Apologia della vita politica di F.-D. Guerrazzi

Part 17

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Meditando su le Storie, conosciamo come le Repubbliche abbiano durato fra procelle, e poco; lo esercizio smodato delle virtù che pure le alimentano, averle condotte in rovina; la uguaglianza immaginata, fine a conseguirsi impossibile; se tace la smania di superarsi in ricchezze, subentra più intensa l'agonia di vincersi con le ambizioni, co' brogli ed anche con lo splendore di gesti famosi; per cui Aristide un giorno dirà agli Ateniesi, che, se desiderano pace, lui e l'emulo Temistocle gittino giù nello _Apotete_. Ella cammina così la bisogna; se togliete via le passioni, e l'uomo è fatto pietra; ma voi non le volete, nè potete tôrre, e allora nelle società corrotte esse partoriranno turpi gare di viltà, e di delitti; nelle sane, emulazioni di studii, ed anche di gloria; nobilissime invero, e non pertanto seme immortale di disuguaglianza fra gli uomini, nè meno delle altre dannose alla Repubblica. Considerate le Storie, vediamo che virtù fa forza, forza superbia, superbia corruttela; e l'ambita grandezza consuma i popoli come macina molare; non mancano però uomini di peregrino intelletto, i quali ostinati in certe loro immaginazioni si voltano alle Storie, e le contemplano non come elleno sono, ma come loro talenta. Io non gli maledico; mestiere plebeo è questo; ma gli assomiglio a quel Don Pietro di Portogallo, che, acceso di amore per la morta moglie, la vestiva di vesti magnifiche, le poneva in testa corona, al collo e agli orecchi monili e gioie, e delirando la volea pur viva. — Essi vi diranno presentare le Storie due periodi, quello dell'_autorità_ e quello della _personalità_, per mettere capo al terzo, che è il Messia, quello della _fratellanza_; ma la faccenda procede altrimenti, e troviamo bene spesso, troppo spesso, Stati che invece di progredire verso il periodo ultimo, stornano verso l'autorità; anzi, verso la barbarie; anzi, verso lo assoluto potere della spada. Intendono volere distrutte le disuguaglianze degli averi, della prestanza personale e perfino degli intelletti, e predicano questo quando le disparità appaiono più disperate. Nel secolo che vide Napoleone, Cuvier, Berzelius, e Goethe, e Byron, e Alfieri, andate a parlare di uguaglianza d'ingegni! E quando si arrivasse alla divisione degli averi, io vorrei un po' sapere quanto ella avrebbe a durare, e come farebbero a impedire che nascesse il prodigo e l'avaro, il cupido e il trascurato, lo industrioso e lo infingardo. La società umana non può nè vuole uscire da uno stato che conosce, e che spera migliorare mercè progressive riforme, per precipitarsi dentro un abisso che non conosce, e che teme: _omne ignotum terribile_. E almeno gli arditi riformatori andassero d'accordo fra loro! Ma no; quegli vuole moneta e proprietà soppresse, questi risparmia la moneta; uno pretende la donna libera, un altro chiusa; chi lascia stare il matrimonio, chi lo abolisce; vi ha chi reputa il suffragio universale ingiuria alla proprietà; non manca chi sostiene la libertà di commercio tirannide commerciale; vi ha perfino chi immagina pagare il debito pubblico della Inghilterra con le uova.[149] Mentre però procurano rovesciare Dio, religione, matrimonio, famiglia, eredità, proprietà, potenza individuale, tutto quanto insomma fin qui venerammo e rispettammo, non sanno dove andremo a cascare. Qualche esperimento hanno fatto, e capitò male: nonostante si ostinano, e forse può darsi, ma non lo credo, che a sciogliere la società pervengano; a riordinarla non mai.

Non ragioniamo di siffatte dottrine che, _con molta imprudenza e senno poco_, vedo formare perpetuo argomento di qualche Giornale fra noi; certo per imitazione francese, come se noi avessimo comuni con Francia travagli e dolori. Torniamo a favellare delle forme del Governo.

