Apologia della vita politica di F.-D. Guerrazzi
Part 23
Se plausero gli arrabbiati ferocemente alla strage del Rossi, perchè non mi concedono i Giudici che potessi andare pensoso pel mio stesso destino? Se Dionisio Pinelli chiamavano _traditore_, e il fato infelicissimo di cotest'uomo gli minacciavano, perchè di simili minaccie non dovevo far senno ancora io?[213] Se cittadini e deputati temerono della propria vita, perchè non dovei temerne io, esposto al terribile sospettare dei faziosi, quotidianamente minacciato, e delle loro accesissime voglie oppositore importuno? E badi l'Accusa, che per venire in fama di traditore non importa fare tanto; basta solo sostare; così ammonisce lo infortunato Silvano Bailly nelle sue Memorie, là dove favellando di Mounier, e di Malouet, i quali apprensioniti dalla piega che prendevano le cose pubbliche in Francia nel 1790 vollero scansarsi, racconta:[214] «allora corse l'accusa solita a percuotere chiunque si ferma in mezzo a un Popolo che cammina: la tremenda parola di _tradimento_ fu pronunziata.» In tempi di rivoluzione l'accusa di _traditore_ è quasi un saluto ordinario su le bocche dei venduti e dei fanatici. Se violarono lo Arcivescovo difeso dalla reverenza della religione, perchè pensano che volessero trattenersi da violentare me non difeso? Se, durante tempi che in paragone dei posteriori all'8 febbraio potevano dirsi ordinati, la furia del Popolo assalta ed occupa Fortezze, imprigiona Ufficiali, perchè negano fede i miei Giudici che la mia stanza invadessero, e, armati, minacciassero? Se dichiarano altri percosso dal pensiero della guerra civile, della tremenda anarchia, e della strage imminente, e perchè non doveva io pure spaventarmene? Qui si vorrà forse rinfacciarmi che io dissi talora non temere il Popolo? Certo avrei fatto bella prova a mostrarmi codardo! Nè quello che si dice in una occasione vale per un'altra; e spesso, come notai, si lusinga il Popolo perchè o si trattenga dal male, od operi il bene; artifizii sono questi che la stessa morale non disapprova. E se la forza di cui parlate valse, a parere vostro, a violentare Principe e Camere e collegi e individui e terre e città e Popoli interi, perchè volete poi reputarla insufficiente a violentare me per piegarmi ai suoi comandi? Se i faziosi pretendevano violentemente che gli stemmi granducali si abbassassero, perchè imputarmi l'ordine trasmesso di remuoverli per preservarli da oltraggio? Se il Principe proclamarono decaduto, o come pensare che me non coartassero a scrivere i Dispacci relativi alle Spedizioni Elbana, di Porto Santo Stefano e Laugeriana? Quando voi stessi raccontate che i _Circoli, coadiuvati dalle furiose declamazioni della stampa, si diedero a presentare petizioni per la cacciata dello stesso Principe dal suolo toscano_, con quale coscienza sostenete poi, e, lasciando la coscienza, con qual fronte, con quanto senno, con qual pudore, che la _violenza è esclusa dai primi atti con i quali e nei quali venne a consumarsi il delitto?_ Forse le petizioni della moltitudine, coadiuvata dai Circoli e dalle furiose declamazioni della stampa, reputate piccola pressura per me? Ma voi, voi stessi, queste petizioni reputaste sufficienti a costringere la Camera dei Deputati quando decretarono la Legge sopra la Costituente! Non sono questi due pesi, non sono due misure? E presumereste paragonare la condizione del 21 gennaio con quella dell'8 febbraio 1849? Una fazione che si era proposta _il rovesciamento di tutte le monarchie italiane_, è da supporsi che si rimanesse da usare ogni partito estremo per conseguire il suo fine, precisamente sul punto di cogliere il frutto dei lunghi e travagliosi conati? Gente, _che eleva il furore a virtù_, si pretende credere che, con mansuetudine pastorale, le istanze per le mentovate spedizioni mi presentasse, o non piuttosto con tal garbo che non dava campo alla scelta? Se i Giudici sanno che il Popolo irrompente il 18 febbraio in Piazza, malgrado che io, secondo le mie forze, mi opponessi, e nonostante le mie dimostranze, quasi in onta di me, volle inalzarmi sotto gli occhi l'_albero della Libertà_, perchè ricusano fede alla mia impotenza a resistere a tutto? Perchè non vi curaste, non dirò nello imparziale animo librare le parole dirette all'egregio uomo signor Poggi