Apologia della vita politica di F.-D. Guerrazzi
Part 16
Io poi crederei fare ingiuria ad uomo tanto reputato, se dopo la solenne protesta di favellare con pieno convincimento e sicurezza di coscienza, mi affaticassi a prevenire il dubbio altrui che egli così orasse per paura, nè la lingua corrispondesse al sentimento riposto del cuore, adoperando come quei perfidi di cui è arte apparecchiarsi ad ogni evento per gittarsi al Partito che trionfa. Cose vili sono queste, e non possono supporsi che da uomini vili.
Ma qui odo obiettarmi: e se presumevate venuto meno il mandato nei Rappresentanti della Nazione, se sciolte le Camere, se cessati i poteri dei Ministri, a quale scopo convocaste voi le Camere? Perchè le chiamaste a spenderlo in cosa alla quale non poteva essere esteso, nè per la indole sua, nè per la intenzione dei mandanti? Perchè voleste che la Legislativa diventasse Costituente? Perchè deponeste nel seno della Camera dei Deputati un Potere del quale vi credevate già privo?
Io feci questo, e meco uomini spettabilissimi si accordarono a farlo, appunto perchè la fazione repubblicana, prevalendosi di tale deplorabile stato, e instando sopra la cessazione di qualsivoglia Governo, non si arrogasse prepotente il diritto di creare a tumulto quello che meglio le talentasse; — perchè le Provincie _agitate_ dai Partiti municipali, non avessero motivo di repugnare;[143] — perchè le deliberazioni prese, se difettose di legalità, presentassero carattere del maggiore consenso in quel momento possibile; — perchè un simulacro di autorità costituita rimanesse; — perchè nel naufragio quanto si poteva di ordine si conservasse; — perchè il Popolo non riducesse in atto il vantato diritto di essere padrone di ogni cosa; — perchè la fazione non precipitasse irrevocabilmente il Paese al passo al quale con tutti i nervi tendeva; — perchè uscisse un Governo, che di tutelare _dall'imminente pericolo vite e sostanze assicurasse_; — perchè il Paese per delitti infami, o per guerre civili non s'insanguinasse; — perchè i Partiti alle ingiurie estreme non irrompessero, — perchè voi stessi, cui basta il cuore accusarmi, foste dalla procella imminente protetti.... — Quali potessero essere le azioni della plebe e dei contendenti Partiti, ignoravasi; temevansi tristissime.
Nonostante il mio affaticarmi a far credere le Camere tuttavia costituite, vedremo come i Repubblicani, e parecchi Deputati dichiarassero omai cessato nelle medesime il deposito della Rappresentanza Nazionale, la Sovranità del Paese ricaduta nel Popolo.
Chiamai i signori Generale della Civica e Gonfaloniere, e tutta notte circondato da frequente avvicendarsi di persone, conferii ad alta voce provvedendo alla pubblica sicurezza. Come supporre che mentre da un lato, con persone dabbene e principali, prendevansi misure di ordine, dall'altro con facinorosi plebei apparecchiassi il disordine? E avvertite, che io non mi mossi mai dalla stanza. La nequizia immaginata dall'Accusa supera ogni segno, e arriva alla follia. Difficilmente si cercherebbe nella storia personaggio più perfettamente grottesco, di quello che mi fanno sostenere i miei Giudici: bisognerebbe andarlo a cercare in qualche goffa _Atellana_, — delizia di fiera. Certamente previdi, facile presagio davvero, che nello abbandono del Governo costituito, avrebbero eletto un Governo Provvisorio. Così imponeva la necessità.