I dottori della Repubblica di leggieri concedono vera la sentenza del Montesquieu, che la Repubblica democratica si fondi sopra la virtù; ma aggiungono subito, ch'egli ha confuso la causa con lo effetto; la virtù dovere essere figlia, non madre di libertà; e questo diceva anche Alfieri: — però aspettare, per vendicarci in libertà, ad avere fatto procaccio, durante il servaggio, delle virtù necessarie per mantenerci liberi, torna lo stesso che condannarci a catena perpetua. Nè siffatto ragionamento è destituito di verità, se non che, invece di giovare alla conseguenza che ne deducono, le nuoce. Di vero, invece di precipitare la umanità a corsa, dove non le basteranno le piante, vediamo un po' se ci fosse verso d'incamminarla mano a mano verso il meglio: se fu cieca e brancolò per tenebre, perchè volere che duri cieca a brancolare per non sopportabile luce? Quando lo schiavo rompe la catena, la sua libertà appare vendetta e delirio;[150] l'adopera in usi pessimi, finalmente si spossa, e allora di leggieri è restituito al pristino stato.

I governi costituzionali pertanto, _purchè sinceri_ (e qui, secondo me, è dove giace nocco), si adattano meravigliosamente alle attuali condizioni della società, nè virtuose tutte, nè corrotte tutte, e piuttosto penzolanti di qua che di là; eglino somministrano forme abbastanza late, dove si può, senza scosse, camminare al meglio; impresa non superiore alle nostre spalle, e però non disperata; sistema nel quale capendo democrazia, aristocrazia e monarchia, l'azione popolare nel progredire vi si afforza con la pratica dei negozj pubblici, con le virtù, e soprattutto col diminuire l'amore per sè, ed estendere l'amore per la patria. In questo modo si evitano le cadute, più dure che non è soave il salire; quello che si acquista si mantiene; delle riforme sociali si promuove quel tanto che i costumi sono apparecchiati a ricevere. La umanità è corpo grave, disacconcia a moti repentini; e quando tu la costringi a saltare, corre rischio che si rompa le gambe o che affranta si accasci. Che qualcheduno la preceda con la torcia accesa a schiarirle il cammino, bene sta; ma non le vada tanto innanzi, che, fissa in quel lume lontanissimo, non veda i pericoli che le si parano sotto i piedi.

Essendo pertanto avvenuto, che uomini, i quali speculativamente si mostrarono parziali a forme di governo latissime, fossero assunti al Potere, nè si trovassero abilitati a ridurre in pratica le teorie manifestate, si ebbero, senz'altro, _rimprovero di mutata fede_, e di peggio. Accusa, a mio parere, ingiusta; imperciocchè a comporre un trattato e a scrivere un libro basti poca carta e inchiostro e il proprio cervello, ma per condurre un Popolo sia forza consultare i suoi desiderii, i suoi bisogni e la sua potenza. Nè si deve, senza le solite stemperatezze dei Partiti, biasimare chi, vedendo che tutto non si può nè ad un tratto, e forse alcune cose mai, con lealtà di cuore e fede intemerata si mette a raccogliere le possibili. Così non si biasimava Platone, se, avendo scritto il _Trattato della Repubblica_, si conduceva a Siracusa per mansuefare lo efferato animo del tiranno Dionigi; nè Tommaso Moro, il quale, comecchè dettasse il _Libro della Utopia_, consentiva a tenere ufficio di Gran-Cancelliere d'Inghilterra sotto Enrico VIII; nè il Moro perciò vendeva la sua coscienza a cotesto re, e lo mostrò con la morte. — E Cocceio Nerva compiacque piuttosto al suo fiero talento, che al bene della umanità, quando, pria che vivere sotto Tiberio, sostenne morire, conciossiachè è da credersi che con l'autorità, la quale esercitava grandissima, e l'amicizia che l'Imperatore gli professava, avrebbe potuto, per avventura, temperare la truce indole di quello.

Migliaia e migliaia di persone, tinte in chermisi fino alla radice dei capelli, presero a impallidire da un lato dopo la battaglia di Novara, e di tanto progredirono, che, svanito anche il verde, dopo il 12 aprile si trovarono perfettamente partiti di rosso e di bianco. Cotesti esempj non fanno per me: prima che la dignità umana abbia a ricevere offesa per mia viltà, prego Dio a ritirarmi la vita. Io non aspettai questo infortunio a chiarire come pensassi della Repubblica, e mi mostrai avverso alla medesima prima dello Statuto, dopo lo Statuto, semplice Deputato, e Deputato e Ministro, libero, e prigioniero. Pei tempi che corrono, o non pare ella all'Accusa siffatta costanza mostruosa quasi?

