.... troppo si produrrebbe lunga la storia, e tanto mi basti.
Rimane adesso ad esaminare, che cosa potessero i Circoli in quei tempi. I Circoli, nientemeno, si reputavano, ed erano padroni; il Governo aveva ad essere arnese passivo, ed esecutore docilissimo; altrimenti, _fuori_; oppure _avrebbero fatto da loro_. Avvi una testimonianza gravissima di quello che potesse allora il Governo, ed è del Ministro Inglese. Se fossero pubblicati i Dispacci di Benoît Champy Ministro di Francia, ne avremmo altra solenne conferma. Lord Hamilton scrive a Lord Palmerston, con lo scrupolo di fidato mandatario e con l'accortezza del diplomatico, affinchè il superiore si regoli nella sua politica. — Tanto meglio voglionsi ritenere esatte coteste informazioni, in quanto che, come ho avvertito, Sir Carlo Hamilton ne riferiva di vista. Ecco pertanto in quali termini egli si esprimeva: «Il _Governo Provvisorio_ è obbligato però di sottomettersi a padrone supremamente dispotico, il quale _ad ogni ora_ gli rammenta le catene con le quali lo _tiene stretto_, cioè il _potere dei Circoli_ (_clubs_). QUESTE FORMIDABILI ASSEMBLEE GOVERNANO IL GOVERNO. È impossibile esagerare il _terrore_ e la _desolazione di questa bella città_.»[270]
Il Ministro Hamilton, comecchè così vedesse e sentisse, pure non rifiniva raccomandarmi: «resistete, resistete; salvate il vostro Paese.» Benoît Champy dava simili conforti; entrambi promettevano scrivere ai loro Governi lettere amplissime in lode degli sforzi da me sostenuti; il primo anzi assunse di fare rettificare in certi Giornali esteri, segnatamente nel _Débats_, gli erronei giudizii: entrambi offerivano, in qualsivoglia evento, protezione dei loro Governi, asilo nelle proprie dimore. In Toscana, Giudici miei concittadini, presenti, scienti forse più degli Esteri Ministri, mi rampognano e mi accusano, e non solo mi accusano, ma mi oltraggiano con insulti fabbricati nel 1800!
Un'altra persona domiciliata qui a Firenze, scrivendo nell'8 marzo a certo suo amico di Parigi, tale gli dava ragguaglio delle nostre condizioni: «I Ministri e il Comitato esecutivo — tutti sono obbligati a sottomettersi alla tirannide di una mano di Faziosi, che si fecero padroni di Firenze, quantunque la più parte non sia neppure nativa del Paese. Firenze è fatta convegno di _tutti_ i seminatori di zizzanie della Penisola. Ridotti in _Club_, che porta nome di Circolo del Popolo, _dettano leggi, promulgano decreti, ai quali il Governo ha da sottomettersi docilmente_.»[271] Infatti il Giornale del Circolo così con parole ingenue ne raccontava la importanza e lo istituto:
«Essi sono un vero Magistrato (i Circoli) del Popolo, cui egli corre per tutti i suoi interessi, per tutti i suoi reclami e lagnanze, e vi trova tutte le simpatie per ottenere protezione. — (_Popolano_, 17 febbraio 1849.)
E quando in cotesto modo scrivevano, ero pur giunto a impedire che i Circoli dominassero interi; e la potenza loro scemava: si pensi un po' quanto potessero allora che mandavano commissarii in Provincia, e sopra ogni canto gli Oratori loro con accese parole aggiungevano legna al fuoco, le armi in pugno brandite tenevano.
Ora sotto la impressione di questi fatti si prendano a considerare i Dispacci dell'8 febbraio. —
Il primo delle 2 e ½, strappato a forza, porta seco evidentemente la prova della violenza immediata, avvegnachè vi si legga perfino la dichiarazione della _decadenza_ del Principe, che sempre ho combattuta e impedita.
Nel secondo delle 5 e 10 minuti, è gittata la parola che accenna l'áncora di speranza, con la quale in quei fortunosi frangenti immaginava salvare il Paese: «_Si rammentino tutti, che sarà proclamata presto la Costituente_ TOSCANA.»
