Apologia della vita politica di F.-D. Guerrazzi

Part 27

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Pensai alla mia condizione, come meglio mi fu dato in mezzo a tanto trambusto. Come mai, considerava, me, che pure sapevano contrario allo scopo a cui gli agitatori tendevano con tanta ostinazione, vollero preso? Era evidente ch'essi mi apparecchiavano insidie per perdermi, come contumace ai voleri del Popolo. La resistenza da me dimostrata alla Camera dei Deputati, che, nel Decreto del 10 giugno 1850, si qualifica _pravo consiglio_, dagli organi repubblicani allora si accusava come _colpevole opposizione_. L'_Alba_, moderatissima in quel giorno, narrando il fatto diceva: «Vi tornarono i Deputati nel mentre che taluno chiedeva la dissoluzione della Camera, opinione combattuta dal pertinace coraggio di F. D. Guerrazzi, e _in quel momento per lo meno importuna_.» (Nº 9. feb. 1849.) — Molto mi teneva sospeso il contrasto col Niccolini, e la umiliazione alla quale io lo aveva ridotto; mi occorse al pensiero, che sovente i Deputati dell'Assemblea di Francia ebbero a pagare amara una parola di rimprovero detta contro taluno dei Caporioni dei Circoli. Il silenzio nell'Assemblea fu spesso stemperato in fiele nelle scapigliate adunanze di Popolo, che chiamavano _Clubs_, ed aguzzò la scure del carnefice. Cose volgari io narro, e dal comune degli uomini conosciutissime; dai miei Accusatori soltanto ignorate, o volute ignorare. Quanto sia assurdo intento volere dimostrare che poca mano di Popolo allora insanisse, ho chiarito altrove. Il _Nazionale_ dell'8 febbraio raccontando ora per ora i fatti della giornata attesta: «Ore 11. La piazza è _stivata_ di Popolo.» — La _Costituente_ del medesimo _giorno_: «Il Circolo popolare è radunato in piazza. — Molti _distinti cittadini_ prendono la parola, e conchiudono nella necessità di costituire un Governo Provvisorio.» — Gli elementi che operarono il 12 aprile, operarono eziandio l'8 febbraio. Se Guardia Civica, se Popolo, se plebe così urbana come rustica, se milizie non avessero acconsentito, chi le poteva costringere? Dov'era la forza capace a violentarle a quello da cui aborrivano? Questo è manifesto, e non vi ha sofisticheria che valga a metterlo in dubbio: — è manifesto.

L'Accusa si arrabatta smaniosa a persuadere, che una mano di gente stracciata operò i fatti dell'8 febbraio; presentendo l'obietto, che allora mal poteva fare violenza alla Camera, ci dice che il luogo chiuso e la sorpresa non lasciarono campo a misurarne la estensione. — Bene: ma la guardia custode della Camera composta di 60 uomini? — Non avendo ordine, non sapeva che pesci pigliare. — Meglio: ma la Guardia civica apparecchiata? — Consegnata nei quartieri, uscì fuori a cose fatte. — Egregiamente: ma le cose fatte si potevano disfare; e il Popolo, la Guardia Civica, e tutti gli altri rimasti fedeli, malgrado la tristezza, o tristizia (chè nell'uno e nell'altro modo corre egualmente bene il discorso nella famosa Accusa) dei tempi, usciti fuori, e vista la scarsa mano di gente cenciosa, potevano in un attimo depositarla al Bargello.[253] Se si trattava di pochi ribaldacci, oh! che mi vengono adesso i Documenti dell'Accusa a contare di _ora di riscatto suonata_, di _slancio_, di eroici fatti operati il 12 aprile, e di simili altre novelle? Se ella volesse nulla nulla essere coerente a sè stessa, dovrebbe rampognare con arrabbiato cipiglio la poltroneria delle migliaia dei fedeli cittadini, e sopra tutto la codardia delle migliaia degl'impiegati fedelissimi, che si lasciarono mettere i piedi sul collo da un cento di ragazzacci sbracati. A disperderli sarebbero state sufficienti una voce sola e una frusta; or come dunque, essa dovrebbe dire, gente _paucæ fidei_, non trovaste valore in petto, nè lena in gola, che bastasse ad inalzare un grido? Non una frusta, che servisse a frustare quel branco di ragazzacci sbracati? Tanto è, migliaia e migliaia d'impiegati fedelissimi non ebbero una voce, una frusta sola. _Extra jocum_, chè la dolente materia nol comporta: _laddove il Popolo si raccoglie in gran numero padroneggia sempre_, attestava Silvano Bailly, il quale verosimilmente doveva intendersene.[254] Io era stato trabalzato in piazza dalla moltitudine carezzevole, e atterrato, e per poco non pesto. Le mie orecchie erano intronate di _morte ai traditori_, e a cui non importa dire. Aveva conosciuto il Plebiscito decretato sotto le Logge dell'Orgagna, che dichiarava così:

