Annali d'Italia, vol. 7 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 9
Per conto della guerra del Piemonte, dacchè fu richiamato in Germania il general Caraffa, che avea trovata la maniera di farsi pel suo orgoglio, e più per la sua crudeltà, odiar da tutti in Italia, fu spedito al comando delle truppe cesaree il maresciallo _Caprara_ Bolognese, uomo di gran credito per tante sue belle militari azioni. S'infermò egli in Verona, nè potè prima del dì 13 di luglio arrivare a Torino. Tenutosi consiglio da tutti i generali, giacchè non fu gradito d'imprendere l'assedio di Pinerolo, fu risoluto di penetrare nel Delfinato con dieci mila cavalli e sedici mila fanti, lusingandosi i collegati di veder le migliaia di ugonotti, che, cavatasi la maschera, si unissero all'esercito loro. Scomunicate erano le strade per li dirupi delle montagne: pure la speranza di arricchir tutti coll'ideato bottino metteva l'ali ai piedi d'ognuno. I generali erano lo stesso _duca di Savoia_, il _marchese di Leganes_, il _maresciallo Caprara_ e il _principe Eugenio_. Presero Guilestre sulle prime, e quindi con assedio obbligarono la poco forte città d'Ambrum a presentar loro le chiavi. Quella eziandio di Gap senza fatica venne alla loro ubbidienza, e fu poi barbaramente saccheggiata, ed anche data alle fiamme; crudeltà usata dai Tedeschi per dovunque passarono. Vi fu chi credette che se fosse proceduta innanzi quest'armata, Granoble e Lione avrebbero aperte le porte. Ma caduto infermo di vaiuolo il duca _Vittorio Amedeo_, ed avendo il Caprara e il Leganes ordini segreti di risparmiar le truppe, all'udire che accorrevano da ogni parte Franzesi, ad altro non si pensò che a ritornarsene indietro. Per varie strade ripassò quell'armata. L'infermo duca, portato come in un letto entro agiata seggetta, giunse a Cuneo, seco avendo la duchessa consorte, che, al primo avviso del suo male, coi medici avea valicato quelle aspre montagne. Non prima del dì 4 d'ottobre giunse a Torino, e quindi in villa, dove si convertì il suo malore in quartana doppia, che divenne poi continua, di modo che più volte si dubitò di sua vita. Verso la metà di novembre ricuperò egli la sanità primiera. Ed ecco dove andò a terminare questa che ognun si credea dovesse riuscire molto strepitosa campagna. Ma se pochi allori colsero allora i Tedeschi nel Delfinato, riuscì ben più felice la guerra da loro portata di nuovo ai paesi dei principi d'Italia, che soggiacquero anche nel seguente verno ad orride contribuzioni e quartieri intimati dal _conte Prainer_, degno delegato del tanto abborrito in Italia conte Caraffa, che poi nel seguente anno fu chiamato da Dio a render conto del suo incredibile orgoglio, e dell'aver riposta la sua gloria nell'assassinar gl'Italiani coll'esorbitanza delle contribuzioni. Continuò similmente il Prainer quei barbarici trattamenti, per li quali convien confessare che allora troppo divenne esosa in Italia la nazione tedesca; e fin lo stesso duca di Savoia ne fece amare doglianze alla corte di Vienna, dolendosi che quegli aiuti avessero servito, non già a migliorare gl'interessi suoi, ma solamente ad arricchirsi con ispogliare nemici ed amici, e a rendere anche lo stesso duca odioso agl'Italiani, come autore di questa guerra in Italia.
