Apologia della vita politica di F.-D. Guerrazzi

Part 24

Chapter 243,188 wordsPublic domain

I Rapporti governativi depositati negli Archivii del Ministero, fin qui non concessi, mi davano abilità di fare stampare quanto segue nel _Monitore_ del 5 febbraio 1849: «S. A. il Granduca si condusse, secondo il solito, a Siena per visitare la Reale Famiglia che sverna costà. Un Partito di pochi, e, piuttostochè tristi, stupidi retrogradi, si valse della presenza dell'_Ottimo Principe_ per fare una dimostrazione avversa alla Costituente, coonestando lo stolto intento con _acclamazioni al suo Nome, le quali non potevano essere se non che universali_. — Di qui avvenne la reazione; e i retrogradi ebbero la peggio, rilevando alcuni di loro parecchie ferite. La Giustizia informa: molti arresti sono stati operati; alcuni arrestati confessarono, a un tratto, essere stati pagati: a vero dire, sottilmente pagati, perchè i retrogradi hanno copia di generosità come d'intelletto. — Intanto il Principe, per queste angustie dell'animo e per disposizione di corpo, è caduto infermo. Sebbene obbligato a tenersi giacente, non ha febbre, ma sonnolenza e gravezza, dolore di capo, e gli altri segni tutti di forte reuma. Il Consiglio dei Ministri, ieri sera, aveva deliberato mandargli qualche Ministro per circondarlo della responsabilità ministeriale, e _il Presidente Montanelli si chiamò pronto a partire_. Nella notte sono arrivate notizie da Siena, le quali istruiscono che il Principe desidera e chiama intorno a sè parte del Ministero, o per lo meno un Ministro. Così il pensiero ministeriale si è trovato d'accordo co' desiderii del Principe. Il Presidente Montanelli è partito in compagnia del Segretario Marmocchi di patria sanese. Queste notizie, della verità delle quali non è dato dubitare, abbiamo voluto rendere palesi, affinchè ogni trepidazione cessi, e la città si rassicuri. _La stretta armonia tra il Principe e il suo Ministero, anzichè soffrire alterazione, ogni dì più si conferma_.»

Ora, comecchè coteste cose non mi tocchino, tuttavolta in omaggio del vero, esaminiamo se il Granduca statuisse la partenza da Siena prima o dopo l'arrivo del signor Montanelli. Già fu avvertito che il Presidente lasciava Firenze il 5 febbraio, ed arrivava il 6 a Siena nella mattinata. Ora, dai Documenti pubblicati dal Ministero degli Affari Esteri Inglese, intorno ai casi d'Italia, per essere presentati alle Camere del Parlamento, s'impara come Lord Hamilton avverta il Visconte Palmerston, _nel 7 febbraio, che il Granduca desiderava uno dei vapori inglesi stanziati in Livorno per imbarcarsi il giorno 8 a Porto Santo Stefano_.[229] — Dunque, se si calcola il tempo che un messaggio impiegava allora, per difetto di strada ferrata, da Siena a Firenze, il tempo per mandare a Livorno e ottenere risposta dai Comandante Inglese, il tempo per riscontrare S. A., il tempo finalmente perchè il piroscafo giungesse nel prefisso giorno a San Stefano per imbarcare S. A., non sarà indiscreto supporre che, o nella notte del 5 febbraio, o almeno nelle prossime ore matutine del giorno 6 pervenisse al Ministro Inglese la richiesta di S. A. per imbarcarsi il giorno 8 a Porto Santo Stefano. — Però ci persuaderemo che la risoluzione presa di partirsi da noi, precedeva, non susseguiva, l'arrivo del signor Montanelli a Siena: e ci persuaderemo eziandio, che infausti consiglieri di quella furono i successi accaduti dal 30 gennaio al 5 febbraio, non già la presenza del Montanelli e dei seguaci suoi.

