Apologia della vita politica di F.-D. Guerrazzi

Part 11

Chapter 113,572 wordsPublic domain

«Mancavano Magistrati di sicurezza, e furono istituiti.

«Mancavano opere pei braccianti, e procurammo che una Commissione le apparecchiasse.

«Mancavano denari al Municipio, e pensammo a una Commissione che li provvedesse.

«Insomma, onde io non vi trattenga in troppo lunghe parole, fu provveduto a tutto, per quanto un volere fermo a procurare il pubblico bene può suggerire.

«Ma al Governo molte cose increbbero, e bisognò disfarle: così perdemmo il benefizio delle nuove istituzioni, e delle vecchie non ci potemmo valere, perchè guasti gli ordini, gli impiegati assenti, manchevoli i denari.

«Se il Governo aveva per iscopo renderci impotenti, egli lo ha conseguito; se intendeva che noi riordinassimo la città, non ha adoprato gli argomenti necessarii.

«Ora questo stato di cose non può durare, perchè il disordine diverrebbe malattia cronica, e la mia coscienza non mi permette autorizzare con la persona un sistema che reputo rovina dello Stato.

«Inoltre io comprendo essere inviso al Ministero, e non è possibile che procedano vigorosamente insieme uomini tra i quali il sospetto si e insinuato. Io da più parti ho notizia piena, che il Ministero mi reputa autore dei casi di Livorno: quanto sia giusta questa supposizione lascio considerarlo a Voi; ma nonostante egli nutre simile sentimento, e mi parrebbe vergogna scendere a giustificazioni.

«Aggiungete ancora che il mio congedo dalla Camera domani o domani l'altro spira. A me tarda andare alle Camere e render conto alla Nazione del mio operato. Vedremo se mi condannerà o mi approverà.

«Io però nè posso nè devo lasciarvi all'improvviso: sarebbe un tradire la benevolenza vostra, e la fiducia che avete in me riposta, ma lo faccio per avvertirvi che o V. S. poniate l'occhio in persona che possa surrogarmi nel posto che adesso occupo, o avvisiate il Governo che mandi l'Autorità con capacità e attribuzioni di governare. I tempi si apparecchiano neri, perchè io temo la minaccia del Cholera, la fame prossima che è qualche cosa peggio di minaccia, le finanze esauste, il malcontento dello imprestito coatto, le armi straniere, sieno pure piemontesi, introdotte in Toscana, e soprattutto temo ogni autorità caduta, ogni vincolo sciolto, perpetuato il disordine, e il tremendo ribollire dei bassi fondi della società.

«Io vorrei essere falso profeta, ma vi ripeto che dolorose vicende si accostano. Non che io mi reputi da tanto da riparare al flagello di Dio; ma richiesto da voi, mi era offerto a fare quanto è possibile all'uomo pel bene del proprio paese: lascio la ingiuria, lo insulto e lo avvilimento, — queste cose non mi toccano; — ma il sospetto in cui sono tenuto mi toglie adito a imprendere qualunque provvedimento.

«Considerate questa lettera come uno sfogo, perchè il mio cuore trabocca, e in ogni evento, per quel poco che valgo, tenetemi per amico, fratello, o quale altra cosa più caramente a Voi congiunta vi piaccia. Addio.»

E il Municipio nell'8 ottobre 1848 mi rispondeva:

«Comunità di Livorno.

«_Dal Palazzo Pubblico, li 8 ottobre 1848_.

«Illustrissimo Signore,

«La Civica Magistratura di Livorno riconoscente delle molte cose, che V. S. Ill. ha operato _isolatamente_, ed in unione della medesima per il riordinamento di questa Città, nella sua seduta del dì 6 corrente ha deliberato un Voto di ringraziamento, e mi ha conferito l'onorevole incarico di parteciparglielo, siccome faccio con il presente foglio, protestando i puri sentimenti di riconoscenza, non tanto per la detta efficace cooperazione, quanto per la saggia instituzione della Guardia Municipale, di cui la Città tutta è alla S. V. Illustrissima intieramente obbligata.

«Profitto di questa fortunata occasione per professarle la mia alta stima e rispetto, dichiarandomi

«Di V. S. Illustr.