Il Decreto della Camera di Accuse afferma che Niccolini rimase con me gran parte della notte (§ 18). Questo non possono avere detto i testimoni, e d'altronde gli osterebbe il fatto, avvegnachè, durante la intera notte, io stessi circondato da moltissime persone che lo attesteranno. Niccolini si sarà per avventura aggirato nel Palazzo, come sovente usava, frugando ora quella, ora quell'altra stanza; ma, che si restringesse meco _gran parte della notte_, è impossibile materialmente, e per discorso di ragione. Taluno osservò, sarebbe stato salutare consiglio avere a noi i Capi dei Circoli, esortarli a restarsi tranquilli, e contenti a quello che il Parlamento avrebbe deliberato in pro della Patria travagliata; non rendessero disperata con tumulti intempestivi una condizione di cose già di per sè stessa gravissima. Mi parve savio partito, e tale sarebbe apparso, io credo, a chiunque abbia fiore di senno. Non conoscevano il domicilio di Antonio Mordini: dicono che io commettessi a Emilio Torelli di chiamare Francesco Dragomanni: io non lo ricordo, ma sarà; e se ciò è vero, devo averlo fatto richiesto da coloro che vollero adunati i Capi dei Circoli, e perchè egli indicasse, se lo sapeva, il domicilio del Mordini. Vennero eglino, i chiamati, o no? L'Accusa dice che vennero; però vuolsi notare, e credo che dal Processo si ricavi, che io non conosceva i chiamati, se togli Dragomanni, nè li vidi, nè loro parlai: altri conferiva con essi, e dovei ritenere che l'esortazioni fatte ai medesimi fossero conformi al convenuto. Insisto ad affermare, che io rimasi sempre nella mia stanza, circondato dai signori Gonfaloniere di Firenze, Generale Chigi, e, _se io non erro_, dal R. Delegato Beverinotti, dal Prefetto Buoninsegni, dall'Avvocato Dell'Hoste, con altri moltissimi, che io non rammento, che prego per amore della santa verità, ricordarselo per me, — e spero che lo rammenteranno.
Io già discorsi di questi fatti, perchè il Decreto del 10 giugno 1850, quantunque non mi accusasse, pure diceva, che non vi fu estraneo il Ministero, _o taluno dei componenti il medesimo_. Strano linguaggio sempre; nelle cose criminali, dove la vita e l'onore degli incolpati pericolano, peggio che strano, avvegnachè fra _tutti_ e _qualcheduno_ la differenza appaia grandissima; nello spazio che passa tra l'una e l'altra frase, cape la innocenza; e trovarci tutti accatastati, presunti colpevoli e presunti innocenti, come legna da ardere in un medesimo falò, non sembra precisamente quella che gli uomini _solevano un giorno salutare_ col nome di Giustizia. I lettori giudichino. Il Decreto del 7 gennaio pareva avermi escluso (§ 59) dalla partecipazione dei fatti, qualunque eglino sieno stati, della notte del 7 all'8 febbraio; ma l'Accusa, paurosa che per questo strappo uscisse lo improvvido tonno dalla rete, eccola pronta a raccattare la maglia, e nel § 83 dichiara, _che ebbi parte, e non secondaria, mentre era Ministro e Deputato, nelle conferenze tenute nella notte dal 7 all'8 febbraio, con i Capi del Circolo ed altri agitatori_.
Di qui si fa manifesto il bisogno, che i Decreti e le Accuse specifichino esattamente gli addebiti pei quali deve lo imputato rispondere, perchè la Difesa, in diversa guisa, non sa da che parte badare, e mentre attende di faccia, si sente alla sprovvista presa alle spalle. Cotesti sono agguati buoni in guerra, ma io non ho inteso mai dire che i Magistrati abbiano ad apprendere il gravissimo ufficio dell'accusa negli Strattagemmi di Polieno...
Volete vedere come io di lunga mano col Partito repubblicano cospirassi? Come io scavassi la fossa per precipitarvi dentro il Trono Costituzionale? Come io macchinassi cacciare il Principe di Toscana? — Costretto dal rimorso, allegherò per ora alcuni brevi Documenti che daranno, senz'altra ricerca, vinta la causa all'Accusa.
Desideroso di ravvivare con la presenza lo affetto, che pur conosceva portare il Popolo livornese al suo Principe, con queste espressioni io consultava il Consigliere Isolani: «La città è tranquilla così, che si possa presentare a S. A. _come una famiglia concorde ed unita ad un padre_?» — (Dispaccio telegrafico, 1 novembre 1848.) — E fu risposto: _Sì_.
