Apologia della vita politica di F.-D. Guerrazzi
Part 26
A Castelfranco-di-sotto, nel 9 febbraio, successero moti così gravi che la Guardia Civica ebbe a impugnare le armi e combattere; alcuni Civici rimasero feriti. I Rapporti di Polizia autorizzarono il Governo a pubblicare la seguente notizia nel _Monitore_ del 14 febbraio 1849: «In Castelfranco avvenne un movimento in senso _retrogrado_. La Guardia cittadina accorse numerosa a reprimere il disordine, sebbene ne _patisse danno_. — Il sangue uscito dalle vene dei Civici di Castelfranco è una offerta fatta alla causa della _nazione e dell'ordine_. Perchè i buoni cittadini non si affrettano a respingere questi movimenti? Qui non si tratta di quistione di _forma governativa. Il nome di Leopoldo è un pretesto per violare la proprietà, per saccheggiare le case, e per uccidere i migliori cittadini!_ — Il movimento non è politico, ma anarchico: non si combatte per un Governo contro un altro, ma per non averne nessuno. Il Governo vuole l'ordine, perchè la Legge abbia forza e sia salva la Patria. I cittadini devono volere l'ordine per la sicurezza della Patria non solo, ma ancora per quella dei proprii giorni e delle proprie sostanze. — Vogliono i cittadini che la Toscana sia invasa da continui ladronecci? Vogliono che Austria speri nelle nostre contese le sue vittorie? — _Morire per l'ordine è morire per la Patria_. Ritenga i poveri dall'anarchia il pensiero che il Governo si adopera per diminuire la miseria; muova i ricchi a resistere alla _reazione_, il senso dell'onesto, l'amor patrio, il proprio interesse.»
In Prato si tentavano disordini contro la strada ferrata Maria Antonia, della specie di quelli di Empoli. Le Autorità e la Commissione Governativa seppero prevenirli con prontissimi e gagliardi provvedimenti. (Vedi _Monitore_, 16 febbraio 1849.)
A Cascina incendiavano la Stazione della strada ferrata. «Nel mio passare ho trovato la Stazione di Cascina in fiamme. Spegnere lo incendio era impossibile, perchè la Stazione era presso che distrutta. Io seguito il mio viaggio, appena avrò preso alcuni concerti col Pretore di Pontedera. — Al Ministro dello Interno. — PAOLI.[242]»
Finalmente a Lucca la strada ferrata a furia di Popolo disfacevano.
Del contado di Arezzo più tardi. Dovevano dunque lasciarsi fare? Stare a vedere le genti sbranarsi, battere le mani agl'incendii, plaudire ai saccheggi, con sempiterna infamia assistere, neghittosi, al sobbissare del Paese? E queste cose con serena fronte profferiscono Magistrati toscani? E, nel pretenderle, il loro cuore nei loro petti sta saldo? Dunque, a mente di loro, la bandiera cuopre sempre comecchè perfidissimo il carico? La marca basta per garantire la merce falsata? Non così, per onore del nostro Paese, la intendono tutti i Magistrati toscani. La Corte Regia di Lucca, con Sentenza del 4 giugno 1850, decidendo intorno alla spedizione di Capannori e di Porcari, ha dichiarato che: «Essendo diretta a ricomporre in quiete e all'ordine la provincia.... di comprimere ogni reazione che minacciasse disorganizzare lo Stato, e di risparmiare, allontanandone il pericolo, le calamità di mutue stragi.... e non tendente a rafforzare il Governo nel male acquistato potere.... comparisca ragionevole ritenere che il Governo stesso non si allontanò da quella linea di condotta che la necessità della precauzione e le regole della prudenza consigliano, e che in pariforme caso un Governo, anche legale, avrebbe, senza esitazione, abbracciata.»
Perchè la Verità dorrebbe preferire le sponde del Serchio a quelle dell'Arno? — Così è: come a Lucca, accadeva da per tutto. Le agitazioni politiche già già destavano le furie socialistiche. Commosso da apprensioni terribili, oppresso da fatiche, a cui sembrava impossibile che uomo potesse durare, io mandava un grido di desolazione col Proclama del 16 febbraio 1849: «La nostra bella contrada si disfà, se quanti hanno cuore italiano non sorgono animosi a salvarla. Bande di facinorosi, col pretesto della _fuga di Leopoldo II_, ed anche senza pretesto, irrompono al saccheggio e allo incendio. Il Governo ha represso gli scellerati, e saranno puniti.»
