Apologia della vita politica di F.-D. Guerrazzi
Part 15
Poichè l'Accusa crede discreto allegare il regio scritto, voglia non fargli dire quello che non dice: questo non è decente nè giusto. Ora l'ammenda proposta dalla Commissione suonava così: «I poteri dei Deputati, le forme della elezione, e la epoca della convocazione dei Collegi elettorali dovranno stabilirsi da Legge a parte.» Ciò posto, io non dubito dichiarare come la osservazione dell'Accusa apparisca evidentemente erronea. Immaginiamo accolta la ammenda, quale effetto avrebbe ella partorito? Forse lo scioglimento della quistione? No per certo; sibbene lo aggiornamento accompagnato co' pericoli dell'ansietà delusa, e dal sospetto di fede mancata. È manifesto errore supporre che l'Assemblea legislativa possa conferire mandato alla Costituente nominata dal Paese. Questa dottrina leggemmo professata in questo punto stesso dal signor Moulin negli Ufficii dell'Assemblea di Francia, in proposito della discrepanza insorta intorno a convocare la nuova Costituente, per rivedere tutta o parte la Costituzione, e vediamo oggi avere prevalso negli Ufficii, che a maggiorità di voti si pronunziarono per la revisione totale, o piuttosto per la necessità del non imporre alcun mandato. La ragione per tutti, ma specialmente pei giurisperiti, apparisce chiarissima. Le Camere, o Assemblee, rappresentano la parte di _mandatarie_; ora quando, per gravità di casi sopravvenuti, è forza ricorrere al _mandante_, con quale diritto può il primo imporre al secondo l'obbligo di formulare, pel seguito, il mandato nella guisa che meglio desidera? E, come di diritto, egli manca di autorità e di forza. Assurda cosa pertanto. Però sento obiettarmi: E se il Popolo, a cui si aveva ricorso col suffragio universale, avesse conferito mandato illimitato, come avreste saputo limitarlo voi? Per necessità, rispondo, della natura e dello esercizio di questo mandato. Per necessità della natura del mandato illimitato, che appunto, perchè generico, ha bisogno di norme e istruzioni successive; e se queste non prescriveva la Corona, non si conosce chi altri avesse potuto indicarle, ponendo mente che l'azione del suffragio universale versava unicamente sul voto elettorale, e quindi cessava; — per necessità dello esercizio, essendo il mandato nostro di natura complessa, e tale che senza consenso e concorso degli altri Stati rimaneva inane. E supposto eziandio che le istruzioni del Ministero per esercitare il mandato fossero parse a taluno, o a molti degli Elettori, diverse dal suo concetto, egli avrebbe chiesto e agevolmente ottenuto la conferma dell'operato, o, come si dice con parole inglesi, un _bill d'indennità_; conciossiachè costretto dal voto maggiore di Stati più potenti del nostro, non avesse potuto estenderlo agli scopi desiderati; e averlo speso nella opera della Indipendenza italiana lealmente ed efficacemente, non sarebbe stato piccolo merito. Il Montanelli avrebbe dovuto, dopo pochi giorni, presentare nuova Legge alla Corona intorno al mandato dei Commissarii ch'egli avrebbe richiesto illimitato, a norma della sua dottrina. La Corona avrebbe concessa o negata la discussione della Legge; se negata, il Presidente si dimetteva, e tanto era accettare la sua dimissione pochi giorni prima che pochi giorni dopo; anzi, meglio prima, perchè allora spontanea, e con promessa di sostenere la politica del Ministero riformato; se conceduta, la Camera naturalmente votava o rigettava la Legge: rigettavala, ed ecco ritornare la necessità della ritirata del Ministero, e in questo modo con clamore e scandalo, mentre poteva congedarsi di quieto; la votava, ed allora per tortuoso avviluppamento si replicavano le condizioni medesime del voto della Costituente. Nonostante, piacemi di esaminare le fortune probabili della Legge sul mandato. Se s'intendeva formulare come quello del Piemonte, voglio dire la persona e gli Stati della A. S. si rispettassero, e in quanto agli altri Principi italiani la conservazione unicamente delle persone loro in grado principesco qui in Italia si raccomandasse, è certo che a questa maniera di mandato non avrebbero acconsentito il Papa nè il Re di Napoli; il primo, perchè fuori dei suoi Stati, e poco