«Dev. Servo «AVV. LUIGI FABBRI _Gonf_.»

La città universa qualche giorno prima mi compartiva i lieti onori, che l'Accusa ha saputo tornare in tristi lutti.

«Al nostro concittadino F.-D. Guerrazzi, Deputato al Consiglio Generale Toscano.

«Concittadino!

«Vostra mercè Livorno, questa città, che è vivace per giovinezza di età, lo che è un pregio, non irrequieta, e turbulenta per effetto di malo costume, ha sostenuto dignitosamente durissime prove.

«Vostra mercè il Popolo illuminato sulla giustizia del chiedere, ha con inalterabile fermezza tranquillamente aspettato ciò ch'era giustizia concedergli.

«Vostra mercè infine, utili quanto opportune disposizioni governative hanno mantenuto fra noi come supremi e insperati vantaggi l'ordine interno, la sicurezza pubblica, la libertà delle industrie, la prosperità dei commerci.

«E tuttociò in un tempo in cui il Governo superiore, passionatamente reagendo, credeva che anarchici fossimo e ostinatamente e disordinatamente ribelli. Onde finiva coll'abbandonarci a noi stessi... Fatalissimo errore!!!

«Dopo aver compiuto l'altissimo ufficio, ecco che già tornaste là dove la vostra voce come rappresentante del Popolo è organo de' suoi diritti, è oracolo delle sue libertà. Tale modesto contegno, come vale meglio di ogni altro argomento a uccidere la calunnia o l'invidia, quando percuotervi osassero, svela sempre meglio la grandezza dell'animo vostro. Voi col fatto approvate quel detto di Catone, il più grande degli antichi Romani, quando condolendosi alcuno con esso lui perchè i suoi concittadini non gli avessero posto una statua nel Campidoglio, rispose: essere meglio meritare un onore che conseguirlo, _meruisse satis_.

«Ciò però non toglie a noi Livornesi un debito sacro, ch'è quello di offrirvi pubblico e solenne attestato di patria riconoscenza. Accoglietelo, illustre Concittadino, come parola di ringraziamento, come pegno di confidenza non peritura in noi per voi, come senso di sincera stima e perenne affezione.

«_Livorno, 5 ottobre 1848_.

«I VOSTRI CONCITTADINI.»

Il Collegio amplissimo dei Negozianti livornesi, poco uso a lasciarsi andare dietro le immagini false delle cose; per indole e per costume studioso a ben calcolare i fatti e i detti; quasi per me vinta la natura, mi mandava splendida testimonianza di affetto:

«Cittadino Ministro.

«A Voi piacque mostrarvi grato insieme agli onorandissimi Colleghi vostri, verso i Negozianti di questa Piazza, per quanto essi hanno fatto a pro del Governo, e non fecero se non quello che era debito di ogni leale cittadino. A loro posta i Negozianti di Livorno vogliono mostrarsi grati verso di voi, e ben più a ragione.

«Il modo come già sapeste ricomporre l'ordine, e donare la tranquillità al nostro paese indispensabili pella prosperità del commercio e delle industrie, l'alacrità vostra istancabile, il senno col quale scioglieste animoso complicati problemi della Politica contemporanea, e finalmente il sagrifizio per cui non risparmiate veglie, patimenti, e disagi a pro nostro, vi hanno ormai collocato fra gli uomini i più benemeriti della Patria, e la riconoscenza delle popolazioni, poste sotto il vostro Governo, è divenuta per tutti un debito sacro. Noi sottoscritti ci affrettiamo a dimostrarvela intiera, e queste nostre espressioni saranno in ogni occorrenza confermate dai fatti, perchè convinti che Voi al Ministero formerete e consoliderete la felicità della Toscana Famiglia.» — (_Monitore Toscano_ del 15 dicembre.)

Nè, come per sè stesso poco è vago di parole il Commercio, così egli si era rimasto a dimostrarmi la sua benevolenza con vuoto suono di favella, chè mi aveva profferto largamente qualunque somma pei bisogni della patria avessi riputata necessaria; ed anzi, miracolo nuovo del secolo avaro, ricusavano ostinati lo interesse del sei per cento sul danaro, chiamandosi del solo quattro contentissimi.