In cotesti tempi, per così vigile provvedere, persone onorevolissime mi levarono a cielo; nè fra queste mancavano parecchi membri del Municipio fiorentino, e il suo egregio Capo. Alle mie dichiarazioni che la mia natura, vinta dal travaglio, stava per soccombere, allibivano; e primi fra gli altri, gli antichi impiegati, gli stessi servi della granducale famiglia, a mani giunte, mi supplicavano a non gli abbandonare. Sapevano ben essi quali sorti gli aspettassero! Ahimè! Come mai tutte queste fatiche, cure e pericoli adesso, a un tratto, diventarono delitti?
Fra tante, e solennissime tutte, testimonianze, mi giovi allegare quella del signore Allegretti, e ciò per due ragioni; la prima, perchè, preposto allora, e credo anche adesso, nel Ministero dello Interno alla Sezione della Polizia, giudicava dei tempi con esattissima cognizione delle cose; la seconda, perchè dall'attuale Governo adoperato e promosso non può neanche dalla ombrosa Accusa reputarsi sospetto. Almeno così parrebbe che da costei si potesse sperare. Scrivendo pertanto il sig. Cav. Segretario Allegretti al sig. Biavati di Lucca lettera confidenziale sul principiare del marzo 1849 così si esprimeva: «_essere io stanco di cotesto stato di cose, avere minacciato andarmene, e laddove questo avvenisse, grandi guai sarebbero caduti addosso alla Toscana_.» Io poi non dubito nella onestà del signore Segretario Allegretti, che egli non sia per commentare largamente a voce quanto scrisse, e credo che come compiacenza all'animo, gliene verrà lode dai suoi Superiori, cui certo non può piacere la selvaggia e veramente smodata persecuzione dell'Accusa.
Nella lettera scritta al signor Prefetto di Arezzo si avverta, all'opposto, che non vi si parla di decadenza del Principe, nè di Repubblica; anzi, non vi si adopera espressione offensiva alla Corona; le quali cose stanno a dimostrare che io la dettai quando mi trovava abbastanza libero di me, nè mi si teneva accalcata e furiosa dintorno la fazione a impormi frase e concetto di quanto, prepotentissima, ella ordinava di poi. Che se fa amarezza la frase: «i Principi se ne vanno, il Popolo resta,» hassi a riflettere in prima, ch'ella suona piuttosto cruccio o dolore, che esultanza per la partita del Granduca; e poi, che essendo quel Dispaccio dettato, lo scrivente poteva avervi messo coteste parole che furono dette in quella notte, e ripetute il giorno successivo nel Parlamento; e in quanto a leggere prima di firmare, davvero, mancava il tempo e la voglia. — Però se l'Accusa intendeva a penetrare l'animo mio in cotesta occasione, sembra che avesse dovuto fondarsi in preferenza sopra gli _autografi miei_.
«Il Consiglio dei Ministri al Governatore di Livorno. — Il Granduca ha abbandonato Firenze e Siena. Non _si sa_ dove si sia ritirato con la famiglia. Scrive non volere approvare la Legge della Costituente. Il Ministero convoca le Camere, e si dimette. Si _prevede_ la elezione di un Governo Provvisorio. Raddoppi le guardie alle porte. Chiami a sè gli Ufficiali della Civica e della Linea. Si assicuri delle Fortezze. Appello ai cittadini di stare uniti per prevenire qualunque _avvenimento doloroso_. Energia, attività, e si _salvi ad ogni costo il Paese_. — GUERRAZZI.»
Al Maggiore Fortini nel giorno _8 febbraio 1849, ore 7 antimeridiane_: «Soldato e Cittadino, come ella è, farà in modo che col Governatore e il Comandante la Piazza sieno religiosamente mantenuti tranquillità e ordine. — GUERRAZZI.»
Altro Dispaccio parimente autografo:
«Il Consiglio dei Ministri al Prefetto di Pisa. — Il Granduca è fuggito da Siena; non _si sa_ dove siasi ritirato con la sua famiglia. Scrive disapprovare quanto ha consentito circa alla Costituente italiana. Il Ministero convoca le Camere, e si dimette. Si _prevede_ la elezione del Governo Provvisorio. Chiami intorno a sè gli Ufficiali della Linea e della Civica. Appello dei cittadini di stare uniti onde prevenire _qualunque catastrofe_. Circondarsi dei migliori patriotti. _Si salvi il Paese_. — GUERRAZZI.»
