Apologia della vita politica di F.-D. Guerrazzi

Part 25

Chapter 253,553 wordsPublic domain

Dragomanni poi proposi io stesso: egli non era temibile affatto; mal destro a discorrere; di poco credito in guisa, che mai gli riuscì farsi eleggere Deputato: o di fortuna poco bene in arnese. Quando mi capitò il destro di mandarlo lontano, io lo afferrai, e così adoperando intesi dare sussistenza ad uomo di chiara stirpe, cultore delle lettere, e mostratomisi parziale fino da quando egli, Presidente dell'Accademia della Valle Tiberina, me immeritevole e non chiedente, anzi repugnante, volle ascritto nell'albo dei socii della medesima.[238] L'Accusa da prima sospettò, che cotesto impiego fosse mercede della opera prestata nell'8 febbraio; io feci avvertire che soltanto nel _10 aprile_ egli era promosso: ricompensa un po' troppo remota; — allora gavillando l'Accusa ha trovato che si volesse allontanare perchè, più che di vantaggio, fatto impedimento; e nè anche questo è vero. Il signor Lemmi era stato eletto Segretario allo Incaricato di affari a Costantinopoli: ricusando egli, gli subentrava il sig. Dragomanni quasi fortuitamente.[239] Quantunque, come il proverbio dice, l'asino non valga la cavezza, chè materia di piccolo momento ella è questa, pure anche qui mi piace ripigliarti senza rancore, o Accusa, e condurti a toccare con mano che non ne imberci una. Fammiti qui appresso, e vediamo un po' se mettendo tutto il nostro in comune (poichè di comunità oggi corre la usanza), ci riuscisse fabbricare qualche cosa che avesse garbo di ragionamento. A che miravo io? Su, dillo, via. — L'Accusa, che teme esporre il suo a compromesso, mi sbircia alla trista, e tiene i labbri stretti. Lo dirò io per te; io non risico nulla: tanto in prigione ci sto. Miravo forse alla restaurazione del Principato Costituzionale? L'Accusa, scattando il capo, si tocca col mento la manca e la diritta spalla. No, eh! Ma potevi fare più adagio a negare, che per poco non hai preso una storta nel collo. Mulinando contro il Principato Costituzionale, un Repubblicano (e accordo, di lieve importanza) doveva pure tornarmi più vantaggioso a Firenze che a Costantinopoli; perchè anche tu, o Accusa, devi andare persuasa che indurre il Sultano a mandare Turchi in soccorso della Repubblica toscana, neanche al Dragomanni sarebbe potuto riuscire. Bisognerebbe credere che io mirassi al _provvisorio eterno_. Come provvisorio eterno? Non ci è rimedio: a considerare questa ipotesi io mi sento tratto pei capelli proprio da te, o Accusa mia; avendo tra i gratissimi testimoni a carico del Romanelli accettato quello che depone avergli udito dire: — _Viva il Governo Provvisorio eterno_, — e' pare che anche tu abbi fede nella eternità provvisoria. Lasciamo, chè di questo avrai a rendere conto a Dio, perchè gli è un peccato grosso. Come non devo credere io così, quando di queste antitesi, o come le si abbiano a chiamare, io ti vedo innamorata? Difatti, con mio non mediocre insegnamento venni notando l'_uno o taluno_, il _complice o impotente_, e fino dalle prime carte la mia scienza del _veleno nascosto che si nascondeva_ nella montanelliana Costituente, con altre più _taccherelle che si tacciono per lo migliore_, come di _Guccio Imbratta_ diceva Messer Giovanni Boccaccio. Ma dacchè _provvisorio eterno_, o eterno provvisorio, anche a rifarsi di capo al mondo non si trova se non su i labbri del tuo testimone, così mi sia lecito passare questo punto sotto silenzio. Avanza pertanto una cosa sola; la Repubblica. Ora come, quando si agita di Repubblica, cacciansi via i Repubblicani? La vigilia di vendemmia si licenziano eglino gli operaj della vigna, o piuttosto, in qualunque ora del giorno si presentino, si fermano e mettono alle faccende? E se mi si oppone che ancora io confesso che piccolo frutto poteva cavarsi dal Dragomanni, rispondo che è vero, ma che ogni pruno fa siepe, ed al bisogno da ogni legno schiappa si cava; sicchè convien dire che l'Accusa, gittando la rete al motivo della spedizione del Dragomanni presso il Gran Turco, non è giunta a pescarlo. — Certo, Dragomanni visitava spesso la mia casa, ma non per questo godeva davvero la mia confidenza: al contrario, nel cospetto di tutti, si manifestava di principii opposti ai miei, ed io sovente lo riprendeva alla presenza di familiari ed amici con parole acerbe della sua irrequietezza, e delle pratiche che teneva con persone troppo diverse da lui, per educazione e per nascita. Ancora: dalle sue parole profferite nel calore della disputa ricavava lume per conoscere i disegni del Circolo e degli apparecchi repubblicani, per cui talvolta mi fu data abilità di prevenirli. _S. A. un giorno ebbe la bontà d'interrogarmi su questa pratica; io le ne dissi la origine e il motivo, ed essa mi parve approvarla_.[240]