Era succeduta un tempo innanzi una ribellione del popolo di Castiglione delle Stiviere contra del principe loro signore _Ferdinando Gonzaga_; e questa in occasion delle imposte da lui messe in congiuntura delle contribuzioni tedesche. Saccheggiarono coloro il di lui palazzo; e s'egli non avesse avuta la fortuna di salvarsi colla principessa moglie nella rocca, non perdonavano alla sua vita. Ricorso egli al conte Caraffa, ricevè delle truppe; furono puniti i capi della ribellione; ed egli riassunse il comando. Ma essendo ricorsi a Vienna i suoi sudditi, con rappresentare nata la lor sollevazione da altri insoffribili aggravii loro imposti dal principe a cagion della moglie di casa Pico della Mirandola, affinchè ella si potesse divertire nei carnevali di Venezia, venne ordine al _generale Palfi_ di arrestare il principe e la principessa, e si diede principio ai processi che non ebbero mai più fine. Si trattò più volte di rimettere quel principe nel suo dominio; ma perchè protestava il popolo (tanto era il suo odio) di voler piuttosto prendersi un volontario esilio, che di tornar sotto il di lui abborrito giogo, restò sempre incagliato l'affare, e resta tuttavia, dimorando oggidì in Ispagna i principi di lui figli, sovvenuti dalla generosità di quella real corte. Fu creduto che _Ferdinando Carlo Gonzaga_ duca di Mantova soffiasse in quell'incendio; ma questo sovrano ricevette anche egli nel presente anno un man-rovescio dalla politica spagnuola. Già dicemmo occupata da lui la città di Guastalla sul Po per le mendicate ragioni della duchessa sua consorte, figlia dell'ultimo duca di Guastalla, quando per le investiture cesaree era chiamato a quel feudo il cugino d'esso defunto duca, cioè _don Vincenzo Gonzaga_, il quale a nome del re di Spagna avea governata la Sicilia. Assistito egli dalle milizie spagnuole e tedesche, improvvisamente fu messo in possesso di Guastalla; e datosi quindi a pretendere dal duca di Mantova le rendite indebitamente percette per tanti anni addietro, col tempo ottenne che gli fossero assegnate le due terre di Luzzara e Reggiuolo coi lor fertili territorii. Così portava la giustizia; ma in cuore del duca di Mantova restò tanta amarezza, che nei tempi susseguenti, siccome vedremo, prese risoluzioni tali, che il trassero all'ultimo precipizio. Era già pervenuto all'anno trentesimo terzo di sua età _Francesco II d'Este_ duca di Modena, senza che avesse peranche presa la risoluzion di accasarsi. Fu creduto alieno dalle nozze, perchè bene spesso languente per la sua debole complessione, e molto più per la podagra e chiragra, sue familiari compagne. La verità nondimeno è, che il _principe Cesare d'Este_, da cui era aiutato, ed anche più del dovere, al governo, gli sturbò tutti i trattati di maritaggio, per timore di scapitare nella sua privanza. Ma finalmente sposò egli nel dì 14 di luglio del presente anno la principessa _Margherita Farnese_, figlia di _Ranuccio II duca_ di Parma, che condotta a Sassuolo fece poi la sua solenne entrata in Modena nel dì 9 di novembre.
Intanto commosso da tenerezza il cuore del pontefice _Innocenzo XII_ al mirare lo stato lagrimevole dell'Italia per l'ostinata guerra del Piemonte, e gli oppressi e divorati popoli dalle smoderate contribuzioni e violenze di chi mostrava di essere calato di Germania per difendere dai Franzesi la libertà di queste provincie, raddoppiò le sue premure e i suoi uffizii per tutte le corti cattoliche a fin di promuovere la pace. Ma inutili furono anche per ora le sante sue intenzioni, e solamente ebbero effetto quelle che da lui solo dipendevano pel buon regolamento e vantaggio di Roma e della sacra sua corte. Con sua bolla soppresse varie giudicature straordinarie che si esercitavano per privilegio, e servivano a prolungar le liti e le sofisticherie con gravissimo danno di chi avea da litigare, rimettendo tutte le cause ai consueti giudici ordinarii. Giacchè più non serviva d'abitazione ai romani pontefici il vasto palazzo del Laterano, determinò il santo padre di farne miglior uso con formarne un ospizio ai poveri invalidi, e pensò tosto a provvederlo di rendite convenienti al bisogno. Sua intenzione sulle prime fu di raccoglier ivi tutti gli storpii, ciechi ed inabili a lavorare, e di levar da Roma la molestia di tanti mendicanti oziosi, che ristretti potrebbero in buona parte guadagnarsi il pane in qualche lavoro. Ma col tempo si mutò questa idea, e lasciate le sole donne in quel palazzo, si provvide ai maschi poveri nell'insigne ospizio di Ripa, siccome accennerò a suo tempo. Con la bolla poi pubblicata nel dì 20 di maggio dell'anno seguente confermò il suddetto ospizio lateranense, e i fondi e proventi assegnati pel mantenimento di esso. Conoscendo ancora qual profitto potrebbe provenire dal porto di Cività Vecchia, se vi si stabilisse un buon commercio con varii privilegii, con fabbriche di case e magazzini, e col concorso di negozianti, si applicò a questa impresa, e diede gli ordini opportuni, acciocchè si purgassero ed accrescessero gli acquedotti, e si formassero nuove fabbriche. Fece anche alzare nella basilica Vaticana un magnifico mausoleo alla santa memoria d'_Innocenzo XI_ suo benefattore, e preparare il proprio sepolcro, ma con poca spesa, col non volere in esso altra inscrizione che il semplice suo nome. In somma era nato questo sempre memorando pontefice per cose grandi, e dimentico di sè stesso e de' suoi, altro non avea in mente che il pubblico bene.