davvero gli sarebbe premuto restarsi principe di Pontecorvo o di Benevento; il secondo, perchè in quel punto privo di Sicilia. Se invece fosse stato espresso nel mandato, che il Papa e Ferdinando di Napoli avessero ad essere restituiti nelle provincie perdute, e queste allora avrebbero repugnato da una guerra, di cui il fine sarebbe stato costringerle a sottostare nello antico dominio; quindi, invece di concordia per combattere la guerra straniera, avrebbe la Costituente partorito la guerra civile. Di qui veda l'Accusa quanto sia avventata la sua considerazione, messa fuori solo per ismania molta e senno poco di trovare ottimo quanto avversava il Ministero. Nel mare politico del 1849, pieno di súbite procelle e di non prevedibili fortune, era mestieri avventurarci fidando nella propria rettitudine e nello aiuto di Dio; e il mandato indefinito, anzichè nuocere a verun disegno, stava apparecchiato come vela buona ad ogni vento. Se ne persuada l'Accusa; la politica contiene tante latébre così profondamente misteriose, così portentosamente improvvise, che il suo risoluto sentenziare non sembra cosa _umana_, ma piuttosto _divina_;[137] però che presagire il futuro e penetrare nei cuori si è di Dio.
E finalmente, se io avessi consigliato la Costituente (mentre all'opposto, già concertata fra la Corona e il Presidente del Consiglio, a me fu imposta come una croce da portare), se io l'avessi, ripeto, consigliata, ed avessi commesso errore, con quanta giustizia l'Accusa vorrebbe oggi incolparmene? — Odasi un po' quello che scrive David Hume nel Cap. 64 della sua _Storia della Inghilterra_, intorno al processo di Lord Clarendon, _ministro sagrificato da Carlo II alla rabbia dei suoi nemici, i quali non paghi della caduta del Cancelliere ne vollero la totale rovina_.... — «Molti degli articoli dell'Accusa erano _frivoli o falsi_.... — Lo avere consigliato la vendita di Dunkerque sembra l'articolo di accusa più importante e più vero; ma sarebbe dura cosa dar colpa ad un Ministro di uno sbaglio di giudizio (se pure fu tale), ove non apparisca segno di corruttela, o di cattiva intenzione.»
Comprendo che adesso, per questa esposizione, io dovrò sperimentare avverse due maniere di gente che già ho provato duramente moleste, voglio dire, i partigiani del Piemonte, e quelli della Repubblica: a entrambi questi (comecchè invano) risponderò breve: «_Ministro costituzionale di Leopoldo II, io doveva curare la sicurezza e la grandezza del mio Paese, e del Principe_.»
XI.
Di una proposizione contenuta nel § IX del Decreto della Camera delle Accuse.
Il Decreto della Camera delle Accuse, nel membro 5º del § IX, contiene questa proposizione: «La fazione.... si mostrò..... più ardita nei suoi piani sovversivi e criminosi, incoraggiata dal Programma ministeriale del dì 28, il quale preferiva _al silenzio per paura il trasmodamento per licenza_.» Confrontisi la citazione del Decreto col § del Programma: «Zelatori della libertà di stampa, noi non ismentiremo i nostri principii mai. Fra i _due mali_, che essa trasmodi per licenza, o taccia per paura, noi scerremo il primo, _persuasi che le tristi parole, se calunniose, non reggono, e fidenti ancora nella civiltà del Popolo toscano, presso cui ogni maniera d'intemperanza è febbre effimera, non condizione normale di vita_.»
Così il Programma non esprime sentenza generale, _ma unicamente relativa alla stampa_; tanto la licenza, quanto il silenzio per paura, dichiara _mali_; confida che le parole _calunniose_ non reggano, e il Popolo sappia guarire di cotesta infermità.
E sapete voi a che cosa accennasse il Programma con coteste parole? Alle calunnie che i Giornali avversi al Ministero si sbracciavano profferire contro di lui. E sapete voi che cosa avessi in mente io quando dettava cotesto periodo? Le calunnie che emuli ingenerosi (non conosceva ancora le giudiciali) non cessavano avventarmi; e mi studiavo con l'altezza dell'animo richiamarli a un senso di pudore gentile. Le mie vecchie e nuove ingiurie rimettevo, e non le altrui; però che in quel momento mi corresse al pensiero Socrate santissimo, levato in piedi nel teatro di Atene, vincere, con la virtù della mansuetudine, il perfido motteggiare di Aristofane.