Ho peccato io se fra tanto sbigottimento, mentre trepidavano tutti sul giorno che stava per sorgere, mi affaticai ad operare in guisa che il Paese non si disfacesse con sanguinosa rovina? Merita questo che mi si mandi un Profeta Natan onde io scelga, per pena, fra peste, fame e guerra? O Giudici, che fino ad ora osaste reputarmi colpevole, ditemi in grazia se tali fatti voi considerate delitti.... ditemelo, onde, insegnandomelo voi, impari anche io quali sarebbero state in cotesto fiero caso le vostre virtù!
§ 5. _L'Accusa non vuole leggere._
L'Accusa asserisce come dalla Segreteria del Ministero dello Interno fu, nell'8 febbraio, mandata notizia ai Prefetti e alle altre Autorità, _contro il vero_, che Leopoldo aveva _abbandonata la Toscana_; _cosa_, ella aggiunge, ch'era _pure inserita nel Proclama affisso nel medesimo giorno_.
Adesso che l'Accusa non voglia leggere si manifesta primieramente dal Proclama allegato, dove io sfido l'Accusa a trovarmi lo annunzio che il Granduca avesse abbandonato la Toscana.[243]
Inoltre, l'Accusa a che intende ella con la sua proposizione? Per avventura a provare, in mio danno, che la falsità della notizia circolata fu, senza dubbio, la causa del commuoversi della Toscana contro, o piuttosto del non commuoversi in favore del Principato? Venga l'Accusa, legga meco i suoi Documenti, e conoscerà chi sostiene il falso.
A pagine 236 del suo Volume occorre la prova che alle ore 7 ⅔ _antimeridiane_ partirono Staffette per Massa e Carrara, Arezzo, Montepulciano, e Grosseto. Il Dispaccio al Prefetto di Arezzo dichiara: «_Il Granduca è fuggito da Siena: ignorasi dove si sia ridotto_.» (pag. 279.) Alla pagina 231 leggiamo: «Qui ricorrerebbe il Dispaccio del Guerrazzi al Prefetto di Grosseto _del preciso tenore di quello diretto alla Prefettura di Arezzo_.»[244] Alle ore _cinque_ antimeridiane al Governatore di Livorno e al Prefetto di Pisa facevo sapere: «Il Granduca ha abbandonato Firenze e Siena, e non si sa dove siasi ritirato con la sua famiglia.» (pag. 235.) E così erano avvertiti il Comandante di Piazza e il Maggior Fortini a Livorno. Dunque nelle prime ore pomeridiane del giorno 8 febbraio Firenze, Pisa, Lucca, Livorno, Massa, Arezzo, Montepulciano, Grosseto e Siena con tutti i paesi circostanti erano per me informati precisamente del vero stato delle cose; cioè, che il Principe aveva abbandonato Siena, e che ignoravamo il luogo dov'egli con la sua famiglia erasi riparato.
Ma qui opporrà l'Accusa: dì pure quanto sai; al Governatore di Portoferraio fu mandata lettera nell'8 febbraio che spiegava: «Leopoldo di Austria ha _abbandonato la Toscana_;[245]» e il Segretario Allegretti _scrive_, che egli la compose dietro le traccie somministrategli da te _verbalmente_, e che lettere di uguale tenore furono mandate alle Superiori Autorità del Granducato; ed in fine, il Segretario _scrive_, che quantunque esse non appariscano firmate da te, l'Archivista «cui secondo il costume incumbeva procurarne la firma, non ti trovando accessibile, perchè in conclave co' tuoi Colleghi, non potè farlo, — e di fronte alla commissione ricevuta fosse stabilito spedirla anche senza firma di te.»
Altrove insisto su questa dichiarazione. Qui importa notare come nel medesimo giorno 8 febbraio fosse scritto al Governatore di Portoferraio in due maniere.
Il Governatore di Livorno lo avvisava così: «il Granduca _ha abbandonato_ improvvisamente _Siena_.»[246]
Il Segretario Allegretti: «Leopoldo di Austria ha _abbandonato la Toscana_.»