amico del padre mio: «_Se il Governo non ha potuto in tutto e per tutto ostare alle esorbitanze ed agli arbitrii dei molti intemperanti, non è stato suo volere, ma solo la mancanza di cooperazione e di forza_,» ma almeno leggerle? Perchè mi chiedete ragione se il vento mi ha portato via qualche vela; tronco qualche albero, e non mi tenete conto del corpo della nave che, Dio aiutando, vi ho preservato dal naufragio? Voi mi siete, Signori, scarsi e crudeli. E badate, comecchè le mie parole adesso sieno argomento di scherno appo voi, che tra i più brutti vizii che offendano il Signore io ho sentito come principalissimo annoverare sempre quello della ingratitudine: anzi in certo solenne Maestro di divinità ricordo aver letto una volta: «_la ingratitudine essere vento crescente, che dissecca la fonte della pietà, e la rugiada della misericordia_.» E queste fonti dovrebbero mantenersi del continuo aperte a dissetare i cuori spasimanti di rabbia, e queste rugiade divine implorarsi perenni a temperare le fronti riarse dal furore.
Oltre a dichiarare non provato quello che eglino stessi si sono affaticati a provare, i Giudici esprimono due altre proposizioni, e sono: I. Il Decreto del 7 gennaio 1851, § 53, intorno alla violenza dedotta dice, _che i fatti allegati non gli paiono d'importanza tale da stabilire la violenza irresistibile e continuata_; e qui importa notare, che e' sono della medesima natura, e di molto maggiore intensità di quelli che il Decreto medesimo e gli Accusatori tutti hanno ritenuto valevoli a coartare Principe e Camere! — II. L'Atto di Accusa poi, a § 85, non solo non vuole provata la violenza, _ma la esclude_: qui la contradizione mi sembra palese, perchè il primo non nega i fatti ma non gli apprezza, il secondo del tutto gli nega. Il Decreto del 7 gennaio continua che, in ogni caso, cotesti fatti di violenza non varrebbero a scolparmi, perchè dal Processo resulta l'autorità che io aveva su le turbe tumultuanti, la mia protesta di non temerle, e la frequente riuscita a contenerle per vantaggio di privati cittadini! Di questo modo di argomentare ho ragionato abbastanza; ma il cuore degli onesti tornerà a sollevarsi per me a cagione di questi implacabili sofismi.
Ed è pur qui che l'Atto di Accusa, § 85, dopo avere ammessa la forza, anzi dopo averne accennato le origini, ampliato il quadro dell'azione, ad un tratto la fa cessare; e quando? Nel giorno 8 di febbraio. E perchè? Per accusare come liberissimi gli atti pei quali _venne a consumarsi il delitto_. Poi, egli stesso, di leggieri confessa che insistenze, esigenze, improntitudini vi furono; ma invano; ormai il fatto era consumato, nè esse potevano giustificare il delitto già completo.... Se questo sia vero e verosimile, chiunque ha fior di senno a colpo di occhio il conosce;.... ma che favello io di vero e di verosimile, quando neppure l'Accusa crede a quello che dice! — _La Fazione_, ella dice, _per rovesciare Monarchia e Statuto attendeva occasione opportuna, e la ebbe, nello allontanamento del Granduca da Siena_. Dunque non istettero con le mani alla cintola i Faziosi nell'8 febbraio. Essi operarono la rivoluzione in quel giorno, ed è l'Accusa che un po' lo confessa, e un po' lo nega; che modo di ragionare è mai questo suo? E svarioni siffatti, che in una scuola di Logica basterebbero a mettere a pane e acqua il tristo scolare che gli scrisse, hanno potuto avere in Toscana la virtù di logorarmi in carcere ventotto mesi di vita? Le febbri delle fazioni non sono intermittenti, ma continue; e questo andare, fermarsi, rimettersi in cammino, bene sta deplorabilmente nella fantasia dell'Accusa, non già nella natura umana. _Motus in fine velocior_. E dico deplorabilmente, imperciocchè se il Pubblico Ministero penserà che alla sua religione non sieno «confidati gl'interessi della verità, della innocenza, della civiltà, della coscienza pubblica e della giustizia, ma unicamente quelli della pena,» che cosa diventerebbe mai il Pubblico Ministero?... Tutto è qui: fui complice, o no, _con la fazione, che attendeva occasione opportuna a proclamare la Repubblica, la decadenza del Principe, e la Unione con Roma, e la ebbe nell'8 febbraio?_ Se fui, le sue colpe sono le mie; se non fui, perchè mi disfate anima e corpo prolungando la iniquissima prigionia?
