Apologia della vita politica di F.-D. Guerrazzi
Part 12
Intanto il Montanelli protesta: _essere menzogna, che nel gennaio del 1848 contribuisse al mio arresto, ed afferma averne dissuaso il Ridolfi, predicendogli che da uno arresto fatto senza elementi di vera colpabilità ne sarebbe avvenuto quello che realmente avvenne_.[111] So che Monsignore Buoninsegni assicura, il signor Montanelli avere parlato ben diverse parole in cotesta occasione; ma vorrà, in grazia, Monsignore Buoninsegni essermi cortese di non sapermi mal grado se io credo più che a lui al signor Montanelli quantunque Monsignore non sia? Rispetto poi al signor Massari ed alla sua trista opinione, io mi permetterò domandargli se si rammenta quando egli, e per sè e mandato dal sig. Gioberti, venne a invitarmi a casa per conferire col Filosofo italiano?[112] E se ricorda quando il Ministro Gioberti con lettera pressantissima m'invitava a consiglio diplomatico a Torino? Certo io non ebbi la fortuna di trovarmi d'accordo col suo Maestro; conosco l'attaccamento ch'egli ha per lui, e di questo lo lodo; so ancora come il signor Massari sia amico di coloro che non sono amici miei; ma tutto questo ed altro ancora, non mi pare che gli dia abilità a dire che il sig. Montanelli fece molto per la rovina d'Italia, quando mi scelse collega nel Ministero: io vorrei provargli per filo e per segno tutto il contrario: ma il sig. Massari, che imploro non meno cortese di Monsignor Buoninsegni, persuadendosi che il carcere ov'io giaccio, appena vivo, non è il luogo più acconcio per sostenere simile controversia, senta vergogna di avere provocato chi non gli può rispondere, senta vergogna di avere vergato sconsigliatamente carte che meritarono essere raccolte dall'Accusa a danno nostro; — nè peggiore pena, potendo, io vorrei dargli di questa.
Ma in quanto alla offerta del Montanelli per formar secolui parte del Ministero, mi schermiva adducendo di varia sorta ragioni, imperciocchè tanto più mi sembrasse dovermi ostinare nel rifiuto, in quanto che riputava il suo disegno esorbitante. Però egli e gli altri mi stavano attorno con preghiere, e con parole che stringono più veementi delle preghiere, intendo dire il dubbio della sincerità della riconciliazione, se a ricusargli il mio consenso persistessi: tuttavolta nemmeno per queste fervorose istanze accettai; mi riservai dare risposta dopo avere conferito col Principe, che mi fu detto aspettarmi.[113]
Infatti S. A. mi aspettava. Di questo colloquio basti adesso riferire, che innanzi tutto supplicai il Principe a dichiararmi s'egli intendeva eleggermi Ministro di sua piena ed assoluta volontà; alla quale richiesta sotto la sua fede mi assicurava _eleggermi di sua piena e liberissima volontà alla carica di Ministro_. In altra occasione, pregandolo io ad essermi più largo della sua fiducia, il Principe in suono di mite rimprovero: «E non le detti prova di fiducia, rispose, quando l'assunsi all'alto grado che occupa?» E penso non ingannarmi affermando, che S. A. mi dicesse eziandio il marchese Gino Capponi essere stato mio promotore presso di lui, e Lord Giorgio Hamilton avere proposto con istanza, che a me la presidenza del Consiglio affidasse, la quale cosa mi venne confermata più tardi dallo stesso onorevole Lord.