Invero, nelle precedenti pagine ho narrato e provato come il libero spaccio della _Patria_, giornale al Ministero infestissimo, io assicurassi;[138] ho rammentato come S. A. si compiacesse interporre l'alto suo ufficio presso taluno, affinchè la febbre maligna del suo Giornale alcun poco curasse. Il _Conciliatore_, il _Nazionale_ e gli altri tutti Giornali di Opposizione ministeriale non ebbero a lamentare offesa; anzi qui, nella stamperia di questo carcere delle Murate, consenziente il Ministero, rimborsate le semplici spese, imprimevasi, ostile a lui, un Giornale, e fu lungamente sofferto, — perchè instituito a benefizio di Venezia. Credeva essere magnanimo, e mi trovo ad avere commesso misfatto!.... Almeno così redarguisce l'Accusa.
Però, stupendo a dirsi! mentre l'Accusa ascrive a delitto il parlare di taluni Giornali, appunta come colpa il tacere di tali altri; e pei cipressi dell'Arno durerà famoso il suono delle flebili Elegie dell'Accusa per la figlia della sua predilezione, _la Vespa, propugnatrice generosa dell'ordine_. — E di più osa: perchè, che cosa non ardiscono le Accuse? Osa tuffare ambe le mani nei vituperii giornalistici, nelle enormezze dell'odio invelenito, nelle bave dell'astio deluso, e spruzzarmi addosso l'empio liquore come una benedizione di acido di vetriolo. — Sta bene.
Ma donando le mie ingiurie, nè donavo, nè potevo donare le altrui. L'adito dei Tribunali era aperto a chiunque si sentiva leso: solo correva rischio, che gli dicessero: _non correre tempi propizii per siffatti negozii_.
Donando le mie ingiurie, non potevo con una frase di Programma dettare nuove leggi, le quali, impari l'Accusa, nei Governi Rappresentativi si fanno col consenso dei tre Poteri dello Stato.
Donando le mie ingiurie, non intendevo, nè potevo intendere, che le Leggi vigenti non si eseguissero; solo che non avrei proposto Leggi nuove repressive della stampa. La esecuzione della Legge promulgata appartiene ai Magistrati, non ai Ministri. «In questo il Magistrato non riceve forza dal Governo, ma al Governo la partecipa.»[139] Forse ordinai io ai Magistrati che lo ufficio loro non esercitassero? Certo che no; anzi io, vedendo o credendo vedere rilassatezza straordinaria, gli richiamai alla più esatta osservanza del dovere loro; ma correvano allora tempi di sprone, e non bastava; come adesso correrebbero tempi di freno, e chi sa se bastassero! _Omnia tempus habent_! dice il Predicatore, e ce lo dimostra l'Accusa.
Pare egli ai miei Giudici, che se lo parole del Programma fossero state pregnanti della figliuolanza bruttissima immaginata da loro, la Corona, la quale riposatamente lo considerò, di propria mano lo corresse, e mi fece l'onore di meco discuterlo a parte a parte, arrendendomi io alle savie osservazioni di quella; — pare, dico, ai miei Giudici, che la dignità del Principe avrebbe lasciato inaugurare il suo Ministero con turpitudini siffatte?
La infedeltà delle citazioni, il modo col quale vengono trasportate a cose diverse da quelle che esse contemplano, le induzioni malevole che se ne deducono, non danno opinione che nella presente procedura siasi voluto fin qui trovare la verità, ma un uomo da sagrificare.
XII.
Notte del 7 all'8 Febbraio 1849.