Promuovendo Carlo Massei amico mio, e non della ventura, in modo confidenziale nel 9 novembre io gli scriveva:
«A. C.
«Sei Prefetto di Grosseto. Vieni per istruzioni; mando costà Buoninsegni egregio amico mio, e persona degnissima. Gli saranno Consiglieri Corsini e Raff. Dal Poggetto. Non jattanze, non millanterie: assumete dignità pari alla imponenza dei casi, e al concetto che ho dei Democratici lucchesi. Non inasprite gli emuli, fate loro desiderare di tornarvi amici. Fate festa. _Consolate il Principe che vive sempre alquanto abbattuto_.»
E tuttavia nel desiderio di procacciare amore al Sovrano, che mi aveva assunto ai suoi consigli, mandava al Governatore di Livorno, con Dispaccio telegrafico del 19 novembre 1848: «Adoperati a mantenere la quiete; o se volete esultare, _fatelo per la generosa amnistia concessa dal Principe_.»
Allo scopo di rendere vane le voci, che si spargevano ad arte di prorogata apertura del Parlamento toscano, a motivo di dissidii intervenuti fra il Principe e il Ministero, nel _Monitore_ dell'8 gennaio 1849 così annunziava: «Possiamo assicurare, che tra Principe e Ministero è pieno lo accordo; che fermo sta il giorno per l'apertura del Parlamento toscano, e che se apparenza alcuna d'incertezza vi è stata per alcun ritardo, notato nelle disposizioni necessarie innanzi a questa patria solennità, non nel dissenso del Principe, ma nella lontananza del medesimo dalla Capitale, se ne deve trovar la cagione. _Del resto, noi bene ci augureremmo se in tutti gli Stati Costituzionali, Principato e Governo si accordassero così mirabilmente, come tra noi ne veggiamo lo esempio_.»
A Gio. Battista Alberti, alla persona del Granduca attaccatissimo, in guisa riservata mandava: «A. C. Probabilissimamente S. A. _verrà solo in Arezzo per ismentire con la sua presenza le triste insinuazioni sul conto suo, e nostro_. Io ti raccomando, che le Deputazioni, le quali si presenteranno certamente da lui, _lo tengano sollevato_, e lo persuadano che la quiete in Toscana non può durare che continuando nel sistema governativo iniziato.[144]»
Nel giorno ultimo di gennaio 1849, avvertito del prossimo sbarco di Giuseppe Mazzini, mandavo al Governatore di Livorno il seguente _Dispaccio telegrafico_:
«Sento che verrà Mazzini. Il Governo avverte il Governatore ad usare ogni possibile prudenza. Il Granduca è lontano dalla Capitale. Un moto in senso repubblicano basterebbe a non farlo tornare, _e questo sarebbe il peggiore dei mali. Qui non si vuole affatto la Repubblica da tutti_.»
Avvisato che Mazzini sarebbe andato a Civitavecchia sotto mentito nome, senza toccare Livorno, rispondo: _Sta bene_.
Allo annunzio delle voci sparse di fuga del Principe, io ammonisco, con Dispaccio telegrafico del _4 febbraio 1849_, il Governatore di Livorno: «S. A. è a Siena, ove cadde ammalato. Firenze è tranquillissima; _noi pure lo siamo, e continuiamo a stare in perfetta relazione col Principe. Diffidi dei rumori sparsi dai speculatori di torbidi_.»
Nel 5 febbraio, onde tôrre via il sinistro effetto delle insinuazioni di scissura fra la Corona e il Ministero, pei casi successi a Siena, annunzio nel _Monitore_: «Cessi ogni trepidazione; la città si rassicuri; _la stretta armonia fra il Principe e il suo Ministero, anzichè soffrire alterazione, ogni dì più si conferma_.»
