Apologia della vita politica di F.-D. Guerrazzi

Part 10

Chapter 103,639 wordsPublic domain

Appena posato il capo sul guanciale, domandano alcuni Ufficiali, a grande istanza, favellarmi: introdotti nella mia stanza da letto, conosco il Colonnello Costa Reghini, in compagnia di due Tenenti. Il Colonnello, commosso, mi diceva: «per le passate vicende, e per quelle che prevedeva imminenti, dubitare della sua vita: avere contemplata sul campo di battaglia la morte e non averla temuta, nè temerla adesso; solo stringergli il cuore un'angoscia insopportabile pei figli suoi, che paventava vittime, e soprattutto per la madre loro che giacente inferma non si dava pace, e travagliata da convulsioni lo scongiurava a sottrarre i cari capi alle furie del Popolo; invitarmi pertanto in nome della umanità a dargli un foglio di _lascia passare_ alle porte, che certo lo avrebbero rispettato.» Inoltre aggiungeva: «Io vi propongo di mandare con essi loro uno di questi Ufficiali travestito, con lettere pel Generale Ferrari, ammonendolo, che non inoltri milizie verso Livorno, per ovviare qualunque scontro che sarebbe fatale.» Io rispondeva dichiarandomi pronto a sollevare le sue paterne ansietà, e quelle della povera madre; lodai la proposta delle lettere al Generale Ferrari; ma gli faceva osservare che la mia autorità non era tanta quanta egli immaginava; pendere attaccata ad un capello, e averlo veduto poche ore prima; per paura di un male rimoto e incerto ci guardassimo da incappare in male prossimo e sicuro. Intanto, chi dice a lui che sarà conosciuta la mia firma? Ed ancorchè la conoscano, se ravvisano i suoi figliuoli, se il generoso Ufficiale,[84] se frugandolo gli trovassero la lettera addosso, chi sa che cosa mai fantasticherebbero quei cervelli sospettosi? Se mai venissero a dubitare di tradimento.... guai a tutti noi! In mezzo a così fiera concitazione non bastarmi la mente, su quel subito, a considerare qual fosse il partito migliore; mi lasciassero un'ora tranquillo; più riposato, in breve, avrei pensato a dargli risposta. — Il Colonnello profferiva ritirarsi ad aspettare nelle prossime stanze; ma io, per fortuna, insisteva perchè partisse di casa, non mi parendo essere libero col pensiero se qualcheduno aspettava. Dieci minuti dopo la sua partenza, le porte risuonano di colpi: aperte dal servo, invade le stanze una torma di gente invelenita, e circondatomi il letto, me chiama a morte come traditore, con baionette spianate e sciabole brandite. Balzai a sedere sul letto, e domandai risoluto chi fossero — e che volessero. _Nega_, gridavano, _che sono venuti qui poco anzi Ufficiali di linea; che cosa ci sono venuti a fare_? — Voi lo sapete. — No, non lo sappiamo. — Come no? Voi lo dovete sapere, perchè dite che io sono traditore; e se temevate che fossi tale, perchè mi avete mandato a chiamare? Voi siete peggio del vento; ora vi fidate troppo, ed ora diffidate di tutto. Volete sapere che cosa sono venuti a fare cotesti Ufficiali da me? Ve lo dirò, ascoltatemi. — E qui a parte a parte narrava loro il colloquio tenuto col Colonnello Reghini.[85] — Si ritirarono confusi domandando perdono. — Da questo apprenda l'Accusa quanto sia facile il Popolo a sospettare, e come vigili inquieto anche coloro nei quali sembra riporre sconfinata fiducia.