Il Granduca lasciava improvvisamente Firenze per Siena, e il Ministero ne aveva notizia dal signor Adami, il quale conferendo nella notte con S. A. lo apprese dalla sua propria bocca. Alcuni dei colleghi maravigliarono di cotesto annunzio casuale, ma io facevo notare come il Granduca ci aspettasse verosimilmente al Circolo, che in cotesta sera correva, e non doveva punto stupirci, se, essendo per mala sorte mancati tutti, ne avesse avvertito quell'unico Ministro che gli era occorso vedere: d'altronde, non doversi guardare tanto pel sottile, dacchè non eravamo mica in Inghilterra, dove la Corona non può uscire nè entrare in città senza certi riti convenuti. Si acquietarono, ma indi a breve presero a correre voci sinistre: il Principe essersi partito per non tornare più; licenziati i servi; questi andarlo propalando pubblicamente. Feci verificare la cosa, e pur troppo trovai che di questa sorta discorsi erano stati tenuti dai regii servitori per le botteghe della via Guicciardini.[140] Avvertasi, che il Partito desideroso del vecchio sistema non rifiniva sussurrare dentro città e fuori: il Principe tenuto prigioniero in Palazzo, a forza costretto di firmare le Leggi; gli andrebbero a genio tutti coloro che alle nuove Leggi non obbedissero, il Ministero avversassero; — ed altri cotali discorsi, che le ultime fibre del Governo tagliando, lo facevano impossibile. Forse _erano anch'essi generosi propugnatori dell'ordine_? Io non lo dirò, lo dica l'Accusa. Allora fu che scrivemmo a S. A., essere urgente la sua tornata in Firenze; e dove le piacesse prolungare il suo soggiorno a Siena, noi, come inabilitati a reggere il Ministero, lo pregavamo a degnarsi accettare la nostra dimissione. Promise sollecito ritorno: e a me particolarmente mandava gli tenessi tranquillo il paese. Differendo la tornata, parve ai colleghi non dovere trattenersi più oltre a inviare la dimissione: nel presagio di agitazioni, ne avvisai gli egregi uomini Generale della Civica Corradino Chigi, e Gonfaloniere del Municipio fiorentino Ubaldino Peruzzi; i quali partecipando le mie apprensioni, non dubitarono mettersi in viaggio nella malvagia stagione, conducendo seco il Priore Luigi Cantagalli per supplicare S. A. a restituirsi alla Capitale. Andarono; e tornati referirono il Principe trovarsi veramente infermo, sarebbe venuto appena la salute glielo concedesse; sentire anch'egli la sconvenienza della separazione della Corona dal Ministero; desiderare che almeno qualcheduno dei Ministri andasse a Siena. Voleva partire io stesso; ma offerendosi il Presidente dei Ministri, io m'ebbi a restare; in data del 5 febbraio, S. A. mi mandava il Decreto col quale al Ministero dello Interno riuniva provvisoriamente quello degli Esteri. — Partiva il signor Montanelli il 5 febbraio; giungeva a Siena il 6: tornava a Firenze il 7.
L'Accusa aveva sostenuto prima, più sommessamente ha insistito poi, che Siena era tranquilla, e quivi il Principe in pace avrebbe potuto esercitare la regia prerogativa del veto, se il riposato vivere di cotesta città, se le oneste e liete accoglienze non fossero state sconvolte dalla presenza dei signori Montanelli, Marmocchi e compagni. Questo fatto non è vero, nè può esserlo, imperciocchè appaia fuori della ragione delle cose, che da un punto all'altro un Popolo cangi genio e costume; e in altra parte di questo Scritto mi sarà forza tornare intorno a simile argomento. Ora importa rilevare, che la mancata sicurezza in Siena, dovuta, come si dice, alla presenza dei mentovati individui, non sembra essere stato il motivo dello allontanamento del Principe. Non fu timore di sicurezza perduta, ma timore di _reazioni ostili_ che lo persuase a fare così: «Ed abbandono anche Siena, onde non sia detto che per mia causa questa città fu campo di ostili reazioni.»[141] — (Lettera di S. A. del 7 febbraio 1849.) — E queste frasi, se io non vado errato, significano: «Siccome un Partito fa del mio nome bandiera, e siccome io non vo' che si dica avere fomentato conflitti sanguinosi, così cedo al tempo, e mi conduco altrove.» Questa illustrazione poi ho creduto dover fare, _perchè è vera_, e perchè è _onorevole al Principe_.