«Carissimo Amico

«T'includo lettera Zocchi: prendi nota, e raccomandalo. La lettera sta per giustificazione.

«Il Commercio soddisfatto di noi mi fa sapere mediante alcuni miei amici che se vogliamo 50 o 60 mila lire ce le darà.

«Altra buona nuova: i sovventori delle 30 o 40 mila lire, ricusano il sei e vogliono il quattro. Coraggio dunque e avanti. Partecipa queste buone notizie alle E. LL.; io le farò mettere nel Giornale. Fa fare la deliberazione per emettere pagherò, e mandamene uno di lire 15 mila, sei mesi data, che ti porterò in giornata il danaro. Attivate lavori; la città sia in festa, e chi ci vuole male, male si abbia. Addio.

«_27 settembre 1848_.

«Firmato: F. D. GUERRAZZI.

«P. S. Firma e manda le accluse.

«All'Illmo. sig. Avv. Luigi Fabbri Gonfaloniere di Livorno.»

E la Curia Livornese, che sempre mi tornerà nella mente grata ed onorata memoria, all'antico confratello si compiacque tributare alcuna parola di lode, che gli tempera di alcun poco il fiele di cui adesso lo abbevera l'Accusa.

«Cittadino Ministro,

«Interpreti dei sentimenti della Curia e della Camera di Disciplina di Livorno, noi vi rechiamo le congratulazioni loro per lo inalzamento vostro al Ministero. E l'una e l'altra, orgogliose di avervi avuto nel proprio seno, hanno sentito con gioia che il Principe ha reso giustizia ai vostri meriti e li ha ricompensati con la sua fiducia. In questo avvenimento, esse hanno considerato, non il vantaggio Vostro, non il lustro che proviene dalla carica, ma sì il vantaggio della Patria, il bisogno che ella ha di Voi e la gloria che saprete guadagnare in servirla. Epperò, come di un avvenimento felice, hanno creduto loro debito di rallegrarsene con Voi, come se ne erano prime rallegrate seco stesse.

«E certe che il mezzo onde più degnamente onorarvi e meglio incontrare il Vostro gradimento quello è di porgervi nuova occasione a ben meritare della Patria, esse hanno voluto che vi fosse fatto manifesto e subordinato e raccomandato un loro desiderio, sorto al seguito delle nobili parole proferite nella mattina del dì undici stante dal Regio Procuratore di Livorno, ed inspirato loro dall'amore ardentissimo che nutrono verso la terra natale e la scienza.»

L'Accusa (parmi sentirla) considerate tutte queste carte esclamerà: «Le sono giunterie di chi ha perfido il cuore per andare a' versi di chi tiene il timone dello Stato e buscarsi un po' di croce o una pensione...., o piuttosto schifezze di gente sprofondata nella sozzura della servitù.... non furono uditi gli schiavi salutare Claudio, quando andavano a sgozzarsi, per tenerlo un po' sollevato? — Ed anche, chi sa, che tutti i lodatori non fossero stati, di presente sieno, e saranno di generazione in generazione perfidi quanto il lodato!»

O dignitosa Accusa, sii, ti scongiuro, cortese a notare, come la ode e i danari i concittadini miei mi profferissero assai più mentre io stava lontano dal Ministero e dalle sue speranze, che dopo; nè l'abiezione è naturale peccato nella città che mi diè viti.

Motivi dello studio da me posto nello evitare il Montanelli erano due; il primo, per un tal quale risentimento che nutriva contro di lui, essendomisi scoperto anch'egli contrario nei casi del trascorso gennaio, sopportando che stampassero gravi cose a mio carico nel suo Giornale _La Italia_; il secondo, perchè ognuno portasse il merito delle opere sue, e quando mai egli fosse riuscito a male, non si dicesse, che per libidine del medesimo officio io lo avessi attraversato.