Nel 19 novembre 1847 ragionando per lettera col marchese Gino Capponi (che in quel tempo erami amico, e potrebbe essermi ancora, se fosse rimasto sempre solo coll'anima sua) intorno ai miei concetti politici, gli scriveva in questa sentenza: «Io vedo, e vedo certo, disordine e impossibilità di scopo a cui tendiamo, per difetto di razionale organismo. Per me la questione è semplice: il Governo cerca forza; hanno a dargliela i cittadini? Se il Governo si mantiene assoluto, _no_; — se modifica il suo principio convenientemente, _sì_. Io, perdurante la mia vita, ho combattuto il primo, e certo non posso nè devo sovvenire che al secondo. Nonostante, se questo mio fosse errore, se dovesse contristare i migliori e più sicuri amici miei, io non rinunzierò alla mia opinione, ma la chiuderò nel mio seno, e romperò la penna, — pregando Dio che voglia abbreviare il termine prefisso alla mia vita.»[151]

Nel _decembre del 1847_, scrivendo certe mie _Memorie_, m'indirizzava a Giuseppe Mazzini con queste parole: «Molta terra e molto mare ci dividono adesso: corrono _anni ben lunghi che noi non ci mandiamo neppure un saluto: le opinioni diverse ci separarono_. Tu inebriato di amore, e confidando troppo nella umana natura, nella casta ed ardente fantasia immaginavi non possibili destini ai tuoi fratelli, e li volevi ad un tratto felici e vendicati dal servaggio che è offesa a Dio ed onta alla dignità dell'uomo. _Io, più provato alla dolorosa esperienza, quel tuo soverchio volere non consentiva; e pretendere fuori di misura, mi pareva tornasse il medesimo che non profittar nulla_. Ed in questo ancora differivamo, che il bene divisavi _imporre ai popoli repugnanti e ignoranti; io poi, forse di soverchio studioso dell'altrui libera volontà, ricusava costringerla anche a quello che per avventura era ottimo_.»[152] E favellando, a pagine 25, delle varie tirannidi che contristano la terra, dichiarava: «Ho provato nella vita occorrere di molte generazioni di tirannidi; nè sempre cingono corona di oro, _ma bene spesso berretto frigio_; nè sempre muovono dai potenti, ma bene spesso _dalla miseria importuna, dalla querula presunzione e dalla cieca ignoranza_.»

Così nei tempi in cui potevasi non solo impunemente confessare, ma anzi tôrre argomento di popolarità dalla confessione di avere promosso o partecipato a sètte politiche, io volli manifestare come avessi mai sempre rifuggito da quelle, e ne dissi il perchè; chiarii dividermi da Mazzini antica e profonda diversità di opinione; lamentai la sua corrispondenza da moltissimi anni interrotta; la tirannide del berretto rosso stimatizzai. Nel medesimo anno pubblicai il libro _Al Principe e al Popolo_, di cui ho favellato altrove.

Della libertà così vi ragiono: «Della libertà che per esercitarsi offende la Legge, non è da godere: la libertà non iscambiamo con la licenza: quella è vita, questa è morte dei Popoli. — «Di più ragioni io conosco libertà, diceva il Parini: libertà vanitosa, libertà soverchiatrice, libertà ciarliera, con tante altre specie ch'è più onesto tacere: amo la libertà anche io, ma non la libertà fescennina.» — Ed io consento con quel santissimo petto.»[153]

Avvertiva i pericoli dello essere andati prima troppo tardi, e dello andare adesso troppo presto: «Sventura grande nelle società umane è quella, che il tempo non procede mai equabilmente; prima noi camminavamo un'ora dentro un anno: adesso in un'ora precipitiamo un secolo: però, quello che parve ottimo ieri, apparisce disadatto oggi, forse pessimo domani: una grandissima vertigine ci offusca tutti, ed io non maraviglio se alcuno perde la bussola.»[154]