Per isbaldanzire i maneggi dei Repubblicani, e levare loro ogni male concepita speranza, che il Governo potesse sopportarli pazientemente, io componeva e faceva stampare nel Giornale Officiale il seguente articoletto in forma di lettera, che immaginava pervenuta da Roma _il 7 febbraio 1849_. «I buoni Italiani convenuti qui in Roma, pare che abbiano deposto il pensiero di proclamare la Repubblica. Tutti i frutti, in ispecie i politici, quando sono immaturi, guastano la salute. Piemonte si chiuderebbe in politica isolata, seppure non irrompesse manifestamente ostile. Toscana, _noi lo sappiamo, vuole il Principato democratico e repugna dalla Repubblica_; — non parlo già del Governo, che io non conosco, ma del _Popolo nella sua maggiorità_. Così invece di stringerci per la guerra della Indipendenza, avremmo la guerra civile, madre infelicissima di servitù interna ed esterna. A questo pensino tutti quelli che si dicono amanti della Patria. Se vuolsi avvantaggiare la veneranda madre Italia, è un conto; se pescare nel torbido, incendiare un pagliaio per riscaldarsi le mani, è un altro. Ma siccome io reputo coloro che professano concetti repubblicani, uomini di ottima fede, almeno la massima parte, così _richiamino la mente alla grave considerazione degli elementi che ci stanno sotto mano_, e giudichino nella rettitudine del cuore. Gli uomini sono uomini, e si dispongono con le persuasioni e col tempo; con l'esorbitanze si rovesciano, e inferociscono.[145]»
Ma l'Accusa, che sospetta sempre in me trattato doppio, insorge, e dice: tutte queste sono «_lustre, finte, e mostre per parere_;» voi tenevate due corde al vostro arco; voi siete l'uomo _vafer, atque callidissimus_, dei Latini; nella composizione del vostro corpo, per tre quarti almeno, ci entra carne di volpe. Bene! Grazie! La fortuna, fra tante acerbità, mi fu cortese di amici, fra i quali dilettissimo e venerato il signor Giovanni Bertani, che, intrinseco già del padre mio, me lo rappresenta adesso per affetto, per cura, per ogni altra cosa più dolce; e la Istruzione lo sa. Ora può credersi sincero, almeno quello che confidavo a lui: non era destinato a sapersi; dovevano rimanere le mie espressioni riposte nello animo suo. E quando io gli facevo la confidenza dei miei pensieri? Poche ore prima che Niccolini mi annunziasse il successo di Siena, e mi aprisse il disegno di proclamare la Repubblica, e me volere a forza Dittatore. — E come? — Oh! non dubiti l'Accusa: in guisa, che i suoi stessi sospetti rimarranno placati: con lettera, che porta il doppio marchio delle Poste di Firenze e di Livorno. — E che dic'ella cotesta lettera? — Giovanni Bertani, con lettera del 6 febbraio, mi ragguagliava come la città andasse turbata nelle decorse notti con le grida di — _Viva la Repubblica_! e giorni innanzi un certo tale avere tenuto parlamento al Popolo dalla terrazza della Comunità, in senso _repubblicano e comunista_. Io così gli rispondeva la sera del _7 febbraio 1849_: «Tutto andrà pel meglio, purchè costà non avvengano disordini. Screditate questi mestieranti torbidi e sviscerati della Repubblica per aver pane dal Principato. S... va fischiato. Lo stesso sacramento in bocca sua diventa sacrilegio: vergogna al Popolo che sopporta simili Apostolati.»[146]
Ma l'Accusa (per adoperare il suo linguaggio) dirà: non sono questi _atti univoci_, non _prove limpidissime_; gli è forza che vi scolpiate _luminosamente, splendidamente_; bisognerebbe conoscere proprio quello che ruminavate tra voi altri Ministri, quello che tenevate giù dentro al profondo del cuore. — Ahimè!