Venne il Governatore Montanelli, e il primo atto del suo maestrato fu proclamare solennemente la Costituente italiana. Lo incolpa l'Accusa avere tradito il mandato così operando. Io non devo assumere la difesa del signor Montanelli: pure, per un senso di convenienza e di giustizia, forza è che dichiari parermi questa imputazione assurda. Montanelli giungeva in Livorno il giorno 7 ottobre, e il giorno 8 manifestava al Pubblico il suo disegno; ora non è verosimile che col primo suo atto, poche ore dopo la sua elezione, volesse così apertamente contrariare il Ministero che lo aveva creato. Inoltre il Ministero _non lo disapprovò mai ora nè poi_; ancora egli rimase, come prima, amico del Capponi, e il Capponi di lui, e _queste siffatte paionmi gherminelle da guastare ogni più salda amicizia_. Finalmente nella seduta del Consiglio Generale del 31 gennaio 1849,[107] egli con risentite parole si esprimeva così: «Fu detto che io proclamando la Costituente a Livorno tradiva il mandato che mi era stato affidato dal Ministero. Quando le accuse cadono su persona privata io le disprezzo...; ma quando cadono su persona pubblica è dovere smentirle. Ora, Signori, io dirò, che prima di andare a Livorno manifestai qual era il mio programma. Il capo del Ministero, _il venerabile Gino Capponi può rendere testimonianza di questa mia schiettezza_. Io gli diceva come credessi la Costituente solo rimedio alla divisione degli animi, bandiera sola di nazionalità. Io diceva, che _se fossi andato a Livorno ove mi richiamava l'acclamazione del Popolo, non avrei potuto non manifestare questo mio programma_; ed il Presidente del Consiglio al quale faceva queste dichiarazioni, mi rispondeva: _andassi, facessi quello che la coscienza m'inspirava. Qui sono persone che possono testimoniarlo_. Così rispondo a queste indegne accuse che mi pesano sul cuore.»

A sostenere queste cose in modo siffatto, in occasione tanto solenne, quando non fossero vere, si vorrebbe avere faccia di granito nero; nè la impudentissima audacia gli avrebbe bastato, avvegnachè alle sue parole si trovassero presenti tre Ministri, i signori Mazzei, Samminiatelli e Marzucchi, i quali lo avrebbero certamente (se bugiardo) smentito; e supposto ancora ch'eglino avessero per peritanza su quel subito taciuto, soccorreva la stampa liberissima per protestare contro la calunnia.

Adesso poi protestare contro allo esule sarebbe non pur facile, ma meritorio; e nonostante si tacciono....

Finalmente l'Accusa, a pagina 899 dei Documenti, riporta questa risposta di Giuseppe Montanelli al signor Massari. «È _menzogna_ che io, nominato Governatore a Livorno, ritorcessi il mandato contro chi me lo aveva dato. La mia condotta fu conforme alle spiegazioni avute col Ministero e col Granduca. Quando avrò fatto conoscere i precedenti di quella nomina, si vedrà la delicatezza estrema con la quale procedei prima di accettare quel difficile incarico, di cui previdi e dimostrai tutte le conseguenze che ne sarebbero derivate.» Ma io che conosco a prova come le Accuse tutte in generale, e la mia in particolare, troppo meglio del popolo ebreo meritino il titolo di dura cervice, neanche a ciò mi rimango, e per chiarire l'Accusa che bisogna andare adagio ai ma' passi, le dirò, che io possiedo nelle mie mani, e gliela porrò negli atti del processo, proprio la minuta del Proclama del signor Montanelli ai Livornesi, letto ai signori Capponi, Giorgini e Samminiatelli prima ch'ei partisse per Livorno, emendato, a dettatura di uno di loro, nella frase: «Le condizioni che proponeste alla vostra riconciliazione col Potere;» cui con evidente convenienza surrogò quest'altra: «i desiderii che esponeste al Potere.» Donde, per conseguenza inesorata, deriva che tutte le altre espressioni di quel Programma, su le quali l'Accusa perfidia con malevola sofisticheria, come quello che furono lasciate stare, o non contengano tutta la nicotina che immagina, o, se venefiche sono, ne abbia a chiedere conto principalmente a coloro ai quali incombeva l'alto ufficio di sopprimerle, e non le soppressero. — Però io metto l'alternativa, così per guisa di discorso, che so troppo bene essere parole innocentissime coteste, e so eziandio, che, ora che io gliel'ho detto, l'Accusa anch'essa quasi le reputa tali.