Il primo, dietro _ingiunzioni scritte autografe mie_. Il secondo, sopra _asserte traccie verbali_.
Ancora: prima delle ore tre pomeridiane del giorno 8 era nominato il nuovo Ministero, e per via telegrafica venne annunziato al Governatore di Livorno alle ore _5_ e _10_ minuti pom. del giorno stesso:[247] quindi la firma del Dispaccio in discorso, secondo le attribuzioni ordinarie del Ministro dello Interno, a lui propriamente apparteneva, e non a me.
Di più, gli Ufficiali del mio Ministero avevano sempre liberamente accesso, anche non chiamati, a me. Il sig. Segretario Allegretti pieno di riguardi soleva aspettare fuori; ma io spesso ne lo riprendeva, confortandolo a entrare senza esitazione alcuna nella mia stanza.
Inoltre, o io aveva ordinato che i Dispacci senza la mia firma si mandassero, o no; se ordinai, che senza la firma mia si spedissero, e allora che cosa importava, che io fossi _inaccessibile_? Non mi dovevano venire a cercare. Se tale non ordinai, perchè _stabilirono_ spedire senza la mia firma i Dispacci? E quando si asserisce, che le traccie verbali somministrai nelle ore pomeridiane, come poteva io indovinare, che sarei stato impedito al punto di dovere firmare?
Finalmente, tra le ore _5_ e le _6_ pomeridiane del giorno _8_, apprendevo, e mi era forza annunziare, che, per notizia datami dal Ministro Inglese, il Granduca era andato con la sua famiglia a Portoferraio:[248] come avrei patito io che più tardi (poichè la Posta pel Ministero, credo non andare errato se affermo, che nell'8 febbraio 1849 partì più tardi delle ore 6), si spedissero informazioni declarative lo abbandono assoluto della Toscana per la parte del Principe? Quando pure avessi di cotesto tenore ordinati Dispacci, io gli avrei fatti abolire.
Anzi (singolare riscontro!) trovo, che il Prefetto di Firenze diramava il giorno 9 febbraio la Circolare compilata dal Segretario Allegretti, mentre io pubblicava notizie, e tutto il mondo le sapeva contrarie al tenore di quella.
Per le quali considerazioni si farà manifesto, in primo luogo, quale e quanta fosse la perturbazione in quel giorno, e con quale confusa e disordinata ansietà procedessimo tutti così nei più umili come nei più alti ufficj; e secondariamente, che, salvo il debito onore che alla probità del sig. Allegretti sempre mi piacque professare e piace, dubito non del tutto esatte le sue reminiscenze.
Non ostante però queste avvertenze, rimane provato, che rispetto a me l'Accusa non vuol leggere, avvegnadio ponessi cura d'informare fino dalle prime ore del giorno 8 la massima parte della Toscana del vero stato delle cose, voglio dire il funesto caso della partenza del Granduca da Siena, noi ignoranti del luogo dove si fosse diretto, nè egli consapevole troppo per le cose altra volta discorse.
§ 6. _Ordine per abbassare gli stemmi._
Altrove toccai di questo addebito, sicchè mi occorre adesso spendervi più poche parole dintorno. Il Decreto del 10 giugno 1850 somministra di questo fatto tale difesa, che io non saprei desiderare nè addurre migliore: «La furia dei faziosi esigeva violentemente lo abbassamento degli stemmi, e l'ottemperare in ciò a un ordine del Popolo non può non apprendersi che come lo effetto di un desiderio di evitare i danni alle cose e alle persone, e così animato dalla veduta di proteggere la sicurezza e l'ordine pubblico.» (_Attesochè_ 84.)