I Documenti dell'Accusa si sbracciano a volere trovare un concertato fra i disegni dei Repubblicani, le agitazioni di Siena e la presenza dei signori Montanelli e Marmocchi in cotesta città: in prova di ciò allegano certa lettera di Antonio Mordini a Lorenzo Corsi ingegnere di Arezzo; ma è di evidenza intuitiva che il concetto di quella non accorda per nulla con quanto avvenne, nè con quanto il Ministero operò. Infatti la lettera si basa sul caso possibile della dimissione del Ministero toscano che il Partito provocherà fra il 1o e il 5 febbraio. Ora questa dimissione non solo non avvenne, ma in quel medesimo giorno 5 il _Monitore_ annunziava, per mia diligenza, che _l'armonia fra il Principe e il suo Ministero, invece di soffrire alterazione, ogni dì più si confermava_. — E chi, Dio mio, non lo avrebbe creduto al pari di me? Da Siena, lettere confidenziali di persona intima all'A. S. me ne assicuravano sollecito il ritorno; delle notizie, pervenutemi per via particolare e colà trasmesse, mi ringraziavano; di usare solerte opera onde la città rimanesse tranquilla mi raccomandavano. Lusinghiere, amorevoli erano coteste lettere, ed io mi vi affidavo intero. Nè andava di tanta benignità immeritevole la mia fede, perchè ogni mio riposto consiglio manifestava al Principe, _e perfino la mia corrispondenza privata_. —

E non avvenne la Dittatura immaginata dal Mordini, nè il nostro invio a Roma; e gli sforzi miei erano diretti a conseguire il ritorno del Granduca, _la sua partenza non già_, e fatti e scritti il dimostrano; nè la unificazione con gli Stati Romani, Toscani e Veneti, nè alcuna delle cose quivi indicate successero. Io non so pertanto che consiglio sia questo di andare a trovare un nesso tra il fatto mio e le infinite fantasie uscite dagli accesi cervelli di quei tempi; molto più quando fra loro appariscono siffattamente disformi.

Il Decreto del 7 gennaio 1851, nel § 16, dice espresso, che Montanelli andò a Siena _seguíto_ da Marmocchi, e più tardi da Niccolini: l'Accusa del 29 gennaio 1851 ostenta ignorare se eglino con Montanelli andassero, _o innanzi o dopo esso_. Nè questa esitanza si creda priva della sua buona ragione, imperciocchè tutti i Documenti vorrebbero trovare che il subuglio in Siena avvenisse _dopo_, non _prima_ la giunta loro a Siena. Ma no; anche il Lunario è inesorabile: il gennaio nell'ordine dei mesi viene innanzi al febbraio, e nel processo dei numeri il 5 tiene dietro al 4. Molte cose possono fare e molte ne hanno fatte i Giudici, ma porre febbraio prima di gennaio, e il 4 dopo il 5, non possono: però, se non lo possono fare, lo possono dire; e lo dicono, e certamente non si risparmiano da scriverlo. Il Decreto del 7, § 17, imperturbato afferma che _i movimenti anarchici_ accaddero dopo il _5 febbraio_, pei quali _cessò la sicurezza della reale famiglia_; l'Accusa, § 54, anch'essa sostiene, che Siena, _bastantemente tranquilla.... fino ai primi di febbraio, cambiò tosto aspetto e trascese alla rivolta_. Il Lunario dice che i moti _anarchici_ avvennero dal 30 gennaio 1849 al 5 febbraio 1849. Il Lunario dice che la deliberazione presa di abbandonare Siena, e imbarcarsi l'8 a Santo Stefano, ebbe a precedere, per necessità, l'arrivo del Montanelli; ed il Lunario intende avere ragione, ed il Lunario l'ha, perchè per mostrare che il torto è del Lunario questo non si tribola, e non può tribolarsi col carcere. Felice Lunario! Leggendo attentamente l'Atto d'Accusa, § 45, non trovo che dopo lo arrivo del Montanelli altro abbia saputo raccogliere che _conferenze_ con pretesi _demagoghi_, _dimostrazioni_ apprestate, _voce_ di danaro sparso, _opinioni_ di mutate condizioni della città; ma gli assembramenti, le grida in senso opposto, le percosse, le ferite, il Granduca costretto a presentarsi alle moltitudini, le minaccie: «uccisi prima i Repubblicani, daremo addosso ai Signori;»[230] gli Scolari deliberati ad abbandonare Siena, e il fatto dello abbandono; le bande armate per la città; il proponimento di non usare d'ora innanzi misericordia; il Lunario inesorabile dice che successero dal 31 gennaio al 5 febbraio, e non _dopo_ il 5 febbraio 1849; anzi dall'agosto del 1848, quando vi fu chi ebbe cuore d'irridere i reduci dalla infelice guerra lombarda!