«Il Popolo di Firenze.

«Considerando, che la fuga di Leopoldo di Austria infrange la Costituzione e lascia senza Governo lo Stato;

«Considerando, che il primo dovere del Popolo, solo Sovrano di sè stesso, è di provvedere a questa urgenza;

«Facendosi anche interpetre del voto delle Provincie sorelle, nomina un Governo Provvisorio nelle persone dei Cittadini Montanelli, Guerrazzi e Mazzoni, che a turno assumeranno la Presidenza, e loro affida la somma delle cose per la Italia, e per l'onore toscano,

_a condizione_:

«Che la forma politica definitiva della Toscana si rimetta alla decisione della Costituente _Italiana_; e

«Che frattanto il Governo Provvisorio deva unirsi e stringersi con quello di Roma, in guisa che i due Stati agli occhi del mondo ne compongano uno solo.»[255]

Rigoroso il mandato; palese il tranello, però che in quel medesimo giorno l'Assemblea Romana votava la decadenza del Pontefice, e la Repubblica, ed è da credersi che di ciò fossero troppo bene informati i Caporali del Circolo quaggiù; per la qual cosa quello che la immediata Unione con Roma volesse dire, ognuno sel vede. Infatti, il Plebiscito del Popolo fiorentino non era presentato mica come un voto o un consiglio: al contrario, come ingiunzione, che equivale «all'_obbligo espresso_ di percorrere la strada tracciata _intieramente senza riposo_.»[256]

Ed io per parare il colpo, e tutelare il mio capo, ormai mi vedeva abbandonato da tutti. Il Municipio si opponeva forse? Protestava egli? Si dimise? No. Egli prese parte agli atti governativi. Finchè il terreno apparve ingombro di spine, stette dietro al Governo: quando seppe da lui, che la Toscana si mostrava aliena alla Unione con Roma e alla Repubblica; quando conobbe gli ostacoli remossi; e sopra tutto quando non ci era pericolo; allora spiccò bravamente la corsa, e vinse il palio.

Sì, io non serbo amarezza; ma, o voi del Municipio, che a tale orribile passo, con arti di cui la pubblica coscienza raccapriccia, mi avete condotto, ditemi: non mi deste conforto e soccorso nella universale trepidanza a preservare da ruina il Paese? Ah! Voi lo neghereste invano; ne menavate vanto allora, e con Deliberazione del 12 febbraio bandivate, ed era vero: «che dopo avere speso ogni cura a remuovere dall'animo del Principe il pensiero di uno allontanamento, _lealmente offriste il vostro concorso_ agli uomini, che di necessità assumevano _il grave carico_ di reggere provvisoriamente il Paese in sì _difficili momenti_.» In che cosa peccai? dite. Forse per essere proceduto parziale ai Repubblicani? Ma io solo mi opponeva al precipitare della fazione, mentre voi mostravate volerle ormai dare vinte le mani.[257] Forse per avere convocato i comizii universali? Ma con un Giornale protetto da una parte di voi, questo provvedimento consigliavate e pretendevate![258] Forse perchè alla difesa delle patrie frontiere con tutta l'anima attendeva?... — Forse perchè alla restaurazione del Principato Costituzionale io ostava?... E qualcheduno di voi lo ha detto per onestare _la tradita fede_, che non si onesta mai. Ma di questo più tardi.

Urgeva pertanto, che io mi atteggiassi in modo, che le insinuazioni dei malevoli, i rancori delle vanità offese, i sospetti di parte non facessero breccia nell'animo del Popolo maravigliosamente commosso: e, molto più importante ancora, urgeva che le esterne turbe non passassero sul capo al Governo e ai suoi conduttori stessi; salvare insomma la città. Però, andando in Senato, alla proposta del Senatore Corsini, che il Governo Provvisorio conservasse le forme attuali governative dello Stato, e il potere devoluto alla persona del Principe, risposi a un di presso nei termini seguenti; e dico a un di presso, perchè tutti conoscono che la nostra _stenografia_ lasciava molto a desiderare, in fatto di esattezza.