D'altronde, prudenza così ammaestra operare. Gli uomini diventati o pericolosi o potenti negli Stati bisogna opprimere, o amicarseli; il primo partito è dei tempi del Borgia, la religione lo riprova, non lo consente la indole toscana; molto meno la mia; importava dunque li gratificando allontanarli. In questa guisa pertanto operai Ministro, _e palesandone le ragioni alla Corona, ella mi parve andarne persuasa_. Finchè il Governo starà nelle mani di gente esclusiva, agirà e sarà odiato come fazione. — È intendimento elementare dei Governi Costituzionali, accogliere negl'impieghi persone di varii Partiti, onde l'uno all'altro non prevalga, e l'Autorità della Corona regga entrambi equilibrandoli. Maestro di cosiffatto equilibrio fu Luigi XVIII, e morì re. Carlo X e Luigi Filippo l'obbliarono, e morirono esuli. La storia rammenta come egregia arte di regno la promozione che fece Napoleone, ad ufficj supremi, degli stessi _Convenzionali_. Però, e l'Accusa lo prova, pochi furono dal Governo conferiti impieghi a cui parve procedere infesto al Principato, e con qual mira, e da quale necessità costretto, già esposi; e che il disegno non fallisse dimostrò il successo, dacchè tolto dal Circolo il Mordini, e dei più capaci alcuni amicati al Governo, altri espulsi, andò di giorno in giorno declinando, agitandosi alfine con rabbiosi, ma disperati conati. In breve vedremo come i Demagoghi contro me si sbracciassero, perchè alla mensa degl'impieghi non convitassi i puri Repubblicani; ed anche in questa parte mi trovo fra incudine e martello.

L'Accusa afferma avere goduto il Niccolini la mia confidenza, e avergli io pagato nel 13 febbraio dieci monete. Si è veduto se Niccolini potesse essermi amico: egli mi fu soverchiatore, esploratore, e nemico, ora coperto, ora palese. Quando potei lo bandii, nè egli si richiamò della offesa, come altrove esporrò con larghezza maggiore. In quanto alle dieci monete che ordinai pagassersi al Niccolini, e' fu appunto per non serbare obblighi seco, il quale per insinuarsi nell'animo del mio giovane nepote, o per altra causa che il muovesse, volle donargli una carabina, e questi vago di armi accettò. Io come prima lo vidi, instai a che, o si riprendesse la carabina, o ne accettasse il prezzo: dopo averlo rifiutato, egli alla fine accettollo; ed io, che non avevo la moneta addosso, gliela feci pagare in dieci francesconi dallo Adami, perchè convivendo meco egli mi andava debitore della sua quota di spese di casa. — La carabina deve essere stata rinvenuta nella stanza di Palazzo Vecchio abitata dal giovane. I conti col signore Adami nè anche adesso sono fatti, nè si fecero mai, onde io non potei accorgermi se mi avesse portato a debito, come doveva, le L. 66. 13. 4.