I Documenti dell'Accusa talvolta capiscono troppo, e talora troppo poco: se volessero leggere meco i Rapporti di polizia, troverebbero questi fatti semplicissimi che loro racconto. Due Partiti da molto tempo travagliavano Siena: uno smanioso del Principato assoluto, _nemico naturalmente di guerra_, avverso alle dubbie fortune, il quale alla patria, alla gloria, alla voce stessa del Principe, che pur ci chiamava ad impresa ch'era e che fu detta santa, la tenace conservazione, e lo ignavo godimento del paterno censo anteponeva; l'altro, promotore del Principato Costituzionale, della Costituente, e di quanto altro in quei _tempi antichi_ andava per le bocche (chè per i cuori mal saprei dire davvero) dello universale; conciossiachè vuolsi notare da cui fa studio della verità, come dalle stesse carte dell'Accusa non ricavo che in Siena si acclamasse la Repubblica nè prima, nè quando giunse il signor Montanelli. Il primo provocò il secondo, questi raccolse le forze, e andò a combatterlo; quindi scontri deplorabili e timore di peggio. — L'Accusa sembra che lealissimi, degni di onore, amici veri del Principato reputi quelli che acclamavano: — al Principe solo, e basta; — che urlavano: — Morte agli scolari! — che spiegavan bandiera bianca e rossa; che imprecavano alla guerra della Indipendenza, che insultavano la gente, che in piazza si presentavano armati, e a cui non gridava come loro davano di buone coltellate pel mezzo della faccia: — demagoghi (dacchè oggi di questa parola è gran consumo nelle scritture, specialmente nelle curiali), e meritevoli di perpetua infamia gli altri che spiegavano bandiera tricolore, e alla Costituente applaudivano. Ma la guerra della Indipendenza avevano bandita i Ministeri tutti, il Parlamento, e il Principe stesso; ma la bandiera tricolore era stata dichiarata bandiera nazionale; e tutti, badate bene, tutti, o di seta al cappello, o di smalto fra i ciondoli dell'orologio, ne portavano il segnale; ma tricolore fu dato il nastro ai Deputati donde pendeva la medaglia, tricolore la sciarpa che ricingeva il collo ai Senatori, tricolore il nastro della medaglia che, mostrando la effigie del Principe, consolava i suoi sudditi dell'angoscia per la guerra dove li tradì la fortuna, non l'animò; tricolori le bandiere giurate, tricolori le bandiere agitate dalla sovrana destra dai balconi della regale dimora; ma i padri mandavano i figliuoli a studio in Siena, perchè vi venissero istruiti e non ammazzati; ma la Costituente proposta alle Camere con Decreto del Principe e votata dal Parlamento, finchè non era reietta col _veto_, doveva rispettarsi.

Ai fatti narrati io vedo opporre la testimonianza di alquante persone, intorno al deposto delle quali una cosa sola dirò: che nè anche l'Onnipotente può fare che il fatto non sia. A che questi testimoni di cose che l'Accusa stessa, co' suoi Documenti, smentisce? Perchè ricorrere a così torbida sorgente? _Non tali auxilio_.... doveva esclamare l'Accusa, come Ecuba quando vide Priamo barcollante sotto il peso delle armi; ma l'Accusa accolse Priamo e mi ha preso anche Tancredi. Purchè mordano, l'Accusa accetterebbe gli orsi, non che gli eroi dei poemi epici! O non vi sono dentro gli Archivii i Dispacci del Prefetto, i Rapporti dei Delegati, le informazioni del Provveditore della Università di Siena, le Procedure incominciate o concluse? E mentre l'Accusa tiene queste lucerne sotto il moggio, o come fa ella a mettere sul candelabro un Misuri copista, un Baldassini tappezziere, un Fedeli sarto, un Corsi falegname, e un Tancredi (senza avvertirci se sia diverso dallo amante di Clorinda), i quali vi dichiarano (e l'Accusa par che lo creda) _che Siena era tranquilla, ma che venuto il Montanelli venne il diavolo?_... L'Accusa non dice se qui il testimone si sia fatto il segno della santa croce. — È notabile una lettera confidenziale di Niccolini al Circolo di Firenze, dove gli si dà ragguaglio di quanto egli operò a Siena il 6 febbraio 1849: in quella egli non ispaccia il nome del Governo, nè se ne dice incombensato, nè propone, o fa cose che gli si possano riprendere.[231]

Io per me, quando considero i Documenti dell'Accusa e li confronto con quello che so, ed è vero, e si trova nelle carte officiali del Governo, non posso impedire alla mia mente di meditare sopra la tremenda sentenza del signor Thiers: «Nei tempi in cui si agita la discordia civile, si vedono quei vergognosi processi dove il più forte ascolta per non credere, il debole parla per non persuadere.»[232]

§ 2. _Invito al Circolo Fiorentino di tenere le sedute in Palazzo Vecchio._

I Documenti dell'Accusa ritengono che io _invitassi_ il Circolo fiorentino a tenere una _orgia rivoluzionaria_ nella Sala di Palazzo Vecchio, che per mio ordine fu illuminata a festa, dopo avere rimproverato il signor Lanari, perchè non concedesse il suo Teatro per celebrare _cotesta solennità_ di Popolo.