_Ministro dell'Interno_, «Sento il bisogno di manifestare l'animo mio intero. Signori! Io, con quella maggior fede che un uomo del Popolo può esercitare, ho servito fedelmente Leopoldo Secondo; e debbo dirvi, o Signori, francamente, era offuscato da un gravissimo errore; imperocchè io credeva che libertà di Popolo e Principe potessero stare insieme. Mi confortava in questa mia speranza il considerare Leopoldo Secondo, per quanto egli mi diceva, onestissimo e dabbene.

«Oggi questa speranza è caduta; questo velo si è squarciato, ed io devo solennemente dichiarare che Leopoldo Secondo non ha corrisposto per niente alla fede con la quale noi lo abbiamo servito. Per conseguenza, io sono stato chiamato al Governo Provvisorio dal Popolo; sono stato confermato dalla Camera dei Deputati toscani; chè altrimenti io non accetterei questo mandato; intendo esercitarlo a benefizio del Popolo, non intendo esercitarlo a benefizio di Leopoldo Secondo, che giusta la mia opinione ci ha traditi.»

L'Accusa, ad escludere la difesa, oppone che io non poteva essere dominato da timore, imperciocchè poco innanzi avessi esposto, che io non aveva _paura del Popolo_. Della malevola quanto irragionevole induzione, che ricavasi da queste parole, altrove ho discorso, e a quel punto rimando. Qui aggiungo (e chiedo venia al lettore se lo trattengo di studii filologici, dacchè io nol faccio per vana saccenteria: mi compianga piuttosto vedendomi, con Toscani Giudici, ridotto perfino a raddrizzare il significato di parola toscana), qui aggiungo, che dove mai avessi dichiarato nell'Assemblea non avere _paura_, questo non esclude che più tardi dovessi concepire _timore_. Paura è codardia di animo, che aombra o per immaginativa, o per cose, che non abbiano potenza far male: timore denota la giusta estimazione che gli uomini, comecchè fortissimi, fanno del pericolo sovrastante:

Temer si dee di sole quelle cose, Che hanno potenza di fare altrui male; Delle altre no....

avverte Dante nostro; e la distinzione fra timore e paura fu notata dal Grassi, confermandola con esempii elegantissimi.[259]

Ora, quando prima venne il Popolo nell'Assemblea, bene sta che io non ne avessi _paura_; conosciuta poi la sua furia, e considerate le arti pessime, che altri poteva adoperare per indirizzarla a mio danno, sarebbe stata stupidezza non raccogliere dentro di me il prudente _timore_. E, se male non iscorgo, parmi sul futile argomento dell'Accusa avere adoperate parole già troppe.

Io per me ho tanta opinione nella intelligenza del Senatore Corsini, che non dubito punto asserire ch'egli si sarebbe astenuto dal suo discorso, dove lo avessero informato della deliberazione presa dal Popolo, e dello impeto col quale la pretendeva eseguita, minacciando chiunque, anche con parole, gli si fosse opposto. — Supponiamo che la proposta del Senatore Corsini fosse stata accettata, che cosa ne sarebbe avvenuto? La fazione, il Popolo, la turba insomma, che comandava sovrana, incitata dall'ostacolo, chiamando me e il Senato traditori, ci avrebbe condotto a fiero passo. La proposta Corsini pareva ed era una sfida contro al Plebiscito decretato in piazza dalla moltitudine onnipotente; così saremmo andati incontro ai danni che più c'importava evitare; la società si perdeva. Me atterrato, chi saliva in Palazzo? Domandatelo agl'impiegati più alti, a cui le labbra diventavano pagonazze discorrendo fra loro di cotesto pericolo.