A me rincresce supporre che il Ministero _scegliesse piuttosto dannarsi col Montanelli che salvarsi con me_:[108] almeno per quanto concerne Gino Capponi, che un giorno fu amico! Io credo che questo personaggio, speculatore arguto delle vicende politiche, e per genio studioso non solo delle passate storie, ma eziandio di quanto accade alla giornata, avesse considerato, come dal corso impetuoso che precipitava la più parte di Europa alle forme repubblicane, lo Stato nostro, per le sue condizioni altra volta discorse, sarebbesi trovato stravolto nel turbinío prodigioso a modo di una foglia secca; e però la Costituente montanelliana accettasse, come quella che gli dava comodo a soffermarsi sul pendío, e stare a vedere dove le mondiali sorti piegassero, onde preservare il paese da moti ciechi e irreparabili. Queste speculazioni poi o non sa fare l'Accusa, e dimostra la incapacità sua a giudicare dei negozii politici; o sapendole fare non le ha fatte, e dimostra la stemperatezza con la quale procede a immaginare colpe là dove i tempi grossi persuadevano provvedimenti straordinarii.

Comunque sia, io mi chiamo estraneo al bando della Costituente. Il Ministero Capponi si dimetteva, e doveva costituzionalmente dimettersi, perchè la sua Legge intorno alle adunanze politiche gli era stata _mutata affatto dalla Commissione_. Altre cause concorsero senza dubbio, come suole avvenire in qualsivoglia altra rassegna ministeriale, ma la causa parlamentaria fu quella. In Inghilterra, a modo di esempio, è regola di Parlamento, che il Ministero non si dimetta mai dall'ufficio apparentemente per motivi di politica esterna, e non pertanto questi motivi determinano spesso la sua renunzia. Allora si promuove qualche incidente di politica interna, e da quello si ricava argomento per rassegnare i portafogli. Questa pratica, c'insegnano i pubblicisti, è dovuta all'orgoglio inglese, che non consente confessare che le faccende altrui possano avere virtù di sconcertare le proprie. Narra l'Accusa, ed è vero, che in varie città della Toscana (essa rammenta Livorno, Arezzo e Lucca) avvennero manifestazioni, affinchè S. A., Montanelli e me chiamasse al Ministero. S. A. però, secondo che ne corse fama, commetteva lo incarico di comporre il Ministero al barone Bettino Ricasoli, il quale dopo varii tentativi rassegnò al Principe il mandato. Però ella è cosa sopra modo notabile, e dall'Accusa punto avvertita, come i Toscani prendessero a commuoversi fieramente allora soltanto che corse pubblica la fama avere S. A. incumbensato il Barone Bettino Ricasoli a comporre un Ministero. Ora predicava la gente, e voglio credere a torto, il Barone zelasse caldissimo per le parti di Carlo Alberto; nel quale concetto veniva per avventura confermata dal _piemonteggiare_, che pareva allora soverchio, del giornale _La Patria_, mantenuto a sue spese; e dalla presenza di 3, o 4000 (che io non bene ricordo il numero) soldati sardi in Toscana. Nel falso immaginare, il Popolo temeva che il Principe non desse dentro in qualche tranello, e il suo commuoversi non mirò già a comporgli un Ministero, sibbene a salvarlo da quello che reputava rovina. Di questo l'Accusa, se avesse voluto, poteva raccogliere copia di prove: a me non è lecito farlo: solo mi basti dimostrare che in Livorno il Popolo si acquietò, quando seppe non anche composto il Ministero: «Atteso una lettera che assicura non essere ancora composto il _nuovo Ministero_, e in seguito di un discorso analogo del Governatore, il Popolo ha riaperto le porte, e se ne andò nell'aspettativa che i suoi voti sieno adempiti.»[109]

Fallito il disegno del Ministero Ricasoli, si chiamava il Governatore di Livorno a Firenze. Il signor Montanelli, giunto alla Capitale, nè venne a cercarmi, nè si concertò meco, ed invano si sforzerebbe provarlo l'Accusa, e non lo tenta nemmeno. Una Deputazione della Guardia Civica si presentò al Principe per supplicarlo a incaricare il signor Montanelli per la formazione del Ministero. Grande fu la mia maraviglia quando leggeva il Dispaccio telegrafico del 22 ottobre 1848, del signor Montanelli, annunziatore della mia partecipazione al Ministero; e maggiore quando egli _improvviso, per la prima volta dopo il suo ritorno da Inspruck_, circondato da numerosa e onorevole comitiva, mi si presentava davanti per confermarmelo a voce.