Dicono, che il romano Niccolini precedesse il sig. Montanelli nel portarmi notizia della partenza di S. A. da Siena; e questo sarà. Montanelli è certo che venne più tardi al Consiglio. Le tremende e moltiplici commozioni di cotesta notte, e del giorno successivo, non mi lasciarono distintissima la memoria dei casi, ma io mi ricordo che alla malaugurata notizia io rimasi tutto sbigottito.
Niccolini con accese parole instava dicendo: doversi ormai proclamare la Repubblica e la decadenza del Principe; me avrebbe fatto eleggere Dittatore e Capo; di qui non potersi uscire. E siccome, recandomi coteste proposte incomportabile gravezza, io proruppi in acerbi rimproveri contra di lui; egli diventato a un tratto, di carezzevole, minaccioso e protervo, gridò: _noi ti costringeremo_!
Questo fatto, che avrebbe forse schernito l'Accusa se riposasse sopra la mia semplice affermativa, come alla Provvidenza piacque, viene provato largamente in processo dagli stessi testimoni ricercati da lei.
Rimasi sbigottito, pensando alle condizioni del Paese e alle mie. Lo Stato derelitto come cadavere sopra la strada pubblica; ogni ordine sciolto; cessata tutta autorità; nessun mezzo da fare riparo... nessuno; su la forza materiale, inferma e poca, non era da contare; la forza morale aveva dato vinto il campo. Nei politici sconvolgimenti, abbiamo veduto sempre afferrare il Potere quel Partito che dura un po' meno disorganizzato; e quantunque più tardi, come già notai, se non si accorda al voto universale, forza è che cada, nonostante in quella prima confusione vince, e domina. Il Partito repubblicano, composto per la massima parte di gente non toscana (chè per essere italiana io non m'indurrò mai a chiamare straniera), appariva poderoso fra noi di armi, di danaro, di uomini prestanti, ed osservava gli ordini di un _Consiglio dirigente_. Questo Partito, era facile a prevedersi, avrebbe sospinto subito, con estremi conati, la Toscana alla Repubblica e alla Unione con Roma, che già da parecchio tempo con ardentissime voglie provocava. Nè i pericoli di questo avvenimento, comunque gravi, erano i gravissimi; bene altramente mi spaventava vedere dietro ai Repubblicani le turbe inferocite, sferzate dal bisogno e dalla cupida brutalità, che in breve, soperchiati i Repubblicani, avrebbero allagato il Paese come fiume di fuoco. Io per vaghezza di frasi, o per arte di difesa, non annerisco le tinte: i furti cresciuti a dismisura; certe industrie diminuite, altre cessate;[142] e la pertinacia di non volersi ingegnare per altra via; la elemosina pretesa con incussione di paura allo stesso passeggio delle Cascine; i guasti tentati ed anche eseguiti a qualche palazzo, altri minacciati; lavoro improntamente richiesto, più che per altro, a colore di esigere non meritata mercede; miseria così veramente profonda, che poco più poteva esagerarla la menzogna; operaj pretendenti aumento di salario, proletarii in città, _pigionali_ in campagna; Campi, Prato, ed altri paesi tumultuanti non per libertà, ma per fame, — mi empivano di dolorosa ansietà. Nel breve Ministero, non indulgendo a fatica, e quotidianamente interrogando centinaia di persone, avevo tastato la piaga, e rinvenuta troppo più profonda che io non temevo. Questa piaga dura tuttavia, e forse diventa maggiore; vi badi a cui spetta. — Ecco in quali condizioni mi trovava alla presenza di questa gente diventata padrona. Non già, come piace all'Accusa, per tardo pentimento dovuto alle sorti mutate della guerra, od ai consigli altrui, ma per instituto antico mi ero mostrato avverso alla Repubblica; e me falsatore della Costituente incolpavano; il mio nome a segno di amare invettive ponevano; me quotidiane lettere anonime, come traditore, di mala morte minacciavano; persone altra volta benevole mi fuggivano, anzi con ostentazione fingevano non ravvisarmi per via; uomo ligio affatto agl'interessi del Principe predicavano, e non mancava gente usa in Corte che lo affermasse; di ciò andavano attorno le novelle; ciò nei Giornali stampavasi: onde io più volte in quella notte, e dopo, ebbi spesso a prorompere: «Ah! perchè fui gettato come uno schiavo alle bestie del circo?»