Supponiamo, che vedendo impossibile mandare ad esecuzione la proposta Corsini, io ne avessi tolto pretesto a rassegnare lo ufficio, e si fosse sparsa in quel giorno fra le turbe commosse la voce, che io mi era dimesso per la insorta opposizione; avete mai pensato a quello che stava per nascere? Certo non ci avete pensato. Sì, ripeto; se il Senatore Corsini fosse stato informato della condizione delle cose, pensando quanto grave posta giuocava con le sue parole, si sarebbe taciuto. Invero gli avvisati colleghi del Senatore con cenni lo ammonivano a desistere, sicchè egli ebbe luogo a correggere il detto, e il Senatore Capponi, sempre più confermando la grave sentenza riportata altrove, aggiungeva:

«Questo è _certo_. Il Paese è in una di quelle necessità supreme dove il Potere mancando, il Paese provvede a sè stesso. In questa _necessità_ di cose, il Senato vota per quel Decreto ch'è stato proposto. Il Senato non può fare altro, e intende di farlo come _rappresentante della Nazione, o del Popolo_, giacchè Popolo e Nazione sono sinonimi.»

Il Senatore Fenzi dichiarava unirsi alle parole del Senatore Capponi.

Donde si conosce, che il Senato sentiva la necessità di esprimere il suo voto, non più come uno dei poteri costituiti nel reggimento costituzionale, ma come rappresentante di Popolo, e in virtù del presuntivo mandato, che la parte eletta della Nazione conferisce sempre agli uomini insigni per dottrina, per costumi distinti.

Se pertanto io e il Senato, ed io più assai di lui, ci trovavamo nella dura necessità di esprimere il concetto medesimo, perchè solo è scusato il Senato, e perchè solo accusato sono io? I Senatori egregi, consapevoli delle ragioni che ci fecero parlare, non m'incolperebbero per questo: di qui pure il diritto sacrosanto e per ora negato, che eglino soli, come miei Giudici naturali, intorno alle mie sorti pronunzino.

Nè già si creda, che come le parole del Senatore Corsini (certo senza avvertirlo) posero in quel giorno a grave cimento la pubblica salute, a lui non fossero per partorire danno. Egli forse ignorò quanto furore si concitasse contro, e quanti sforzi tutto il Governo Provvisorio adoperasse, perchè incolume passasse la tempesta; e non rifinivamo dire ai più accesi: «Come così intendete voi libertà? Invitate gli Oratori ad aprire schiettamente l'animo loro, e poi se non favellano a modo vostro vi adirate? Allora voi li fate liberi di pensare e dire come piace a voi.» E così il Senatore Corsini scampò per questa volta la mala parata. Più tardi però, come altrove ho detto, vollero invadere il paterno palazzo, e rovistarglielo tutto; con quanto e quale pericolo ogni uomo comprende. Inoltre, quando le intemperanze dei Faziosi stringevano il Governo a creare il Comitato di Salute Pubblica con poteri rivoluzionarii, e impadronirsi delle persone sospette, il Senatore Corsini fu designato fra le principali.

E forse lo stesso Senatore io penso che si accorgesse del danno che poteva uscire dallo incauto discorso, imperciocchè, oltre le parole aggiunte da lui, come lenitivo alle prime, fu visto, in certe occasioni, mettere prontissimo tappeti alle finestre, mentre gli altri cittadini non reputavano opportuno mostrare al Governo Provvisorio tanta svisceratezza.

Mi conferma nel mio proposito la visita del padre suo Principe Don Tommaso, sollecitatore della protezione del Governo, per circolare liberamente nel Granducato e recarsi fino a Genova senza sospetto, adducendo lui essere capo di famiglia e non tenuto pel fatto dei figli; in quanto a sè, tutto il mondo sapere quello che a benefizio di Roma avesse adoperato, e potermi mostrare altresì la patente amplissima rilasciatagli dal Popolo romano in guiderdone, non meno che un consulto di solenni Teologhi declarativo la erronea opinione di coloro che supponevano i Rappresentanti della Costituente italiana o romana meritevoli di scomunica. Ed io, mentre della esibizione di questi documenti lo ringraziava, penso avergli detto parole cortesemente idonee a rassicurarlo da qualunque dubbio avesse potuto concepire.

Sarebbe giusta cosa ricavare adesso da simili ripieghi, che ogni prudente cittadino pratica in tempi difficili per uscirne illeso, argomento di accusa e _d'ingiuria_ contro cotesti signori, dicendo loro: «Quei vostri furono atti e parole di chi ha doppio il cuore per gettarsi a quel Partito che avesse trionfato?» Ci pensi l'Accusa.