_Facilis descensus Averni._ . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . _Sed revocare gradum, superasque evadere ad auras,_ _Hoc opus, hic labor est._
Ebbene, voi lo volete sapere? Ve lo dirò. Quando il Presidente del Consiglio partiva per Siena, io gli spediva dietro una lettera in data del _6 febbraio 1849_, nella quale, dopo avere dettato al Segretario le notizie pervenute in giornata, di mia mano aggiungevo per poscritto: «P. S. Con Marmocchi e CC. bisogna dare prova sensibile a S. A., che la sua sicurezza impone ch'egli e la sua famiglia tornino subito a Firenze. _Bisogna salvarlo anche suo malgrado_.»
L'Accusa ringhia, ma non lascia presa, e pretende la prova della mia incolpabilità avere ad essere sfolgorante come la faccia di Giove quando comparve a Semele. Cotesto fu mal consiglio; troppo volle costei, e diventò cenere... pur va, Accusa, e cenere diventa. — Avvisato dalla signora Laura Parra, che nella notte del 7 febbraio od ella sarebbe andata, o avrebbe mandato (chè ciò non bene ricordo), a Siena, le confidava, breve ora e forse pochi momenti innanzi che giungesse lo annunzio della partenza del Granduca, la lettera qui oltre impressa. Depositata presso persona di fiducia del presente Governo, mi viene ora restituita, affinchè me ne valga a confondere la impronta Accusa, che arreca ribrezzo e accoramento a quei medesimi, i quali nella mia vita politica mi procederono più avversi. — Pubblicando questa lettera dichiaro, che il giudizio quivi espresso da me intorno alcuni individui, come formato sopra notizie altrui, non già sopra osservazioni proprie, è erroneo, ed ebbi a doverlo riformare più tardi. —
«A. C.
«_Modena_. — Non si verifica, nè si conferma la notizia.
«_Civica_. — Bisognerebbe ricorrere alle Camere per Legge speciale. Concerto con D'Ayala se può farsi altrimenti; ingaggierei Volontarii per un anno. Stasera conferiremo. I Circoli si offrono pronti a secondarmi.
«_Mordini_. — Anche per le notizie della signora Laura è un cupo ambizioso che ci mina sotto. Credi potertene servire con sicurezza, o vuoi rovesciarlo nella polvere? Pensaci: dimmelo, e fa come vuoi.
«_Andreozzi_. — Rimandatemelo subito: ora è necessario a me: nulla giova a voi.
«_Roma. — Non hanno proclamato la Repubblica; ed è bene._
«_Torino_. — Gioberti prevale adesso; ma vuole accostarsi: _per me, sempre nei limiti omai stabiliti_, accolgo qualunque comunicazione.
«_Saracini_. — Pensate a sostituire persona democratica, energica, cittadina sanese: se no, vedremo se va Del Medico; ma lo credo difficile. Tenta Dell'Hoste. Io pure lo tenterò.
«_Marmocchi_. — Avrà quanto chiede: forse no la montura; per domani certamente sì.
«_Se non crepo, reggerò ogni cosa. Retrogradi e Rossi mi tengono in subuglio il Paese: bisogna dare una zampata ad ambedue._
«Saluta il Granduca, e digli da mia parte che oggi non gli scrivo, perchè proprio non posso. Non mi muovo più di Palazzo. Abbia coraggio e fede in noi, come noi ne abbiamo in Lui. Cacci via da sè gente che non sa altro che atterrirlo e lasciarlo indifeso; e siccome io non ho mezze misure, — se credi, leggigli anche questo periodo, ed anche tutta la lettera. — Quando può, torni con la famiglia, conquisti e si mantenga i cuori. Diavolo! Vuol egli acquistare fiducia mostrando sospetto? — Alla Granduchessa soprattutto insinua questo; — si ricordi del proverbio: Il Diavolo non è brutto come si dipinge; — e noi non siamo orsi. La mostra (e sei tu) val meglio della balla (che sono io), e questo succede sempre; ma non si offrono angioli per campioni di demonii.
«Saluti a Marmocchi; riguardati; addio.
«Firenze, 7 febbraio 1849.
«Am.o GUERRAZZI.»