A confermare questa spiegazione agevole e piana, concorrono il modo confidenziale del biglietto: — _Adami. Paga dieci scudi a Niccolini. Guerrazzi_; — che dimostra come io m'indirizzassi all'amico, non al Ministro, e la omessa indicazione dello uso della moneta, il quale è costume specificare quando si tratta di pubbliche spese; e finalmente io credo, che non sieno mancate testimonianze validissime intorno alla verità del fatto: nonostante l'Accusa tiene in tutto e per tutto le pugna strette, quasi paurosa che schiudendole un poco si volino via le raccolte incolpazioni. Dieci scudi? E in questa somma l'Accusa presume vedere la giusta mercede di una rivoluzione? — Per amore del cielo, non faccia credere queste cose l'Accusa, imperciocchè se le rivoluzioni fossero a tanto buon mercato, correremmo pericolo pei tempi che volgono che se ne aumentasse prodigiosamente il numero dei _consumatori_!

§ 4. _Lettera al Sig. Giovan-Batista Alberti Prefetto di Arezzo._

Questa lettera è riportata nel § 25 del Decreto del 7 gennaio 1851; e dice così: «Il Granduca è fuggito da Siena: ignorasi dove si sia ridotto. Prima di partire ha dichiarato annullare la Legge intorno alla Costituente. Il Ministero convoca le Camere e dà la sua dimissione. Sarà instituito _necessariamente un Governo Provvisorio_. Si circondi dei Patriotti più caldi dello amore del Paese. Prenda i provvedimenti che in simili casi straordinarii persuade la necessità. Se avvengono _reazioni_, si comprimano ad ogni costo, sotto la sua personale responsabilità. Crei una Commissione di salute pubblica; energia, e vigore; viva la _Patria_. I Principi se ne vanno, ma i Popoli restano ec. — Firenze, 8 febbraio 1849, — 5 di mattina.»

Il Decreto afferma che per questa lettera si dichiara come per me si reputasse ormai la Monarchia cessata in Toscana. A me pare che questa lettera non dimostri altro, tranne la mia ansietà e la mia diligenza che in tanto sconvolgimento la Patria non s'infamasse con azioni scellerate. In che e come nuoce cotesta lettera? Forse, perchè porgevo avviso al Prefetto dell'operato della Corona? Ma la stessa Corona voleva si rendesse palese, e presto. Forse perchè presagivo la elezione del Governo Provvisorio? Ma questa ormai era diventata politica necessità; e il Giornale dei _Conservatori Costituzionali_ annunziava essere _nella mente di tutti_. Forse per la notizia dello allontanamento della Corona? Ma se si era allontanata! Forse perchè non indicavo il luogo dove si era ridotto il Principe? Ma nè il Principe lo diceva, nè sembrava egli stesso saperlo. Forse per la raccomandazione di circondarsi di Patriotti caldi dello amore del Paese? O di chi doveva circondarsi? Di quelli che gli volevano male? E ci erano. Forse per le pressanti istanze onde i moti reazionarii non avvenissero, o avvenuti si comprimessero? — Qui giova fermarci alquanto, e chiarire per bene questa materia.

I Documenti dell'Accusa, noi lo vedemmo, ritengono il Ministero nostro come uno di quei parti mostruosi a cui le balie devono lasciare sciolto il bellíco: egli ebbe prima il torto di vivere; poi subito quello di non farsi ammazzare di buona grazia, persuaso, come doveva essere, di nascere in peccato originale: però anche allora, agli occhi dell'Accusa, fu colpa opporsi ai moti reazionarii; bisognava non impedirli, anzi dar loro comodo di operare con sicurezza piena. Se l'Accusa così pensa di me mentre fui Ministro, immaginate un po' voi che cosa pensi quando mi vollero parte del Governo Provvisorio! Ed io apertamente dico all'Accusa, che pessimo argomentare è cotesto suo. — Non si dissimulino le cose, ch'è vano e non plausibile conato: la verità si ricerchi, e si dica. Il Principe parte da Siena, aborrendo _reazioni e sanguinosi conflitti_; e l'Accusa invece non vuole che le reazioni, i conflitti sanguinosi, nè la guerra civile s'impediscano; e perchè? Perchè crede che tutte queste cose la causa del Principato favorissero. Dio ci liberi dalle offese, — ma ed anche dalle difese dell'Accusa!