Giunse la Deputazione a Firenze, e tenne due consulte col Ministero. Fino dal principio insorse ostacolo impreveduto, e mi sia lecito aggiungere strano, per la parte del Governo: pareva a lui indecoroso inviare le Autorità in paese sconvolto; a me all'opposto pareva, lasciamo da parte il decoro, dovere del Governo cogliere ogni occasione per impedire che il disordine aumentasse, e una floridissima città si perdesse; nè sapevo comprendere come l'ordine in paese abbandonato a sè medesimo potesse ristabilirsi. Da questo fatto erano da aspettarsi due conseguenze: o la confusione aumentava, e troppo biasimo ne veniva al Governo non avendola, come poteva, impedita con mandarvi Autorità acconcie all'uopo; o si riordinava mercè Collegio o persona extra-legale con provvedimenti di compenso, e si correva rischio che il fatto riuscisse difficile, e forse impossibile a disfarsi. Per quanto i Deputati si affaticassero a chiarire cotesto errore manifesto, non ne vennero a capo; il Ministero proponeva reggesse il Municipio, ma i due Priori municipali osservarono essere il Municipio disperso, non trovarsi in numero da deliberare secondo i regolamenti, nè sentirsi capaci da tanto. Allora il Ministero propose ne assumesse lo incarico la _Camera di Commercio_! ma i Deputati della Camera dimostrarono non avere attitudine, nè autorità per farlo. Dopo molti dibattiti, nei quali alternativamente fu offerto lo incarico di eleggere una Commissione governativa al Municipio, e alla Camera di Commercio, venne alla perfine stabilito che si cercasse raccogliere il Municipio onde eleggesse una Commissione per governare in assenza delle Autorità; e la sera del 6 settembre 1848 rimasero approvate le seguenti Convenzioni fra il Ministero e i 20 Deputati livornesi:

1º Oblio di tutto a tutti, militari, forestieri e cittadini.

2º Il Municipio elegga la Commissione la quale governi nell'assenza delle ordinarie Autorità, allo scopo di ricondurre la quiete, e riorganizzare la Civica provvisoria, che rimane sciolta per Decreto del Principe.

3º Sta bene, che, rientrato l'ordine, la Costituzione riprenda il suo vigore normale.[86]

Il Ministero inoltre invitava i Deputati a condursi nella notte alla Stazione della strada ferrata, dove avrebbero trovato i Dispacci convenuti, e treno speciale per tornare a Livorno; e così fu. Aperto il Dispaccio, non mi parve corrispondere con le cose stabilite, imperciocchè mi sembra che vi fosse scritto, governerebbe il Municipio autorizzato ad aggiungersi quel numero di cittadini che meglio credesse; ma i Deputati mi osservarono, che non faceva differenza. Il 7 settembre era dato ragguaglio del trattato a cinque e più mila persone, stipate sotto la ringhiera del Palazzo Municipale; la Commissione governativa era acclamata dal Popolo, a patto che la sanzionasse il Municipio, nelle persone del conte Larderel, del popolano Petracchi, e di me; ma in mezzo alle acclamazioni, sorgeva mal represso il grido di vendetta, che chiamava a morte Cipriani e Cappellini, ed io rispondeva: — vendetta essere urlo da lupi, giustizia da uomini. — E instando quella parte cui doleva la pace a gridare vendetta, replicava: — «Le famiglie degli uccisi intenteranno processo, e avranno restauro a norma delle leggi.» Non per questo la turba lasciava presa, e accennava più specialmente al Cappellini, di cui sono prossime le case alla Piazza, pruno quasi posto su gli occhi per sospingere il Popolo agli eccessi. Allora gittava questa parola audace per riabilitare il Cappellini, e confortare la milizia: «Egli è soldato, ed adempiendo gli ordini ha fatto il suo dovere.» Ma questo era troppo, e di fatti la gente incominciò a fremere, onde riputai convenevole aggiungere: — «Ebbene, se anch'egli è colpevole i Tribunali provvederanno.»[87]

Prima però che per me si esponga quello che in Livorno operai, mi giovi rammentare le difficoltà che mi circondavano. Le più gravi mi vennero dalla parte del Governo. Geloso egli che esercitassi autorità a pro del Principato Costituzionale, incomincia a bisticciare intorno alla origine e allo esercizio di cotesta autorità; nè solo rimansi a bisticciare, ma con isfrontatezza di cui le pagine più ignobili della storia parlamentaria non somministrano esempio alla ricisa le cose pattuite negò. Cotesta curiosa Accusa, che volle ficcare le mani dove non importava, e dove importava non le ha ficcate, fra le mie carte trovò l'originale della Dichiarazione emessa nel 19 settembre 1848 da ben quattordici testimoni presenti alle convenzioni, e poichè essa la stampò a pag. 52 dei suoi Documenti, anche io la stampo.

_Nota di Convenzioni approvate tra il Ministero e la Deputazione Livornese._

«1. — Oblio di tutto a tutti, militari, forestieri e cittadini.