Quindi io non ricorderò per quante guise questi stemmi fossero, in molte parti della Toscana, vilipesi ed arsi. — Non era meglio risparmiarli all'onta? Poteva e doveva patire io che venissero strascinati per le strade, come a Fiesole avvenne? Infatti, dove l'azione del Governo si estese, furono risparmiati e custoditi; e fu lodata la prudenza del Vice-Prefetto Zannetti, il quale, informando il Governo, così scriveva il 10 febbraio: «Nella perduta sera volevansi atterrare e distruggere tutte le armi granducali. Bastò qualche rilievo a trattenere le dimostrazioni che a colto e ben civilizzato Popolo non si addicessero. E le armi furono, a sera inoltrata, scese e calate dai posti e depositate in una stanza del Municipio.»[249] Vuolsi avvertire che in taluni luoghi, non solo di onta, diventavano eziandio materia di furore e di offesa. «Ma la prudenza è al colmo, la licenza dei retrogradi e dei tristi sfrenata, il contegno nostro moderato, ma già diventa furore vedendo fra noi esistere il monumento di derisione, l'arme di quel Principe.»[250] Non era meglio remuovere il motivo di furore, che permettere lo spargimento del sangue? Certo era meglio; i Giudici lo dicono, e in questa parte siamo d'accordo. E badate che non solo gli stemmi granducali lorenesi, ma eziandio i medicei vollero remossi, _perchè quando s'innalza l'Albero della Repubblica debbono cadere i monumenti della oppressione_.[251] Invano però fu scissa dall'Accusa la mia dalla causa dei signori Guidi ed Adami, onorandissimi amici; o fummo violentati tutti, o nessuno. Se da me emanò copia maggiore di ordini, questo naturalmente vuolsi attribuire agli ufficj diversi che occupavo. Nella loro carica avrei dovuto fare quanto essi fecero; nella mia avrebbero fatto quanto feci io.
Ma le parole riferite che proruppero dalle labbra dei Giudici meritano esame profondo. Ecco, per esse, vengono a stabilirsi due fatti ed un principio importantissimi.
Primo Fatto. Furia di Faziosi.
Secondo Fatto. Azione _violenta e imperante del Popolo_.
3. Principio. Adesione a cotesti ordini violenti persuasa dal consiglio di proteggere la pubblica e privata sicurezza.
Ora questi fatti e principio di propria loro natura non ponno limitarsi a un caso, ma devono, per necessità, estendersi al periodo del tempo percorso ed alla serie dei casi avvenuti sotto la impressione delle condizioni medesime; non possono restringersi ad uno o due individui, ma referirsi a tutti coloro che negli stessi accidenti versarono: sintomi permanenti sono eglino della infermità, che travagliava tutto il corpo sociale; e comparisce insania, o perfidia, che le medesime cause non abbiano virtù per partorire i medesimi effetti per tutti. Se, pertanto, questa furia di Faziosi esercitò la sua violenza contro il Prefetto, perchè avrebbe rispettato il Presidente del Governo Provvisorio? Se la forza si confessa tale da imporre al Prefetto, ragion vuole che più intensa si adoperasse sopra di me, avvegnadio troppo più gravi fossero le cause che la spingevano contro il Presidente del Governo Provvisorio, che contro il Prefetto, e di molto maggiore importanza i resultati che attendeva estorcere da lui: e se valse, nella coscienza dei Giudici, a scusare il Prefetto, davvero rimane arduo a comprendersi come e perchè la reputassero pel Presidente inefficace. Se questa _furia_ premeva, e lo dicono i Giudici, così irresistibile a cagione de' segni delle cose, ma certo più gagliarda (e mi basta uguale) deve essersi razionalmente avventata per volere eseguito il Decreto risoluto sotto le Logge dell'Orgagna, che le cose aboliva. Se alla _furia_ dei Faziosi e' fu forza cedere in un punto, per evitare danni alle sostanze e alle persone dei cittadini, e nella veduta di proteggere la sicurezza e l'ordine pubblico (e i Giudici approvano, ma non per me!), pari concetto ebbe a muovermi sopra altri punti, nei quali concentrandosi principalmente le loro antiche mire, i diuturni conati e le attuali necessità, è troppo naturale che con prepotenza maggiore li pretendessero. — I Giudici dunque hanno rasentato la verità, anzi si erano posti sul cammino di conoscerla intera: pochi più passi sopra la via ch'eglino stessi tracciarono, e la luce si sarebbe fatta loro manifesta.
Ma giunti a me, essi tornarono a calarsi la benda su gli occhi, che si erano in tanto buon punto sollevata: per me non bagna la pioggia, il fuoco non brucia; per me non fa buio la notte, la luce non illumina; per me il sale le cose sciocche non sala; queste, ed altre più strane sentenze dicono coloro che giù la benda su gli occhi si calano.