Ora come può sostenersi, non dico criminalmente ma onestamente, che io _pervenissi al Potere con mezzi riprovevoli_, e più ancora che il Principe mi eleggesse _sforzato_ dal timore della guerra civile? L'Accusa dunque intende smentire la parola del Granduca? Chi di noi due è il temerario? Io, che su la fede data dal Principe mi appoggio, o l'Accusa che questa fede disprezza? — E poniamo pur vere le manifestazioni a mio favore di Livorno, di Arezzo e di Lucca; forse non accade sovente nei liberi paesi acclamare o disapprovare il Ministero, e tale chiedere che sia innalzato, e tale altro dimesso? Intanto si prova come le dimostrazioni livornesi, che per certo dovevano apprendersi come le più stringenti, fossero esposte al Principe dentro i limiti costituzionali di semplici espressioni di desiderio;[114] quelle poi di Lucca e di Arezzo tanto avevano virtù di muovere gli animi a Firenze, quanto la nebbia dell'anno passato: e stando all'Accusa, la Deputazione fiorentina non pure non instò per avermi Ministro, all'opposto pose quasi per patto al Montanelli, che da me più che da viperino sangue aborrisse. Dunque come io arrivassi con mezzi riprovevoli al Potere, se l'Accusa non ce lo spiega, riuscirà davvero malagevole intendere; — finalmente il Principe, anzichè patire violenza, avrebbe potuto e saputo allontanarsi[115].... Ma io mi vergogno andare in cerca di argomenti là dove la fede del Principe mi assicura. Anche una volta lo intenda l'Accusa, dalle labbra reali uscì la parola, che mi diceva eletto con grato e libero volere; questa parola rispetti. E se l'Accusa non mi fosse proceduta così acerbamente nemica, forse poteva conoscere, che se io alla fine accettai, e' fu per salvare chi incauto troppo si avventurava a perigliose fortune! — Altra parte importantissima del mio colloquio con S. A. riferirò più tardi.
Avendo acconsentito a formare parte del Ministero Montanelli, considerando la ragione dei tempi e gli umori dei Popoli, conobbi come noi fossimo eletti quasi argine estremo allo irrompente precipitare della Europa verso la Repubblica. Disposto a combattere pel Principato Costituzionale _come quello che sapevo essere unico desiderio della massima parte del Popolo toscano_, m'ingegnai formare un Ministero capace a sostenere la tempesta, raccogliendo gli uomini meglio cospicui del Partito Costituzionale. A questo scopo con buoni argomenti, che menerebbe troppo in lungo esporre, persuasi il Sig. Montanelli _a offrire la presidenza del Consiglio al marchese Gino Capponi_; nè la pratica si rimase sterile consiglio, chè egli andò a farne ufficio presso il Marchese; se non che riuscite vane le premure, Montanelli tornava riportando a me, e a parecchi onorevoli cittadini, che con non mediocre ansietà attendevamo: «con grato animo _avere accolto il Sig. Capponi_ questa dimostrazione di stima per lui; doversi però astenere dallo accettare per cagione di salute; promettere ad ogni modo il suo appoggio al nuovo Ministero;» e questa promessa veramente mantenne.
Del marchese Ridolfi per essere assente, e per altri rispetti, non era a parlare. Il barone Ricasoli aveva poco anzi fallito nella composizione di un Ministero, nè ci procedeva favorevole; con tristo presagio mi convenne deporre il pensiero di guadagnarci persona la quale rappresentasse a un punto la nobiltà fiorentina e la parte più conservatrice della Camera. Tentammo il Professore Eliseo Regny per la Finanza, ma anch'egli allegando la incerta salute ricusava. D'Ayala, onoratissimo personaggio e di virtù antica, era ed è illustre in Italia per fama di dottrina, e per moderati consigli. Franchini, gentiluomo di buone lettere, zelante della patria, probo, e mite. Mazzoni, piuttosto rigido osservatore della onestà che ordinariamente onesto. Adami, dal braccio traboccante dell'Accusa fu misurato, e rinvenuto giusto di misura! E credo che cotesto egregio uomo, anche in questo momento,
Uscito fuor del _pelago_ alla riva Si volga _all'acqua perigliosa_, e guati.
Egli, compiacendo ai miei desiderii, sagrificava alla patria non poco, lasciando i negozii floridissimi della sua Banca, reputata meritamente sostegno del Commercio livornese. Ed ecco come fu composto il Ministero contro il quale la dignitosa Accusa e schietta avventa il torchio di cera gialla acceso in fuoco di maladizione gridando: _anathema sit_![116] Pertanto io penso potere con sicurezza concludere, che legittimamente ascesi al Potere al pari di ogni altro Ministro venuto al mondo con la grazia di Dio, essendovi stato chiamato in virtù dello esercizio liberissimo della prerogativa reale.[117]
X.