«2. — Il Municipio elegga la Commissione la quale governi nell'assenza delle ordinarie autorità allo scopo di ricondurre la quiete, e riorganizzare la Civica provvisoria, che rimane sciolta per Decreto del Principe. — La _Civica_ riorganizzata sarà sottoposta alla sanzione del Principe.

«3. — Sta bene che rientrato l'ordine la Costituzione riprenderà il suo vigore normale.

«Noi sottoscritti Deputati della città di Livorno dichiariamo come quanto sta scritto di sopra è l'appunto di quello che rimase stabilito tra noi e il Ministero Toscano la sera del 6 settembre 1848, e si trova registrato in un foglio preso sopra la tavola del Ministero che porta in margine la intitolazione: _R. Segreteria di Finanze_. Il Signor Ministro Marzucchi ne fece copia di sua mano. La facoltà di eleggere la Commissione Governativa voleva dal Ministero darsi alla Camera di Commercio di Livorno, ma dietro le osservazioni del signor Benedetto Errera venne trasferita nel Municipio, e fummo licenziati con promessa che avremmo trovato il Dispaccio analogo allo appuntamento preso alla Stazione della Strada Ferrata; — ove veramente trovammo un Dispaccio chiuso diretto al Municipio di Livorno.

«Questa è la verità, null'altro che la verità.

«_Livorno, 19 settembre 1848._

«Primicerio Can. Angiolo Del Sere, _Sacerdote_.

«Dott. Raffaello Marubini Varnacci, _Presidente della Camera di Disciplina_.

«Dott. Guglielmo Pensa, — Dott. G. Gavazzeni, _Medici_.

«Antonio Venzi, — Andrea Sgarallino, _Ufficiali della Guardia Civica_.

«Benedetto Errera. — Francesco Contessini, _Negozianti_.

«Gaetano Terrieri, — Cesare Castelli, _Del Municipio_.

«Felice Cordiviola, — Luigi Secchi, — Lorenzo Bargellini, — Filippo Salucci, — F. D. Guerrazzi, _Cittadini_.»

Secondo le leggi, e la pellegrina sapienza del Ministero, non doveva reggere il Municipio mercè la Commissione, ma egli stesso in suo nome; come se il Municipio, che il Ministero consentiva, fosse Autorità più costituzionale della Commissione eletta dal Municipio; come se il Ministero costituzionale potesse di proprio arbitrio, secondo ch'ei proponeva, conferire potestà governativa ad una Camera di Commercio; e finalmente, come se quando ti brucia la casa, sia tempo di tribolare chi ti porta acqua da spegnere. — Il Ministero, stretto alla Camera dei Senatori, negò la convenzione sopra trascritta, e non usò rettitudine; e tanto peggio fece, in quanto che anche l'unico Documento da lui approvato non gli giovava; imperciocchè sia vero che, rovesciate le Autorità costituite, il Municipio abbia a provvedere alla comune salvezza; ma non vero che il Ministero costituzionale, rifiutando i Magistrati alla città che li chiede, autorizzi, anzi costringa il Municipio a governare. Il Ministero poteva addurre la legge della necessità, e questa giustificava il governo tanto del Municipio quanto della Commissione eletta da lui, o non giustificava nessuno. Inoltre, il silenzio ostinato mantenuto alle mie domande, nè punto meglio instruito o consigliato il Municipio; rade anche a questo le lettere, e sempre imbarazzanti; sicchè riusciva difficile a indovinare se il riordinamento della città piacesse al Ministero o piuttosto lo turbasse. Volle la Commissione governativa abolita, e il Municipio la soppresse.