Dunque il Principe, a mente dell'Accusa, sta con la reazione? La Corona (e lo dovrebbero sapere i Magistrati) non istà con i reazionarii, nè con i Repubblicani; sta con la Costituzione. Ma i Giudici sanno eglino reazione che sia? Sanno eglino come proceda? La reazione è ripristinamento dell'odioso dispotismo, e del suo tristo corteggio, co' modi che la umanità aborrisce, e la morale condanna. Ora in Toscana, per la Dio grazia, non erano soltanto due Partiti estremi, ma prevaleva, mentre io vivea nel mondo, il terzo Partito degli amici delle Libertà Costituzionali _più o meno largamente intese_. Ricordano i Giudici come la reazione operasse nell'Aretino nei tempi passati? Forse lo hanno dimenticato; mi concedano che lo richiami loro alla memoria.

«Nella vigilia dei santi Apostoli Pietro e Paolo (28 giugno 1799), allo incessante rimbombo dei colpi da fuoco e dei _Viva Maria_, il Popolo _sanese_ accorre in folla; e si unisce co' suoi _vendicatori aretini_; nei suoi primi slanci si scaglia contro coloro che stimava non semplicemente avversi alla religione cattolica, ma occulti cospiratori per abbatterla, quali sono i _giudei_; pone quindi a _sacco_ qualche bottega, e qualche casa di essa; _alcuni ne uccide e gli aborriti cadaveri getta sul fuoco_!....»

Sanno i miei Giudici, che fece la reazione nella inclita città di Siena nel medesimo tempo? A Siena furono gettati _cinque ebrei vivi_ ad ardere sul rogo acceso su la piazza maggiore davanti alla immagine della Madonna, che sta a piè della Torre, e allo Arcivescovo Zondadari!! Questi fatti i Giudici possono ritenere per veri pur troppo, imperciocchè vengano narrati dal Canonico Giovanni Battista Chrisolino dei Conti di Valdoppio, parroco della Cattedrale aretina, a _gloria_ (com'egli dice) di _Maria Santissima del Conforto_, stampati in Città di Castello nel 1799.

Cotesti immani uomini, siffatte nefandità commettendo, invocavano il nome della _Consolatrice degli afflitti_; sarebbesi dovuto lasciarli fare, nella fede che ciò operassero a maggiore gloria della Madre di Dio? — Anzi imparo, fremendo, come nell'Agro aretino fare _Viva Maria!_ significhi portare le mani ladre nella roba altrui. Ora i ladri e i violenti sol perchè gridino _Viva Maria_, o _Viva Leopoldo II_, voglionsi venerare per santi, o lodare per leali?... Vergogna per tutti queste cose, non che dire, pensare; per Magistrati poi enormezza!

Sanno i miei Giudici, che cosa operasse la reazione nel 1849 a Empoli, a Lucca, nell'Aretino e altrove? Certo prendevano a pretesto il nome del Principe, ma le case incendiavano, le strade rompevano, le imposte ricusavano, dalla patria difesa aborrivano, straniere dominazioni macchinavano, ruberie e ferimenti commettevano, terre e castelli di assaltare tentavano. — Io non ho gli Archivii, ma se giustizia vive nel mondo mi verranno finalmente concessi, e allora si conosceranno le mene delle Provincie, e chi le suscitasse, a qual fine tendessero, non meno che gli sforzi dei Giusdicenti a reprimerle. In tanta deficienza giovi non ostante favellare di alcuno.

«Nella sera del 12 febbraio, un piccolo pugno di scioperati, e avversi al Paese, non che al proprio interesse (non però dimoranti a S. Miniato, o appena 8 o 10), concepito il vandalico disegno di troncare e _guastare la linea ferrata in quel tratto di pianura, che giace fra l'Arno e il posto della Scala_, si recarono alla Parrocchia di S. Piero alle Fonti; ove di prepotenza vollero suonare la campana a martello, nella speranza che i contadini, ed altri popolani accorsi al suono, gli avrebbero secondati. Ma gl'intervenuti, comunque numerosi.... altamente biasimarono, e, protestando non volere dare mano a opera tanto nefanda, si dileguarono. I pochi facinorosi, vedutisi delusi, si dettero con _forsennate grida, e con fiaccole_, a fare proseliti lungo la strada nel punto che passa la parrocchia della Isolata, quando per l'unione di altri male intenzionati si lusingarono potere dare principio; gl'Isolani in numero di circa 60 si fanno loro incontro a passo di carica, e fatto alto al cancello della strada ferrata, esplodono in aria i fucili. Ciò bastò, perchè i perversi e i faziosi estinte le fiaccole si disperdessero, dandosi a fuggire per le vie traverse, temendo essere inseguiti. A S. Miniato appena ebbesi contezza dell'accaduto, la indignazione dei cittadini contra questi perturbatori dell'ordine, fu universale; e già molti volenterosi avevano preso le armi per discendere al piano ec.» — (Lettera del signor Carlo Taddei al prof. Giovacchino Taddei. — Vedi _Monitore_ del 17 febbraio 1849.)