Costituente.
Parliamo della Costituente. Innanzi tutto fa di mestieri sapere come nella prima conferenza che ebbi con S. A. io le domandassi quali dovevano essere le condizioni del Ministero. Il Granduca rispondeva interrogando: «E non gliele ha esposte il sig. Montanelli?» — «Sì certo, replicai, me le ha esposte; ma io desidero udirle confermare dalla bocca dell'A. V.» Allora il Granduca stesso, con le sue labbra, mi dichiarò, programma del nuovo Ministero sarebbe stata la Costituente del sig. Montanelli, — e questo mi disse senza ambagi, assoluto, non parlando punto di condizioni, o di riserve. — Rimasi percosso; e mi ricordo avere soggiunto: «Altezza, io soprattutto mi studio essere onesto.» E il Granduca: «Ed io pure sono tale.» — «Non vi ha dubbio, ripresi, e quindi non devo astenermi dal cerziorarla che l'A. V. può correre eventualmente il risico di perdere la corona con la Costituente del sig. Montanelli; ora mi permetta, Altezza, che io le domandi se ella ha bene pensato a queste accidentalità.» — «Io ci ho pensato, replicò S. A., e quantunque io fossi parato anche a questo per benefizio del mio Popolo, pure, a parlare schietto, non lo temo, perchè la mia famiglia ha bene meritato della Toscana, ed io penso, ai meriti paterni avere aggiunto qualche cosa di mio; laonde _il Popolo consultato non vorrà scambiarmi per un altro, e credo che voterà pel Principato Costituzionale e per me_.» — «Lo credo ancora io, ripresi; ma era mio dovere avvertirla;» e ammirando la fiducia del Principe, e volendo come per me si poteva corrispondervi in quel punto stesso, continuai: «Non era da aspettarsi meno dal suo cuore; ma se (e qui con l'atto della mano accompagnai le parole), _ma se per mutate vicende V. A. avesse a pentirsi della consentita Costituente, ora per allora la prego a volermelo confidare, chè io le prometto industriarmi in maniera, che spero V. A. potrà dimettere il nuovo Ministero piuttosto con aumento che con iscapito della sua reputazione._»
Qui l'Accusa, secondo il suo stile, aggruppa insieme varie circostanze a me estranee, per lo intento (secondo la egregia espressione del Guizot) d'immergermi dentro una atmosfera di preordinazione criminosa.
Parla primieramente d'invio ordinato da Giuseppe Montanelli di Giovanni La Cecilia a Roma, _dopo la partenza del Pontefice da cotesta città_, allo scopo di procurare che il dominio temporale cessasse, una Costituente si bandisse, _Leopoldo Secondo a presidente si eleggesse_, la unione di Toscana con gli Stati Romani si operasse, senza fare per _allora_ quistione di _dinastia_ o di _repubblica_. Inoltre, l'Accusa espone, come, proclamata la Costituente a Roma, il Montanelli scrivendo al Ministro Bargagli la combattesse, come quella che imponeva limite ai poteri dei Deputati, e rispettava _la personalità e le condizioni organiche dei singoli Stati italiani_.
Intorno a questo particolare rispondo, che di rado il signore Montanelli mi partecipava gli atti del suo Ministero, ed io immaginando che li concertasse col Principe, taceva; ond'ebbi a maravigliarmi non poco certo giorno, che S. A. mi domandava, che cosa vi fosse di nuovo. Alla quale domanda risposi: «Chi meglio informato di V. A., che avrà ricevuto in giornata le partecipazioni del Ministro degli Esteri?» Ed egli a me: «Io non so nulla; mi si fanno mancare le necessarie notizie.» Mi permisi rispettosamente osservargli, che di me non poteva lamentarsi, perchè non mancavo di giorno in giorno tenerlo informato di tutto, _anzi pure di ora in ora così di giorno come di notte_, quando ce n'era il bisogno; in quanto agli altri Ministri avrei provveduto; ed infatti tornato allo Uffizio, mi dolsi col sig. Montanelli, che tanta poca diligenza ponesse a compire non pure un riguardo verso persona tanto autorevole, ma un dovere costituzionale verso il Capo dello Stato. Queste lettere, questi trattati a cui accenna l'Accusa, io non conosco; non mi furono esibiti; ignoro qual carattere rivestano; non sono chiamato a rispondere di loro.