[88] Il Municipio mi eleggeva Priore, aggiungendomi al Collegio; il Ministero ordinò che mi cassassero, ed io non fui neanche Priore![89] E' pare proprio che io sia destinato a non essere nulla, nè Accademico nè Priore. Allora a scanso di disgusti mossi istanza al Municipio, che con sua Deliberazione determinasse i limiti entro i quali avrei dovuto esercitare la mia autorità; ma nè anche questa fu dal geloso Ministero rispettata.[90] — L'adunata dei Civici a Pisa, la quale ormai sembrava non avere altro scopo che quello d'irritare gli animi, non volle omettere. La nuova organizzazione della Civica contrariò, comecchè instituita provvisoriamente, e da _sottoporsi sempre alla sanzione del Principe_.[91] La strada ferrata tardi ristabilita.[92] Gli ufficiali di Polizia, anche subalterni, negati. Con le Dogane ed altre amministrazioni, corrispondenza continua; e s'impennava perfino se dallo Uffizio della Sanità richiedevamo notizie intorno alla salute pubblica, per assicurare gli animi dei cittadini. Nel maggiore uopo nessuna somma stanziata per le spese; dalla Camera di Commercio ebbi da principio lire settemila, che portai al Municipio.[93] Io, che pure attendevo alla polizia della città, non disposi _neppure di un danaro_. Commissioni per provvedere all'annona, ai lavori, alla sicurezza pubblica, alle armi, soppresse. — Che più? Continue l'angustie e le sofisticherie per la Guardia Municipale, che pure era stata approvata. Le stesse provvidenze di Polizia sotto pretesto d'illegalità riprendevansi, e per ismania di biasimare il Ministro o non curava o dissimulava sapere le leggi.[94] Le leggi tacevano; dei Magistrati la più parte lontani; alcuni però, aborrito cotesto esempio, magnanimamente al posto loro; fra i quali a causa di onore ricordo Francesco Billi presidente del Tribunale di Prima Istanza. Popolo vivente alla giornata, povero e instigato a guardare con cupidi occhi la roba altrui. _Eccitamenti alla repubblica_ dentro e fuori, che le notizie delle rivoluzioni ora di Ungheria, ora di Vienna, ora di altri paesi germanici, una dietro l'altra si succedevano come colpi di ariete ad atterrare un muro già crollato. La notizia di occupazione dei Piemontesi aspreggiava gli animi, dubbiosi più che mai, che le assicurazioni di pace fossero tranelli per coglierli alla sprovvista. Questi, ed altri molti, furono i travagli che mi circondavano, ai quali ripensando forza è che confessi, come senza lo aiuto di Dio non sarei potuto uscire a bene da cotesto inviluppo.