Adesso che cosa dirà l'Accusa? L'Accusa dice, ch'è evidente come di lunga mano, avanti il 7 febbraio e nel 7, cospirassi a instituire la Repubblica, e a rovesciare il Principato Costituzionale, e a cacciare via il Principe dalla Toscana; — e tale sia dell'Accusa!
XIII.
Mio concetto intorno alla Repubblica.
L'Accusa nel § 85 dichiara non importare nulla indagare se io riputassi sempre od in massima la _Repubblica_ forma buona ed accettabile per la Toscana, quando si sa[147] che fui elemento _disorganizzatore_. — A me pare all'opposto che importi moltissimo, imperciocchè nelle criminali disquisizioni, se io male non appresi nelle scuole, hassi principalmente a ricercare lo _affetto_ che lo imputato può avere avuto a commettere la colpa; ed invero quando non occorra veruna delle cause che i legisti chiamano di _delinquere_, ed anzi ne occorrano contrarie, viene la coscienza dei Giudici facilmente condotta ad escludere il dolo dall'azione incriminata. L'Accusa da sè stessa discorda, dacchè nel § 83 la vediamo registrare la notizia «che ho _interessato_ altre volte, e sempre per cause politiche, or la Giustizia, or la Grazia;» quasi per dedurre l'abito vecchio a questa maniera di falli; e ciò sta bene, perchè nel suo concetto cotesta sciagurata memoria poteva nuocere. Nel § 85 poi quale sia stata la mia professione politica non importa conoscere; e sta bene, perchè può giovare. E questa ricerca gioverà ad un'altra cosa, voglio dire, a mostrare quale potesse essere il motivo pel quale i Repubblicani me volessero piuttosto Mancipio, che Capo, in potestà di loro.
La insipienza non cessa ingiuriare la Repubblica, come se non fosse e non fosse stata forma governativa di Popoli incliti nella Storia, ma sì piuttosto modo di vivere di gente usa alle rapine ed al sangue. Da parte siffatte stupidezze; e giovi ripetere col signor Guizot: «La Repubblica è in sè forma nobilissima di governo: suscita inclite virtù, ha presieduto al destino e alla gloria di Popoli grandi.»[148] Chiunque dia opera allo studio delle umane lettere facilmente della Repubblica s'innamora, però che i precipui scrittori così greci come latini appartengano al periodo repubblicano; i capitani famosi, le geste sublimi per eccellenza si vedano apparire ed imprendere nelle Repubbliche antiche; nè le Repubbliche del medio evo aggradiscono meno per la vita feconda che le commuove; piacciono le vittorie contro la barbarie; piacciono gli uomini che vi si agitano dentro, i quali, portentosi per certa loro salvatica grandezza, dominano il pensiero. Ancora: filosofi, per istituto di vita o per virtù di fantasia appartatisi dalle condizioni effettuali degli uomini, si dettero a speculare intorno al migliore governo della società, e astrattamente parlando immaginarono ottimo essere quello dove le fortune fossero pari o comuni, uguali le persone nelle prerogative, nei diritti e nei doveri; non doversi fare inciampo alla volontà liberissima col vincolo ingiurioso delle Leggi, conciossiachè lo spirito umano, memore della sua origine divina, avrebbe inteso, senza posa, spontaneo,
Al decente, al gentile, al buono e al bello.
_Saturnia regna_! — In cosiffatte Repubbliche Tommaso Moro propone che la pena capitale abbia a consistere nello appiccare un cerchio di oro, io non ricordo bene se al naso o in quale altra parte del delinquente. Sogni di Angioli sono cotesti, e Dio faccia tristo colui che desta i sognatori! Ma gli uomini non dormono tutti, nè sempre; la massima parte di loro uscendo dalle astrattezze forza è che si travagli per la dura esperienza della vita. I poeti non hanno a tenere la mano al timone, ma dalla prua del naviglio contemplare lo emisfero interminato, dove è fede che troverà pace l'ansia irrequieta che affatica i petti mortali.