Qui importa notare come l'Accusa ritenga con molta persistenza una cosa, quasi tornasse a sommo disdoro del signor Montanelli e mio, ed è: che quantunque _egli assicurasse una Deputazione di cittadini di tenermi lontano dal Potere_, — malgrado lo _scherno_ prodigatomi con i suoi detti e nei _suoi scritti_, e il consigliato arresto per _delitti a lui noti_, egli mi proponesse al Principe per Ministro.

Lascio per ora della pretesa promessa di tenermi lontano dal Potere perchè a me ignota; dirò delle parole profferite dal signor Montanelli appena mi vide, e furono queste: «Confessare essere stato indotto in errore per le altrui calunnie sul conto mio; chiedermene scusa alla presenza di quei rispettabili cittadini; _non egli avere dettato gli articoli a me ingiuriosi_, pure meritare rimprovero per non averli reietti dal suo Giornale;[110] dovermi una splendida riparazione; averlo sentito nell'anima, e intendere farmela adesso con lo invitarmi ad essergli compagno nel Ministero.» Così mi favellava persona da me lungamente riverita ed amata; tornava dalla guerra italiana dove aveva sparso il suo sangue; era soffrente per la ricevuta ferita; una mano teneva fasciata al collo; sporgeva la sana in traccia della mia per pegno di pace.... Mi era parso fin qui che l'oblio delle ingiurie fosse insegnamento di Cristo; adesso al precetto di religione si aggiungeva carità di Patria.... io lo abbracciai con tenerezza, e lo baciai. Ora poi imparo dall'Accusa, che in questo modo procedendo Montanelli ed io, commettevamo infamie. — Anche questa mi toccava a sentire in Paese cristiano!

Le politiche emulazioni forte commovendo gli spiriti, avviene che questi nello ardore del contrasto sovente trascorrano fin dove non vorrebbero andare, e fu veduto una volta gli odii di parte perpetuarsi feroci. I Partiti, pur troppo, non serbano modo nelle accuse perchè contendono per avere ad ogni costo ragione, e questo so e provo. La parola scocca come saetta dalle labbra adoperate a modo di arco, e lo stesso furore agita tutte le guerre, sieno di armi, di scritti o di discorso; nè finchè bolle la zuffa, alla ragione delle offese si abbada; anzi più piacciono quanto meglio mortali, come quelle che affidano di sollecita vittoria. Nella Inghilterra, paese nella pratica della libertà antichissimo, i convizii parlamentari giungono a tale, che nessuno, per quanto si senta tremare ii cuore in corpo, può sopportare, ed io ne lessi di quelli avventati da O'Connell contro lord Brougham, che mi cacciavano i brividi addosso. Ora anche mettendo la religione a parte, che raccomanda il perdono della ingiuria, come debito principalissimo del Cristiano, la prudenza umana persuadeva, che là dove i motivi della ingiuria moltiplicavansi, quivi si apparecchiasse eziandio copia proporzionata di placamenti. Però in Inghilterra, quando due Deputati accesi d'ira si avvicendano ingiurie che a gentiluomo non è dato dissimulare, officiosi amici interponendosi operano in guisa, che comunque suoni la sconcia favella, purchè dichiarino, che non intesero denigrare la buona estimazione scambievole, ciò si ritiene per soddisfazione sufficiente ed onorata. Ora il sig. Montanelli mi profferiva scuse non già di avere scritto, ma di avere patito che altri stampasse nella Italia gli articoli che mi avevano offeso, e me ne domandava perdono. Doveva rifiutarglielo io? Pare che l'Accusa creda che abbia ad essere _qualche grave scandalo_ conoscere il proprio torto, confessarlo ingenuo, con parole oneste raumiliare l'animo inacerbito, e dall'odio, che pesa così grave al cuore dell'uomo, ritornare benigni a quella pace per cui

. . . . . . . quaggiù si gode, E la strada del ciel si trova aperta.