Intanto le barricate si disfacevano; ogni traccia di perturbamento remossa; Commissioni di lavori, di beneficenza, di annona, di armi, di sicurezza instituivansi; prestanti cittadini, messi da parte i proprii negozii, notte e giorno alacremente attendevano a prevenire delitti; preghiere pubbliche bandivansi; feste per distrarre il Popolo si provocavano, distribuzioni di 30,000 e di 50,000 libbre di pane al giorno sì facevano; i lavori interrotti proseguivansi, nuovi ordinavansi, si attendeva ad organizzare le Guardie Civica e Municipale; l'esplosione delle armi, i canti sediziosi, i giuochi perfino, peste della gioventù, si vietavano; i cittadini guardavano i cittadini, e (stupendo a dirsi) la delazione fin lì reputata infame, poichè spontanea adesso, e aperta, e in pro del bene comune, si faceva come pubblico ufficio; ai sospetti rinascenti io provvedeva accogliendoli tutti, e profferendomi così di notte come di giorno pronto a verificarli da me stesso: ora temevano di polveri e di armi alla bruna sottratte di Porta Murata per via marina; ora di assalti improvvisi; erano perfidi soffii su fuoco latente onde tornassero a divampare le fiamme. Di quieto in piccola compagnia andavo a perlustrare, e sempre tornavamo con la prova, che a fine iniquo abusavano della popolare credulità; liti domestiche componevamo, e negozii contenziosi e vecchie discordie; in un mese la città sciolta da ogni freno, o piuttosto da sè stessa frenata, contò cinque ferimenti e ventun furto, pel valore cumulato di lire 1112, numero di gran lunga inferiore a quello di ogni altro mese antecedente; le carceri rimasero parecchi giorni vuote.[95] La stampa, finchè io stetti a Livorno, _reverente al Principe; in ogni occasione lodato e raccomandato allo amore del Popolo_.[96] _E dello stesso Presidente Capponi discorso con ossequio_.[97] Città insomma non pure ordinata a riposato vivere civile, ma disposta a ricevere le Autorità governative, che richiedeva fiduciarie del Governo e di sè. — Lascio della stampa della Capitale a me avversa: _se raggranellata una masnada di grassatori, avessi a capo di quella rotte le strade, io penso che non si sarebbe avvisata vituperarmi con obbrobrii sì spessi, nè sì abbominevoli_. La opera mia era compita, nè il provvisorio poteva prolungarsi senza danno dello Stato, della città e mio; nel 28 settembre, piegando finalmente alle _domande giustissime del Gonfaloniere_, e per _soddisfare le premure di alcuni cittadini livornesi_,[98] il Governo mandava a Livorno il sig. cav. Ferdinando Tartini. Il Gonfaloniere e i Cittadini aggiunti al Municipio avevano fatto stampare un Manifesto, per disporre il Popolo a riceverlo gratamente, quando vennero avvertiti che il Manifesto sarebbe sfregiato; non essere persona di fiducia del Popolo il cav. Tartini. La repugnanza del Popolo persuase il Gonfaloniere e il primo Priore a muovere per Firenze onde trattenere il Governatore eletto; ma essendo occorsi in lui alla Stazione della strada ferrata di Livorno, gli esponevano che la sua presenza avrebbe cagionato tumulto. Mandarono per me, ed io, per verità, confermai lo esposto dai prelodati signori Gonfaloniere e Priore; ma aggiunsi cosa, che il sig. cav. Tartini dimenticò forse scrivendo il Rapporto dell'avvenimento, e fu, che io mi proffersi accompagnarlo, e difenderlo con la mia stessa persona.[99] Rinviati il Gonfaloniere e il primo Priore in città ad assicurarsi meglio dello spirito pubblico, rimasi col sig. cav. Tartini: dopo lunga ora tornarono il Gonfaloniere e il Priore, e nuovamente gli dichiararono inevitabile la sommossa, dov'egli si fosse inoltrato. — Per questo successo le cose si facevano più torbide che mai; le relazioni officiali con Firenze si dichiaravano interrotte. — In questa Giuseppe Montanelli tornava d'Inspruck: appena messo piede nel Parlamento, propose un ordine del giorno universalmente approvato, col quale si persuadeva al Governo di sopire i dissidii livornesi, restituendo le Autorità governative al travagliato paese; nel tempo stesso egli mi scriveva lettera con la quale confortavami a governare Livorno: di questo facessero istanza il Municipio e la Camera di Commercio; egli avrebbe appoggiato la domanda.[100] Il Municipio e la Camera partivano per Firenze, ma non ottenevano lo intento;[101] invece il Ministero proponeva loro Montanelli per Governatore; ed essi accettavanlo.[102] Allora egli scrivevami di nuovo adducendo le ragioni per le quali non aveva potuto ricusare.[103] Appena io ebbi udito questo, malgrado che il Municipio e la Camera di Commercio instassero fervorosamente a rimanermi, non lo aspettai; ma pubblicato un Manifesto,[104] col quale invitava i miei concittadini a ricevere con lieto animo il Governatore inviato dal Ministero Toscano, mi partiva, ritornando a Firenze, sazio dei passati travagli, senza disegno, come senza voglia di uscire più mai dai riposi della vita privata.