Non basta ancora: imperciocchè quando l'Accusa crederà, ch'io mi abbia vuoto il sacco, spero ritrovarci frugando qualche altra cosa che valga, non dico a farla vergognare, che questa è da altri omeri soma, che dai miei, ma almeno a confonderla. Sappia pertanto l'Accusa, che il Senatore Corsini, il quale siede adesso nei Consigli della Corona, scrivendomi privatamente mi si professò parziale, ed in fine adoperando parole di affetto disse essere rimasto, non che contento, edificato della mia _cara politica_. Nelle _incursioni_ della Polizia questa lettera andò dispersa; parecchi testimoni però l'hanno veduta e la rammentano, ma io confido nella lealtà del signor Duca di Casigliano per sentirmela affermare vera. I gentiluomini non negano le proprie parole, non le smentiscono, non sanno tradire, e se fra loro qualcheduno si trova bugiardo, o fedifrago, o traditore, si deve credere che in mezzo ad essi stia come _Pilato nel Credo_, o come _Barabba nel Passio_.

L'Accusa invece di ponderare a qual tremendo repentaglio fosse posta la pubblica e la privata sicurezza; quanto fiere apprensioni agitassero i cittadini a cotesti giorni; il mancato governo; la macchina costituzionale caduta, perchè colpita nella sua sostanza; la plebe minacciante, e male raffrenantesi; me sbilanciato e in pericolo; irritante la proposizione Corsini; fatale provocare l'ira della moltitudine accesissima; attaccata a un filo la comune salvezza; me ultimo argine della società trepidante; invece, dico, di ponderare tutte queste cose, pensa che io libero e spontaneo, senz'altro motivo che pel piacere di mostrare animo ostile al Principe che a supremo ufficio avevami assunto, e che lealissimamente aveva servito nel mio Ministero, favellassi in cotesta sentenza. Sicuramente che, in questo modo argomentando, non ci sarebbe a fare altro che declinare il capo e dire: percuotete! — E voi, Giudici, ponendo una mano sul cuore, senza sentirvelo trasalire nel petto, vi reputereste capaci a percuotere? _Poche ore_ innanzi di cotesto discorso, vi avreste dovuto rammentare, signori Giudici, con quanto _zelo_, con quanta _calda affezione_ io raccomandava il Granduca con lettere confidenziali dirette allo stesso Montanelli; sarebbe stata religione che voi non metteste in oblio come scrivendo ad amico intimo io m'ingegnassi confermare la fede della mia Patria al Principato Costituzionale: dovevate pure avvertire con quante diuturne dichiarazioni mi fossi mostrato alla Costituzione devoto; lo studio posto a compiacere ai desiderii del Principe; insomma avreste dovuto considerare tutto quanto non avete voluto considerare, e allora avreste compreso che necessaria fu la risposta al Senatore Corsini, e ch'è follia risguardare alle parole profferite in simili angustie. Più tardi sarete chiariti come uomini di Stato, politici e storici, giudichino le parole e i fatti di tale che, circondato da esercito devoto, non nutriva timore alcuno di sè, poco della Patria!

Mi giovi qui pure riportare la pittura, comunque _sfumata_, che di cotesti tempi fece il _Conciliatore_, non sospetto di parzialità col Governo; e chiunque ha mente giudichi della verità delle mie parole:

«Questo commuoversi continuo delle moltitudini; questo accorrere su le piazze levando a rumore il Paese; questo _gridare di popolo minuto contro i popolani grassi che rappresentano la defunta aristocrazia_; questo _fare scendere sovente il Governo di Palazzo e condurlo a deliberare sotto la Loggia dell'Orgagna_, ci rende immagine viva dei tempi dell'antica Repubblica di Firenze, la quale ebbe vita continua di tumulti, di fazioni e di commuovimenti.»

Considerando il riguardo che non si scompagnava allora dal cauto Giornale, parmi che possiamo comprendere le apprensioni dei cittadini, lo impeto delle moltitudini, e il pericolo continuo nel quale versava il Governo.

XXIV.

Spedizione di Portoferraio, e di Santo Stefano.

Desumo la storia di queste due accuse dal Decreto del 10 giugno, facendovi le aggiunte e correzioni opportune dietro il confronto del Decreto del 7 gennaio e l'Atto di Accusa del 25 detto 1851.