Ma soverchio sarebbe allegare citazioni; solo io prego i lettori esaminare come a pagine 42 prevedessi i moti toscani, ne indicassi le cause, e secondo il mio corto intelletto ne proponessi i rimedj, fra i quali mi pareva efficace quello che il Governo precorresse le voglie del Popolo discretissime allora, riprendesse forza ed autorità, inspirasse fiducia co' fatti, la meritasse, e concedendo anche più di quello che portavano i desiderii presenti, togliesse motivo al nascere dei futuri.[155] Scendendo alle specialità, persuadevo una Rappresentanza di uomini eletti e pagati dalle città, i quali cooperassero alla formazione della Legge.[156] E la forma della consigliata Rappresentanza desiderava non fosse inglese, o francese, o spagnuola, ma italiana, confacente alla indole, ai costumi e alle condizioni nostre, ed in modo che alcuno dei Potentati di Europa potesse con la forza sì, ma non col diritto perseguitare.[157] Non intendevo pertanto che al Principe s'imponessero leggi intorno alla forma della Rappresentanza, pago di quello che suggeriva egregiamente il signor marchese Daniele Zappi in certo suo libro intorno alle condizioni della Toscana: «Se non che tanto ci avanzammo nella carriera politica, che non più risponderebbe alla presente situazione delle cose lo appello fatto ai provveditori delle Camere, e a pochi altri: in quella vece si rende ora indispensabile, che dalle provincie toscane, e in modo alquanto più largo della Romana Deputazione, sieno convocati probi e savii cittadini, che a riformare le Comuni si adoperino col Governo, e che innanzi di disciogliersi sappiano ottenere dalla clemenza sovrana una forma di nazionale Deputazione, come istituzione dello Stato, la quale concorra a coadiuvare il Governo, e valga a sostenere gl'interessi del Popolo, vera ed unica base di nuovo ordinamento politico dello Stato.»

Questa Rappresentanza, come al prelodato Marchese, sembrava anco a me capace di salvare il Ministero dal popolare commovimento, ponendosi fra Governo e Popolo: essa raccoglierebbe le speculazioni degli scrittori politici, e dopo averle ponderate le presenterebbe al Governo; riterrebbe il Popolo da seguitare dottrine diverse, e varii capi, potendo riposare nei suoi Deputati; e finalmente, tra gli eccellentissimi, ottimo il vantaggio che partorirebbe questa istituzione: «guarentendo stabilmente il Popolo dagli abusi del potere; non si potendo godere il bene della giustizia, se assicurata non sia per lo avvenire: e come gli uomini, per buoni che sieno, mutabili e mortali sono, così la continuata e salda guarentigia della opera governativa non può venire dalle persone, ma deve essenzialmente risiedere nelle instituzioni dello Stato.»[158]

Parole poi piene di reverenza adoperavo verso il Principe, e di preghiera,[159] e finalmente concludevo col dire, che: «principio unico e fondamento vero di riforma, consisteva nella rappresentanza popolare cooperatrice alla formazione della legge.»[160]

Ho detto come, chiuso in carcere a Portoferraio, io stendessi una scrittura, che lasciai inedita; perquisita dall'Accusa, si legge adesso, con mio rammarico (però che dei fatti del gennaio 1848 avrei voluto non rimanesse memoria, per onore di quelli che vi parteciparono), nel Volume dei Documenti a pag. 60. Quivi nella parte finale, indirizzandomi al Popolo, lo ammonisco: «Terminerò col darti uno avvertimento, non inopportuno ai tempi che corrono. _Le cose di Francia non t'illudano_; gli Stati _non vivono d'imitazione_. Ogni Popolo _ha le sue età_. Non bene riscosso dal lungo letargo, male imprenderesti a correre. _Sta queto_. Fortificati. Sviluppa il tuo ingegno con lo studio del reggimento degli Stati. _La forma costituzionale presenta campo abbastanza per questi_...» E continuo col concetto, e quasi con le parole che stampai nello aprile, e che si leggono qui oltre.