Ora io dichiaro siffatto _invito_ apertamente _falso_. Nel giorno 8 febbraio, tra le altre pretensioni del Popolo, dei Repubblicani, dei Demagoghi (chiamateli come meglio vi piace, ma di quella gente insomma a cui _nessuno di quanti mi accusano avrebbe saputo dire di no in nulla_, — assolutamente in _nulla_), vi fu quella di volere tenere Circolo nella Sala di Palazzo Vecchio. Tanto poco io lo invitai, che il Circolo volle la Sala quasi in sussidio per non essere stato accolto nel Teatro Nuovo. Tanto poco io lo invitai, che scrissi parole acerbe al signor Lanari per rimproverargli il suo rifiuto, nello scopo appunto, che cotesta vicinanza molestissima non venisse ad annidarsi in Palazzo Vecchio; e se adoperai la espressione di _solennità popolare_, ciò feci perchè, come costumava a quei tempi, ebbi a scrivere il biglietto sotto gli occhi dei petizionarii. Comecchè io primo confessi che sarebbe stato un impossibile, tuttavolta, immaginiamo che l'onorevole Magistrato, che sostiene adesso le parti di Regio Procuratore, nell'8 febbraio si fosse trovato nei miei piedi, ed avesse creduto per lo meno reo consiglio scrivere il biglietto al signor Lanari onde allontanare il Circolo da Palazzo Vecchio, e di questo biglietto avesse dovuto fare portatori i petizionarii; io mi attenterei domandargli, così per mia istruzione, se avrebbe scritto sotto ai loro occhi: _vi raccomando accomodare questa geldra di ribaldi degna di corda, del vostro Teatro, per certa orgia rivoluzionaria con la quale intende deturparvelo materialmente, e moralmente....?_ Ecco, io sono uno di quelli, che credo che l'onorevole Magistrato non avrebbe scritto precisamente così; e mi ha da essere cortese, che tra scrivere queste parole il giorno 8 febbraio 1849, sotto gli occhi dei rappresentanti il Circolo fiorentino, e scriverle nel 29 gennaio 1851, nel § 73 della sua Requisitoria, un qualche divario vi potrebbe pur correre![233] Andate a vuoto le preghiere, le offerte di pagamento, ed anche le minaccie, se così si vuole, per allontanare il Circolo, onnipotente in quei giorni, i suoi rappresentanti tornarono più imperiosi che mai a volere il salone di Palazzo Vecchio; e questa verità di per sè si comprende, imperciocchè, se avessi inteso invitare il Circolo nel salone, non avrei adoperato tutte le vie perchè non ci entrasse. Ricordo come, per ischermirmi, osservassi non convenire che una sala deturpata con le pitture rappresentanti il Trionfo di Cosimo I sopra città innocentissima, udisse la eloquenza di uomini liberi: ma non mi valse, perchè risposero che il Savonarola l'aveva fatta fabbricare a posta per favellarvi di libertà, e che il Popolo voleva usare liberamente degli edifizii fabbricati da lui, nè più nè meno come disse il Circolo sanese quando volle occupare il salone delle _Alabarde_; per lo che lascio considerare a chi legge, se tanto pretendeva nel 30 gennaio del 1849 a Siena il Circolo sanese, che cosa dovesse pretendere l'8 febbraio il Circolo fiorentino a Firenze![234] — Con simile ripiego mi riuscì, più tardi, salvare la campana del Bargello, venerabile monumento di patria antichità, minacciata anch'essa della _fusione_: tanta era la smania del _fondere_ a quei tempi! Allora posi loro sott'occhio la spesa della illuminazione, grave sempre, adesso gravissima pei bisogni della guerra: non la potei spuntare: ridotto a piè del muro, non nego avere detto al signor Giuseppe Nardi: _bisogna contentarli_; — ma _tardi, verso sera_, tornato invano ogni schermo, ogni pratica venuta meno per mandare il Circolo altrove; ed anzi parmi ricordare avergli detto, com'era vero, «_lo vogliono_;» ma se io male non appresi la mia lingua, mi sembra che il termine _bisognare_ corrisponda _ad essere di necessità_; ed è scrivendo o parlando il più usitato, quantunque, per vaghezza di variare, si muti talora con la frase — _è forza_, tal altra con quella — _fa di mestieri_, e simili. Però, se fui costretto codesta sera a cedere, mi adoperai, facendo tenerne proposito a parecchi caporioni del Circolo, perchè andassero altrove a piantare i loro tabernacoli, principalmente insistendo sopra la improvvida spesa. Voglio aggiungere un altro fatto, ed è, che se avessi invitato il Circolo, non mi sarei mostrato di tanto scortese a non accoglierlo di persona, o almeno, per breve ora, visitarlo: ma no, io non lo accolsi, neanche per un istante mi vi affacciai. Questi fatti bene poteva attestare il signor Nardi archivista del Ministero dello Interno, e poteva attestare altresì se io, repugnante, come quello che patisce forza, o volenteroso, come chi invita, lasciassi entrare il Circolo nel Palazzo Vecchio. Se il signor Giuseppe Nardi (la quale cosa non credo, però che egli mi parve onestissimo uomo, e mi dorrebbe più per lui che per me se dovessi persuadermi adesso di essermi ingannato) per peritanza che spesso, e a torto, sente uno impiegato a deporre in favore del caduto in disgrazia, non avesse somministrato testimonianza del vero, non mancano testimoni che sappiano e vogliano attestarne, conciossiachè lo espediente a cui mi appresi, per sottrarmi, si sparse per la città, dando luogo, siccome avviene, a novelle. Intanto l'Accusa si acquieti di questo, che, per quanto cercare ella faccia, ella non troverà che prima e dopo l'8 febbraio il Circolo fiorentino procedesse d'accordo con me; io con lui.[235]