«È luogo a ritenersi che a questo punto non si arrestasse la Rivoluzione, ma che, presentendo prossima l'ora del riscatto, i Circoli, coadiuvati dalle furiose declamazioni della stampa, _si dessero a presentare petizioni per la cacciata dello stesso Principe dal suolo toscano_.

«_Nel concetto di accoglierle_, così scrisse il Guerrazzi nel dì 8 febbraio 1849 (6 ore pom.) al Governatore Pigli:

«Il Ministro Inglese assicura essere andato il Granduca con la sua famiglia a Portoferraio; si faccia tornare il _Giglio_. Si mandino barche e navigli con Livornesi ed uomini arrisicati a cacciarnelo. Leopoldo non merita ospitalità sopra il suolo toscano, dopo che, con tanta ingratitudine e nera perfidia, ha corrisposto alla fede del suo Popolo. — E la raccomanda il 9 al Governatore di Portoferraio sotto minaccia di destituzione:

«_Può supporsi_ che sia diretto costà, e già si trovi in cotesta Isola, Leopoldo Secondo. — Quando ciò fosse sicuro, egli ha abbandonato la Toscana, il Governo Provvisorio non può permettergli di rimanere in una parte di essa. La sua presenza potrebbe divenire causa di perturbazione, e forse di guerra civile. Ella perciò deve in quel caso invitarlo ad assentarsi anche da cotesta Isola, e fare in modo che la presente disposizione abbia il suo pieno ed immediato compimento. — A ciò mancando non potrebbe da lei evitarsi la destituzione dallo impiego. —

«Fallito il disegno di cotesta Spedizione, e dietro notizia che il Principe era a Santo Stefano, si rinnuovarono dal Guerrazzi al Pigli gli ordini per una seconda Spedizione militare contro il Granduca, chiamando a soccorso le truppe e i talenti del Generale D'Apice che vi si ricusò.» — Perchè, dice il Decreto del 7 gennaio, fosse nelle _ferme intenzioni_ della Rivoluzione procacciare ad ogni costo la partenza del Principe dalla Toscana.

La lettera al Pigli è così concepita: «Dalle _annesse lettere_ che mi ritornerete, e che per difetto di tempo mando nell'originale, vedrete il pericolo che ci minaccia. Colla massima sollecitudine _apparecchiate gente scelta che s'indirizzi verso Santo Stefano_ per la via del Littorale, ma per paese amico, e per ingrossarsi come palla di neve. _D'Apice vi scriverà, e vi terrete ai suoi consigli._ — 14 febbraio 1849.»

La dichiarazione del Generale D'Apice suona nel modo seguente: «Dirò con tutta verità, che allorquando mi trovava in Empoli ricevei lettera per parte del signor Guerrazzi, nella quale mi diceva lasciassi in Empoli porzione della truppa che io aveva sotto i miei ordini, e con altra mi dirigessi in Maremma, e mi pare precisamente a Grosseto. Ma poichè si trattava che cotesta Spedizione doveva farsi contro il Granduca, che allora era in Maremma, io ricusai incaricarmene.»

E raccomandando io scriveva al Paoli: «Scrivo a lei perchè capace d'intendere e di eseguire. Qui poco si fa, molto si parla. Cornacchie, non uomini. Leopoldo austriaco sta in Santo Stefano, organizza la reazione coll'empio pensiero di convertire Maremma in Vandea. Bisogna fare due cose: riunire quanta più forza si può: parte offrirne al Prefetto di Lucca, parte tenerne _a disposizione del Governatore di Livorno_. La causa della Toscana, e forse della Italia, dipende da queste misure, perchè da ogni buco può entrare acqua, cagione di naufragio. _Rendete ragguaglio, per Dio, di quello che fate. Il Potere centrale deve essere informato di tutto_.»

«Pigli (continua il Decreto del 10 giugno) raduna gente di ogni arma. _La Cecilia_ la conduce; sparge proclami, ma non ottiene seguito, nè riunisce gente ai ribelli.

«Questi apparecchi si accelerano, ma rimangono interrotti per dirigere il tumultuario armamento a Pietrasanta a comprimere un tentativo di restaurazione del Generale Laugier che dicevasi avere rialzato a Massa la bandiera del Principato, senza però abbandonare il disegno della cacciata del Principe.»

§ 1. _Spedizione a Portoferraio._