Anno di CRISTO MDCXCIII. Indizione I.
INNOCENZO XII papa 3. LEOPOLDO imperadore 36.
Per quanti passi e dibattimenti si fossero fatti fin qui, per comporre le differenze che passavano fra la corte di Roma e di Parigi a cagion delle proposizioni adottate dai vescovi di Francia in pregiudizio dell'autorità della santa Sede, nulla s'era potuto ottenere che soddisfacesse al sommo pontefice. Finalmente nel presente anno d'ordine del _re Luigi XIV_ scrissero que' prelati a papa _Innocenzo XII_ una lettera piena di sommessione, in cui disapprovarono gl'insegnamenti suddetti; e però giacchè non s'era potuto ottenere di più, fu creduto meglio di rimettere l'armonia primiera, e di conferire il resto delle chiese vacanti nel regno di Francia. Avea nell'anno precedente l'indefesso santo Padre cominciata un'altra gloriosa impresa e le diede il pieno suo compimento nel presente. Da gran tempo per varie necessità della santa Sede s'era introdotto il vendere alcuni non ecclesiastici uffizii della curia romana, e spezialmente i posti di auditore e tesorier della camera, e de' cherici d'essa camera. Andava ben alto il loro prezzo, perchè grandi ancora n'erano i proventi. Se alcuno de' prelati compratori d'essi uffizii veniva promosso al cardinalato, restavano vacanti quegli uffizii, e si vendevano ad altri. Intorno a questi vacabili v'ha un trattato del famoso cardinale de Luca nel tomo ultimo delle sue opere. Non si potea trattener la gente maligna dall'aguzzar le lingue contra di questo costume, quasichè fosse stata questa invenzione per vendere la sacra porpora sotto colore palliato a chi potea spendere; e quantunque non si promovessero per lo più se non persone degne, prese dai posti suddetti, pure sembrava aperto l'adito anche agl'immeritevoli, purchè danarosi, di conseguire le prime dignità. Volle ancor qui l'ammirabil pontefice chiudere la bocca agli amatori della maldicenza; e però nel dì 23 d'ottobre del precedente anno suppresse le venalità dei suddetti uffizii ed avendo procurato a lieve frutto più d'un milione di scudi, restituì ai compratori tutto il danaro da essi speso in acquistarli. Ora nell'anno presente a dì 3 di febbraio pubblicò un'altra bolla, con cui ordinò che da lì innanzi gli uffizii e luoghi di monti vacabili per la promozione alla sacra porpora non si perdessero, ma o si rassegnassero o se ne continuasse a tirare il frutto, di maniera che niun vantaggio risultasse alla camera apostolica dall'esaltazione di que' prelati. In pro nondimeno della stessa camera ritornò il risparmio di molte propine che dianzi godeano i prefati compratori. Immensa fu la lode che riportò per queste segnalate azioni l'ottimo pontefice, il quale in benefizio d'essa camera avea dianzi tagliate le penne anche al grado dei vice cancellieri della Chiesa romana; e poscia ancora minorò il lucro de' cardinali vicarii, e finalmente soppresse la legazion d'Avignone, applicandone i proventi alla camera apostolica.