Quando non occorressero altre prove, per conoscere che il Dispaccio dell'8 febbraio 1849, ore 6 p. m., fu imposto dalla violenza della Fazione trionfante, basterebbe questa sola, ed è che facendo scrivere il 14 febbraio 1849 (giorno della Spedizione a Santo Stefano) al Governatore di Portoferraio, lo ammoniva: «Se il Principe è _partito_, non è _decaduto_; lo Stato non è perciò venuto a mancare; le leggi non sono abolite ec.»[272] Ma importa inoltre riflettere alla inanità del medesimo. Generalmente, me non reputano stupido affatto: però, se la condizione mia non fosse stata in quel punto pericolosa così da farmi temere ogni obiettare fatale, se io avessi sperato, che tra i furibondi schiamazzi dei comandatori la Spedizione di Portoferraio potesse _avere luogo consiglio_, come non richiamarli a considerare «che ritenuta certa la partenza del Principe per Portoferraio, di due cose dovevano ammetterne una, o che il Principe vi fosse arrivato, o no? Se arrivato, o gli Elbani nol vogliono accogliere, e allora qual forza possono aggiungere a loro cento o duecento persone? Se lo hanno accolto, e quale urto mai vi augurate che facciano poche barche, contro fortezze giudicate insuperabili, e difese da molte centinaia di cannoni di grosso calibro? Non poche barche, ma intere armate male si avventurerebbero sotto le batterie del Falcone e della Stella. Dove poi non fosse arrivato, come si sosterranno le vostre barche, se venissero ad incontrarsi contro le fregate a vapore il _Porco-Spino_ e il _Cane Mastino_, rinforzate dalla fregata a vela la _Teti_, e il vascello di primo ordine il _Bellerofonte_?[273] Ma nè queste, nè altre, erano riflessioni da potersi avventurare a quel tempo, nè alcuna. «A Portoferraio! a Portoferraio!» urlava la turba infellonita, e bisognò darle aperto il Dispaccio, che vollero portare alcuni di quella allo Ufficio del telegrafo. Come ci hanno testimoni i quali attestano, che nella mattina dell'8 febbraio il Niccolini diceva: «Noi siamo d'accordo, tranne col Guerrazzi... ma...», così non ne mancano altri co' quali egli confidandosi, nei primi giorni di cotesto mese infaustissimo, palesava: «andrebbe bene ogni cosa; solo resistere Francesco Domenico alle loro mire, ma gli avrebbero messo il cervello a partito.»
La storia moderna mi somministrerebbe esempii in copia per mostrare come in simili casi si comportassero uomini incanutiti fra guerreschi pericoli. Vi rammentate il 17 marzo del 1848 a Milano? Quando i deputati del Popolo lombardo si presentarono al conte O'Donell capo del Governo, per esigere da lui la sanzione di atti ostili all'Austria, negava forse? No; diceva: «_Farò quello che voi volete, quello che voi volete. Sì, avete ragione, giù polizia, giù tutto_!»[274]
E fu appuntato perchè non avesse resistito? Lo accusarono forse, perchè avesse acconsentito a buttare giù _tutto_? Ed io _tutto_ non dissi che gittassero, e mi adoperai che ciò non facessero. Non incontrò tanto crudeli e poco assennati sindacatori, imperciocchè la sua resistenza, come di certo esizio per lui, così non avrebbe apportato profitto alcuno alla fortuna austriaca in quei giorni. Il sagrifizio della persona allora è lodevole, che, come nello esempio del Cavaliere d'Assas, gridando all'erta, ad onta della morte minacciata, si dà la sveglia al campo e si preserva dalla sorpresa: altrimenti è giudicato follia.
La discretezza, di cui per certo non mi dà norma l'Accusa, mi trattiene dallo esaminare la condizione di tutti coloro che si dichiararono coartati, e dal confrontare se le scuse che addussero e furono tenute buone, a paragone delle mie, dovessero più o meno gravi considerarsi: forse lo dovrò fare più tardi; — mi basti per ora uno esempio domestico.
Ferdinando Zannetti procedè sempre zelante delle libertà costituzionali: nel 12 aprile, io penso che più efficacemente degli altri alla restaurazione del Principato Costituzionale desse opera; e fu dei primi, che il Decreto a questo scopo tendente firmò: era Generale della Guardia Civica, e quindi stava in lui il comando della forza capace a schermirsi; egli conosceva i pericoli della Unione con Roma; egli sentiva quanto poco il Popolo, pure allora chiamato a libertà, fosse disposto a reggimento repubblicano; assennato com'è, prevedeva eziandio che il suo pronunziarsi per la Repubblica avrebbe potuto strascinare irreparabilmente il Governo; egli era stato testimone del mio rammarico espresso agli Ufficiali della Guardia Civica per la partenza del Principe, e dell'aspra lotta da me sostenuta perchè la Repubblica a furia dai violenti non si pronunziasse; e nondimeno, _invitato dal Popolo_, ebbe a gridare: _Viva la Repubblica! Viva la Unione con Roma_![275] Quando il Popolo è preso da una passione, e i più fervidi di quello ti fanno cerchio dintorno, e schiamazzano, e gridano, chi mai resiste? Chi può resistere? Me poi il Popolo non calcava festoso, ma torbido; non invitava, ma minacciava; non arrendevole trovava, ma in quanto mi era dato con industria opponente. Gli arrabbiati della Fazione trionfante, padroni nei primi giorni di tutto, non si muovono dalle mie stanze, notte e giorno spiano gli atti, le parole e i pensieri.
E tutto questo sembra poco all'Accusa; anzi, ella, _proprio in coscienza, crede che, invece di provare, escluda la prova della coartazione_!