Nello aprile del 1848, dopo cotesta prigionia essendo già pubblicato lo Statuto, dichiarando i principii di varii reggimenti, e cercando quello che, giusta la opinione mia, meglio si confacesse al Paese scriveva:

_Corriere livornese, 6 aprile 1848_: «Dopo lui (Luigi Filippo), sembrò il Governo costituzionale, menzogna: ma si confortino i diffidenti: il vizio fu dell'uomo, _non già dell'istituto_; e ricercando per le Storie, non mancano esempj di Principi e di Popoli, osservatori religiosi degli scambievoli doveri. — La lode di Agesilao, dice Senofonte, non può andare separata da quella della patria, conciossiachè Lacedemone fedele ai suoi Re, non imprese mai a spogliarli della loro potestà, e i Re non desiderarono mai poteri più estesi di quelli che dalle leggi venissero loro consentiti.»

_Nel No dell'8 aprile_, trattando della Repubblica, termino: «Ora sono eglino in noi animo e costume capaci a conseguire la Repubblica, e, conseguita, a mantenerla? Noi ne dubitiamo grandemente, ed esporremo le cagioni del dubbio.» _E nei N. 13 e 19 di aprile_ espongo i motivi, pei quali non reputo la Repubblica governo adattato al nostro Paese.

_Nel Nº del 15 aprile_, dico: «La monarchia costituzionale offrirci palestra bastevole a istruirci nella scienza dei Governi.»

Capitale poi apparisce la dichiarazione diretta agli elettori, stampata nel _Nº 2 maggio del medesimo Giornale_: «Qualunque sieno i pensieri individuali, verun cittadino può imporre a forza la sua opinione al Popolo, arbitro supremo del modo col quale intende reggersi. La tirannide non porta sempre corona di oro; qualche volta la vidi col berretto frigio: la sfidai sotto il primo sembiante; saprò combatterla, alla occasione, sotto il secondo. Per me, il migliore Stato è il meglio governato secondo i desiderii, i bisogni, e le condizioni attuali del Popolo. Però, ove il Popolo si accomodi al governo costituzionale, e prosegua di affetto il suo Principe benemerente, a me non repugna, mandatario fedele, sostenere la Monarchia, purchè Costituzionale davvero.»

Eletto Deputato, fra le infinite allegazioni basti una sola, quella raccolta dalla medesima Istruzione, allegata dalla stessa Accusa, la quale prescelgo per la data, che appartiene al tempo in cui tornava da avere composto la scompigliata Livorno, e per la dimostrazione dei principii politici, che me legavano allora allo scrivente; ed è la lettera direttami nell'_11 ottobre_ dal Deputato Pigli. «Assisti con attenzione al gran dramma; e quando sarai chiamato, sii presente. _Noi vogliamo la Costituzione sincera, e la strada di ogni civile progresso, sgombra da ogni impaccio di vile egoismo_. — Se occorre, scrivimi. — Io ti assicuro di tutto ciò che uomo virtuoso può desiderare, e non già per me te ne faccio fede, ma pel Paese mio.»

Vedasi in quella la non sospetta manifestazione degl'intimi sensi di tale, che mi sedeva al fianco nella Camera dei Deputati, e militava allora con me sotto la medesima bandiera, e si comprenda se io fossi lealmente, interamente partigiano della Monarchia Costituzionale. Tale era il mio domma politico; io vi ho persistito sempre, e fu nella fiducia che anche Carlo Pigli vi persistesse che lo proposi al Governo di Livorno,

Assunto al Ministero, tanto più mi approfondai in quello, in quanto che per copia maggiore di fatti venni confermato nella osservazione, che la massima parte dei Toscani fosse alla Monarchia Costituzionale attaccatissima. Invero, primo mio studio come Ministro fu provocare da tutte le Autorità governative, e da tutti i Gonfalonieri del Granducato, rapporti quanto meglio potessero esatti, intorno lo stato politico, economico e morale delle Provincie e Città che reggevano. Commisi, tutti questi rapporti riducessero in quadro sinottico (come proverò in seguito), e dal libro che mostrai a S. A., e rimasto forse allo Ufficio del Ministero, venne a risultare in modo esatto la verità della osservazione intorno ai desiderii del Popolo toscano. Io per me ho sempre inteso, che per governare quanto meglio si può, bisogna porre accuratamente studio a ricercare i fatti. I Governanti, che ai fatti non guardano, o non li curano, o li dispettano, si rassomigliano ai fanciulli, che corrono a nascondere il viso nel cantone, credendo non essere veduti. — Però questo mio sistema mi ha fruttato taccia d'ignorante e di gretto, dal Partito repubblicano.[161] Io posso abbandonare intera alla censura altrui la mia mente, mi salvino il cuore; ma davvero con idee preconcepite, e discordi dal voto universale, io non comprendo a che cosa si riesca, tranne a sobbissare i paesi per soverchia presunzione di sè.