Poichè sembrava che la fortuna non andasse d'accordo col capitan generale de' Veneziani _Domenico Mocenigo_, fu egli destinato pretore a Vicenza. Trattossi dipoi nel maggior consiglio per eleggere a sì riguardevol impiego altro personaggio, ed i più concorsero nello stesso doge _Francesco Morosino_, già stato capitano generale, e glorioso conquistatore della Morea. Si scusò egli colla sua avanzata età d'anni settantaquattro; ma rinforzate le preghiere, si trovò in fine risoluto a sacrificare il resto de' suoi giorni in servigio della patria. Di grandi preparamenti si fecero per la di lui partenza, e passò egli in Levante; ma gran tempo impiegò nel viaggio, e spese il resto in varie disposizioni per assalir Negroponte nell'anno venturo, quando sul fine dell'anno, trovandosi a Napoli di Romania, fu colto da mortale infermità, che dì 6 del seguente gennaio mise fine ai suoi giorni e a tutte le sue gradezze umane. Riuscì in quest'anno al generale cesareo _Heisler_ di conquistare la fortezza di Gena nell'Ungheria superiore verso le frontiere della Transilvania; dopo di che il general supremo _duca di Croy_, avendo fatto credere al saraschiere con lettera finta di voler imprendere l'assedio di Temiswar, all'improvviso si portò a cignere di gente Belgrado. Più di quel che credeva trovò i Turchi disposti a vendere care le lor vite, ed inoltre si udì venire a gran passi il primo visire col Cam de' Tartari, per tentare il soccorso; laonde, dopo avere perduto in un mese sotto quella città da due mila soldati, parve di più spediente lo sciogliere quell'assedio e ritirarsi. Facevasi intanto guerra da' Franzesi in Fiandra, al Reno, in mare e in Catalogna con felicità delle lor armi, e queste riportavano palme anche in Piemonte. Il duca _Vittorio Amedeo_ restò ancora in quest'anno aggravato da sì pericolosa malattia, che nel dì 7 di marzo gli fu ministrato il santissimo viatico. Riavuto che fu, nel dì 30 di luglio si portò a bersagliare il forte franzese appellato di Santa Brigida, che gli costò molto sangue, e nel dì 14 d'agosto finalmente si diede per vinto. Questo fu poi smantellato. Per tre giorni ancora la città di Pinerolo restò fieramente travagliata dalle bombe. Intanto rinforzato di molte nuove truppe il _maresciallo di Catinat_ si andò accostando colla sua alla nemica armata, e trovandosi amendue a fronte, vennero nel dì 4 d'ottobre ad una fiera battaglia in vicinanza di Orbazzano. Questa riuscì favorevole ai Franzesi, in maniera che, secondo i lor conti (a' quali si dee far la sua detrazione), vi rimasero sul campo uccisi circa otto mila dei collegati, e restarono due mila d'essi prigioni, coll'acquisto di quasi cento insegne, quattro stendardi e gran copia d'artiglierie. Due mila Franzesi vi perderono la vita. Pretesero gli altri che la perdita de' Franzesi ascendesse a sei mila persone, e ad altrettanto quella de' collegati. Dall'una parte e dall'altra grande fu il numero degli uffiziali morti o feriti; ma certo è che i collegati riceverono una fiera percossa, laonde il Catinat stese largamente le contribuzioni ed anche gl'incendii in quelle parti. Restò nulladimeno anche dopo tal perdita sì forte l'esercito alleato, che i Franzesi non poterono impadronirsi, a riserva di Revel e Saluzzo, d'alcun altro luogo di conseguenza. Ora non mancò il re Cristianissimo di prevalersi di questa congiuntura per insinuar di nuovo proposizioni di pace al duca di Savoia, ma nol potè peranche smuovere dal proponimento suo. Andarono poscia a' quartieri d'inverno le truppe alemanne, attendendo a scannare anche in questa vernata il paese de' principi dell'Italia, senza commiserazione a' popoli, che gridavano alle stelle per le esorbitanti estorsioni, credendo che di peggio non avrebbero fatto i Turchi nemici del nome cristiano.