§ 3. _Impieghi dati in ricompensa a Mordini, a Ciofi, a Dragomanni; danari a Niccolini._

Antonio Mordini erami, come ho detto altrove, e qui confermo, non pure non legato in amicizia, ma[236] perfino ignoto di persona. Giuseppe Montanelli lo mise in sua vece al Ministero degli Esteri, ed io non poteva contrastare. Da prima furono le mie relazioni poche con esso, se non che nell'udirlo ragionare parendomi, come veramente egli è, uomo d'ingegno non ordinario, incominciai di mano in mano ad aprirmi seco, e di leggieri, ponendogli sott'occhio le ricerche coscienziose, ed i fatti dai quali resultava evidente la repugnanza del Popolo toscano dalla Repubblica, lo ebbi persuaso della necessità della restaurazione del Governo Costituzionale. Di questo egli somministrò non dubbie prove, e lo vedremo più tardi nell'Assemblea della Costituente combattere i suoi antichi amici politici. Dalla parte repubblicana sono stato acerbamente ripreso di avere assiderato i cuori delle persone che mi stavano attorno; e fu posto in dileggio quello che chiamano _positivismo_.[237] Non è così: io non ho assiderato come non ho inebriato nessuno: ho pregato di bene esaminare i documenti raccolti, e decidere con coscienza, posto da parte qualunque privato desiderio. Quando si tratta delle cose di questo mondo, mi sembra che dare loro una occhiata non sia poi irragionevole affatto, nè _scandaloso_ tanto quanto il _Regio_ Procuratore della _Repubblica_ sig. Rusconi presume; però che spesso mi tornasse alla memoria quel filosofo, che per fissare sempre le stelle cadde nel pozzo. Ora, in quanto al signor Mordini concludo, che non lo conoscendo non lo avrei impiegato, come invero io non lo impiegai; ma dopo averlo conosciuto io lo avrei impiegato, perchè di mente giusta, capacissimo a tenere uno officio, e di vuote astrattezze troppo meno vago, che altri non immagina.

Consentii che il signore Demetrio Ciofi, anzi ebbi caro che ad ogni modo si allontanasse da Firenze. Le carte del Processo attestano com'egli fosse persona di moltissimo seguito nel Popolo minuto, capo del Circolo di San Niccolò, parlatore facondo e potente a tirarsi dietro la moltitudine devota. Siccome per ordinario le provincie prendono norma dalla Capitale, così rimuovere da Firenze le persone che forse avrebbero mantenuta accesa l'agitazione, mi parve diritto consiglio; altri propose, ed io approvai, _quantunque a vero dire non vi fosse luogo a repulsa_; e certo non è senza riso questa accusa, imperciocchè conoscendo l'autorità grandissima in quei giorni del Ciofi e dei compagni suoi, vuolsi maravigliare, che di sì lieve ufficio si contentasse, e ad assentarsi da Firenze acconsentisse, e non piuttosto rovesciato il Governo in luogo suo si surrogasse; il quale avvenimento quanto potesse essere desiderato da quei medesimi che adesso m'incolpano, lascio a loro considerare.