E se l'Accusa, invece di rovistare gli Archivii per ricavarne soltanto armi da offendere, vi avesse avuto ricorso per trarne luce a illuminare la verità, quivi avrebbe trovato documento di bene altra importanza, ed io lo ricordo, sicuro di non rimanere smentito. — Certo giusdicente del Granducato chiese ordini precisi per la esecuzione del Decreto intorno allo abbassamento delle armi granducali, avvisando che il Popolo nella sua giurisdizione sarebbe per avventura sceso alla violenza per impedirlo: io, per l'organo del sig. Segretario Cav. Allegretti, feci rispondere: _la misura presa dal Governo circa l'abbassamento delle armi essere stata appunto diretta a risparmiare loro sfregi plebei e ad impedire luttuosi conflitti: se il Popolo costà desiderava le armi, lasciassersi stare, avvegnachè il Granduca non avesse perduto i suoi diritti su la Toscana_.
Non sarebbe stato di qualche utilità riporre in Processo un simile documento? Ahimè! Gli esaminatori degli Archivii carte siffatte hanno guardato con l'occhio cieco del Bano di Croazia. E poichè l'Accusa incominciò a interrogare i Segretarii del Ministero, non poteva e doveva udire tutto quanto essi avrebbero saputo deporre in proposito? L'Accusa ha ascoltato i _temuti_ testimoni del vero con l'orecchio sordo del Bano di Croazia.
XXIII.
Dichiarazioni in Senato ostili al Granduca.
L'Accusa, sotto il titolo di Atti Speciali, incomincia dal porre il mio discorso in Senato. Io non devo biasimare il metodo ch'ella ha creduto bene, in questa parte, seguire; passo passo le tengo faticosamente dietro nei suoi meandri. — L'Accusa preoccupata dalla idea singolarissima che il Circolo e le turbe concomitanti, dopo pronunziato il Plebiscito e commessi i fatti narrati, _mi lasciassero nella piena facoltà di agire a mio talento_, ci narra come esse sparissero tornando alle proprie stanze dove, a modo dei vipistrelli allo accostarsi dello inverno, si addormentassero, finchè, avendo io compíto libero, spontaneo, gli atti incriminati, tornassero a riprendere l'usato costume. Ora questa idea è contraria alla ragione come al fatto, e i testimoni devono avere deposto che da quel punto in poi non venni mai più abbandonato, e fui fatto segno di sospettosa vigilanza.[252] Il Circolo non si ridusse a Santa Trinità per dormire, ma per sedere in _permanenza_, dove così stava fino dal 5 febbraio, e di là spediva i suoi Popilii che assediavano le anticamere, e penetravano, non annunziati, nelle segrete stanze, per imporre ordini e referirne al Circolo, in quei primi giorni troppo più poderoso del Governo, costretto a cedere sopra una parte per conservarne un'altra: di là muovevano di ora in ora Deputazioni per sindacare i nostri atti, e dirci, scrollando il capo amaramente, le parole riportate dal Nº 13, febbraio 1849, del _Popolano_: «Il Governo vorrà sì o no accorgersi di essere un governo rivoluzionario, e persuadersi che le rivoluzioni vere vanno avanti soltanto a colpi di cannone?» E' fu pertanto a cagione di questa non vincibile pressura, che il _Nazionale_ del 9 febbraio predicava: «L'azione del Governo può essere vigilata, ma non attraversata; nè senza disordine grandissimo _potrebbe altra azione estranea al Governo sostituirsi alla sua_.» Le quali cose significano per lo appunto il contrario del dormire, cioè stare sveglio notte e giorno senza interruzione per invadere ed usurpare ogni cosa: parte dei principali agitatori mi accompagnò nelle stanze di Ufficio levando a cielo l'operato di quel giorno; e siccome io di tanto non potei contenermi che per me non si favellasse a costoro qualche acerba parola, ebbi a vedere tali gesti, e a udire tali minaccie, che dovei risolvermi di mettere capo a partito, studiare, non che le opere, gli accenti, se pure non ero deliberato in tutto di capitare a fine infelice.
Nelle parole del signor Montanelli, profferite davanti al Senato, occorre la prova del difetto di _libertà_ in cui ci trovammo tutti appena rientrati in Palazzo: «Credemmo nostro debito, appena avemmo un _momento di libertà_, di portarci in mezzo di voi ec.» Di vero non ci potevamo sviluppare dalla turba dei Faziosi, che, urgentissima, ci si stringeva alla vita.