Il sistema di violenza era dai Circoli degenerati abbracciato e praticato come regolamento organico. Nel principiare del novembre 1848, nella solenne Adunanza del Circolo Fiorentino, tenuta nel teatro Goldoni, trovo che fu proposto di _sospingere_ il Ministero; ma questo parve poco, chè sorse Oratore di maraviglioso seguito in quel tempo, il quale espressamente dichiarò: «essere di opinione che non solamente si avesse a _sospingere_ il Ministero, ma _violentarlo_ se fosse necessario, e portarlo più lontano.... Se il Popolo conosce la necessità di agire prontamente, io ripeto, che non solamente deve _spingere_ il Ministero, ma _violentarlo_, quando vi sia, ciò facendo, la convinzione del bene d'Italia, quando vi sia la convinzione di un fatto di urgenza ec.»
È vero che l'Oratore protesta, che le violenze intende abbiano ad essere morali; ma, scendendo agli esempj, suggerisce le dimostrazioni pubbliche e gli eccitamenti del Popolo in massa, sicchè quanto sapessero di morale cotesti partiti ognuno sel vede. Quasi poi che il detto fosse poco, insisteva l'Oratore affermando: «Oggi mi pare che la Italia sia in una alternativa co' suoi Reggitori; nell'alternativa cioè di _rovesciarli_, o di _strascinarli_. Non ci è via di mezzo; una delle due.»[215] Cotesti erudimenti facevano effetto di zolfo su carboni accesi, e già troppo bene gli avevano posti in pratica senza conforti; ora poi che vi si trovavano eccitati, non è da dirsi se volessero fare a risparmio, e se (come l'Accusa immagina contrariamente a quello che narra il Decreto del 10 giugno) se ne rimanessero proprio nel punto in cui per assicurare i loro disegni ne avevano maggiormente bisogno. Intanto l'Accusa, se avesse amato conoscere come i Repubblicani fossero contenti, poteva leggere la requisitoria repubblicana del signor Rusconi, il quale narra che il Partito minacciava irrompere da un punto all'altro contro di me; e poteva anche informarsi come una congiura repubblicana si andasse preparando per rovesciarmi. Se per difendere me dovessi offendere altrui, è naturale che il mio debito sarebbe di restare indifeso, ma le cose a cui accenno sono note a tutti, e resultano da atti pubblici.