Per questi flagelli funestissimo fu l'anno presente, ed anche per un altro sommamente lagrimevole spettacolo, cioè per un tremuoto nella Sicilia, le cui scosse non son già forestiere in quella per altro fortunata isola, ma senza che vi fosse memoria fra la gente d'allora di averne mai provato un sì terribile e micidiale. Cominciò nel dì 9 di gennaio a traballar la terra in Messina, e ne' susseguenti giorni andò crescendo la violenza delle scosse, talmente che atterrò in quella città gran copia delle più cospicue fabbriche, e parte ancora delle mura d'essa città, ma con poca mortalità, perchè il popolo, avvertito dal primo scotimento, si ritirò alla campagna e a dormir nelle piazze. Le relazioni che corsero allora, alterate probabilmente dallo spavento e dalla fama, portano che in altre parti della Sicilia incredibile fu il danno. Che la città di Catania, abitata da diciotto mila persone, andò tutta per terra, colla morte di sedici mila abitanti seppelliti sotto le rovine delle case. Che Siracusa ed Augusta, città riguardevoli, restarono diroccate, colla morte nella prima di quindici mila persone, e di otto mila nell'altra, in cui anche la fortezza, per un fulmine caduto nel magazzino della polve, saltò in aria. Che le città di Noto, Modica, Taormina, e molte terre e castella al numero di settantadue furono desolate, ed alcuna abissata in maniera che non ne rimane vestigio alcuno. Che più di cento mila persone vi perirono, oltre a ventimila ferite e storpie. Che in Palermo fu rovesciato il palazzo del vicerè. Che la Calabria e Malta risentirono anch'esse non lieve danno. Che il monte Etna, o sia Mongibello, slargò la sua apertura sino a tre miglia di giro. Io non mi fo mallevadore di tutte queste particolarità. Certo è solamente che miserie e rovine immense toccarono alla Sicilia per sì straordinario tremuoto, e che non si possono invidiare ai Siciliani le ricche lor campagne e delizie, sottoposte di tanto in tanto al pericolo di una sì dura pensione.
Anno di CRISTO MDCXCIV. Indizione II.
INNOCENZO XII papa 4. LEOPOLDO imperadore 37.
Dopo la morte del celebre _Francesco Morosino_ fu conferita la dignità di doge di Venezia a _Silvestro Valiero_ figlio del già doge _Bertuccio_. Cominciarono i Veneti quest'anno la lor campagna in Dalmazia con l'assedio di Citclut, fortezza pel sito assai considerabile, e di gran gelosia per li Turchi, perchè antemurale ad un buon tratto del loro paese. Comandava l'armi venete il provveditor generale _Delfino_, il quale, dopo aver sottoposto varii luoghi all'intorno, obbligò in fine il presidio turchesco a cedere la piazza, dove con giubilo de' cristiani fu ripiantata la croce. Bisogna ben credere che di molta importanza fosse quella fortezza, perchè la Porta ordinò che si facesse ogni sforzo per ricuperarla. Raunato ch'ebbe un esercito, il saraschiere ne imprese l'assedio. Fu ben ricevuto dal vigoroso presidio cristiano, e formò bensì egli le trincee, ma da più d'una sortita degli assediati furono queste rovesciate: laonde, dopo la perdita di molta gente, si vide obbligato a ritirarsi, con lasciare sul campo molti attrezzi militari. Ridussero poscia i Veneti alla loro ubbidienza un'altra ben forte rocca appellata Clobuch. Ma non passò gran tempo che i Turchi, più che mai vogliosi di torre Citclut dalle mani de' cristiani, vi tornarono sotto con oste più poderosa. Neppur questa volta trovarono propizia la fortuna, e con poco lor gusto dovettero sloggiare di là. La più utile nondimeno e gloriosa impresa fatta da' Veneziani nell'anno presente, fu l'acquisto della rinomata isola di Scio. Dacchè giunsero ad unirsi colla veneta armata navale le galee pontifizie e maltesi, _Antonio Zeno_, dichiarato capitan generale, sciolse le vele a quella volta, e nel dì 8 di settembre vi fece lo sbarco. La città dominante di quell'isola porta lo stesso nome di Scio; intorno ad essa accampatosi l'esercito cristiano, diede principio alle offese. I vescovi latino e greco, già abitanti in quella città, n'erano usciti. Non più di otto giorni ebbero a faticar le artiglierie e le mine per prendere il castello di mare, e mettere sì fatto spavento in quegli Ottomani, che la stessa città con più di cento cannoni di bronzo e con tutti gli schiavi venne in poter de' Veneti. Che deliziosa, che fruttifera isola sia quella, e massimamente pel privilegio di produrre il mastice, è assai noto; e però di grandi allegrezze si fecero in Venezia per così vantaggiosa conquista. Nell'Ungheria troppo tardi uscirono in campagna i Tedeschi sotto il comando del maresciallo di campo _conte Caprara_; niuna impresa si fece degna di memoria, a riserva dell'acquisto di Giula, piazza di non lieve momento verso le frontiere della Transilvania.