Con questa riserva esaminandoli, osservo che egli spediva lo Incaricato segreto quando _già il Papa si era allontanato_, e quando le cose romane versavano manifestamente alla Repubblica, onde impedire che questa fiamma in paese confinante si accendesse e su noi si avventasse, procurare che aderisse a Governo ordinato, promuovere, in qualunque vicenda (e tutte erano temibili o sperabili allora), gl'interessi del Principe nostro colà; frattanto nè di principato, nè di repubblica si favellasse. Se io non isbaglio, mi sembra che il Montanelli in questo modo operando, mettesse in pratica lo ammaestramento del sommo Politico, che nelle improvvise e non riparabili fortune, il meglio è, potendo, aspettare: _da cosa nasce cosa, e tempo la governa_. Ed anche acconsentendo che il Montanelli si affaticasse in prevenzione a volgere a pro del suo paese lo esito probabile di cotesti tramutamenti, io non so come e in che lo si voglia incolpare.
Nel volume dei Documenti, a pag. 543, trovo lettera particolare del sig. Montanelli al conte Bargagli Ministro Toscano a Roma: «_Se Roma convoca immediatamente la Costituente, e vota la Presidenza di Leopoldo, noi avremo ottenuto un doppio effetto: 1º Fusione dei due Stati dell'Italia Centrale. 2º Centro italiano, al quale il Piemonte e certo anche Napoli dovranno concorrere._» (28 novembre 1848.) — Più sotto, a pag. 544: «Colla Costituente sarebbe tutto rimediato (ogni padre ama i suoi figliuoli).... _I Repubblicani non farebbero colpi di mano. Gli Albertiani sarebbero temperati nelle loro ambizioni dinastiche ecc._» (Senza data.) — «_Tocca agli Stati a decidere se convenga meglio Deputati con mandato senza limiti o con limiti._» (pag. 545). — «_Sebbene, qual è stata proclamata, la Costituente romana non sia d'accordo con quella proposta in Toscana, pur non ostante è sentita la necessità di astenerci da tutto ciò che può essere causa di discordia, e l'adesione Toscana, alla Costituente non mancherà._» (Senza data.) — «Sterbini...... assentì molto volentieri, che la Costituente fosse proclamata a Roma sotto la _Presidenza di Leopoldo Secondo_.» (Rapporto di La Cecilia del 30 novembre 1848, pag. 547.) — Di qui scendono le conseguenze: 1º Che Montanelli trattava comporre uno Stato della Italia Centrale, che servisse nelle prevedibili eventualità di equilibrio fra Napoli e Torino. 2º Che si adoperava a prevenire la _Repubblica_. 3º Che s'ingegnava di comporlo a benefizio di Leopoldo II. Io comprendo ottimamente che al Governo Pontificio questo possa e debba riuscire amarissimo; ma in che, e come possa essere argomento di crimenlese di faccia alla Toscana, io non veggo. E neppure mi persuado in che guisa questi trattati offendano la pietà cristiana del signor Montanelli. — Carlo V imperatore teneva imprigionato il papa Clemente VII in Castel S. Angiolo, e faceva nei suoi Stati esporre il SS. per lui; di più, egli fu persecutore acerrimo della Riforma Luterana, e morì santamente da frate nel convento di S. Giusto. Nè tacciarono il Bossuet di empietà per avere composto nel 1682 gli articoli della Libertà della Chiesa gallicana sotto Luigi XIV; nè empio chiamarono Napoleone quando elesse suo figlio Re di Roma. Chi conosce le conferenze dei trattati di Vienna, sa come i sovrani più religiosi e cattolici stessero per tôrre al Pontefice lo Stato, il quale gli fu salvo mercè la destrezza del cardinale Consalvi, e l'appoggio della Inghilterra, ma non sì che in qualche parte non gli venisse tarpato.