Tutti i Documenti dell'Accusa riportano lo incarceramento dei Parrochi, e di altra gente, ordinata dai signori Montanelli e Mazzoni in premio, essi dicono, _della gioia che le popolazioni circostanti a Firenze, nella purezza dell'animo, mostrarono con innocenti e festive dimostrazioni_ allo annunzio del ritorno del Granduca. Di questo incarceramento io non so; ma so, che un Lally Tolendal viene celebrato per le storie, come quello che nelle prime commozioni di Francia ebbe il coraggio di proporre un proclama col quale esortavasi il Popolo a non insanguinare le mani, e lasciare libero il corso alla giustizia. Il Bailly intendendo a salvare la vita al Bertier, ordinava che lo trasportassero alla Badia, e quivi lo custodissero prigione; se non che fece tronco quel disegno la plebe, la quale avventandosi in Piazza della Greve contro cotesto sciagurato lo ridusse a morte. Assai più notabile è il caso del Foullon. Lafayette, di cui certamente non vorrà negare alcuno la nobiltà del carattere, e lo amore degli uomini, per sottrarre dalle mani del Popolo furibondo il Foullon, trovò il consiglio di mostrarglisi acerbamente crudele: «Ed io, diceva arringando la moltitudine, lodo il furor vostro; sempre ebbi in odio costui; lo reputo perdutissimo uomo, e non credo che possa immaginarsi pena che uguagli al suo fallire.... Però badate; egli ha da avere complici, e non pochi: importa conoscerli; intanto io farò trasportarlo alla Badia: quindi lo processeremo, e condanneremo alla morte infame che si è meritata pur troppo.» Il Popolo persuaso applaudiva, quando il Foullon, indovinando il segreto concetto del Lafayette, ebbe la inavvertenza di fare plauso anch'egli. Allora il Popolo si ravvisava, una voce sinistra sorse a gridare: «sono d'accordo!» e il pietoso trovato del Lafayette riuscì invano. — Inoltre, cosa nè singolare, nè inusitata presso i Governi, è schiudere la carcere come asilo supremo ai perseguitati... e me pure pretesero dal fiorentino Popolo.... Ma di questo più tardi. Che tale poi fosse lo scopo del Montanelli, me ne persuadono e la indole mite di lui, e il nessuno aumento, per quanto io sappia, del martirologio in Toscana.... e i successi che stiamo per esporre.

Intanto, è mestieri affermare apertamente, che le tinte, di cui l'Accusa colora il tumulto del 21 febbraio, sono false e smontano al sole. Se cotesto moto avesse presentato il carattere che immaginano, o come la città di Firenze sarebbesi tutta levata a reprimerlo? Nè il tumulto si rimase a così tenere dimostrazioni; però che io leggo, egli acclamasse ai nemici della nostra Patria, e seppi con certezza come gli ammotinati s'indirizzassero contro la città con urli di minaccia, e spari di schioppo. La Guardia Civica non pare che andasse persuasa troppo della purezza dell'animo di cotesti innocentissimi, dacchè accorse _spontanea a ributtarli_ con le armi, e accorse ancora spontaneo e furibondo il Popolo fiorentino. L'azione del Governo non fu di eccitare, ma di risparmiare la effusione del sangue, trattenendo la moltitudine da mettere le mani violente nella vita altrui, ed ostando che gli arrestati a furia di Popolo si manomettessero.[241] Il Montanelli, comunque infermo, sorse dal letto e vi si adoperò, oltre quello che parevano consentirgli le forze. Funesta notte poteva essere quella, e madre di assai più terribile giorno: quando il sig. Montanelli non avesse altro merito, parmi che Firenze dovrebbe benedire il suo nome. Adesso corre il tempo della ingratitudine; ma i tempi non vanno sempre ad un modo; e chi ha bene operato può aspettare nella tranquillità dell'animo, che gli sia resa giustizia un giorno, e da tutti. — Ora, considerati i Rapporti di Polizia, il consenso spontaneo ed universale della Civica e del Popolo fiorentino, nello avventarsi contro i campagnoli tumultuanti, parmi che si possa concludere con una di queste due cose; o che il moto del 21 febbraio non presentava i caratteri attribuitigli dall'Accusa, o che nè i tempi erano quelli, nè i modi per operare la restaurazione del Principato Costituzionale.