Però nella Circolare del 12 novembre 1848, indirizzata ai Prefetti, dopo avere parlato del periodo procelloso che percorrevamo, dichiaro: «I principii monarchico e democratico possono vivere in pace fra loro, a patto però, che il primo si mantenga _leale_, il secondo proceda _temperato_. I re durarono nella Repubblica di Sparta, e progenie inclita di Ercole eroe furono Codro, Agide e Agesilao, onore della umanità. Se il presente Ministero fosse andato persuaso, _che Principe e Popolo camminino contrarii disperatamente, non sarebbe salito ai Consigli del Capo Supremo dello Stato_.»

Più oltre: «Alle persone senza consiglio stemperate, dite che noi siamo antichi amici della Libertà, che la nostra fede non può tornare sospetta, che ci ascoltino come fratelli, e sappiano essere _più onorato del desiderare nuove libertà, mostrarci capaci di adoperare dirittamente quelle che abbiamo ricevuto_.»

E nella seduta della Camera dei Deputati, come di sopra ho avvertito, bandii solennemente non esser suonata l'ora della Repubblica in Italia; e la generosità del Principe e i suoi meriti presso il Popolo, e l'obbligo di questo a mostrarsi grato, per lo insigne beneficio ricevuto.[162]

Al quale cumulo di fatti vogliansi di grazia aggiungere gli altri riferiti in altra parte di questa Memoria, e si vedrà come io mi fossi pronunziato apertamente contrario alla Repubblica, per calcolo rigoroso di giudizio, e per probità politica; e come esatti manifestassi i principii, guida costante del mio operato, secondo che sarà chiarito in appresso.

Io non posso concludere questa parte del mio ragionamento senza difendermi da un'accusa... ma per questa volta è _repubblicana_! — Comprendo benissimo, che difenderci di dietro e davanti ella è impossibile cosa; nonostante non consente l'animo, quantunque presago della difesa disperata, abbassare vinto le mani. Come nell'Appendice sarà manifesto, uno scrittore di setta repubblicana con molta querimonia mi appunta che nei destini della Italia io non avessi fede, nè nella virtù dello entusiasmo; freddo calcolatore essere io, e nel respingere il concetto repubblicano mi consigliassi con le dottrine del Machiavello e del Guicciardino. Aborrente, come ogni onesto dev'essere, a giudicare le intenzioni altrui, io raccomando al signor Rusconi leggere e meditare queste parole di Ugo Foscolo, che per certo non fu cuore freddo, nè tepido amatore della Patria e di quanto potesse ridondare in augumento di lei, ond'egli giudichi se in parte potesse farne ragione pei suoi amici, o per sè:

«Quando il Popolo torna a precipitare nella corruzione, allora ad alcuni bennati le teorie sono stimolo a nobile vita, a sublimi speculazioni, a generosissime imprese; ma alla universalità de' cittadini necessitano rimedj desunti dalla esperienza, e consentiti dalla natura dell'uomo. Catone fu d'onore a sè; ma di che pro alla Repubblica? La sua virtù pareva ostentazione, e fu alle volte derisa; però infruttuosa: non doveva piegare i costumi, bensì lo ingegno, alla condizione de' tempi; e se non fosse temerità giudicare di tanto uomo, direi ch'egli era più filosofo che cittadino romano; perchè s'ei non avesse inteso a procurare alla Patria il _bene assoluto_, avrebbe per avventura, col valersi dello stato d'allora, potuto procurarle _quel più di bene che si poteva_.»[163]

Che se il sig. Rusconi e gli amici suoi mi vorranno essere benigni di proseguire nella lettura del libro, che cotesto austero intelletto scriveva proprio per noi, troveranno, spero, argomento di spiegare la mia mente, senza attribuirmi le brutte intenzioni che lo infelicissimo non dirò amore, bensì furore di parte, gli mette in pensiero.