In breve somministrerò prove più speciali ancora della violenza subíta; adesso giovi ricercare qui, se a questa procella avesse potuto resistersi. Io penso di sì quante volte il Principe non avesse abbandonato il Governo. Bene altramente gravi, così per gli uomini come per le cose, erano le circostanze che accompagnarono in Inghilterra la rivoluzione del 1688; nonostante tra quelle che davvantaggio la favorirono, Hallam pone la fuga di Giacomo II;[216] ed Hume, narrando come il Re dopo avere inviato la Regina e il figlio in Francia, egli pure, secretamente, si muovesse verso la foce del Tamigi dove l'aspettava un vascello, considera che questo passo ebbe a riuscire grato ai suoi nemici più di ogni altro suo procedimento. Questo storico gravissimo espone, come gli emissarii di Francia, fra i quali l'ambasciatore Barillon, erano affaccendati attorno al Re suggerendogli, male a proposito, nessuna cosa potere operare più acconcia a sconvolgere il paese quanto la sua partenza. E che così opinassi ancora io pel nostro Paese ne porgono testimonianza il Dispaccio diretto al Governatore di Livorno, dove dichiaro che lo allontanamento del Principe sarebbe il peggiore dei mali; e gli altri al Presidente del Consiglio, dove gli raccomando a fare ogni prova per ricondurre il Principe e la sua famiglia a Firenze, e di salvarlo anche suo malgrado. Prevalsero altri consigli, dei quali ebbi prima dolore e pericolo, ed ora ho il danno.
Giacomo II, abbandonando il Governo, non destinava persona a reggere durante la sua assenza, per lo che grande fu in Londra la sorpresa dello evento, e «ognuno vide le redini del Governo abbandonate ad un tratto da chi le teneva, senza che nessuno apparisse il quale potesse avere il diritto, e neppure _la pretensione d'impadronirsene_. — Allora avvenne a Londra che nella temporaria dissoluzione del Governo, alla plebe fu sciolto il freno; nè vi fu disordine, che in tanto scompiglio non si potesse temere: insorse tumultuante, ed atterrò tutte le cappelle dove si celebrava messa: assalì e pose a ruba le case dello Inviato di Firenze e dello Ambasciatore di Spagna, ove molti cattolici avevano riposte le loro più preziose suppellettili. Il Cancelliere Jefferies, che si era travestito per fuggire, caduto nelle mani della plebe, ne rimase talmente malconcio, che poco dopo morì. Temevasi che lo esercito contribuisse ad accrescere il tumulto. I Vescovi e i Pari, in tanto stremo, si riuniscono per provvedere alla comune salvezza; al gonfaloniere e agli aldermani danno ordini convenienti per reprimere l'anarchia; mandano comandi alla armata, allo esercito, e ai presidii; finalmente s'indirizzano al Principe di Orange. _Giacomo II non era partito d'Inghilterra_, anzi fu ricondotto a Londra, e ricevuto con grida di acclamazione dalla plebe, _seguendo la sua natura versatile_; invano però, chè la rivoluzione per quel breve abbandono del Governo era stata operata. Orange, genero al re, e la figlia Maria, avevano supplantato il suocero e il padre.»[217]
Così fra noi, abbandonato il Governo, trionfa il Partito repubblicano; e fu mestieri provvedere innanzi tratto a salvare la società; poi a ricondurre il Paese nelle condizioni politiche che gli erano naturali, traverso il travaglio rivoluzionario, e senza sangue....
XXII.
Atti Speciali.
§ 1. _Fatti di Siena._
Siena sopra ogni altra città toscana presenta se non antiche le cagioni del tumulto, almeno gli spiriti pronti a trascendere in contenzioni di parti. Io ho sentito dire come ad un Santo riuscisse persuadere, che ai coltelli surrogassero sassi nelle pugne, costumate dalla gioventù per vaghezza nelle novene natalizie: e gli parve avere fatto un bel guadagno! Simili gare di origine vecchia si perpetuarono in cotesta città per futili motivi, e s'invelenirono per dissidii politici.
Io, davvero, vorrei tacere per affetto alla nobilissima terra; ma considerando la causa che mi fa parlare, non dubito che torrà in pace se io ricordo le contese per la morte del Petronici, il pericolo dei Carabinieri, e Giovanni Manganaro costretto a salvarsi notte tempo con la fuga. Non senza mistura politica furono i tumulti a cagione dei grani, per quanto almeno me ne assicurava la Deputazione, che venne a intercedere a pro dei colpevoli, i quali tutti ottennero amplissima remissione di pena dalla clemenza sovrana.