E anche ad Empoli, negli avvenimenti del 12 febbraio, i facinorosi gridavano: _Viva Leopoldo II!_ e intanto la Stazione bruciavano, e la strada ferrata rompevano. Ho sentito dire che si scusassero col timore che i Livornesi sopraggiungessero, ed hanno accettato la scusa; ma, in grazia, la Stazione con la strada come ci entrava ella? E nel 23 febbraio, quando gli Empolesi, minacciando rinnuovare gli attentati medesimi, vi fecero accorrere pronta e spontanea la brigata delle Guardie di Finanza di Firenze, avevano sempre paura dei Livornesi? No. La verità è che uomini avversi più che al Governo alle persone di quelli che lo tenevano, eccitarono le passioni delle moltitudini, e queste, fiduciose della impunità per la dissoluzione del Paese, non pure trascorsero al guasto della strada ferrata e allo incendio della Stazione, ma posero in compromesso la proprietà degli agitatori medesimi. Il Popolo di Empoli, dedito al commercio dei trasporti più di ogni altro, ebbe a patire danni per la costruzione della strada ferrata, e l'odiò allora, e forse l'odia anche adesso; solito effetto della nuova industria che disagia o rovina l'antica. — Tutte queste cose sapeva, e le dissi apertamente in faccia agli Empolesi; però nessuno si dolse di asprezze per parte mia, nè fu ricercato per negozii politici, e tutto a tutti rimisi, salvo delitti comuni; ed ecco come favellai ai Deputati di Empoli venuti a Firenze per condannare le grida _non consentanee_ ai tempi levate dalla gente empolese, e per _respingere da sè_ il fatto della strada ferrata:

«I fatti di Empoli commossero a dolore il Governo Provvisorio, a sdegno la Toscana tutta. L'essere usciti in parole non consentanee ai tempi, e in atti di ferocia contro le cose e le persone nella sera del decorso venerdì, affligge non solo quanti amano _le istituzioni e i governi liberali_, ma quanti hanno _senso di umanità_. Lo incendio della Stazione è siffatto eccesso, che parrebbe incredibile, se non fosse avvenuto alla distanza di poche miglia da noi. Ben fa il Paese a respingerlo da sè. Così si mette d'accordo con la pubblica opinione che lo ha fulminato con la sua disapprovazione.» E continuavo confidando che gli uomini più autorevoli di cotesta illustre terra «raccomanderanno al Popolo di quella e delle adiacenti campagne l'_amore all'ordine_, che ogni Partito dee rispettare; _la tolleranza delle opinioni_, che i soli illiberali possono respingere; la _concordia_, che i soli fautori degli Austriaci possono odiare; il _rispetto_ alla _proprietà, e soprattutto alla strada ferrata_, che solo l'uomo nomade può _guardare di mal occhio; la quiete e la sicurezza_, che sole possono mantenere la floridezza di quel Paese ec.» — (Vedi _Monitore_, 16 febbraio 1849.)

A Castelfranco-di-sopra le _turbolenze_ presentarono tale carattere da indurre il Gonfaloniere e la Guardia Civica a interporre le loro premure affinchè cessassero. Colà il Governo non mandò forza; _i Cittadini stessi compresero la necessità di prevenire disordini, e vi si adoperarono con frutto_. — (_Monitore_, del 26 febbraio 1849.)