La premura del sig. Montanelli per impedire la limitazione del mandato dei Deputati alla Costituente, sia intorno alle cose, sia intorno alle persone, era conseguenza del suo Programma accettato dalla Corona come condizione del Ministero; ma non si opponeva che gli altri Stati conferissero mandato limitato; nè ricusava aderire alla Costituente comunque fosse. Qui non vi è delitto; o se vi fosse, sarebbe delitto da essere accusato dalla Camera dei Deputati, giudicato dai Senatori; ma nè Deputati accuserebbero, nè Senatori giudicherebbero, però che essi alla unanimità votassero la Legge della Costituente. Strano suona poi lo addebito al Montanelli di avere difeso energicamente il suo progetto, avvegnadio pei Ministri Costituzionali questo è dovere, come quello delle Camere, se non piace, disapprovarlo con le orazioni, rigettarlo co' voti, e costringere il Ministero a ritirarsi; nè gioverebbe punto la violenza (comodo arnese in mano dell'Accusa, la quale per iscusare i fatti altrui, lo ha sempre in pronto; per iscusare i miei, o non lo crede, o lo pretende provato _luminosamente_), dacchè vedremo in breve i Deputati stessi attestare averla votata spontanei, e i Senatori poi non venissero neppure disturbati dagli schiamazzi delle tribune.
Secondariamente, l'Accusa s'ingegna cercare un nesso relativo fra le dimostrazioni del Circolo e la presentazione della Legge della Costituente; ma insinuazioni siffatte cadono, quante volte tu consideri, che la Costituente formando la sostanza del Programma ministeriale, il Montanelli, senza mestiero pretesti e senza sollecitazioni, doveva proporla, difenderla, vincere, o ritirarsi.[118]
Aggruppare intorno al Ministero le intemperanze, e di straforo perfino _le stragi_, condirle di benevole insinuazioni d'_inerzia_, o di _complicità_, e allacciarle con i suoi atti, come se tutto cotesto turpe, stolto, e insidioso mosaico fosse fattura ministeriale, non è ufficio da Giudici. L'Accusa intemperantissima, penetrando con le sue supposizioni fin dentro le secrete stanze dei Consigli del Principe, mi costringe a rivelare le consulte. Se davanti le Camere fossi stato interpellato intorno a siffatte materie, io, seguitando le tradizioni costituzionali, mi sarei schermito da rispondere senza previa facoltà della Corona: ma qui si tratta di Accusa, qui si tratta di Accusatore che mi muove incontro co' ferri arroventati; egli è pel diritto chiamato _moderamen inculpatæ tutelæ_, che mi devo difendere; ed io potrei consentire tacendo alla offesa della persona, ma a quella della fama non mai.[119]
Da parecchi giorni il signor Montanelli aveva presentato il Decreto della Costituente alla firma del Principe, e questi andava differendo a restituirglielo. La trattativa di questo negozio, come di cosa a lui spettante, aveva assunto sopra di sè il sig. Presidente; solo ci dichiarava la sua dimissione sicura, là dove il Principe non gli avesse firmato il progetto. Certo giorno, il Presidente si recò per questo motivo al regio palazzo, ma anche allora egli ebbe a partirsi sconclusionato, chè il Principe lo rimandò ordinandogli gl'inviasse il Ministro dello Interno; io pure per negozii del mio ufficio ero andato a Pitti, e il Principe si restrinse immediatamente meco a consulta. — Ecco le considerazioni, che sottoposi al giudizio della Corona: «Piemonte è in guerra con Austria; nè deve supporsi che lo armistizio si converta in pace, perchè a romperlo lo persuaderanno il dolore della sconfitta, il cruciare della vendetta, l'antica cupidità dello acquisto, tanto più intensa adesso in quanto per un momento appagata, il desiderio di gloria, la irresistibile violenza delle cose; e questa forza avrebbe strascinato anche noi, quantunque, discorrendo strettamente degl'interessi della Toscana, questi ci consigliassero a posare; poco il nostro soccorso a vincere, e troppo per provocare lo sdegno del nemico; pericolosa forse la vittoria piemontese, esiziale certamente la perdita. Due essere