Però studiando comporre in pace la travagliata città, proposi, accettandolo il Principe con lieta fronte, a Prefetto di Siena il signore A. Saracini. Considerando lo inclito lignaggio, l'onore acquistato combattendo per la Indipendenza Italiana, la indole egregia e la mitezza dei modi, pensai essere questo personaggio acconcissimo per ridurre i partiti a concordia.[218]
Il Proclama del sig. Saracini, che si legge stampato nel _Monitore_ del 10 decembre 1848, chiarisce _come le maledette parti già tenessero Siena divisa_, e quanto premurose fossero le cure del Governo di pur comporle in pace. — Ah! che per somma sventura di noi, troppo più agevole riesce predicare pace, che conseguirla! —
A mano a mano che io m'inoltro in questa Procedura, la mia maraviglia diventa maggiore; imperciocchè l'Accusa invece di ricorrere ai Rapporti ufficiali del Governo, se veramente voleva formarsi giusto concetto dei casi di Siena, vada raccogliendo articoli di Giornali, e corrispondenze dei Circoli, e carte altre cotali meno adatte all'uopo. E tuttavolta anche con gli elementi che scelse mettersi fra mano, no, non si poteva, senza ingiuria manifesta del vero, tessere storia uguale a quella dell'Accusa.
Cotesta mala peste delle parti sembra essersi ingenerata fino dall'agosto dell'anno 1848, quando i reduci dalla guerra lombarda trovarono in Patria ai patimenti e al dolore un rimerito di scherno.[219] I quali umori pessimi, inacerbiti dai fatti del 24 ottobre 1848,[220] crebbero così, _che una deplorabil divisione di opinioni politiche radicata nelle menti dei Cittadini, rendeva la guerra civile inevitabile_;[221] onde nel 24 novembre 1848 per opera di cittadini dabbene, fra i quali il colonnello Saracini e il professore Corbani primeggiavano, fu fatta pace fra i capi di parte con universale allegrezza. Quantunque non tutte le cose in cotesta occasione avvenute meritassero pari lode, pure per confermare la pace che sperava durevole, e per premiare la dichiarazione _concorde_ che _in Toscana volevasi la libertà costituzionale, la conservazione di Leopoldo_, e i _plausi fatti alla libertà, al Principe e alla sua reale Famiglia_, io reputai prudente non istarmi tanto sul sottile, e concedere il perdono ai condannati pei tumulti del grano nell'anno precedente, secondo me ne fece ressa la Deputazione mossa da Siena.[222]
Nel giorno 30 gennaio 1849, il Granduca giunge a Siena nelle ore vespertine. Fattasi notte, la Banda, preceduta da bandiera bianca e rossa e seguíta da molto Popolo, si recò suonando sotto il palazzo regio; quivi s'inalzano gridi di: _Abbasso la Costituente! Morte agli Scolari! Viva il Regno di Napoli!_ Chi leva diverso grido, come: _viva la Costituente! viva il Ministero!_ è battuto, e inseguito. Il Principe, per ben due volte costretto di affacciarsi al balcone, ringrazia i Sanesi dell'accoglienza fatta a lui e alla famiglia.
Il giorno seguente, 31 gennaio, su pei cantoni si lessero appiccati cedoloni, che dicevano:
«_Avviso salutare ai Sanesi_. La Costituente italiana è una invenzione del Montanelli toscano, la quale spinge il Popolo ignorante al macello della guerra ed alla miseria. O Popolo, non cedere alla violenza dei pochi tristi, o pazzi, che te la lodano. Roma non la vuole; il Piemonte non l'approva; tu solo vuoi rimanere ingannato? Lo Stato è in miseria, e questa crescerà per la guerra, perchè il ricco dovrà alimentarla con quel danaro, che serviva a darti lavoro, e tu dovrai sostenerla con gli stenti e i pericoli della vita.»[223]
A mezzogiorno gli Scolari si radunarono, e deliberarono abbandonare Siena riducendosi a studio nella Università di Pisa.