Io partiva, privo perfino del conforto di una parola amica per la parte del Governo; e sì che avevo corso pericoli presentissimi di vita, durato fatiche inestimabili, ricondotta alla devozione della Monarchia Costituzionale una città agitata da violenti passioni e istigazioni perverse, inferocita per fresca strage, commossa dallo sfracellarsi della massima parte degli Stati di Europa, flagellata da un lato dalle furie dell'anarchia, dall'altra tratta pei capelli dai partigiani della repubblica. Non importa; mi bastò allora, e mi basterà sempre la benevolenza degli amici, e la stima degli stessi emuli. — Sorga adesso pertanto la religione dei miei concittadini tutti, così amici come emuli, ed anche nemici, se io pur ne ho nella dolce terra che mi diè vita, e dica se composi o sconvolsi la patria mia, e mi salvi dalla disonesta persecuzione dell'Accusa!

Ma che dico io, sorga? Ella sorse, ed in cotesti tempi Municipio, Collegio dei Curiali e Camera di Commercio grazie amplissime mi profferivano; e privati cittadini, per farmi scolpire marmorea immagine in pubblica testimonianza di onore, si collettavano.[105] Non sembra ella strana cosa all'Accusa, che i livornesi uomini per siffatto modo gratificassero colui che ne turbava la quiete, ne ingiuriava i commerci, di scandali empiva la patria terra e di sangue? Qual consiglio, o qual coscienza persuade l'Accusa a desumere le sue infelici imputazioni dalle calunnie di sciagurati e dalle voci sparse da lingue appassionate e dolose? I cittadini miei, che convivendo meco, vigilandomi al fianco, le opere mie di ora in ora contemplavano e soccorrevano, non par egli al senno e anche al pudore dell'Accusa che dovessero, come testimoni più degni di fede, preferirsi a tutti altri? — E sì, e sì che anche l'Accusa, fra i suoi Documenti, raccolse una carta da lei intitolata: _Indirizzo dei Livornesi a Guerrazzi_, nella quale si leggono le seguenti parole:

«Signore. È incontrastabile che voi avete diritto alla riconoscenza di tutta Livorno; ed è pure incontrastabile che con la vostra influenza ne potete dirigere ogni movimento. Compite dunque l'opera, e fate deporre le armi. Lo Stato nostro è unico, ed il Popolo armato vuol dire ribellione permanente; ciò non è naturale che deva durare, perchè il firmamento stesso, se non fosse ordinato, si disfarebbe. La parte essenziale della popolazione non rientra di certo fino al compimento di questo voto universale, ed _è un voto di fiducia in voi, che tutti oggi ammiriamo ed amiamo, pregandovi caldamente ec_. — Livorno. — Signor Avv. F. D. Guerrazzi aggiunto al Municipio di Livorno. — I Livornesi, che aveste amici sempre, e quei pure che lo sono, e lo saranno da ora in poi per sempre.»[106]

All'Accusa, e in altri parte l'ho avvertito, bastò il cuore per convertire questo voto, che forma una delle poche consolazioni dei miei non degni martirii, in offesa nemica, e disse: Vedete, per confessione dei vostri stessi concittadini, voi volgevate e rivolgevate a senno vostro Livorno; dunque tutto quanto successe e' fu per colpa vostra.... — Siffatti argomenti vincono qualunque pazienza, — il pensiero sbigottisce. — cascano le braccia....

E l'Accusa eziandio riporta la minuta di lettera da me indirizzata al Municipio, che bene a ragione io qualifico sfogo. Certo, quando basta la coscienza per insultare con turpe oltraggio un uomo _come doppio di cuore a pravo intento_, quando si nega pudore, probità, gentilezza, tutto infine si nega, e la mano non trema nel mettere me — a stregua di un vile paltoniere, che visse, se pure può dirsi visse, 51 anno addietro.... queste dimostrazioni di animo non solo non si credono, ma si scherniscono. Diversamente poi giudica la coscienza pubblica, ed a questa volgendomi domando se, perturbatore io dei moti di Livorno, avrei potuto, senza fasciarmi la sfrontata faccia di bronzo, scrivere e mandare le seguenti parole al Magistrato della mia città, compagno, testimone e aiutatore delle opere mie, per ridurla da tutto sconvolta per cittadina battaglia, in comportabile assetto!

«Signori ed amici onorandissimi,

«Voi sapete, che quattro volte chiamato dalla Commissione, dal Municipio e dalla Camera di Commercio, mi astenni dal venire in Livorno, parendomi che la città nostra contenesse copia di ottimi cittadini capaci di condurla traverso ogni più duro caso. Non potei resistere alla ultima, imperciocchè avrei dimostrato ostinazione somma e poco affetto a chi mi ama.

«Pertanto io venni e feci il mio dovere; null'altro più che il mio dovere. Esaminando lo stato della città, mi parve che la sua commozione derivasse da un subito esasperamento per ingiuria che il Popolo reputava aver patita. Mi persuasi di due cose importantissime: la prima che durava perenne l'amore per il Principe costituzionale; la seconda che di Comunismo e Socialismo il Popolo non sapeva nè anche il nome. Ciò posto, e l'evento dimostrò che non mi ingannai, mi parve facile ridurre Livorno in quiete, e Dio aiutando, e gli egregi cittadini suoi, vi fu ridotto.

«Ma Livorno non ha mestiero soltanto di quiete, ha ben bisogno di sollecito e vigoroso riordinamento. La prima cosa derivava da credito e da mutua benevolenza, e presto venne conseguita. La seconda poi ha da emanare dall'azione governativa energica, unisona, libera, secondo la gravità dei casi, in tutti i suoi moti.

«Mancava una guardia di Polizia, e fu creata.