naturali vicende della impresa contro Austria, vincere o perdere. Vincendo Piemonte, venivamo ad acquistare per confinante uno Stato di 10 milioni di uomini all'incirca, orgoglioso per vittoria, e intento sempre a dilatarsi; noi piccoli, deboli e senza frontiere difendibili dalla parte del Piemonte. Ora non era da supporsi, che Piemonte, in mezzo alla petulanza compagna ordinaria della buona fortuna, si mostrasse più temperato verso di noi di quello che fosse prima di vincere. Invero, avemmo a provare dalla parte di cotesto Regno una lotta difficile, per cagione dei confini; voleva tôrci l'Avenza, la quale perduta, era forza le tenesse dietro Carrara; e se ottenemmo che i Lavenzini tutti votassero per Toscana, ciò devesi agli sforzi supremi da me stesso operati: nè qui si rimase; chè continuava a bisticciarci per Panicale, Mulazzo, Calice e Parana, come altrove sarà con più lungo ragionamento dimostrato. Il Governo Sardo, mentre da un lato esigeva ogni maniera di sagrifizii da noi per impresa dove raccoglieva principalissimo vantaggio vincendo, perchè riuniva sotto di sè Lombardia, Venezia, Modena e Parma, e correva minore pericolo perdendo, perchè la Francia non avrebbe sofferto mai la invasione austriaca in provincia confinante; dall'altro si mostrava per modo tenace, che io, scrivendo lettere confidenziali al Ministro Gioberti, ebbi ad usare le seguenti espressioni: «Con quale coraggio potremo noi _consigliare la Corona a persistere nel proponimento di correre le vostre fortune_, se voi vi mostrate sì fervidi a contenderci frammenti di terra più che ad altro somiglievoli a pezzi di pan secco co' quali si fa la zuppa ai cani?» Si scusavano con lo incolpare di coteste improntitudini lo zelo importuno dei Sarzanesi. Certo _di che cosa sia capace lo zelo importuno, conosco ancora io, ed ho provato, e provo_; ma però non cessarono punto i lamentati maneggi. Vinta pertanto dal Piemonte la guerra, ponendo ancora che lo acquisto della Toscana non lo tentasse, noi dovevamo aspettarci ad essere ridotti in istato di assoluta subiezione. Infatti la Toscana, se lasciata durare, diventava provincia piemontese: ogni posta ci avrebbe portato ordini da eseguire: la Corona Toscana avrebbe dovuto scadere alla ignobile parte di vassalla tremante della Corona Sarda, e stenderle supplichevole la mano quotidianamente, — anzi di ora in ora, — anzi di minuto in minuto, per limosinare il misero vanto di parer padrona, — ludibrio a un punto, e agonia di Sovranità! A questo evento, che cosa avrebbe opposto uno Stato di un milione e mezzo, contro Stato di dieci milioni? Armi non avevamo o poche, e in guerra nazionale non si sarebbe voluto nè potuto adoperarle. La protezione delle Potenze estere forse? Ma di che cosa sappiano queste estere protezioni conosce il mondo; il cavallo, che cercò l'uomo per combattere il cervo, è favola antica di applicazione sempre moderna; nè la durata della Toscana avrebbe formato mai quistione di equilibrio europeo. Arrogi a questo, che le trasformazioni minacciate dai tempi portentosi non avrebbero permesso alle Potenze di badare tanto pel sottile, se in condizioni tranquille noi le avevamo vedute accomodarsi con la paziente dottrina dei fatti compiti. Bisognava pertanto cercare un freno da imporgli, e questo freno a me pareva vedere nella Costituente italiana; la quale, a senso mio, avrebbe dovuto consistere in un Congresso di Stati Italiani, dove si determinassero i diritti, gli obblighi e le guarentigie del patto federativo, non meno che le riforme, per quanto era possibile uguali, da estendersi alla universa Italia. Annullate le condizioni e le sicurezze dei Trattati del 1815, era pur forza crearne nuove. La necessità di riordinare uno equilibrio italiano tanto più stringeva, in quanto diventava maggiore il disequilibrio dello Stato convicino. In qual parte trovare un freno immediato ed efficace di opinione a un punto e di forza, se la Costituente italiana non lo somministrava?