Queste, e bene altre cose pensai: ore di passione sono quelle; pure deliberai, potendo, provvedere. I Documenti dell'Accusa, pare che reputino colpa la rassegna dei poteri; ma sembra che essa non abbia avuto tempo o voglia d'informarsi, come, secondo le forme costituzionali, la partenza della Corona, senza lasciare luogotenente che la rappresenti, senza indicare il luogo della sua dimora temporaria o permanente, rompa la macchina governativa. Decreti senza firma del Principe non valgono; le Leggi senza la sua sanzione nemmeno; gli atti governativi, quantunque per la finzione costituzionale non si attribuiscano alla Corona, e ne rispondano i Ministri, pure è forza concertarli con lei: mancata la Corona, mancano il principio e la origine donde i Ministri ricavano autorità: i Ministri, cessata o interrotta la corrispondenza col Capo del Potere Esecutivo, sono morti; mandatarii del Principe per la specialità del mandato ministeriale, si vieta loro esercitarlo nella sua assenza; e tutto questo è ovvio: ora come continuava ad essere Ministro io, con la Corona lontana, in isconosciuta dimora, e per di più disapprovato col _veto_ apposto alla legge della Costituente? — La dimissione per questi motivi era cosa inutile, perchè accaduta, per così dire, _ipso jure_, appena verificato il fatto in discorso; anzi, conosciute le lettere della Corona, veniva a mancarmi perfino la facoltà di prendere qualunque provvedimento; e se in me cessavano questo diritto ed obbligo, come vorrebbe incolparmi l'Accusa per non averlo preso?
Però non mancai al dovere di cittadino, comecchè potesse essermi venuta meno la facoltà di Ministro. Ne porga testimonianza il Proclama del Gonfaloniere di Firenze: «Concittadini! Nella gravità delle circostanze, dalle quali può dipendere la sorte della nostra Patria, il Municipio si affretta a confortarvi, _assicurandovi_, che le Autorità e le Assemblee provvedono ai bisogni dello Stato, mentre alla brava Guardia Civica ed alla vostra saviezza, è affidata la pubblica tranquillità in questi _supremi momenti_ più che mai necessaria.» Il Cavaliere Peruzzi, che mi stette al fianco in cotesta notte, può attestare meglio di ogni altro, quali cose lo confortassero ad assicurare così apertamente la città.
Lo stesso dicasi delle Camere. Elleno cessavano di pieno diritto, imperciocchè essendo inviate ad esercitare il mandato dentro ai termini dello Statuto, e di concerto con gli altri Poteri dello Stato, il mandato cadeva mancando taluna delle condizioni necessarie allo esercizio di quello; tra le quali, la presenza della Corona appariva suprema. La volontà annunziata dalla Corona di rimanersi in Toscana, non è affatto capace di screditare la bontà del ragionamento discorso, avvegnachè o abbandonarla affatto, o ridarsi in parte ignota, per gli effetti di tôrre ai Ministri il potere, alle Camere l'autorità, torna il medesimo. Breve; a cagione di questo accidente, il Paese, lasciato a sè stesso, era dominato dalla necessità di provvedere alla sua salute, come gli sarebbe riuscito più acconcio. Nè giova all'Accusa obiettare, che la latitanza della Corona avrebbe durato brevissima, perchè alle Rivoluzioni basta un'ora, e il Governo cessava sciaguratamente nel punto, in cui urgeva più veemente lo sforzo dei Repubblicani per conquistare il fine agognato, più paurosa la minaccia delle moltitudini contro la pubblica sicurezza.
La Difesa forense addurrà copia di Scrittori di Diritto costituzionale, che confermino questo assunto: a me basti l'autorità del Senatore Capponi, cui tributano lode i Documenti dell'Accusa. Egli, dopo la semplice lettura delle lettere granducali, fatta dal signor Montanelli, nella tornata del Senato dell'8 febbraio, arringando favellava così: «_In quanto a me dichiaro essere questo mio voto dato con pieno convincimento, e con sicurezza di coscienza_. Il Decreto che viene a noi proposto è una stretta necessità, _quando ci manca ogni mezzo di comunicazione col Potere Esecutivo_: al quale difetto è d'uopo surrogare quei Poteri costituiti, che tuttavia rimangono.»