I _Documenti dell'Accusa_ narrano, come si tenesse per _certo_ che il Granduca, per tôrre via ogni pretesto di scissura, si fosse determinato a ricondurre la sua famiglia alla Capitale, e come di cotesti avvenimenti gravissimi andassero incolpati — _i ricchi di Siena, superbi e ignoranti, che temono dovere sborsare qualche soldo di più per la guerra della Indipendenza, e gridano morte ai liberali chiamandoli Repubblicani al solito. Il male è cominciato dallo agosto passato_.
Gli animi si accalorano, e già nel 3 febbraio taluno narrando i casi del giorno antecedente, ammonisce: «Il Partito liberale si è risvegliato, credimi, per Dio, che si è svegliato, e lavora energicamente, _e le prime lezioni sono state date_.» E nel 2 febbraio questo Partito, fatto per provocazione furioso,[224] si aduna sul prato della Lizza, e manda pel Prefetto onde spieghi al Popolo, Costituente che sia; e il Prefetto, come vollero, fece: richiesto inoltre persuadere a S. A. di concionare alla moltitudine, promette adoperarvisi, e lo invita a convenire nell'ora prefissa in piazza. Intanto da una parte si grida: Viva Leopoldo solo; e basta; — dall'altra: Viva Leopoldo e Viva la Costituente;[225] — e per allora dividonsi; la sera si trovano puntuali al convegno. «Venne l'ora» (io cito i Documenti dell'Accusa) «in cui si muta la guardia; ed ecco, che la canaglia pagata, tutti armati, si mettono davanti a noi e incominciano a gridare: Viva Leopoldo secondo solo! e noi: Viva la Costituente! e quelli: no; — e noi: sì! — Si affaccia il Granduca, ringrazia e si ritira; si ripetè: — Viva Leopoldo! viva la Costituente! — e quelli di nuovo: — Viva Leopoldo solo! e chi ha coraggio venga avanti. — Allora cominciò la zuffa, ma durò poco, e vi furono soltanto tre feriti dalla parte dei retrogradi.»
I giorni seguenti temevasi peggio; bande di gente armata vagano per la città pronte alle offese. Quei dessi, che provocando avevano suscitata la tempesta, ora ne rimangono atterriti. Da un punto all'altro un conflitto sanguinoso aspettavasi, e i provocati dichiaravano: «Noi siamo preparati, e non si avrà più misericordia per nessuno d'ora in avanti.»[226]
Intanto per le terre toscane correva un grido, cresciuto, come suole, dalla fama, che sacrilega guerra si combatteva in Siena; sangue cittadino, e da cittadine mani versato, correre le strade: «Che più manca a voi, Guelfi e Ghibellini? Alla riscossa, Bianchi e Neri....» si esclamava dintorno. — E fiere minaccie si indirizzavano al Ministero, ora perchè non avesse provveduto, ora perchè non avesse seguíto il Granduca a Siena, ora perchè non _ne procurasse il ritorno_;[227] tale altra perchè, nonostante gli avvisi, favorisse il Governatore amico e sostegno dei nobili, nobilissimo anch'esso; finalmente tennero dietro le proteste degli Scolari, che _di consenso dei Professori_, si erano rifugiati alle loro case; e i rimproveri di facile, sofferente le perfide trame, sollecitandolo a procedere severamente contro gli svergognati promotori della dimostrazione del 30 gennaio.[228]
Questi miserabili casi, pei quali la mente travagliata considera come dopo cinque secoli duri fra noi la maladizione, che costrinse la grande anima dell'Alighieri a lamentare:
«Ed ora in te non stanno senza guerra «Li vivi tuoi, e l'un l'altro si rode «Di quei che un muro, ed una fossa serra;»
non hanno virtù alcuna per commuovere le ardue viscere dell'Accusa. A noi il pianto nasconde la dolentissima storia.... ed anche all'Accusa questi fatti nasconde.... il pianto no.... ch'ella non piange mai, — ma il fiero talento di nuocere a torto, in onta al vero, e con angoscia della innocenza; — che cosa dunque rappresenta fra noi questa Accusa?